Rumori, odori e strumenti del mestiere
Durante l’ultimo periodo (diciamo grossomodo da un mese a questa parte) sono stato vittima di una successione continua di sfighe tecnologiche: prima c’è stata la caduta momentanea dei server di Hello Web a meno di 24 ore dall’inaugurazione del sito (fortunatamente risoltasi nel giro di un paio di giorni), poi c’è stata la morte definitiva del mio portatile (pace all’anima di quel bastardo che si è portato dietro con sè quindici pagine del mio romanzo, figlio di…), adesso ci si mette pure Vista.
In verità, da circa tre anni ho smesso di utilizzare Windows come sistema operativo, adottando invece Linux come piattaforma di base. Credo di aver testato almeno una ventina buona di sistemi Linux nel corso di questi anni. In origine fu l’italianissimo Fox Linux, poi giunsero in ordine sparso i vari Mandriva, Fedora, Kubuntu, PCLinux ecc. Quest’anno poi, dopo anni di attesa, è giunto a destinazione il progetto KDE4 (ovvero di quello che prometteva essere il più rivoluzionario gestore di desktop di tutti i tempi), e con il suo arrivo è morto il mio amore per i sistemi basati su tale programma. Deluso e anche un po’ innvervosito (così come moltissimi nel globo) da KDE4, ho deciso di testare il suo acerrimo avversario: GNOME.
Ed è stato amore a prima vista. Da quando ho cominciato ad usare Ubuntu (il più famoso OS basato su GNOME) non ho più smesso (peccato che sul nuovo portatile abbia riscontrato parecchie difficoltà ad installare il suddetto sistema operativo, a causa di un problema poi risolto con il boot loader.
La schermata principale di Ubuntu, con GNOME e Compiz a sostegno della grafica (altro che quelle merdine di effetti di Vista). E dove sarà mai realizzato questo prodigio dell’informatica? Nella Silicon Valley? A Tokyo? No, in Sud Africa.
Ciononostante ho sempre tenuto in una partizione una copia di Windows, e questo per due ragioni: la prima è che l’unico passatempo con il quale ogni tanto mi diletto (tale Albatross18) non è installabile su Linux; la seconda è che, per quanto la casa di Redmond non sappia creare sistemi operativi decenti (e Vista a mio avviso è peggiore persino del tristemente noto Windows Millennium) ha sempre buon occhio sui programmi di corredo. Mi riferisco in particolare a Office, programma che, soprattutto nella sua ultima incarnazione, rappresenta quanto di meglio si potrebbe chiedere (programmi professionali a parte, come ad esempio Latex, i quali però necessitano di parecchio apprendistato). Per quanto sia un grande sostenitore dell’Open Source, devo ammettere che non c’è Open Office, Star Office o KOffice che tenga: Microsoft, almeno in questo campo, li straccia tutti.
Tale è il mio affetto (eh no, quando si parla di Microsoft il termine amore è eccessivo pure per me) per questo programma che in questi giorni, in cui mi trovo impossibilitato al suo uso, non sono riuscito quasi a combinare nulla. Mi spiego: purtroppo per risparmiare sul costo del nuovo portatile, sono stato costretto a comperarlo senza Office, contando di poter usare la copia già in mio possesso. Peccato che secondo Vista tale copia non sia originale. E figurarsi se il servizio clienti ti dà una mano! L’unica risposta che mi hanno saputo dare è stata: “Probabilmente il CD è graffiato, si compri una nuova copia”. Certo, perché io ho 300€ da buttare nel cesso! Per tanto così sborsavo altri cento Euro sul portatile.
Impossibilitato all’uso di Office, sto lavorando momentaneamente su Open Office (il meno peggio tra i programmi sopracitati). Non avendo però ancora capito come attivare certe funzioni, alcuni miei racconti latitano nel limbo dell’uniformazione. Da qui la ragione per cui nelle scorse settimane non ho postato nuovi racconti, sebbene siano praticamente già pronti, uniformazione a parte. Che ci volete fare? Se i miei scritti non sono perfetti in ogni dettaglio, anche grafico, preferisco non caricarli sul sito.
Le (spero prossime a finire) settimane di quasi totale stop dalla scrittura mi hanno però portato a ragionare su quello che è stato lo strumento da me adottato sino ad oggi. Non nascondo di essere un adepto della scrittura a computer, e in particolare al soldo dei laptop. Pure qui le ragioni sono due: la prima è che dopo circa quindici anni passati davanti a uno schermo, sono riuscito ad entrare nel prestigioso “Club delle Cinquanta Parola al Minuto Senza Bisogno di Guardare la Tastiera” (CCPMSBGT), risultato impensabile se dovessi scrivere a mano; la seconda è che adoro il rumore generato dalla pressione dei tasti di un portatile (completamente diverso da quello della tastiera di un comunissimo PC).
Eppure sino a qualche anno fa (più o meno fino ai tempi del liceo) la scrittura a penna era quella che prediligevo. In particolare era la sensazione scaturita dal vedersi formare le parole tratteggio dopo tratteggio che mi affascinava. Tuttavia la scrittura a penna non rappresentava il metodo a me più congeniale. Quando scrivo, infatti, tendo a correggere in maniera convulsa. Non passo al paragrafo successivo finché non sono pienamente soddisfatto di quello precedente. Ne consegue che i miei fogli alla lunga diventano illegibili. Certo, attraverso la scrittura a penna sei più invogliato a stare attento a quanto riporti sul foglio (e forse questa è una ragione per cui nel passato la qualità di certe opere era decisamente più elevata di molti falsi capolavori di oggi), ma vista la complessità e la continua metamorfosi del lavoro che sta dietro al mio libro, lo strumento migliore si è ben presto rivelato il computer.
Ah, i vecchi strumenti di una volta! Quanta nostalgia… (ma anche no)
Oltre ad un discorso di rapidità nello scrivere, di facilità nella correzione dei refusi o di possibilità di recuperare materiale di supporto da fonti esterne, ciò che adoro dello scrivere a computer è proprio il rumore che lo circonda. Può sembrare strano, è in parte lo è, ma il sottofondo “musicale” perfetto quando scrivo è il rumore dei tasti. Ma non tasti qualsiasi, bensì quelli dei laptop. Perché, vi domanderete voi (magari pensando, non a torto, che sia un fulminato)? Perché, a differenza delle tastiere comuni, quelle dei laptop presentano tasti dalla forma più sottile, e come tali generano un suono più soffuso, abbastanza forte da far sentire il loro timbro distintivo, ma allo stesso tempo non abbastanza marcato da disturbare i pensieri di chi scrive.
D’accordo, non sono normale. Ma quanti di noi, in fondo, non seguono un rituale durante l’atto della scrittura? Chi ascoltando musica classica, chi al buio, chi con il proprio gatto acciambellato sulle ginocchia e così via. Il mio rito consiste nell’utilizzo di particolari strumenti con particolari caratteristiche: il laptop di cui sopra. Certo, in più di un’occasione mi sono ritrovato a usare altri arnesi del mestiere, quali matite, penne (a inchiostro liquido come d’oca) e in un’occasione addirittura una macchina da scrivere, ma nulla equivale, almeno per me, al soffice tocco della tastiera di un laptop con il suo ampio (si fa per dire) schermo dove poter creare contemporaneamente più versioni del medesimo passaggio, con la possibilità di poterle confrontare in tempo reale in perfetto ordine.
Devo dire, tuttavia, di aver provato in un’occasione un senso di “coscienza creativa” ancor più intenso di quella che nasce dalla scrittura a computer. È stato quando, appunto, ho usato una macchina da scrivere. Non si dia per scontato l’atto dello scrivere a macchina. Innanzitutto il suono: potente, secco, scandito. È come se ad ogni lettera la macchina ti stesse dicendo “Ehi, amico, stai davvero scrivendo! Lo senti? Questo è il suono primordiale delle tue parole. Forza, aggredisci la pagina!”. E poi l’odore… L’odore di una macchina da scrivere, in particolare se si tratta di un vecchio modello come quello da me usato (un’Olivetti Studio 40, se non ricordo male), è inconfondibile: un misto di olio e inchiostro che ti arriva alle narici come uno schiaffo. È talmente particolare come odore che dopo un po’ intuisci quando l’inchiostro sta per finire semplicemente dal suo affievolirsi.
Un vecchio modello di macchina da scrivere? No, un modernissimo computer in stile Steampunk. Notare prego il congegno per il codice morse sulla destra. Geniale…
Tutto questo discorso per dire cosa? Sinceramente non lo so nemmeno io. Forse soltanto che a volte sarebbe bene soffermarsi a pensare anche a mezzo che usiamo per scrivere, e non soltanto al “come” e al “cosa” scriviamo. Che si tratti di una penna a sfera o di una Mont Blanc, di una vecchia macchina da scrivere cigolante o di un modernissimo Barebone, lo strumento da noi usato merita sempre rispetto, perché sarà a anche grazie ad esso e al rapporto venutosi a creare con lo scrittore che l’atto artistico potrà aver luogo.
O forse sono io che sto perdendo quel poco di lucidità che ancora mi rimane…




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