Recensione: Arthur e lo stregone ner

TITOLO: Arthur e lo stregone nero

AUTORE: Claudio Tassitano

GENERE: Fantasy

ANNO: 2008

CASA EDITRICE: Fanucci

PREZZO: 15€

PAGINE: 374

ETA’ CONSIGLIATA: 10-14 anni

Alcuni mesi fa promisi a Claudio di dare un mio parere sul suo romanzo d’esordio. Seppur con largo ritardo sui tempi previsti, eccomi qua. Come sempre, vale la regola secondo cui su questo sito romanzi, fumetti, anime e film recensiti non ricevono alcuna votazione numerica o simbolica, poiché le considero fuorvianti. Detto questo, partiamo.

PRIME CONSIDERAZIONI

Subito una precisazione d’obbligo: Arthur e lo stregone nero è un romanzo per bambini; e non si commetta l’errore di vedere in questa mia prima affermazione un giudizio di qualità. Nel leggerlo ho quindi cercato di rievocare il ragazzino di dieci/dodici anni lasciato alle spalle da parecchio tempo. Infatti, quando ci si trova di fronte a un’opera non rivolta alla categoria di cui si fa parte, sarebbe un errore, a mio avviso, giudicare quel lavoro esclusivamente con i propri criteri. Bisogna invece riuscire a comprendere qual è il lettore ideale che l’autore aveva in mente durante l’atto creativo e ad esso immedesimarsi, altrimenti s’incorrerebbe nello stesso sbaglio di chi, da appassionato di thriller, si legge un romanzo rosa e lo critica per l’assenza di un serial killer nella trama.

(per dovere di cronaca, Tassitano, in varie interviste rintracciabili senza troppa difficoltà sulla rete sostiene che il suo romanzo possa presentare chiavi di lettura rivolte anche a lettori adulti, ma reputo tale frase dettata soprattutto dalle ormai note regole di mercato più che da una reale convinzione… e se così non fosse, ci sarebbe da preoccuparsi)

Comunque, quando circa tre mesi fa acquistai Arthur e lo stregone nero e cominciai a leggerlo, lasciai in disparte tutto il mio attuale amore per i mondi assurdi alla Mieville o la complessità delle trame alla Jordan. E la prima impressione fu moderatamente positiva. In una discussione su Fantasy Magazine (QUESTA) definii il romanzo di Tassitano “umile” (riferendomi alle iniziali cinquanta pagine circa lette sino a quel momento). Nonostante infatti alcuni difetti che già allora segnalai e sui quali ritornerò, Arthur e lo stregone nero era ed è un romanzo che non finge di essere qualcosa di diverso da quello che è. Già dalla copertina s’intuisce il tipo di destinatario del libro, concetto ribadito dalla scritta “romanzo per ragazzi” sul retro, per quanto “ragazzi” sia un termine usato spesso in maniera troppo generica (sono lontani i tempi in cui sui libri veniva indicata l’età di riferimento). Nulla di male, quindi, se la trama non brilla per complessità. In fondo libri di questo tipo hanno (avrebbero?) lo scopo d’introdurre il giovane lettore nel mondo della narrativa fantastica, di fare da primo gradino per invogliarlo a continuare con questo genere, augurandosi sempre che ad ogni passo coincida un maturamento nei temi e nello stile (detto sinceramente, i quarantenni che giudicano i romanzi di Troisi & Company delle perle di letteratura mi fanno dubitare alquanto del loro giudizio critico, ma tant’è). (ATTENZIONE: PER EVITARE STUPIDE POLEMICHE, SOTTOLINEO CHE CON L’ULTIMA FRASE NON MI RIFERISCO A QUELLI A CUI SEMPLICEMENTE NIHAL, LIANNEN E COMPAGNIA BELLA PIACCIONO, MA SOLO A CHI CONSIDERA TALI LIBRI DEI CAPOLAVORI)

Ma attenzione a non confondere “semplicità” con “banalità”. I romanzi per bambini di Roald Dahl sono dei veri e propri omaggi alla semplicità, opere le cui basi sono riassumibili in due o tre righe al massimo, eppure buona parte di essi non sono per nulla banali. La domanda da porsi è quindi questa: sarà riuscito Tassitano a tessere una trama semplice, così da rapire il suo potenziale pubblico senza spaventarlo, e di rifuggire dai tanti, troppi luoghi comuni che purtroppo attanagliano la narrativa fantastica (italiana e non) degli ultimi anni?

CITAZIONISMO E STEREOTIPI

La trama di Arthur e lo stregone nero racconta di quattro ragazzini desiderosi di entrare nella prestigiosa Accademia della città di La Cienega, così da poter diventare soldati dell’Armata Repubblicana (no, Christopher, nessuno sta cercando di scopiazzare da Guerre Stellari; quello è ancora affar tuo; torna pure a dormire). I nomi di costoro sono Arthur (non l’avreste mai detto, eh?), Hugo (gemello del primo), Roddy e Sarah. Tuttavia, durante un pomeriggio di giochi i quattro s’imbattono in uno stregone oscuro, tale Suleymane (che nella mia testa ha le fattezze di un disk jockey brianzolo che mentre mixa i dischi urla “Su lei man! Su lei man!”), il quale riesce a soggiogare la mente di Hugo. Perse le tracce del fratello, Arthur parte per La Cienega con i suoi amici, ma proprio all’Accademia rincontrerà Hugo e Suleymane. Seguono peripezie volte a svelare il solito piano per “konqvizta di monto” o quasi, grazie anche all’aiuto del mago buono Wendell.

D’accordo, non sono proprio tre frasi, ma di certo non siamo di fronte a chissà quale complessità di trama. E poi, ripeto, tale semplicità non è necessariamente un problema. Quelli (purtroppo) sono altrove.

Partiamo dalla questione “citazioni”. Quando si scrive un romanzo, soprattutto se si è un esordiente, è naturale voler rendere noti ai propri lettori quali sono stati gli scrittori dalla maggiore influenza. È però questo un territorio pericoloso. Se la citazione è infatti troppo marcata rischia di tramutarsi in plagio (Christopher, smettila di disturbare il signor Lucas!). Tuttavia, per parlare di plagio occorre che la citazione sia pressoché univoca e soprattutto che sia di ampie dimensioni.

Non è questo il caso di Arthur e lo stregone nero, anche se le citazioni non mancano, a partire dal primo capitolo che, in maniera analoga al romanzo d’esordio di Chiara Strazzulla, Gli eroi del crepuscolo, è pressoché interamente dedicato a Tolkien. Tolto il fatto che questo dover a tutti i costi manifestare il proprio amore verso uno dei fondatori del Fantasy moderno comincia a diventare così scontato da apparire inutile, il problema qui è come la citazione viene gestita. Sul forum di FM, all’interno della discussione sopra indicata, la definii una citazione a prova d’idiota, e continuo a pensarlo. È infatti così palese e marcata da apparire anche un po’ irritante. È un po’ come quando si va a vedere un film giallo con gli amici e capisci l’identità dell’assassino dopo i primi cinque minuti. Tu vorresti alzarti ed uscire dalla sala, ma la compagnia degli altri te lo impedisce e rimani seduto a sorbirti la trama.

Ora, un passaggio tanto marcato, visto il pubblico di riferimento, potrebbe anche starci, sebbene io la reputi sin troppo esplicita persino per un dodicenne. Altre citazioni vengono poi da ambiti più ludici, come la moneta di Empyrea, il Gil, ben nota ai giocatori di Final Fantasy. Ma cosa succede quando le citazioni si fanno più ardue nella loro lettura? Eh, già, perché alcune citazioni di Tassitano sono così sottili da passare quasi inosservate. L’apice l’ho trovato a pagina 296, nel seguente passaggio:

Il posto d’onore era riservato a un bassorilievo dall’aria molto antica. Raffigurava una ragazza con indosso una tunica, che nell’atto di camminare poggiava le dita del piede in un modo particolare.

Sfido qualsiasi ragazzino a capire da quale opera è stata tratta tale descrizione. Ma non solo: sfido anche un adulto di media cultura a capirlo! Per la cronaca questo passaggio trae ispirazione dalla novella di Wilhelm Jensen Gradiva (o eventualmente da Freud, il quale tratta di tale opera in più di un suo lavoro, tra cui Il delirio e i sogni nella Gradiva di Wilhelm Jensen, L’interpretazione dei sogni e anche Il motto di spirito, se la memoria non m’inganna).
A questo punto mi sovviene una domanda: qual è il senso d’introdurre all’interno di un romanzo rivolto a un pubblico di giovanissimi citazioni che passeranno del tutto inosservate? Due le opzioni:

OPZIONE CATTIVA: Tassitano sperava di far passare per farina del suo sacco idee in verità non sue. Personalmente ritengo questa opzione a dir poco assurda. Sebbene non conosca personalmente Claudio, dalle e-mail scambiate e da quanto letto sul suo blog o in giro per FM mi è parso una persona abbastanza intelligente da evitare simili cadute. Senza contare due particolari non indifferenti: alla Fanucci non sono dei cretini (anche se alle volte sembrerebbe, vedasi il capitoletto “Ucci ucci sento odor di Fanucci”) e non lascerebbero nel romanzo di un loro esordiente dei passaggi plagiati, a meno di considerarli delle citazioni; e soprattutto lo stesso Tassitano cita Jensen e Freud nella discussione su FM di cui sopra.

OPZIONE BUONA: Tassitano ha semplicemente voluto inserire sotto forma di citazione tutte o quasi le opere che maggiormente lo hanno influenzato, sia a livello letterario che culturale, senza però tenere a mente il fatto che tali passaggi sarebbero stati colti soltanto da lui medesimo (fatta eccezione per i lettori più navigati, i quali però non rientrano nel campo di riferimento del volume e come tali non valgono). Insomma, avrebbe creato un romanzo per bambini, senza però pensare ai bambini (almeno in riferimento a questo aspetto dell’opera).

A prescindere dalla risposta, resta il fatto che tali citazioni, per via della loro abbondanza e dal loro scarso legame con la trama (è l’esempio fatto sopra è lampante da questo punto di vista, visto che si tratta di tre righe che potevano benissimo essere omesse), rallentano e non di poco il ritmo. Per essere schietto: a me delle letture di un autore qualsiasi interessa relativamente poco; a me interessa leggere la storia. Quindi, o si creano citazione sapientemente fuse con la trama (vedi quella inerente i Gil) oppure è meglio lasciarle perdere, in quanto i loro effetti sarebbero più deleteri che altro.

Fortuna vuole che un romanzo non può basarsi interamente sulle citazioni, a meno di voler essere un plagio (Christopher, abbassa il volume dello stereo oppure vengo lì e ti do quattro manrovesci!). Ma un altro pericolo è sempre in agguato: lo stereotipo. Non c’è nulla di peggio per un lettore che leggere qualcosa che sa di già sentito. Non mi riferisco solo alla trama, quanto alla struttura in generale, a partire dai personaggi.
Nel riassunto di cui sopra sono stati introdotti quelli che sono i personaggi principali. Vediamoli brevemente.

ARTHUR
Si tratta del protagonista assoluto, il classico ragazzo di bell’aspetto un po’ sciocco (specialmente con le ragazze), ma che fa da traino all’intero gruppo. Come da tradizione le sue origini sono solo all’apparenza umili. Altro? Purtroppo no. La caratterizzazione del personaggio si limita a queste poche righe, anche perché di crescita psicologica o ambiguità non se ne parla proprio. Arthur agisce nel segno del bene perché sì.

SARAH
Avete in mente la Hermione della Rowling? Ecco, toglietele solo l’aria da spocchiosa prima della classe e avrete Sarah. Anche qui, come da tradizione, la bella ragazzina è cotta dell’altrettanto bel protagonista, cosa che anche il lettore più cerebroleso è in grado di capire dopo le prime venti righe, ma non aspettatevi limonate prima delle ultime venti pagine. Perché? Perché sì!

RODDY
A Roddy ho deciso di dedicare un capitolo a parte. Per il momento vi basti sapere che è il classico ragazzo obeso, tonto e fifone. Crescita psicologica del personaggio? Naaaaa…

HUGO
Prendete Arthur e invertitene i valori (bellezza a parte, ma dopotutto sono gemelli). Se il primo è buono perché sì, il secondo è (diventa?) cattivo perché sì (in verità nelle ultime pagine viene dato un minimo di spiegazione al riguardo, ma è talmente ingenua di risultare ridicola, una sorta di equivalente di “se da piccolo hai rubato un Euro al papà, da grande sei destinato a diventare un terrorista”).

SULEYMANE
Mago cattivo perché sì.

WENDELL
Mago buono perché sì.

E i personaggi di contorno? Almeno quelli saranno un briciolo originali, vero? Dunque, durante le loro peregrinazioni i nostri baldi eroi incontreranno: una vecchietta sorda che capisce sempre Roma per toma, un sindaco a cui piace parlare in maniera a dir poco sgrammaticata e la cui unica preoccupazione è non far innervosire le alte sfere, generali dell’esercito il cui unico obbiettivo è il potere, un padrone di locanda dai modi burberi ma gentili, un professore dall’aria impacciata, ma che nasconde un oscuro passato… Insomma, nulla di nuovo. A peggiorare la situazione c’è il fatto che nessuno di questi personaggi mostra un minimo di spessore. Volendo usare un’espressione non mia: sono profondi come una pozzanghera.

Ormai ho capito: se vuoi essere pubblicato in Italia NON devi essere originale. Ecco quindi una foto del protagonista del mio prossimo romanzo.

Ormai ho capito: se vuoi essere pubblicato in Italia NON devi essere originale. Ecco quindi una foto del protagonista del mio prossimo romanzo.

DEUS EX RODDY

Dunque, facciamo il punto della situazione…

Abbiamo detto che uno scrittore (esordiente o meno) dovrebbe evitare citazioni troppo esplicite, sia per il rischio plagio (qui scongiurato) sia per il rischio di rallentare la narrazione (non scongiurato), così come abbiamo detto che sarebbero da evitare pure gli stereotipi, specialmente a livello di personaggi, essendo loro il motore della storia (e pure qua il suddetto libro casca e si fa male). Ma esiste una terza bestia nera che ogni scrittore dovrebbe evitare, forse la peggiore: il deus ex machina.

Bene, leggendo Arthur e lo stregone nero mi è capitato qualcosa che, lo ammetto, non mi era mai capitato prima. Per la prima volta nella mia vita mi sono trovato a sfogliare un romanzo dove a dettare i deus ex machina non è il narratore (non in maniera diretta, almeno), bensì un personaggio.

Diciamoci la verità: quante volte ci siamo incazzati per le botte di culo risolutrici dei romanzi? Quante volte abbiamo letto di compagnie di avventurieri circondate da mille miliardi di nemici e che vengono aiutate dal provvidenziale arrivo dei rinforzi al momento più opportuno (arrivo, ovviamente, privo di spiegazione)? Bene, Tassitano ha trovato la soluzione!

(Okamis lancia i dadi e aumenta il suo livello di sarcasmo di +4)

Invece di creare botte di culo per così dire “divine” (nel senso di dettate in maniera spudorata dal narratore) ha creato un personaggio che è un deus ex machina vivente: Roddy! Il nostro bel barilotto infatti a un certo punto della trama cadrà (così come i suoi amici) in una misteriosa sostanza, ottenendo il potere “Bottadiculo”. Roddy si trova su di un tetto e le tegole cedono facendolo cadere? Nessun problema, perché tanto subito sotto c’è una trave delle sue esatte dimensioni! Roddy non sa le risposte al test di ammissione all’Accademia? Nessun problema, basta che le tiri a caso e le azzecca tutte! I nostri eroi perdono tutti i soldi al casinò? Nessun problema, tanto Roddy sbanca la cassa in una versione fantasy del black jack. I nostri eroi si trovano in un vicolo cieco con i nemici alle calcagna? Nessun problema, perché grazie alla presenza di Roddy dietro a dei cespugli (da lui tolti) spunta fuori un cunicolo!

Ma tutto ciò è geniale! È la soluzione alla mancanza d’ingegno di qualsiasi scrittore! È il Valalla delle vie di fuga! È…

Ok, torniamo seri e diciamo le cose come stanno: Roddy è il personaggio più irritante che mi sia mai capitato di trovare in un libro! Che senso ha creare un personaggio che vince sempre? È come giocare a un videogame con attivato il God Mode, è come vincere un appalto grazie alle proprie “amicizie”, è come diventare dirigente di Mondadori solo perché di cognome si fa Berlusconi, è… CAZZO, È IMBROGLIARE!

Il problema qua non è tanto l’aver creato un personaggio vincente “sempre e comunque”, quanto l’assenza di una vera spiegazione. Compito di uno scrittore, in questi casi, è infatti quello di motivare il perché di tali eventi. Invece Tassitano non motiva nulla, ma si limita a giustificare le capacità acquisite dai suoi personaggi. Perché infatti Roddy acquisisce il potere Bottadiculo e non quello di diventare invisibile? Perché se tutti e tre i protagonisti cadono nella stessa sostanza, ognuno sviluppa un potere diverso? Per una questione di genetica? Potrebbe, ma tale supposizione la faccio io lettore, mentre il narratore fa lo gnorri e non mi dice nulla al riguardo. La scena della “sostanza misteriosa” rientra quindi nel campo delle giustificazione e non delle motivazioni. Ergo, ci troviamo di fronte ad una sorta di gigantesco deus ex machina che detta le azioni dell’intero romanzo.

Insomma, leggendo i passaggi in cui compariva Roddy mi sono sentito profondamente preso per il culo dall’autore. Non che gli altri due protagonisti non riescano ad utilizzare i loro poteri sempre nei momenti più opportuni (solo Sarah sembrerebbe essere in grado di dominare le sue nuove capacità), ma nel caso di Roddy la questione si fa decisamente più marcata, tanto che si ha l’impressione che tale personaggio sia stato creato soltanto per togliere sempre d’impiccio Arthur e Sarah dalle situazioni più difficili. E qualcosa mi dice che di tale “problemuccio” se ne sia reso conto pure l’autore, visto che nel finale di romanzo Roddy non è in scena.

Il deus ex machina ai tempi del teatro antico.

Il deus ex machina ai tempi del teatro antico.

PANCIA MIA FATTI CAPANNA

Come soleva ripetere un mio professore di Letteratura Italiana Contemporanea, i personaggi dei romanzi sono gente strana: non vanno quasi mai in bagno, mangiano pochissimo, non sanno praticamente cosa voglia dire dormire, ma soprattutto nascono in pochi e muoiono in tanti. Tutto ciò ha una ragione logica: leggere un libro dove ogni dieci pagine i personaggi “danno sfogo ai propri bisogni corporali”, si fanno uno spuntino o una pennichella pomeridiana sarebbe quanto di più noioso la razza umana potrebbe concepire. Tuttavia è anche vero che scrivere un libro dove i personaggi non mangiano e non bevono mai farebbe cadere la sospensione d’incredulità. Come ovviare a tale problema? Semplice: con dei semplici passaggi di scena. Per fare un esempio, se in un romanzo è descritta una serie di azioni avvenute al mattino e la scena successiva è ambientata nel pomeriggio, viene logico supporre che in quel lasso di tempo il personaggio si sia ristorato e sia andato al bagno. Ciò, ovviamente, non significa che siano da evitare scene di pranzi e cene; solo che è bene sfruttarle con la dovuta perizia e a patto che abbiano uno scopo non solo decorativo, ma anche narrativo (un ottimo esempio è la scena dell’arrivo dei nani all’inizio de Lo hobbit di J. R. R. Tolkien).

Peccato solo che questo stratagemma non venga quasi mai adottato nel romanzo di Tassitano. Non solo sappiamo sempre quando i personaggi vanno a letto, ma soprattutto quasi ogni volta che devono mangiare parte un lungo elenco delle prelibatezze servite. Infatti, nonostante i protagonisti siano di umili origini, ogni volta che si siedono a tavola divorano quantità (e qualità) di cibo da far invidia a un principe. Per colazione si rimpinzano di «schiacciatine, una delizia a base di sfoglia, burro fresco e miele di Melantha», strudel, biscotti, torte al limone, cioccolate calde e latte; per pranzo o cena si passa poi a pollo arrosto, patate fritte al rosmarino, panini imbottiti, ravanelli, acciughe, gelatina di fave, idromele…

La cosa assurda è che per tutto il romanzo non viene spiegato come sia possibile una tale ricchezza di cibarie. Prendiamo la famiglia di Arthur: la madre non si sa che faccia in casa durante il giorno tranne cucinare e fare le pulizie, il padre sarebbe in effetti un agricoltore (o almeno così fa credere), ma per tutto il romanzo non è mai una volta nei campi, impegnato invece a difendere di nascosto la quiete del villaggio, e lo stesso Arthur o va a scuola (l’analfabetismo non esiste a Empyrea) o a giocare con gli amici. Arrivati a questo punto ci si chiede: ma come diamine fanno a permettersi tutto sto bendiddio? Forse che a Empyrea il cibo piove dal cielo? Come sempre in questi casi, la risposta latita.

STILE E RITMO

Sebbene Arthur e lo stregone nero sia un romanzo di semplice lettura e leggero nei contenuti, mi viene difficile definire lo stile di Tassitano come buono. Alcuni problemi sono già stati evidenziati, a partire dalle continue interruzioni alla trama causate da descrizioni culinarie o citazioni troppo invasive. In verità, però, è l’intero ritmo dato al volume a risultare disomogeneo.

Nello specifico, dopo una prima parte di circa un centinaio di pagine caratterizzata dalla pressoché totale assenza di punti morti (abbuffate e prologo a parte), seguono infatti la bellezza di quasi duecento pagine di quasi assoluto nulla. Fatta infatti eccezione per le scene dell’incontro con Cicada (personaggio che comunque, all’interno della trama, ha l’utilità di un peperoncino nel deserto), dell’ammissione all’accademia e del viaggio a Yedet, durante tutte queste pagine il romanzo non fa altro che girare attorno a se stesso, continuando a ripetere i soliti concetti (riassumibili in “quanta paura fa Suleymane” e “quanto stronzo è diventato Hugo”). Numerosi sono infatti i capitoli privi di qualsiasi utilità (primo fra tutti quello ambientato nella casa stregata, il quale, tra l’altro, si risolve con il più becero dei deus ex machina) o dalle descrizioni sempre uguali a se stesse.

Poi, a cinquanta pagine dalla fine, l’autore sembra essersi ricordato di avere una storia da portare avanti ed ecco che succede di tutto di più: fughe “rocambolesche” (dove grazie alla presenza di Roddy il livello di tensione è sotto zero), rivelazioni alla “Luke, sono tuo padre” oltre a uno dei finali più stiracchiati che mi sia mai capitato di leggere (una sorta di riassunto del riassunto del riassunto di un riassunto).

Viene da chiedersi di fronte a una simile struttura narrativa se l’autore si sia mai creato una scaletta degli eventi vista la totale disarmonia tra le sezioni. Abbiamo infatti un’introduzione decisamente ispirata (almeno nel ritmo), una parte centrale dalla lentezza snervante e un finale raffazzonato, quasi che sia stato scritto in fretta e furia.

A conferma di questo dubbio ci sono alcune incongruenze nella trama. Ad esempio, a pagina 75 Dorothea, madre di Arthur e Hugo, accenna a un sogno fatto dal primo dei due figli. Peccato che proprio Arthur non ne abbia mai parlato alla madre! Per non parlare del fatto che l’Accademia sembra essere priva di militari adulti al suo interno, tanto che i protagonisti si aggirano di giorno e notte tra le sue mura senza che nessuno li becchi mai (solo in paio di occasioni sono costretti a nascondersi, e ovviamente in entrambi i casi le guardie si mettono a parlare a voce alta rivelando ai protagonisti tutte le informazioni di cui questi hanno bisogno).
E potevamo forse farci mancare qualche bella incoerenza dal punto di vista delle relazioni fra personaggi? Certo che no. Ecco allora a pagina 267 un luogotenente porre una domanda ai tre protagonisti:

«Bella, vero?» sentirono Zebulon chiedere alle loro spalle, con voce ironica.
Arthur fissò il volto marmoreo di Navarro e vide che anche questa volta lo scultore aveva catturato perfettamente l’essenza della persona: lo sguardo magnetico e il sorriso inquietante del generale erano lì, impressi nella pietra. Gli operai si avvicinarono e cominciarono a imbracare la statua con delle spesse funi, per trascinarla nella sua nuova sede. Arthur fece un cenno a Roddy e Sarah; senza rispondere alla domanda del luogotenente, si voltarono e ripresero il loro cammino.

Cosa? Si voltano e se ne vanno come se nulla fosse? Diamine, ma se davvero ci trovassimo in una società militarizzata come quella descritta da Tassitano, di fronte a un simile comportamento i tre sarebbero stati presi a frustate, come minimo. Invece qua non succede nulla! Cazzo, datemi un biglietto per Empyrea che ci vado subito!

Qualche giorno fa, giusto per vedere se le mie impressioni su Arthur e lo stregone nero fossero frutto o meno di allucinazioni del qui presente, ho fatto un giro su internet alla ricerca di altrui recensioni. Su di un blog ho letto una lode alla “coerenza” del romanzo di Tassitano. Coerenza? Ma dove sta la coerenza in simili passaggi “troisiani”? Io sinceramente non la trovo…

A peggiorare il tutto ci sono anche alcune scelte lessicali a dir poco infelici (tra cui espressioni gergali del tipo “come butta?”). Tra queste, le peggiori però risiedono nell’uso degli avverbi. Stephen King in On writing ripete più e più volte quanto sia pericoloso l’uso degli avverbi (riferendosi, nello specifico, a quelli terminanti per “–ly”, equivalenti ai nostri avverbi in “–mente”), in quanto la loro presenza rallenta il ritmo di lettura, oltre ad avere una musicalità non proprio eccelsa (il che è vero anche per l’italiano). Ovvio, con ciò lo scrittore americano non intende affermare che gli avverbi siano da bandire, ma solo di limitarne l’uso ai casi strettamente necessari.

Così non accade in Arthur e lo stregone nero. Non solo gli avverbi in “–mente” sono numerosissimi, ma spesso e volentieri usati anche al posto degli aggettivi. Un paio di esempi:

[…] rispose lei, enigmaticamente. […] (pag. 85)
[…] concluse Tyllander, sibillinamente. […] (pag. 134)

Esiste poi anche un altro grave errore dal punto di vista lessicale, ma su questo ci tornerò nel prossimo capitolo.

UNA NOTA CHE POTEVA ESSERE POSITIVA: L’AMBIENTAZIONE

Per una volta tanto un romanzo Fantasy non è ambientato nel classico mondo alieno popolato però dalle solite razze (elfi, nani, folletti ecc.). Infatti, dopo pochi capitoli, il lettore scoprirà che il mondo di Empyrea altri non è che la Terra di un lontano futuro, tornata a uno stato medievale in seguito a una non meglio precisata catastrofe. L’idea, intendiamoci, non è certo rivoluzionaria (ci aveva già pensato Terry Brooks, il quale è tutto tranne che uno scrittore dalla grande originalità), ma fa comunque piacere vedere uno scrittore italiano scostarsi un po’ dai suoi colleghi.

Ovvio che una simile ambientazione necessita di parecchie cure da parte dell’autore al fine di renderla quanto più viva possibile. Purtroppo anche in questo caso i risultati non sono proprio esaltanti. Tassitano, quando si tratta di creare un legame tra la nostra Terra e quella del suo futuro, si limita al classico giochetto del personaggio che vede un oggetto per noi comune (un automobile, un megafono ecc.) e ne rimane meravigliato. Peccato che a non rimanerne meravigliato è proprio il lettore. Certo, all’inizio questa idea può risultare divertente, ma già alla terza occasione in cui all’oggetto (per noi) più comune del mondo vengono dedicate dieci righe di descrizione la noia comincia a prendere il sopravvento.

E le descrizioni culturali, sociali, storiche, politiche? Ovvio: del tutto assenti. Non avrei mai creduto di poterlo dire, ma ho trovato una “fantastoria” più complessa nei romanzi della Troisi, il che è dire tutto.

Ecco invece lambientazione del mio prossimo romanzo. Non la trovate così elficamente elfica? ^_^

Ecco invece l'ambientazione del mio prossimo romanzo. Non la trovate così elficamente elfica? ^_^

Oltre all’aspetto tecnologico, ce n’è però un altro che merita attenzione, ed è quello linguistico. Sempre nel mondo immaginato da Tassitano, le attuali lingue sembrano essere scomparse, sostituite da un nuovo idioma. Nello specifico, l’Inglese non esiste più (sorvoliamo pure sul fatto che la lingua più parlata e conosciuta al mondo abbia fatto la fine dei dinosauri), tanto da venire indicato come “Lingua Antica”. A far intuire ciò, ci sono alcune scene, come quella in cui i protagonisti si trovano di fronte a un’automobile (una Hummer) e non sono in grado (tranne Sarah) di leggerne il nome. Peccato che alcuni capitoli più avanti i termini di matrice inglese fiocchino come funghi in Autunno nella lingua parlata su Empyrea. Ecco allora un’azienda chiamarsi “Tyllander Inc.” e un casinò “Azureland”, popolato da procaci “hostess” e dove gli imbonitori parlano francese (che il francese, parlato da meno di un decimo di persone rispetto l’inglese, sia sopravvissuto?).

Qualcuno, di fronte a simili errori, magari chiuderà un occhio, indicandole come semplici sviste. A mio avviso, invece, tali magagne (a cui se ne sommano altre, oltre a quelle da me indicate) sono così vistose da annullare di fatto qualsiasi sospensione d’incredulità. E come sempre, la domanda è: ma gli editor esistono oppure sono ormai assimilabili a figure mitiche come centauri e gnomi?

UCCI UCCI, SENTO ODOR DI FANUCCI

Dedico quest’ultimo capitolo all’editore del romanzo qui trattato.

Fanucci è senz’altro, assieme a Nord, il più importante editore italiano nel campo della narrativa fantastica e fantasy in particolare. All’interno del suo catalogo sono presenti nomi di primissimo livello del panorama internazionale come China Mieville, Robert Jordan, Philip K. Dick, Michael Moorckock, Richard Matheson, Marion Zimmer Bradley, Harry Turtledove, David Gemmel, Terry Goodkind, Neil Gaiman, Steve Erickson e moltissimi altri. Molti direttori editoriali si farebbero stuprare le figlie per avere anche solo un paio di questi autori tra le proprie fila.

Ma se il nome “Fanucci” è noto tra i lettori italiani, ciò non è dovuto esclusivamente al suo catalogo, quanto anche per una questione decisamente meno nobile: la scarsa cura riposta nell’oggetto-libro. Partiamo dalla considerazione che spesso e volentieri i volumi editi da Fanucci sono assemblati con materiali di scarsa qualità. L’esempio più recente e assurdo è senz’altro Il cuore dell’Inverno, ultimo romanzo di Robert Jordan tra quelli tradotti in Italia. Il libro in questione (venduto per la modica cifra di 25 – dico 25! – Euro) non solo è una versione priva di copertina rigida, ma soprattutto le pagine paiono essere state tagliate con una motosega e incollate fra loro con la Coccoina.

Uno degli addetti alla rilegatura dei libri di Fanucci.

Uno degli addetti alla rilegatura dei libri di Fanucci.

E magari fossero solo questi i problemi! Se ciò non bastasse, le pagine dei romanzi “made in Fanucci” presentano il più alto tasso di errori di battitura presente sul mercato: parole mancanti, lettere invertite, punteggiatura assente e chi più ne ha più ne metta. Aggiungiamo, come ciliegina sulla torta, che quando si parla di autori stranieri il più delle volte i traduttori cambiano tra un volume e l’altro, con tutte le annesse difficoltà per il lettore, e il gioco è fatto (e chi ha letto la trilogia del Bas Lag di China Mieville sa bene a cosa mi riferisco, e lo stesso vale anche per il già citato Jordan).

E con Arthur e lo stregone nero com’è andata? Ad essere sincero, almeno sotto questo punto di vista, la situazione è meno tragica del previsto, sebbene i problemi non manchino, anzi.

Partiamo dal “guscio esterno”. Il romanzo di Tassitano è protetto da una copertina rigida di buona qualità, rivestita a sua volta da una sovra-copertina plastificata decisamente resistente (certo, rimane sempre carta, mica acciaio). Unico difetto della copertina in cartone è l’assenza sul bordo del nome dell’autore e del titolo del romanzo. Quindi, qualora la sovra-copertina dovesse danneggiarsi, preparatevi a tenervi un libro senza titolo esterno. A questo piccolo difetto fa da contraltare la bellissima mappa presente sui fogli di guardia e disegnata dallo stesso autore, a cui non possono che andare i miei migliori complimenti (perché anche l’occhio vuole la sua parte), soprattutto considerando il costo del libro. Peccato solo per l’assenza di un indice (così come praticamente su tutti i libri di Fanucci). Ma dico io: ci vuole tanto a realizzare un indice? Forse che il costo di un foglio di carta in più farebbe fallire la casa editrice? Forse che per realizzarne uno serve un master in “indiciologia”? Mah…

Capitolo decisamente più doloroso quello dedicato agli errori di battitura. Se ancora ce ne fosse stato bisogno, Arthur e lo stregone nero è la dimostrazione che alla Fanucci come correttore di bozze hanno una scimmia urlatrice. Ecco allora formule come «alto quando dieci uomini» (pag. 27) o «ehm, io avrei di fame» (pag. 77), frasi che finiscono senza il punto alla fine (pag. 102, riga 20) e improvvisi usi del corsivo (con conseguente abbandono poche righe dopo) privi di logica (pag. 110), parole che vanno a capo senza rispettare le più basilari regole di sillabazione («scorda-rmelo», pag. 121) o senza il trattino (pag. 259), parole mancanti («se andò» al posto di “se ne andò”, pag. 133), punteggiatura sbarazzina e così via. Intendiamoci, non è certo colpa dell’autore se il volume dato alla stampa è infarcito di errori di battitura, ma ciò non toglie che la cosa dia parecchio fastidio. È poi altrettanto vero che errori simili li si può riscontrare in ogni libro, ma ciò che colpisce di Fanucci è la quantità spropositata di disattenzioni. In fondo non mi pare di chiedere chissà cosa: pago 15 Euro perché mi sia fornito un servizio e pretendo che tale servizio, almeno dal punto di vista formale, sia ineccepibile. È come quando si va al ristorante e si nota che il proprio bicchiere è scheggiato. Forse non è lecito far notare la cosa al cameriere e chiedere che ci venga portato un altro bicchiere? Peccato che tal tipo di richiesta non sia possibile anche con i libri.

Uno dei correttori di bozze di Fanucci.

Uno dei correttori di bozze di Fanucci.

CONCLUSIONI

Mi spiace dirlo, ma Arthur e lo stregone nero è una profonda delusione. Già dal punto di vista stilistico le pecche sono palesi, soprattutto quando l’autore vorrebbe contraddistinguere dal punto di vista verbale i suoi personaggi (in alcune scene sembrano più falsi di un mafioso a un processo). I contenuti, poi, sono un mezzo disastro: situazioni prevedibili, soggetti stereotipati oltre che creati ad hoc per muovere i fili della trama (leggasi “Roddy”), sovrabbondanza di scene inutili (e considerando che gli infodump non sono poi così numerosi, almeno rispetto a certa concorrenza, la cosa diventa ancora più tragica), finale inconcludente… Pur considerando il pubblico a cui è rivolto questo romanzo, anzi proprio considerando il pubblico a cui è rivolto questo romanzo, il mio giudizio non può che essere negativo. Il problema maggiore di questo libro è che, una volta concluso, non lascia nulla. Anche i romanzi della Troisi sono degli orrori (anche peggiori di quello di Tassitano secondo me), ma quanto meno la scrittrice romana ha il pregio di saper infondere alle sue opere il giusto ritmo. Ancora oggi, a distanza di tre anni dalla lettura della sua prima orribile trilogia, se mi metto a pensare alle minchiate di Nihal mi ribolle il sangue nelle vene, segno che comunque qualcosa quel romanzo ha lasciato. Già il giorno dopo che avevo letto Arthur e lo stregone nero… il nulla. E questo credo che sia il peggior difetto per un romanzo.

VN:F [1.8.4_1055]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)

Ultimi articoli su argomenti simili

3 commenti su “Recensione: Arthur e lo stregone ner”

  • mariateresa ha scritto:

    Cattivo Okamis, ora mi hai distrutto l’ultima speranza che avevo di leggere un fantasy italiano decente! Vergogna!^^
    Comunque ti ringrazio per l’avviso su fm. Il mio parere è mutato. Non sono una che crede facilmente alle opinioni altrui, ma sei stato sufficientemente critico per convincermi a non comprare il libro. E pensare che l’autore mi aveva fatto buona impressione, ci siamo pure scambiati mail! Spero di non sbagliare con le prossime letture.
    Vorrei soffermarmi su due punti da te evidenziati nella narrazione. Sono gli stereotipi e gli infodump. Sul deus ex machina non mi soffermo perchè hai già specificato che per essere valido un meccanismo simile deve avere una giustificazione plausibile, il che incontra tutto il mio favore.
    Io sono la prima a bocciare gli stereotipi, ma non credo che alla loro base vi sia un’immagine negativa. Sono modelli, radicati nella cultura di un popolo che narra storie da migliaia di anni. Ogni storia finisce con l’assomigliarsi, lo diceva anche Umberto Eco in Il nome della Rosa, quando Adso pensa riguardo ai libri e al loro molteplice eppure simile contenuto. Non c’è nulla di sbagliato nel ripoporre un eroe sul modello di Frodo ad esempio, o a presentare un mondo formato dalle razze tipiche del fantasy. Perchè l’originalità nasce dalle basi comuni, dalla ricombinazioni di elementi preesistenti. Come dice Lavoiser, nulla si crea nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Io temo che l’errore sia nella mancanza di trasformazione. Si prende il modello e lo si propone così com’è, senza approfondirne i vari aspetti, senza svilupparlo. Nella convinzione, forse, che il mondo scorre tutto nello stesso verso e ogni cosa è uniforme. C’è Nihal simbolo dell’adolescente sognatrice, c’è Lyannen simbolo del giovane emarginato, c’è Bryan(del Ghirardi, non so se hai presente)l’adolescente sessualmente disturbato. Anche i personaggi adulti cadono in questa rete. Il mago buono per partito preso, il mago cattivo per la gioia di esserlo(anche se non nego che, come motivazione secondaria, i veri cattivi godono nell’infliggere il male), il re assetato di potere, la regina bellissima stile donna angelo. Queste basi, tutta via, possono essere espresse nei loro vari aspetti. Lo stesso Frodo, eroe umile per eccellenza, era tanto semplice quanto complesso. Tanto desideroso di salvare il mondo quanto riluttante a dipartirsi dalla Contea e da ciò che amava. Il rimedio a tutto questo è la cultura. La cultura è essenziale, come tu hai detto, nell’ambientazione di un mondo. Perchè è un insieme di dettagli, e i dettagli forgiano i popoli e i personaggi. La cultura analizza il comportamento degli elfi, il modo di agire dell’umano sempliciotto, e offre più punti di vista.
    Riguardo gli infodump premetto che li odio a morte. Rallentano il ritmo e puzzano di falso, ed è la prima cosa che i manuali di scrittura bandiscono. Tuttavia ci sono volte in cui dare informazioni è utile ai fini della storia e perfettamente giustificabile. In Tolkien si trovano numerosi esempi di questo. Senza la parte introduttiva sugli Hobbit, nessuno avrebbe mai capito chi sono e ch ruolo hanno nel mondo. E quindi nessuno avrebbe mai capito da dove deriva l’umiltà di Frodo e il suo essere un eroe altamente improbabile. Avrebbe potuto mostrarlo, certo. Ma avrebbe distolto l’attenzione dal fulcro principale della vicenda, ovvero l’unico anello, e la cosa sarebbe stata deleteria. Credo che questo sia il modo giusto per infrangere certe regole.
    Scusa per il commento chilometrico, ma anche io sto curando il mio mondo fantasy da 4 anni e credo che la cosa fondamentale sia la cura dettagliata dell’ambientazione.

  • Okamis ha scritto:

    Riprendo i punti da te indicati, ma procedendo al contrario ;)

    1) INFODUMP
    Come scritto nella recensione, sotto questo punto di vista il romanzo di Tassitano si salva, visto che sono veramente pochi e comunque bravi. Paradossalmente, a mancare è proprio una una descrizione di Empyrea degna di questo nome. Si tratta di un’ambientazione colma di potenziale, ma dove la stragrande maggioranza degli elementi è lasciata nella nebbia. Un vero peccato.

    2) GLI STEREOTIPI
    L’esempio da te fatto va benissimo. Frodo, già ai tempi della sua “nascita” era un personaggio stereotipato nelle sue caratteristiche di base (eroe di umili origini destinato però a compiere la più epica delle imprese). Tuttavia, come hai sottolineato anche te, ci sono due fattori che lo elevano al rango di personaggio a tutto tondo: la prima è che è un personaggio che si mette continuamente in discussione; la seconda è che compie un percorso, tanto che il Frodo che incontriamo a pagina 1200 non è lo stesso Frodo di pagina 10. In Arthur e lo stregone nero così non succede. Nessun personaggio modifica di una H la sua struttura psicologica, come se tutte le avventure vissute non li avessero minimamente scalfiti.
    Su tale punto ho avuto anche un piacevole scambio di e-mail con lo stesso Tassitano, il quale mi ha chiesto se secondo me, visto che il suo è solo il primo capitolo di una serie, fosse davvero necessario creare dei personaggi che evolvono in maniera netta durante la storia. La mia risposta è sì, e per una serie di motivi. Innazitutto perché non si può rimandare a volumi successivi ciò di cui si ha bisogno ORA. La seconda è che una totale assenza di evoluzione dei personaggi è quanto mai inverosimile, soprattutto considerando alcuni traumi (scusa se rimango sul generico, ma non vorrei spoilerare troppo). Anche perché, non mi stancherò mai di ripeterlo, a muovere la trama deve sempre essere il conflitto (inteso in senso lato) e il conflitto genere sempre un’evoluzione (nel senso di mutamento) della trama, la quale a sua volta comporta un mutamento dei personaggi che hanno causato tale conflitto. Come vedi è un giro virtuoso dove tutto combacia alla perfezione. E questo non lo dico io, ma decine di scrittori come King o persino Brooks (che non sarà un genio della narrativa, ma almeno conosce bene la teoria).

  • mariateresa ha scritto:

    Concordo su tutto, soprattutto sull’ultimo punto. Un libro narra di cambiamenti, di viaggi di formazione. Una storia fa questo, è questo. Il racconto degli eventi che accadono in un determinato momento/periodo.

Lascia un commento

Si prega di rimanere in argomento. Per maggiori informazioni sulla politica d'Infiniti Sentieri, clicca QUI.

Se anche tu vuoi un avatar personalizzato, clicca QUI.

Cerca sul sito
Fanta-Classifica

DAL 22 AL 28 FEBBRAIO 2010

1. Il ladro di fulmini
Rick Riordan (=)

2. L'apprendista del mago
Trudi Canavan (+5)

3. Il sangue e il traditore
Jacqueline Carey (+2)

4. Il gioco dell'angelo
Carlos Ruiz Zafón (-1)

5. Figlia del sangue
Licia Troisi (-3)

6. L'ospite
Stephenie Meyer (-2)

7. Fahrenheit 451
Ray Bradbury (-1)

8. Notte di piaceri
Sherrilyn Kenyon (N.E.)

9. L'esercito dei demoni
Terry Brooks (N.E.)

10. Il destino di Adhara
Licia Troisi (N.E.)

Cosa scrivo?

Maggiori informazioni disponibili nella pagina Romanzi e racconti


ROMANZO IN CORSO D'OPERA


ROMANZO COMPLETO!


ANTOLOGIA DI RACCONTI LUNGHI


ANTOLOGIA DI RACCONTI BREVI


BEH, IL TITOLO DICE TUTTO ^_^

Ultimi aggiornamenti

03/10/2009: Restyling grafico del sito e aggiunta delle sezioni "Concorsi" e "Progetto Apnea".


31/08/2009: Creazione della sezione "Cine Sentieri".


04/08/2009: Correzione di alcuni passaggi nel racconto "La domanda".


26/07/2009: Inserito l'e-book "Marionette e marionettisti" nella sezione "Romanzi e racconti".


23/07/2009: Aggiornata la lista delle case editrici che pubblicano narrativa fantastica.


17/07/2009: Inserita la traduzione della "Evil Overlord list" in formato PDF nella sezione "Guide alla scrittura".


08/07/2009: Correzione di alcuni passaggi nel racconto "Identità".


16/05/2009: Inserito l'e-book "Giochi di guerra" nella sezione "Romanzi e racconti".


03/05/2009: Inserito l'e-book "Le nozze d'Inverno" nella sezione "Romanzi e racconti".


01/05/2009: Correzione di alcuni passaggi nel racconto "Lezioni di anatomia".

Licenza

Gli articoli, le guide, i racconti e i romanzi pubblicati su questo sito sono protetti da licenza Creative Commons del tipo “Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate” 2.5. Come tale, chiunque è libero di riprodurre, distribuire, comunicare o esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare tali testi, sia in maniera integrale che parziale, a patto però d’indicare ad ogni occasione l’autore e il sito d'origine. È invece assolutamente vietato sfruttare tali testi per fini commerciali, modificarli o spacciarli per propri. Unica eccezione è rappresentata dal testo "Breve guida all'uniformazione grafica di romanzi e racconti", al cui interno sono esposte le diverse condizioni di distribuzione.

Titoli di coda

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e come tale non può essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001. Le immagini presenti sulle sue pagine sono state reperite su Internet e giudicate di pubblico dominio. Qualora qualcuno potesse vantare dei diritti su di esse, è pregato di contattarmi al seguente indirizzo di posta elettronica:

infinitisentieri@hotmail.it

Quanti siamo?