E tu di che genere sei?
Approfitto della rinascita di Infiniti Sentieri per riproporre, in versione “riveduta e corretta”, come si suol dire in questi casi, un mio vecchio discorso sui generi della narrativa fantastica. Le ragioni per cui ho deciso di cominciare da questo argomento, di certo complesso, rispetto ad altri più leggeri, sono varie. La principale è probabilmente che, per quello che è il mio metodo di scrittura, la conoscenza e lo sfruttamento del concetto di genere letterario risulta quanto mai fondamentale.
Si tenga presente che questo mio intervento è tutto fuorchè esaustivo. La teoria dei generi è infatti argomento alquanto ampio e complesso, dibattuto in decine di volumi d’illustri critici e teorici della letteratura ben più esperti del sottoscritto. Ad esempio, per quanto mi dispiaccia, sarò costretto a sorvolare sul metodo ideato da Vittorio Spinazzola, docente presso la facoltà di Lettere Moderne dell’Università Statale di Milano di cui ho avuto la fortuna di seguire alcune lezioni, il quale suddivide la letteratura contemporanea non a seconda del tema o dello stile, bensì dell’intenzione dell’autore, giungendo così alla suddivisione in letteratura avanguardistico-sperimentale, istituzionale, d’intrattenimento e marginale.
Per le ragioni sin qui indicate, gran parte di quanto affermerò in queste mie righe non sarà frutto di congetture personali, bensì degli anni di studio presso la facoltà di Lettere Moderne di Milano. Non che il fatto che io frequenti tale facoltà sia sinonimo di “verità assoluta”, ma mi permetterà quanto meno di fornirvi le fonti da cui ho ricavato tutte le mie informazioni. Ogni qual volta vorrò invece esprimere una mia opinione, lo specificherò.
Aggiungo infine che tale trattazione farà riferimento soprattutto (ma non esclusivamente) al periodo moderno e all’area europea e americana, così da evitare discorsi di ambito diacronico e diatopico.
E ora cominciamo.
Una prima definizione di genere
La definizione “generale” di genere (scusate il gioco di parole) è: “Ciascuna delle forme di espressione, o categorie di opere, definite da un insieme determinato di caratteri di forma o di contenuto.” (fonte: dizionario Zanichelli). La parte che più m’interessa è la seconda, dove si parla sia di forma che di contenuto.
La suddivisione per forma (oggi si direbbe “per stile”) è stato con il tempo abbandonata, almeno nella sua forma originaria. Essa suddivideva le opere a seconda dell’elevatezza dello stile adottato dall’autore, distinguendo in stile basso, mediano e alto (seppur con lievi divergenze terminologiche a seconda del periodo), ognuno dedicato a un genere preciso (rispettivamente: commedia, dramma pastorale e tragedia, suddivisione, anche questa, che ha subito numerosi mutamenti con lo scorrere dei secoli). Tale distinzione oggi non sarebbe più applicabile, in quanto ai giorni nostri la ricerca da parte degli autori di uno stile proprio capace di distinguersi in maniera più o meno netta da quello altrui, a prescindere dal tema trattato, comporterebbe un’ardua catalogazione. Per fare un esempio molto banale, potremmo dire che Perdido Street Station di China Mieville e I dannati di Malva di Licia Troisi appartengono a generi diversi solo per via dello stile adottato? Io non credo.
Oggi tuttavia si tende, a mio avviso giustamente, a distinguere le opere a seconda del modo in cui un determinato argomento viene proposto al lettore, il che è molto utile quando occorre distinguere tra loro i vari sottogeneri. Ma di questo parlerò più approfonditamente nella seconda parte.
Molto più interessante è invece per ora la suddivione per contenuto. Essa prevede la catalogazione delle opere a seconda dell’argomento trattato. Penso sia superfluo e incontrovertibile dire che due libri che trattano l’uno della battaglia di Waterloo e l’altro delle avventure erotiche di un folletto non potranno mai appartenere al medesimo genere. A differenza della suddivisione per forma, quella per contenuto è particolarmente utile quando si parla di macrogeneri letterari.
Ma che cosa sono i macrogeneri e i microgeneri? Lo vediamo subito.
Macrogeneri e microgeneri
Spesso chi difende la suddivisione per generi viene accusato di eccessiva pedanteria, quasi che egli non voglia far altro che cercare differenze sempre più sottili fra le opere, andando così a creare sottogeneri sempre più particolari sino al paradosso di creare un nuovo genere per ogni romanzo. Nulla di più falso. Una suddivisione troppo particolareggiata, infatti, risulterebbe inutile non solo al lettore, il quale in questo modo si ritroverebbe spiazzato di fronte al dover scegliere tra un Dark Fantasy e un Gothic Fantasy, ma anche allo scrittore, il cui compito principale non è tanto scegliere il genere entro cui inquadrare le sue opere, quanto decidere le regole a cui farle sottostare pima dell’inizio della fase di creazione artistica (e non durante!).
E’ quindi necessario stabilire la differenza tra macrogeneri e microgeneri (questi ultimi detti anche, più comunemente, “sottogeneri”, termine, è bene sottolinearlo, privo di qualunque valenza dispregiativa).
Per macrogeneri s’intendono quei gruppi di opere accomunate dal medesimo tema di fondo (la ricostruzione di un fatto storico, il raccontare una storia d’amore, il trattare di realtà alternative alla nostra ecc.), ovvero quello che abbiamo prima chiamato “contenuto”.
Per microgeneri s’intendono, invece, le sottoclassi in cui è possibile suddividere un macrogenere a seconda di come un’opera viene presentata al lettore, ovvero la “forma” di cui sopra (nel Fantasy, ad esempio, avremo: Epic Fantasy, Dark Fantasy, Gothic Fantasy, Fantasy Comico, Romanzo ad Ambientazione Fantasy, Steam Punk ecc., anche se di quest’ultimo occorre specificare che si tratta soprattutto di un genere nato in parte dalla fusione di Fantasy e Fantascienza).
I cinque macrogeneri della narrativa fantastica
- Fantasy: In esso vengono descritti eventi che hanno luogo in una realtà mediamente più arretrata della nostra da un punto di vista tecnologico (non necessariamente in tutti i suoi aspetti), priva di alcun legame con la nostra e con una presenza, più o meno massiccia, di elementi sovrannaturali o comunque fantastici (Es.: Il signore degli Anelli, di J.R.R. Tolkien).
- Fantastico: In questo genere s’ipotizza l’influenza sulla nostra società da parte una realtà parallela con caratteristiche analoghe a quelle descritte nel Fantasy (Es.: Le cronache di Narnia, di C.S. Lewis).
- Fantascienza: E’ la descrizione di eventi ambientati in un nostro ipotetico futuro o comunque in una realtà tecnologicamente più avanzata della nostra (Es.: Io, robot, di Isaac Asimov) (NB: in verità è possibile sfruttare le regole della Fantascienza ambientandole nel passato, ma in questo caso ci si addentrerà in particolari sottogeneri quali la Distopia o l’Ucronia).
- Horror: Qui si descrivono fatti di sangue in maniera per così dire raccappricciante, facendo leva soprattutto sul senso della vista (Es.: Saw, di James Wan).
- Terror: A differenza dell’Horror, il Terror basa tutta la sua forza sulla paura del “non visto”, tanto che qui il senso più sfruttato è quello dell’udito. In questo genere, quindi, il fattore psicologico è decisamente più marcato (Es.: Io sono leggenda, di Richard Matheson).
Riguardo gli ultimi due generi proposti, è bene sottolineare come essi possano anche non presentare al loro interno alcun dettaglio sovrannaturale, prediligendo, invece, una struttura per così dire più realistica. In riferimento particolare al genere Horror, specialmente se d’impianto fantastico, va poi aggiunto che esso può essere considerato come un’evoluzione (nel senso di mutamento, e non necessariamente di miglioramento) del romanzo Gotico Sette/Ottocentesco.
Scrivere un libro significa darsi delle regole
Come accennavo nella prima parte di questo discorso, spesso i sostenitori dell’importanza della conoscenza dei diversi generi letterari vengono (ingiustamente) accusati di voler soltanto trovare differenze tra i testi, anche quando non ci sono. Tale discorso sembrerebbe venire in difesa dell’utenza finale, la quale di fronte a un numero eccessivo di tipologie letterarie si troverebbe spersa. In verità, la conoscenza dei generi (e in particolare dei sottogeneri), nonché eventualmente della loro evoluzione durante la storia, sono utili più all’autore che al lettore.
Quando si comincia a scrivere un’opera letteraria di ambito narrativo, la prima cosa che l’autore si deve domandare è a quali regole dovrà, anzi vorrà sottostare durante la creazione artistica. Invece spesso (troppo spesso) l’autore non si pone minimamente tale questione, ritenendo più importanti ambiti quali la caratterizzazione dei personaggi, l’ambientazione e la trama. Non che non siano importanti tali elementi – anzi! -, ma occorre tenere a mente che essi dipendono in maniera stretta con le regole sopracitate. Faccio un esempio per chiarire meglio tale concetto. In tempi relativamente recenti ho letto il libro di Chiara Strazzulla Gli eroi del crepuscolo. Esso rappresenta la chiara dimostrazione di un’opera dove l’autore non si è posto alcun problema preliminare riguardo la struttura da dare al proprio scritto. In una scena i protagonisti vengono assaliti da un gruppo di centauri ben più numeroso di loro. In questa occasione l’autrice si è trovata di fronte a un elemento da lei stessa introdotto (i centauri) che rischia di mandare in fumo tutta la storia (ovvero uccidendo i protagonisti). Come fare, quindi, per uscire da un simile empasse? Semplice! Con il peggiore degli stratagemmi letterari: il deus ex machina.
Il deus ex machina
Deus ex machina è una frase latina inerente il teatro greco (e in seguito anche quello latino, di forte derivazione ellenica) e che significa “dio che viene dalla macchina”. Con essa s’indicava l’intervento all’interno dell’opera teatrale di una divinità (interpretata da un attore che veniva calato dall’alto con un sistema di carrucole, la machina appunto), il cui scopo era quello di togliere d’impiccio i personaggi da una situazione apparentemente senza via d’uscita. Oggi con questa espressione si suole indicare, più generalmente, qualsiasi intervento all’interno di una storia privo di logica interna con la storia stessa, la quale assume così un’impronta improbabile, adottata esclusivamente dall’autore per permettergli concludere la trama secondo il progetto originario.
Tornado all’esempio di prima, la Strazzulla, nel momento esatto in cui i protagonisti erano prossimi a perire, descrive il suono di un corno, il quale, come per magia, fa ritirare i centauri. E la motivazione dietro questo evento? Pressoché nessuna. I personaggi si limitano ad ipotizzare che sia successo qualcosa d’importante e che richiede la presenza di tutti i centauri (un attacco del nemico forse). Quando si dice il tempismo…
Ecco, il deus ex machina rappresenta l’ultima spiaggia di qualsiasi scrittore che non si sia posto alcuna regola a inizio libro, e la sua presenza in un libro è sempre sintomo di scarsa attenzione ai dettagli.
Ora vi chiederete: ma cosa c’entra tutto ciò con la teoria dei generi letterari? Ci arriviamo subito.
Le regole sono contenute nei microgeneri
Quando uno scrittore, non importa se esperto o alle prime armi, comincia la progettazione della sua opera, questi dovrebbe sempre porsi il problema di quali regole adottare durante la stesura e quali invece rifiutare (potrò permettermi degli interventi divini? la magia esiste nel mio mondo? il mio protagonista è in grado d’imparare a memoria un gran numero d’informazioni in breve tempo? ecc.). Nella scelta e lo sfruttamento di tali regole proprio la suddivisione in macrogeneri e microgeneri viene in aiuto dello scrittore, il quale potrà così disporre delle regole fondamentali, le quali dovranno poi essere supportate da altre specifiche del libro in questione (inerenti non tanto la struttura generale dell’opera, quanti particolari quali la caratterizzazione dei personaggi o lo stile da adottare). Non è quindi un caso che gran parte di coloro che non adottano le conoscenze di fondo della teoria dei generi poi vanno a realizzare opere colme di contraddizioni interne e improbabili colpi di scena (i deus ex machina di cui sopra).
L’esistenza e l’importanza dei generi (macro e micro), non preclude comunque la possibilità all’autore di creare nuove regole, le quali, ovviamente porteranno alla nascita di un nuovo micorgenere o addirittura di un nuovo genere.
E’ invece da sfatare il mito secondo cui l’atto creativo di una storia sia tutto frutto dell’ispirazione. Credete davvero che Dante Alighieri abbia scritto La divina commedia soltanto per merito dell’ispirazione? L’ispirazione è l’input iniziale, il LA che fa partire il progetto. Ma l’opera, nella sua interezza, non si nutre di sola ispirazione, ma di tecnica, serietà e costanza. E la conoscenza della teoria di certo aiuta.
Ultime considerazioni
E siamo infine giunti in fondo a questa bozza sulla teoria dei generi. Alcuni argomenti, presi singolarmente, li riprenderò in futuro, così da poterli trattare in maniera più approfondita. Concludo dicendo che tale argomento riveste per me un’importanza fondamentale, in quanto su di esso mi baso ogni qual volta comincio un nuovo scritto, breve o lungo non importa. Se spesso (come accaduto in un topic da me aperto tempo fa su Fantasy Magazine) mi arrabbio quando leggo o sento opere venire etichettate come appartenenti a un genere, quando invece appartengono a un altro, la ragione è proprio questa. Basti pensare a testi come il ciclo di Narnia o La storia infinita, tutti indicati genericamente come Fantasy pur appartenendo a un altro macrogenere (il Fantastico, in questo caso). Segno, questo, che la teoria dei generi non solo è sconosciuta a moltissimi “scrittori”, ma anche a buona parte della critica moderna (contro la quale, guarda caso, si è scagliato a più riprese il sopra citato Spinazzola). Ecco, ho già trovato uno dei miei prossimi argomenti di discussione…



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Le regole vanno sì rispettate, ma spesso anche infrante. Con intelligenza però. Noi lettori non sapremo mai se il Deus ex machina è figlio della superficialità o di uno studio approfondito. Io almeno la vedo così, capisco che vada rispettato un ‘realismo di fondo’, la ‘coerenza interna’, però se il lettore viene risucchiato dalla storia – così come lo scrittore – su simili dettagli ci passa sopra. Se invece nota ogni piccola imperfezione vuol dire che la lettura non è appassionante, quindi: perché continuare?
Tra l’altro a me una cosa simile è capitata con i film, i ‘cult’ per così dire. Prendi ad esempio “il pianeta delle dodici scimmie”, da molti considerato un gioiellino. Molte cose accadono senza motivo apparente, ma chi le nota ad una prima visione? E questo vale anche per molti altri film/romanzi considerati “classici”.
(Scusa la digressione ma stavo facendo la stessa riflessione, tra me e me, proprio oggi!=P)
Piccola domanda preliminare: il film a cui ti riferisci è “L’esercito delle dodici scimmie” o “Il pianeta delle scimmie”? Non credo che esista anche “Il pianeta delle dodici scimmie”
Scherzi a parte, credo tu ti riferisca al primo dei due, essendo quello dove l’intreccio da in effetti i maggiori problemi, soprattutto la prima volta che lo si guarda (a mio avviso problemi “buoni”). Ora, in effetti in quel film ci sono alcune forzature (vedi la scena di Willis e dello scarafaggio), ma il film risponde perfettamente a una logica interna (quella dei viaggi del tempo e dell’influenza che questi possono avere nello svolgersi della storia, come sottolineato dal finale). Nel DEM, invece, questa logica non solo è difficile da cogliere, ma manca del tutto. In questo caso, l’influenza dell’autore è talmente marcata da risultare eccessiva. C’è quindi una differenza sostanziale tra le forzature de “L’esercito delle dodici scimmie” (o film analoghi) e quello de “Gli eroi del crepuscolo” (riprendo questo libro solo per non dover fare un altro esempio, non perché voglia particolarmente male alla Strazzulla). Nel primo gli eventi accadono perché “possono accadere”, ovvero il regista sceglie una determinata via all’interno della teoria dei viaggi nel tempo e a quella si attiene dall’inizio alla fine; magari ai fini scientifici la via da lui intrapresa non è la più corretta, ma in tutto il film non si sente una vera intromissione dell’autore. Invece nel romanzo della Strazzulla così non accade. Lei crea una compagnia di eroi capaci di sbaragliare l’incarnazione del Male, ma poi crea anche situazioni in cui i nostri baldi eroi si trovano talmente in difficoltà da necessitare di un intervento divino (rappresentato dalla penna dell’autrice che scaccia via i cattivi al momento più opportuno). Insomma, in questo romanzo (ma si dovrebbe parlare di “tipologia di romanzi”) tutto accade perché “deve accadere”. In questo sta la profonda differenza tra una semplice forzatura nella trama e un vero e proprio deus ex machina.
Poi nulla esclude che a un lettore/spettatore tale tipo di forzatura possa non piacere (come nel tuo caso) andando così ad inficiare l’apprezzamento della suddetta opera. E questo è più che lecito.
Tuttavia, a mio avviso, un DEM, poiché nasce sempre dalla scarsa attenzione dell’autore verso l’intreccio da lui stesso creato, è molto più grave di una qualsiasi forzatura. Ma ripeto, questo è solo un’opinione personale.
Intendevo L’esercito delle dodici scimmie. Scusa, è che oggi c’era un amico che li confondeva e a via di correggerlo sono stato infettato! XD
Comunque un DEM può o meno essere apprezzato. Ci sono romanzi che si basano interamente su DEM, la stessa Odissea è tutta un DEM! Conta poi che io la penso come te, non sopporto gli interventi divini o casuali in un romanzo perché ne minano il realismo, però conosco persone che si “esaltano” davanti a simili stratagemmi. ^^
Attenzione!
L’Odissea appartiene al genere dell’epica, all’interno del quale l’intervento divino non solo è concesso, ma è parte integrante della narrazione. Quindi in quel caso non si può parlare di DEM, in quanto tale “stratagemma” risponde perfettamente a quella che è la logica interna di tale genere (si potrebbe dire, anzi si può dire che gli dei nell’epica sono dei veri e propri personaggi).
Nel romanzo della Strazzulla (et similia) invece non è così, in quanto per tutto il libro i personaggi non interagiscono MAI con alcun tipo di divinità (sebbene il “kattivo” di turno rappresenti l’incarnazione del “Malesupremo SPA” ^_^). Quindi, in questo romanzo quando il narratore è costretto a palesare la sua presenza togliendo d’impiccio i personaggi, allora sì che ci troviamo nel campo del DEM.
“Malesupremo SPA” è stupendo! XD
Dalle interviste della Strazzulla che ho leggiucchiato online si nota però il suo tentativo di rifarsi all’epica. Non saprei neanche dirti in quali punti – anche se so per certo che non c’è riuscita – però in alcuni momenti ho avuto davvero l’impressione di stare leggendo l’Odissea. Forse determinate situazioni, l’artificiosità voluta di vari dialoghi… ecco, “Gli eroi del crepuscolo” è un ibrido. Un esperimento che non è riuscito del tutto. Il DEM è lasciato fine a se stesso per un motivo preciso, o almeno credo. Lo si dovrebbe chiedere alla Strazzu per saperlo con certezza. Quello che posso dire io è che detesto i DEM quando è palese l’incartamento dello scrittore. Sta a significare che l’autore, nel forgiare il suo mondo, non ha creato leggi coerenti. Altrimenti non ci sarebbe conflitto.
Che tenti di rifarsi all’epica è fuori di dubbio, tanto che nella recensione che scrissi su Fantasy Magazine scrissi proprio che il prologo del suo libro è una chiara adulazione de “Il Silmarillion” di Tolkien. Poi, tra il provarci e il riuscirci c’è una bella differenza
La Strazzulla (ma non è l’unica) è convinta che per scrivere un romanzo simil-epico basti adottare uno stile finto-aulico. Nulla di più sbagliato. L’epica risponde a determinate regole per quanto riguarda la sua struttura, ancor prima che il suo stile, regole tutte disattese dalla scrittrice siciliana. Ecco perché i suoi DEM, a differenza degli interventi divini della vera epica, sono da considerarsi dei veri e propri errori d’impostazione.
[...] E tu di che genere sei? [...]
Ciao Okamis, ho approfittato del tuo manuale su come curare la grafica dei racconti, e così eccomi qui, anche se un po’ in ritardo.
Approfitto di questo tuo articolo per esporti non tanto una mia considerazione, ma quanto un mio dubbio. Mi è stato più volte chiesto, e spesso anche contestato, il perchè dell’uso di certe regole nel mio mondo immaginario(Isgard). La cosa strana per loro, e che io reputo però assolutamente normale, è che questo mondo non solo è parallelo al nostro quanto segue le stesse leggi naturali. Con un qualcosa in più, ovvero la magia. E forse qui vengono i problemi riguardanti le regole. Quando ho creato Isgard, non avevo in mente un determinato filone da seguire. Volevo la fantasia, ma non quella sfrenata del bizzarro, nè quella dei fantasy moderni. Volevo, e non mi vergogno di dirlo, qualcosa che ricordasse Tolkien ma che nello stesso tempo non fosse epico. Qualcosa che fosse collegato alla società moderna, ma non certo simile a Nihal della Terra del Vento. Ma soprattutto, e forse sono presuntuosa e sciocca, volevo dimostrare che la fantasia era solo un aspetto più profondo e completo della realtà. Fu così che arrivai a creare una magia che non fosse simile a quella di Harry Potter nè a quella di altri fantasy moderni o dei videogames, ma che fosse semplicemente Arte allo stato puro. Arte della fisica, della chimica, della biologia, della letteratura e così via. E l’elemento fantastico, del meraviglioso, sarebbe stato l’aspetto soggettivo e individuale di tale arte, non contrastante con le leggi naturali ma rappresentante del loro limite massimo.
A questo punto, il limite l’ho dovuto delineare. Nel farlo, ho reso la magia capace di incrementare o ridurre la potenza di certe caratteristiche, ma non di sconvolgere del tutto(con una magia si potrà sollevare in aria con le mani qualcosa di molto pesante con il minimo sforzo, ma non la si potrà far volare annullando la forza di gravità.
Ma qui mi hanno detto che la magia non è magia e che il mio non è fantasy. Allora, mi chiedo, cos’è?
Sinceramente non vedo nulla di strano nel tipo di magia da te adottato O_o (non nel senso che la trovi banale, quanto nel senso che mi pare che risponda alla perfezione al concetto di magia). Ora, si pone una questione: se quanti da te ideato è un dono naturale di certi individui, allora è magia a pieno titolo; se invece viene “inculcato” per via artificiale, allora lo è un po’ di meno. A prescindere da ciò, spesso il concetto di magia viene mascherato per farlo sembrare diverso da quello che in realtà è. Faccio un esempio: l’alchimia di Full Metal Alchemist. Anche lì la magia (perché quella in fondo è l’alchimia del manga/anime) rispetta le leggi della fisica (il famoso principio dello scambio equivalente) tanto da avere una base di scientificità (es: sei capace di controllare l’elemento dell’acqua? allora potrai creare ghiaccio sfruttando l’umidità dell’aria); tuttavia, a ben vedere, sempre di una capacità innata e non del tutto spiegabile razionalmente si tratta. Traduzione: magia ^_^
Diciamo che la mia magia è un misto di entrambe le distinzioni che tu hai fatto^^
[...] e racconti, perché va bene l’Arte ma anche l’occhio vuole la sua parte… * E tu di che genere sei?, per scoprire che avete sempre scritto Terror e non Fèntasi! [...]