Dove sta scritto? (alcune mie considerazioni al riguardo)
La base di questo articolo risale a circa un mese fa. In un primo momento il pezzo si sarebbe dovuto intitolare Ma tanto è Fantasy. Le recenti letture di alcuni messaggi di Carraronan, Angra e Uriele (che ringrazio per gli involontari spunti) mi hanno tuttavia portato ad ampliarne l’ottica, sino a giungere a questa sorta di breve F.A.Q. del luogo comune.
1. Dove sta scritto che l’importante è che i giovani leggano, anche se si tratta di brutti libri?
Questo assunto presenta un errore interno.
Dire che non importa il livello qualitativo di un’opera (sottintendendo che tanto, con il tempo, le capacità critiche del lettore non potranno che migliorare) equivale a pensare che non esistono opere di qualità rivolte ai lettori alle prime armi; il che, è inutile ricordarlo, è una grandissima stupidata. Se si vuole forgiare un lettore consapevole di ciò che davvero è la buona narrativa, allora si deve partire proprio dalla buona narrativa. Immaginate di voler imparare a parlare l’inglese in maniera sciolta. A chi vi rivolgerete? Alla CEPU o a un professore madrelingua? E se volete imparare la matematica? Meglio gli appunti del vicino di banco – da tutti soprannominato “O’ Capadura” – o l’aiuto dell’insegnante? O ancora: volete imparare a giocare a calcio? Come vi allenate? Giocando a FIFA sulla Playstation (con la speranza che l’uso dei pollici vi faccia sciogliere anche quei bei novanta chili di lardo di primissima qualità) o iscrivendovi in una squadra? Vabbé, mi fermo qua; penso che il concetto sia chiaro.
Ora, passando al mondo dei libri, se io fossi un libraio a cui si rivolge un genitore alla ricerca di un libro per il proprio pargolo, cosa consiglierei? Il bambino è in fascia elementare? Bene, c’è Roald Dahl che lo aspetta. Ha qualche anno in più? Nessun problema: ci sono qui dei bellissimi volumi di Lyman Frank Baum freschi di stampa. E poi abbiamo Il signore delle mosche, La fattoria degli animali, La storia infinita, Dalla terra alla luna, Alice nel paese delle meraviglie… così sta a vedere che oltre a leggere libri stilisticamente mille volte migliori di una Troisi o Strazzulla qualsiasi il giovanotto non impari pure qualcosa, che non fa mai male. Insomma, è solo approcciandosi al bello sin da subito che si può coltivare un genuino senso estetico, e non partendo da opere mediocri.
A questo punto solitamente segue l’obiezione (prevedibile) secondo cui, ogni tanto, è anche bene abbandonarsi a opere più leggere e che non c’è niente di male in tutto ciò. A parte il fatto che tale obiezione non c’entra nulla con il punto di partenza (eppure, non si sa perché, compare quasi sempre), pure qua troviamo un errore interno, ovvero l’accostare le opere di qualità con la pesantezza della prosa. Primo: un’opera per essere buona non deve essere necessariamente capolavoro. Il mondo è pieno di libri incapaci di stravolgere la storia della letteratura, eppure di buona qualità è dotati di un’invidiabile leggerezza. Secondo: un buon libro (o film) non è necessariamente un mattone. Opere come quelle di David Ambrose, Nick Hornby o Douglas Adams, leggerissimi alla lettura, ma densi nei contenuti, sono esempi lampanti di come si possano accostare le considerazioni sin qui esposte.
Matilda, ovvero il primo libro che abbia mai letto da solo. Grazie, Roald, per averlo scritto.
2. Dove sta scritto che chi critica un libro, magari anche aspramente, è per forza invidiosa dell’oggetto dei propri attacchi?
INVIDIA: Sentimento di rancore e di astio per la fortuna, la felicità o le qualità altrui, spesso unito al desiderio che tutto si trasformi in male.
Dizionario Zanichelli
Ormai la storia dell’invidia è diventata tanto di moda da assurgere al ruolo di vero e proprio luogo comune. La domanda che deve porsi chi riceve tale obiezione è: invidioso di cosa? Della “fortuna” dello scrittorucolo di turno di essere stato pubblicato, bruciandosi così qualsiasi futura credibilità a livello di vera narrativa? Del “talento” che non esiste e che si riduce al solo fatto di aver messo in ordine delle parole prima dei trent’anni (superata questa soglia – ma anche prima – sei considerato un rudere “ke nn può komunikare kon il linguaggio dei gggiovani”)? Talento, tra l’altro, che nella stragrande maggioranza dei casi* non è stato coltivato a dovere, visto che i seguiti si sono dimostrati di qualità addirittura inferiore alle già pessime opere prime (dopotutto, chi te lo fa fare di migliorare, se già scrivendo da cani vendi migliaia e migliaia di copie?). Davvero, invidia di cosa? Se io sono invidioso di qualcosa, sono invidioso dello stile asciutto e privo di inutili virtuosismi di Richard Matheson, sono invidioso delle invenzioni fantastiche di China Mieville o Michael Swanwick, sono invidioso delle trame perfettamente orchestrate di Steven Erikson… Come si può, invece, essere invidiosi di un poveretto che nemmeno si accorge di essere solo una pedina nelle mani del suo editore?
* Ho scritto “nella stragrande maggioranza dei casi” solo perché, per ovvie ragioni, non ho letto (integralmente o parzialmente) i seguiti di tutti i giovani “talenti” italiani, ma se dovessi basarmi sua mia personale esperienza potrei benissimo mutare quell’espressione con un categorico “in tutti i casi”.

Mmh, non so se essere più invidioso delle assurde invenzioni di Mieville o del suo look.
3. Dove sta scritto che chi viene pubblicato ne sa, a prescindere, di più di uno che ancora non è stato pubblicato (magari anche per volontà sua)?
Su questo punto non ho intenzione di perdere troppo tempo, e la ragione è semplice: un autore pubblicato rimane pur sempre un essere umano e come tale può dire sia cose giuste, quanto emerite cretinate. Purtroppo il mondo è pieno di gente piena di sé che ritiene la pubblicazione il traguardo della propria vita artistica, quando invece è solo un passaggio. Questi soggetti, dispensatori di affermazioni altisonanti alla «perché io so’ io e voi nun siete un cazzo», il più delle volte sono anche quelli che sparano le peggio boiate; non solo cattivi consigli tecnici (i manuali di scrittura? ma vaaa, i gegni come loro non ne hanno bisogno), ma anche semplici nozioni culturali completamente errate. Statene alla larga e ricordatevi che non sono le medaglie sul petto a mostrare l’esperienza di una persona, ma le conoscenze conservate nella testa e poi riversate sul campo.
Agiungo però una breve considerazione. Spesso quando un comune mortale osa esprimere un’opinione su come si potrebbe migliorare un’opera, subito gli si rinfaccia il classico: “Ma se tu sei così bravo, perché non realizzi un prodotto migliore invece di startene lì a criticare?”.
Ora, questa obiezione, così come molte altre segnalate in questo articolo, presenta un paradosso. Poniamo il caso che davvero chi non è ingrado di produrre libri qualitativamente superiori non possa al contempo dispensare consigli su come migliorare i passaggi incriminati delle opere altrui. Ma, a questo punto, il medesimo discorso dovrebbe valere anche in caso di giudizio positivo. Dopotutto, se non sono in grado di riconoscere gli errori, non dovrei nemmeno riuscire a riconoscere i passaggi corretti, o sbaglio? Ma qui ci colleghiamo alla quinta domanda…
Non so perchè, ma l’autore di questo libro mi da l’impressione di sapere il fatto suo…
4. Quattro.
Ahimè, almeno qui non ho risposte. La comprensione del Quattro va oltre le mie possibilità. Che dico! Va oltre le possibilità di qualunque uomo! C’è solo una cosa da fare di fronte alla magnificenza del Quattro: inchinarsi e mostrare eterna devozione.
Ammirate la perfezione del Quattro e provate vergogna per non essere come lui!
5. Dove sta scritto che se ci si trova di fronte a un libro non brutto, ma che ispira proprio ribrezzo, non si possa dire “questo libro fa schifo”?
Dire che un’opera d’arte fa schifo non solo è legittimo, ma pure liberatorio. E poi fa bene all’umore, all’equilibrio interiore e pure alla flora batterica (altro che Actimel ^_^).
Non ci credete? Facciamo allora questo giochino, tanto per cominciare: entrate sul sito personale di un autore a caso; ora inserite un commento positivo, anche breve (anzi, più breve è, meglio è) su una sua opera. FFFatto? Ok, aspettate qualche giorno. Successo qualcosa? Che dite? L’autore o non vi ha detto nulla oppure si è dimostrato addirittura felice nel leggere quanto da voi scritto? Ottimo! Seconda fase: sempre sullo stesso sito inserite un altro commento lapidario, ma questa volta in senso opposto, insomma una stroncatura. Che succede stavolta? Cooosa? L’autore vi chiede le motivazioni di quanto scritto? Ma scusate, perché se il giudizio lapidario è positivo allora va tutto bene, mentre se è negativo no? Non è un po’ ipocrita come atteggiamento? Più logico sarebbe un ragionamento di questo tipo: o si spiega il perché di ogni affermazione, positiva o negativa, oppure si è liberi di non farlo. Troppo comoda la mezza misura, e oltretutto solo quando fa comodo…
Tuttavia, il nocciolo della questione non sta tanto nel giudizio lapidario o meno, quanto nel tono. Chi usa espressioni cosidette “forti” all’interno delle proprie argomentazioni viene sempre additato come maleducato, e come tale non meritevole di attenzione. Ecco, questo è il punto su cui focalizzarsi. Personalmente, che uno si esprima mostrandosi carino e coccoloso o come il fratello cattivo di Charles Manson non fa differenza. Quello che m’interessa è il contenuto! Espressioni come “questo libro mi fa schifo” e “questo libro non mi piace” esprimono lo stesso identico contenuto, solo in maniera diversa. La critica che si può e si deve fare a simili affermazioni (oltre ai corrispettivi positivi) è di non essere motivate. Un giudizio non è buono o cattivo da come si presenta, ma da quello che presenta!
Questo libro fa schifo!
(e poi non dite che me la prendo sempre con i soliti nomi)
6. Dove sta scritto che un libro non si possa giudicare dalla prima pagina?
Onde pieno di mal talento contro quel Galateo lo apersi, ed alla vista di quel primo, Conciosiacosachè, a cui poi si accorda quel lungo periodo cotanto pomposo e sì poco sugoso, mi prese un tal impeto di collera, che scagliato per la finestra il libro gridai: «Ella è pur dura e stucchevole necessità, che per iscrivere tragedie all’età di venzett’anni, mi convenga ingoiare di nuovo queste baie fanciullesche, e prosciugarmi il cervello con sì fatte pendanterie».
Vittorio Alfieri, “Vita di Vittorio Alfieri“
C’è bisogno di aggiungere altro? Sì, forse una cosa sì: se la prima pagina, quella che più di ogni altra dovrebbe invogliare il lettore all’acquisto, mostra sciatteria se non peggio, perché mai dovrei aspettarmi che la situazione migliori nei capitoli successivi?
Per maggiori delucidazioni rimando a QUESTO ARTICOLO di Angra, già esauriente di suo.
Vittorio Alfieri. Uno che aveva capito tutto e che non si faceva problemi a dirlo. Peccato solo che quel “tutto” cambiasse una settimana sì e l’altra pure ^_^
7. Dove sta scritto che per scrivere Fantasy servano per contratto maghi, draghi ed elfi, il tutto condito da un’ambientazione medievale?
Mi è capitato in più di un’occasione di descrivere le ambientazioni di alcune mie opere e di ricevere in cambio sguardi perplessi e obiezioni secondo cui quello non sarebbe Fantasy. Le ragioni? Una su tutte: non vi sono elementi medievaleggianti. E perché mai dovrebbero esserci? Se il genere Fantasy si chiama così, non è forse perché tra i suoi elementi fondanti vi è l’amore per l’invenzione fantastica, per il bizzarro, per l’insolito? Invece no. Siamo giunti al paradosso secondo cui il genere che più di tutti (dovrebbe) lascia(re) carta bianca all’autore su quanto raccontare, si è ridotto a un mero gioco di rimandi, citazioni e scopiazzature. E oggi mi trovo a dire che con Tolkien il Fantasy non ha vissuto una seconda giovinezza, ma ha cominciato il suo lento declino, tramutandosi in puro manierismo. Non è però, questo, un problema con cui solo il Fantasy deve fare i conti. Anche nell’Horror si assiste da anni alla medesima degenerazione, e solo gente come Matheson, King, Barker e pochi altri se n’è accorta.
Ma qui lo dico e qui lo sottolineo: se il genere Fantasy vuole liberarsi dall’aura fiabesca che da anni ne tarpa le ali, occorre che i suoi autori si rendano conto che esistono miliardi di soluzioni non ancora esplorate. Se invece continueremo a parlare sempre dei soliti eroi che fanno le solite cose nei soliti mondi non faremo altro che uccidere questo genere (già sulla strada del decesso) prima ancora che abbia mostrato al mondo tutte le sue potenzialità.

Ormai al solo intravedere un’ambientazione simil medievale vengo colto da istinti suicidi
8. Dove sta scritto che in un romanzo di ambito fantastico non sia necessario documentarsi?
Molti – troppi – pensano che scrivere narrativa fantastica (e Fantasy in particolare) significhi poter scrivere qualsiasi boiata passi per la testa. Pura follia. Scrivere Fantasy significa parlare di realtà dove sia presente un elemento sovrannaturale, non importa in quale quantità e di quale tipo. L’errore che però i dilettanti di questo genere fanno è porre l’accento sul termine “sovrannaturale”. Invece, è bene ficcarselo nella zucca, il termine su cui occorre concentrarsi è “realtà”. Scrivere narrativa fantastica significa creare realtà alternative alla nostra, ma che siano perfettamente coerenti con se stesse, e non piene d’incongruenze e che crollino al primo alito di vento come un castello di carte. Poi quest’ambientazione potrà farsi portatrice di un messaggio sociale, filosofico o fare da semplice sfondo per le avventure dei personaggi; non importa. L’importante è che il tutto sia perfettamente coerente e verosimile (altra parola magica)! Ma per farlo occorre essere coscienti di quanto si sta descrivendo. Se descrivo un castello, non posso limitarmi alle mura e alle torri; al contrario, dovrò anche sapere cosa sia una bertesca o il maschio o la postierla o il barbacane o… Invece le ambientazioni moderne si limitano ai pochi elementi conosciuti da tutti. Ma a questo punto mi domando: se il Fantasy è solo evocazioni di nozioni conosciute a tutti, dove sta il suo fascino?
Uno degli elementi che più mi affascinano di questo genere è il poter anche apprendere nozioni tecniche mimetizzate all’interno della narrazione. Robert Jordan ne è un esempio lampante (ma non certo l’unico, né tanto meno il migliore in questo campo). Nei suoi romanzi è presente una costruzione minuziosa (in alcuni passaggi forse persino troppo) degli ambienti descritti, tanto che grazie a lui molti possono dire – o almeno si spera – di aver imparato cos’è l’agone, il basto, la pastoia, il sartiame… Anche questo è Fantasy. E lo stesso discorso vale non solo per gli oggetti materiali, ma anche per le relazioni sociali. Sempre per fare un esempio, se nella società da me descritta l’istruzione quasi non esiste, non potrò far filosofeggiare anche i pecorari!
A questo punto segue di solito l’obiezione secondo cui, trattandosi di narrativa fantastica, tutti questi legami con la nostra realtà non sono necessari. Errore. Prima ho evidenziato un concetto, quello di verosimiglianza. Ecco, se si vuole creare un mondo verosimile, e come tale credibile (e non si commetta l’errore di confondere versomiglianza con realismo), allora tutti gli elementi descritti dovranno essere perfettamente incastrati gli uni con gli altri. Le condizioni atmosferiche e geografiche del mio mondo ne influenzeranno l’economia; l’economia ne influenzerà la politica interna ed estera; la politica ne influenzerà la componente psicologica e culturale; la componente psicologica e culturale ne influenzerà la morale; la morale BLA BLA BLA… Chiaro il concetto? Questo è l’unico modo per creare libri degni di questo mondo, non vomitando effetti speciali a ogni pagina.

Questa è una biblioteca. È un posto maaagico pieno di libri grandi grandi con tante informazioni utili con cui documentarsi. Forza, ripetiamo insieme: DO-CU-MEN-TAR-SI
9. Dove sta scritto che anche in caso d’incongruenze nell’ambientazione, si può soprassedere con un’alzata di spalle al motto di «Ma tanto è fantasy»?
Fino a non troppo tempo fa esisteva l’espressione scherzosa, ma neanche troppo, «Perché sì! Perché è Fantasy!», volta a giustificare qualsiasi boiata contenuta in un libro appartenente a tale genere. Oggi, in maniera subdola e strisciante, si è passati al «Ma tanto è Fantasy». La differenza può sembrare minima, ma non lo è. La prima formula indica una certezza. Una certezza erronea, su questo non ci piove, ma sulla quale si può pur sempre lavorare al fine di mutare l’ottica di chi se ne fa portatore. Con il «Ma tanto è Fantasy» la storia si fa più complicata. Questa frase, infatti, indica scarsa fiducia verso il genere, come a ritenerlo incapace di elevarsi al rango di Letteratura con la L maiuscola (scarsa fiducia che, paradossalmente, viene mostrata da coloro che più di tutti difendono il Fantasy a spada tratta, soprattutto nella sua italica versione). L’ho definita “subdola e strisciante” in quanto rischia (e con molti giovani “talenti” l’ha già fatto) di entrare nelle teste di questa nuova generazione di scrittori, presentando loro il Fantasy come un genere semplice, alla portata di tutti, e dove non importa quanto ampia sia la propria cultura o quanto impegno ci si metta per realizzare la propria opera, perché tanto, anche se colto in fallo da chi ne sa di più, potrai sempre pararti il culo alzando le spalle e dicendo «Ma tanto è fantasy». Ma tanto è Fantasy un corno! Invece di trovare giustificazioni per ogni errore, sarebbe il caso di mettersi a capo chino sui libri e cominciare a studiare, perché gli errori oggettivi (e le incongruenze lo sono!) esistono. Punto.
Anche a Chernobyl dicevano che si trattava solo di una piccola incongruenza, e guardate il risultato!
10. Dove sta scritto che la narrativa fantastica italiana gode di ottima salute?
Se davvero fosse così, perché i nostri romanzi sono così poco esportati? Perché siamo perennemente costretti a inseguire le mode lanciate all’estero? Perché da anni non abbiamo un solo autore non dico che abbia vinto premi come il Bram Stoker, il Nebula o l’Hugo, ma che vi sia stato almeno nominato?
Stabilire la salute di un genere in un determinato paese basandosi sul numero di autori pubblicati equivale a determinare il successo di uno scrittore basandosi sulle copie vendute. Io non dico che in Italia non esistano autori capaci. Dico solo che si tratta di una minoranza infinitesimale. A livello generale, all’estero contiamo ancora come il due di picche… in una partita di scopone scientifico. Grazie al cielo, ciò non significa che la situazione non possa migliorare (anche perché precipitare più in basso di dove ci troviamo ora la vedo dura), ma la strada da fare è ancora lunga, terribilmente lunga.

Che si parli di politica, sport o arte, il risultato non cambia: questa è e rimane la nostra immagine all’estero (oh, le rare eccezioni esistono, sia chiaro, ma si tratta di eccezioni, appunto)
CONCLUSIONI
Di argomenti su cui discutere ce ne sarebbero a iosa. Le stesse risposte da me date ai quesiti elencati una settimana e mezzo fa risultano alla fin fine più che altro delle linee generali. Se dovessi entrare nel dettaglio, dovrei scrivere un articolo su ognuno dei 10 punti qui esposti (fatta eccezione per la questione del Quattro: lì non basterebbe nemmeno un’enciclopedia). Ma non è questo l’obiettivo del suddetto articolo. Mi premeva, piuttosto, sottolineare le principali ipocrisie e incongruenze interne (sì, sempre loro) che avvelenano qualsiasi seria discussione sulla narrativa fantastica. Per farla breve, quanto avete letto è il mio pensiero al riguardo. Che siate o meno d’accordo non è affare che mi riguarda ^_^





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Ho letto questo articolo e ne approfitto per fare una domanda a cui sto pensando da un po’ di tempo.
In questo articolo, tra le altre cose, parli di fantasy e di alcune caratteristiche comuni di quelle che sono considerate opere fantasy (draghi, elfi, medioevo).
La mia domanda è: cos’è un fantasy?
Io personalmente conosco solo l’opinione di Gamberetta che (sperando di non travisarla) dice: fantasy è un opera che possiede come elemento principale un concetto fantastico.
In compenso mi è sembrato che una parte del pubblico consideri Fantasy una storia che sia legata anche solo a un’ambientazione con la magia.
Ho letto vari manuali, ma finora non ho trovato risposte certe. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi e se conosci delle fonti (libri, siti o anche forum) che hanno discusso sull’argomento.
Beh, dipende da ciò a cui ci riferiamo.
Il termine “Fantasy” è spesso usato, a mio avviso in maniera erronea, per indicare la narrativa di ambito fantastico tout court, escludendo però i generi Horror e Fantascienza.
A mio avviso, invece, l’uso corretto di questo termine è un altro. Il Fantasy va inteso come macrogenere che assieme al Fantastico, la Fantascienza e l’Horror va a comporre la vera e propria narrativa fantastica (anche se l’Horror è un genere particolare, in quanto nulla impedisce di elaborarlo senza il benché minimo elemento fantastico). Nello specifico, nel Fantasy vengono descritti eventi che hanno luogo in una realtà mediamente più arretrata della nostra da un punto di vista tecnologico (non necessariamente in tutti i suoi aspetti), priva di alcun legame con la nostra e con una presenza, più o meno massiccia, di elementi sovrannaturali o comunque fantastici. Da qui poi si originano i vari sottogeneri, come lo Steam Punk, l’Epic Fantasy, il Sword and Sorcery ecc. Ne consegue che da questo genere escludo tutti quei libri che invece prevesentano una commistione tra elementi delle nostra realtà e altri di realtà fittizie (come Harry Potter), facendo ricadere queste opere nel macrogenere del Fantastico. In verità l’argomento sarebbe più complesso, in quanto sarebbero da prendere in considerazione anche gli impianti narrativi e le intenzioni dell’autore. Per fare un esempio, Star Wars, come schema narrativo, è Fantasy, non certo Fantascientico, ma si tratta di un argomento complesso e che magari toccherò più avanti.
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Approfitto di questa sede per comunicare che fino a Giovedì prossimo sarò poco presente sul sito, causa esame di quelli tosti. Non garantisco quindi risposte rapide (soprattutto se necessitano di parecchio spazio). Appena torno ho però pronta una “sorpresa”
Appena torno ho però pronta una “sorpresa” : L’impero dei corvi???
Comunque, mi inchino al quattro e pongo un quesito: lo steam punk non dovrebbe essere prettamente fantascientifico (addirittura esiste lo steam-fantasy!), dato che uno sviluppo della tecnologia a vapore, quantomeno nel campo del possibile, è dopotutto molto più plausibile dell’iperspazio asimoviano?
p.S. Ci sono alcuni errori di battitura verso la metà.
p.p.S. 444444
Ho provveduto a rileggere il tutto e a correggere tutto quanto sono riuscito a trovare. Nel caso fosse sopravvissuta qualche svista, fate pure un fischio
Maudh ha scritto:
Riguardo la questione dello steam punk, la storia, per come la vedo io, è un po’ complessa.
Faccio una premessa, riallacciandomi a quanto scritto più volte dal buon Duca sul suo sito: Steam-Punk e Steam-Fantasy indicano sostanzialmente la stessa cosa, ovvero un mondo simil Ottocentesco dove le tecnologie a vapore siano arrivate a un livello di sviluppo così avanzate da apparire quasi fantascientifiche. Dove sta la differenza? Nell’ambientazione. Lo Steam-Punk indicherebbe una versione distorta del NOSTRO Ottocento (quindi l’ambientazione è la Terra), mentre lo Steam-Fantasy sarebbe ambientato in un mondo totalmente alieno. Tuttavia, persino io che da sempre sono a favore della teoria di suddivisione dei generi, considero questi dettagli più fuorvianti che altro.
Detto questo, giungo al nocciolo della questione. Non credo che Steam-Punk o Steam-Fantasy che dir si voglia possano essere affiancati alla Fantascienza anziché al Fantasy. Escludiamo pure il fatto che spesso e volentieri negli universi SP è comunque presente anche almeno un elemento sovrannaturale non scientifico. Rimane il fatto che il nessuna tecnologia a vapore potrebbe mai muovere, per fare un esempio, un mech da dieci o più tonnellate, in quanto il rapporto resa-prestazioni è relativamente basso (che senso ha creare robottoni che dopo 100 metri finiscono senza “carburante”?). A questo punto ci sono due possibili soluzioni per l’autore di turno:
1) Fregarsene della scientificità, facendo finta che il lettore non si accorga del problema sopra esposto.
2) Introdurre, a fianco della tecnologia a vapore, elementi Fantasy che svolgano il ruolo di supporto.
Personalmente, preferisco la seconda soluzione, in quanto più onesta nei confronti del lettore. Per fare un esempio, nel libro che sto scrivendo saranno presenti alcuni automi (niente mech, però, perché li odio ^_^). Questi automi grazie a cosa si muovono? Beh, grazie a un congegno a moto perpetuo. Ora, è noto a tutti che il moto perpetuo è impossibile (o quanto meno non è stato ancora scoperto come arrivarci con le tecnologie oggi a disposizione). Per risolvere il problema sono stato costretto a introdurre un elemento non scientifico, ma fantastico, insomma inventato di sana pianta: i liquidi sonori. Non sto a spiegare il loro funzionamento per ovvi motivi (tranquilli, nel libro non mi sottrarrò a tale spiegazione), ma resta il fatto che in un modo o nell’altro sono stato costretto a unire la scienza con la fantasia.
Insomma, per concludere, nello SP l’elemento scientifico si trova sì alla base (a patto che venga sviluppato come dio comanda, è chiaro), ma l’elemento sovrannaturale, ovvero Fantasy, è comunque necessario per sistemare gli inevitabili buchi.
In questa definizione di fantasy però non rientrano né l’urban, né il bizzarro. A proposito di documentarsi, oggi stavo cercando un nome che non mi ricordavo in wikipedia e ho trovato questo:
http://en.wikipedia.org/wiki/Dire_Wolf
In poche parole, i metalupi delle cronache del ghiaccio e del fuoco sono ispirati ad animali realmente istinti, non ha inventato, ma ha cercato e trovato… (de documenationis)
PS: Alfieri se lo meritava parecchio di morire con le pezze al culo, nonostante la frase geniale
Parto da Alfieri.
Mi sono accorto di aver lasciato la frase sbagliata sotto la sua raffigurazione. Infatti, prima di leggere il tuo commento sul blog di Angra, avevo pensato di parlare di Parini, altro letterato che non aveva certo peli sulla lingua, ma la citazione presa da Alfieri era decisamente più puntuale riguardo il punto a cui faceva riferimento. Peccato solo che abbia corretto il nome dell’autore, ma non la frase finale ^_^” Provvedo a correggere…
Su Urban e Bizarro…
Beh, il secondo è per sua stessa natura qualcosa che va oltre la definizione di genere. In questo senso, appartiene senz’altro alla narrativa fantastica (e su questo credo che nessuno possa dire il contrario), ma il suo legame con Fantasy propriamente detto è in effetti problematico, vista che attinge a piene mani anche dall’Horror, dalla Fantascienza o da qualsiasi altro elemento passi per la testa dell’autore.
Per lo Urban vale lo stesso discorso, ma credo che dipenda anche dall’aspetto su cui vuole porre l’attenzione l’autore. Ma come scrivevo due commenti prima, l’ambito fanta-storico da solo non basta per stabilire se un’opera è fantasy o meno, da cui l’esempio di Star Wars, ma potrei aggiungere, giusto per rendere l’idea, anche “Le cronache di Riddick”. Insomma, il bello della narrativa fantastica è proprio questo: il poter reinventarsi continuamente creando prodotti sempre nuovi. E mi sorprende che il 90% degli scrittori di questo genere (se non di più) non se ne sia ancora accorto, preferendo invece parlare sempre dei soliti argomenti triti e ritriti.
Ah, dimenticavo…
Riprendendo quanto scritto prima, non mi pare che Afieri sia morto oberato da debiti? Inoltre, cosa avrebbe fatto di tanto grave? Ok, era uno a cui piaceva molto il gentil sesso, aveva delle idee sulla libertà non proprio ferree (ma dopotutto era di origini nobili) e cambiò idea sugli ideali della Rivoluzione almeno una decina di volte… ma in quegli anni erano tutte cose “normalissime”…
Diciamo che non piaceva prima (troppo pedante e pomposo) e l’aver avuto a che fare con il suo fanclub “cattedratico” non me l’ha fatto digerire meglio…
Una domanda: tu la saga di Darkover dove la collochi?( per me é puro fantasy, ma ho avuto da ridire con gente che la considera una saga fantascientifica)
Dipende dai volumi.
I primi (prendendo in considerazione la cronologia fittizia degli eventi) sono dei Fantasy puri, con al massimo leggeri rimandi a tecnologie “aliene” (che in verità aliene non sono, visto che si tratta di tecnologie che risalgono al passato tecnologico pre-naufragio). Negli ultimi volumi poi si arriva alla fusione tra Fantasy e Fantascienza, ma quest’ultima non prende mai il sopravvento sulla prima. Quindi, anche alla fine, la componente Fantasy rimane sempre in posizione predominante.
Ti dico solo che mi hai fatto vincere una birra
Alla tua salute, allora ^_^
volevo fare un appunto sul punto 7…. e espiremere un concetto spero non sia troppo sottile… (mi trovo allo stesso tempo daccordo e un certo senso in disaccordo)
la presenza di maghi, elfi e/o draghi, negli ambienti come questo sito e su tutto il web, viene criticata (come hai detto tu “copiazzature”).
alcuni esempi
la Spada di Shannara di Terry Brook sono daccordo e’ una copia del Signore degli Anelli (nell’impostazione generale), poi successivamente T.B. articola storie negli altri libri del ciclo e degli Eredi di Shannara diventando capitoli della lotta bene vs male
–
il Signore della Magia di Feist, miscela spunti nuovi come Tzrurani e fenditure
–
se diciamo che il fantasy stagna solo in storie di bene contro il male c’e’ Orchi di Sten Nichols che non presenta in assoluto un personaggio interemente puro
–
ci sono poi le cronache del ghiaccio e del fuoco, che sono uno storico-fatasy (come si diceva anche su gamberi.org in un post recente)
tutto questo per dire che nn sono daccordo che il fantasy nella sua totalita’ sta stagnando…
sono daccordo che in italia nn abbiamo scrittori che creano spunti interessanti…
eccetto forse la Troisi (non sono un suo fan precisiamolo) ma la storia e i luoghi nn sono del tutto da buttare (anche se c’e’ da aggiungere che e’ scritta male e ci sono tanti, troppi errori banali…)
Attenzione però.
Nel punto 7 non intendo assolutamente dire che il Fantasy di stampo classico sia da criticare in toto. Al contrario, me la prendo con chi si affaccia a tale genere senza vedervi tutte le possibilità e le potenzialità. Scrittori come Jordan, Martin, Erikson e molti altri scrivono sì di mondi e situazioni che, almeno nelle loro caratteristiche di base, sono già stati sviluppati in molti altri romanzi, ma almeno loro lo fanno con piena coscienza. Si tratta di autori stilistiacamente validi, chi più chi meno, e in grado d’infondere ai propri scritti quel qualcosa in grado di differenziarli dalla concorrenza.
Invece, molti altri scrittori della domenica, si limitano a proporre sempre le solite situazione in maniera acritica.
Allora dove sta il problema? Non in coloro che sono dotati di talento e riescono a trovare situazioni sempre nuove, pur muovendo pezzi ormai divenuti classici, ma in coloro che nemmeno si sforzano di creare prodotti originali. L’esempio più noto è Paolini, il quale, come noto, non ha fatto altro che riprorre la stessa identica storia di Guerre Stellari, ma da noi la situazione non è molto migliore. La Troisi nella prima trilogia ci ficca addirittura dentro il peggiore dei topoi del Fantasy: la ricerca delle armi da combinare insieme per creare la “Supermegaiperultra arma cazzutissima”. Ecco, è questo il cancro del Fantasy, non gente come Jordan, Martin ed Erikson.
Come scrissi in un’altra occasione (credo su Fantasy Magazine), io sarei dispostissimo a leggere per l’eternità Fantasy Classico se fosse scritto da gente capace. Ma il problema è proprio questo: di gente capace ce n’è davvero poca, proprio per via della questione del “Ma tanto è Fantasy”. Quindi, se oggi si vuole davvero emergere, non conviene parlare dei soli luoghi comuni del genere, ma proporre qualcosa di veramente originale. Ecco perché sono tanto affascinato da generi come il New Weird, la Bizarro Fiction, lo Steam Punk ecc.
Concludo con una nota breve. Oggi su FM è uscita la notizia della prossima uscita di una rivisitazione di “Piccole donne”, dove però le protagoniste del romanzo daranno la caccia a dei licantropi. D’accordo, è qualcosa di trash oltre l’inverosimile, ma ti assicuro che preferirei leggere quel libro che l’ennesimo romanzo a colpi di draghi ed elfi.
Okamis
Quindi, se oggi si vuole davvero emergere, non conviene parlare dei soli luoghi comuni del genere, ma proporre qualcosa di veramente originale.
sono pienamente daccordo su tutto solo su questo piccolo passaggio… mi viene da aggiungere che per trovare l’originalita’ pero’ nn si deve cadere nel ridicolo anche se questo dipende dalla bravura dell’autore.
la stessa idea che accennavi su questo remix fantasy di piccole donne (nn ho letto l’articolo ancora), ad esempio puo’ essere sia un top che un flop.
Infatti quella a cui accenni è proprio una delle difficoltà della narrativa “weird” e che mi sento di sottoscrivere. Il pericolo è quello di creare situazioni che prese singolarmente magari sono anche buone, se non ottime, ma che riunite nella stessa storia diventano ridicole. Lo scrittore, e questo è un discorso che vale per qualsiasi genere, deve sempre porsi dei limiti invalicabili se vuole creare un prodotto coerente con se stesso.
Steph Swainston ha scritto:
Ecco, nella sostanza sono d’accordo. Non tanto sul fatto che non bisogna essere troppo weird, quanto sul non creare elementi bizzarri per lasciarsi solo sulla sfondo, giusto per riempire le pagine.
Quandi creai il mio primo blog, si chiamava “Invisibili Confini” proprio perché rappresentava il mio concetto di narrativa, ovvero il doversi dare SEMPRE dei limiti di cui però il lettore non si sarebbe dovuto accorgere. Insomma, usando un’altra formula che cito spesso, è tutta una questione di equilibri. Sta alla bravura dell’autore, come dici anche tu, riuscire a mantenere in piedi la sua costruzione.
Okamis ha scritto:
Desideravo sentire queste parole da anni. Ottimo articolo, Okmis.
ps:non ti arrabbi se ti dico che secondo me Tolkien è più epica fantastica che epic fantasy, vero?^^
Credo che almeno in riferimento al caso specifico di Tolkien, la formula “epica fantastica” ci possa stare, visto che obiettivo dello scrittore inglese non era tanto scrivere un romanzo, quanto un intero mondo dove ricreare gli elementi tipici dei suoi studi storico linguistici.
Infatti se il materiale epico da lui usato in opere fantasy diventa un ammasso di cattivi stereotipi è perché funzionano solo in un preciso contesto(quello della Terra di Mezzo) che si basa su mito, storia e linguistica(e folklore, anche se solo in alcuni casi).
, ma si devono conoscere bene gli strumenti di cui ci si serve per non cadere nell’errore della copia.
Non dico che non si possa voler creare qualcosa di simile, io voglio farlo