Iscriviti al feed di Infiniti Sentieri, così da rimenere sempre aggiornato sugli ultimi articoli pubblicati. È gratis ed è approvato dal sommo Chtulhu!

Top 10 aficionados

Recensione: L’acchiapparatti

TITOLO: L’acchiapparatti

AUTORE: Francesco Barbi

GENERE: Low Fantasy

EDITORE: Baldini Castoldi Dalai

PAGINE: 460

ANNO: 2010 (edizione originale: 2007)

PREZZO: 18,50€

ETÀ CONSIGLIATA: 16+

Innanzitutto una precisazione. A dispetto del titolo, il presente articolo non è una vera e propria recensione, quanto un compendio al quasi omonimo articolo di un anno fa circa (QUESTO). Se uso tale denominazione è soltanto per venire in aiuto dei motori di ricerca.

Altra precisazione che ritengo doverosa. Se ho deciso di non scrivere una nuova recensione, ciò dipende da due ragioni principali. La prima è che, nella sostanza, il mio giudizio sul romanzo d’esordio di Francesco Barbi non è mutato. La seconda è che in questa nuova edizione sono presenti alcune correzioni da me suggerite all’autore durante un fitto scambio di e-mail. Sia chiaro, con ciò non intendo arrogarmi alcun merito, visto che tali suggerimenti, ne sono certo, non sono giunti da me soltanto; solo non ritengo di disporre della necessaria oggettività per disquisire nuovamente e in maniera approfondita del libro.

Da qui la mia decisione di limitarmi ad elencare le principali differenze tra i due libri, così da rendere più semplice il compito a chiunque fosse incerto su quale edizione acquistare.

Aggiorna e riavvia il sistema

Rileggere a distanza di un anno o poco più L’acchiapparatti mi ha fatto una strana sensazione. Quando a fine 2008 venni contattato da Barbi, ero in piena fase di trasloco dal Fantasy classico a generi più weird. Oggi, che i miei gusti sono definitivamente migrati verso i lidi della Bizarro Fiction e dei vari “X-Punk”, L’acchiapparatti mi appare ancor più distante. Non solo: sapendo di trovarmi di fronte a un’edizione riveduta e corretta l’occhio si è fatto involontariamente più critico.

Eppure…

Specchio specchio delle mie brame, qual è la copertina più bella del reame?

Eppure L’acchiapparatti è riuscito per la seconda volta a stregarmi, con i suoi dialoghi surreali, i suoi folli personaggi e il suo misto di umorismo e malinconia. Per quanto i margini di miglioramento siano ancora ampi – ma esiste un’opera per cui non valga un simile discorso? – mi ha fatto grande piacere vedere come molte delle richieste dei lettori (quanto meno quelle più sensate) abbiano trovato soddisfazione. Vediamole nel dettaglio.

  • IL PROLOGO: Se esiste una parte del libro originale che è stata criticata da quasi tutti, questa era proprio il prologo. I difetti risiedevano nella presenza di molti personaggi stereotipati (a partire dai classici briganti in cerca di bisboccia) e da uno stile forse un po’ acerbo rispetto al resto del volume. Detto, fatto. Invece di mandare a fanculo i criticoni e accusarli d’Invidia™, come avrebbero fatto buona parte degli italici “gegni”, Barbi si è tirato su le maniche e ha riscritto il capitolo praticamente da zero. Per quanto la situazione generale sia rimasta pressoché inalterata, a cambiare sono tanti piccoli dettagli, quali la psicologia dei briganti e l’evento scatenante la rissa. Il risultato è molto buono e, pur continuando a non brillare per originalità, risulta decisamente più accattivante della versione originale.
  • I PUNTI ESCLAMATIVI: Come aveva fatto notare Gamberetta nella SUA RECENSIONE, ne L’acchiapparatti di Tilos si aveva la sensazione che tutti i personaggi urlassero a causa dell’altissimo numero di punti esclamativi. Ora il loro numero è decisamente più basso, merito di una sana sezione di potatura.
  • L’USO DEL PRESENTE: Un’altra questione che aveva lasciato perplessi i più riguardava l’uso del presente al posto del passato remoto in buona parte delle scene d’azione. Il problema non risiedeva tanto nella tecnica in sé, quanto nel fatto che il passaggio tra i due tempi verbali avveniva all’improvviso, finendo così per confondere soltanto il lettore. Bene, nella nuova edizione Barbi ha optato per una soluzione più ordinata. Il presente continua sì a comparire, ma soltanto quando il POV è fisso sul Boia di Giloc, sottolineando ulteriormente il tutto con l’isolamento grafico di tali paragrafi. Una scelta felice, visto che l’effetto di straniamento viene pressoché azzerato, lasciando così l’attenzione del lettore fissa là dove deve stare: sul prosieguo della trama.
  • I BLOOPERS: Qui c’è poco da dire, se non che quelli che riscontrai un anno fa sono stati entrambi risolti.
  • I PERSONAGGI SECONDARI: Altra cosa fatta notare a più riprese da molti lettori del romanzo originale era la scomparsa improvvisa del personaggio di Isotta. Barbi ha così deciso di dedicarle un piccolo cameo nella parte finale del libro, per quanto la sua figura rimanga forse ancora un po’ troppo sullo sfondo, facendola apparire come l’unico “personaggio deus ex machina” del libro.
  • GLI INFODUMP: Per quanto gli infodump de L’acchiapparatti di Tilos non mi avessero dato particolare fastidio (anzi, li trovai persino ben strutturati per via delle scelte stilistiche insite in essi), questa nuova edizione mostra una loro netta diminuzione. Si può quasi dire che Barbi abbia acquisito il dono della sintesi, limitando le digressioni storico-culturali allo stretto necessario. Tra le poche eccezioni, il capitolo intitolato Il resoconto di Melzo, una sorta di grosso infodump dai toni però ironici, il quale è stato diviso in due parti, passando dalle 22 pagine originali alle attuali 24. La divisione del dialogo in due capitoli, oltre a un migliorato ritmo delle battute, mantiene tuttavia il doppio capitolo ancora godibilissimo.
  • IL CAPITOLO BONUS: Dando un’occhiata all’indice, si nota subito come, rispetto all’edizione originale, sia presente un capitolo in più (o meglio, due capitoli in più, di cui uno nasce però dalla suddivisione del resoconto di Melzo di cui ho già parlato). Tale capitolo ci riporta alle spalle del Boia di Giloc, mostrandoci un altro dei suoi simpatici massacri. Ora, ammetto di essere un po’ combattuto su questo capitolo. Da una parte è vero che è posizionato in modo tale da far ricomparire un personaggio lasciato in disparte per troppe pagine. Dall’altra risulta però essere tra i meno originali, viste le fondamenta un po’ banalotte. Non un capitolo inutile, quindi, quanto decisamente sottotono rispetto agli altri in cui compare il Boia.
  • L’INDICE DEI PERSONAGGI: Una delle aggiunte più gradite della nuova edizione riguarda l’indice dei personaggi situato a fondo libro. Per quanto L’acchiapparatti non presenti un altissimo numero di personaggi, si tratta comunque di uno strumento utile. Peccato solo per l’adozione di un ordine basato sull’apparizione, anziché alfabetico, ma è un difetto di poco conto.

Edizione BCD a sinistra e Campanila a destra. Sulla qualità della rilegatura BCD vince a mani basse. Tra l’altro, anche se non si nota per via del flash, la carta usata per la nuova edizione è nettamente più chiara rispetto a quella vecchia.

Queste le note principali. Elencare infatti tutte le variazioni al testo sarebbe cosa ben più ardua, e comunque questo non è un articolo di filologia. Concludo dicendo che a livello generale lo stile del libro è decisamente migliorato. Soprattutto, appare più omogeneo, a differenza del volume originale, la cui prima parte risultava un filo peggiore della seconda. Certo, rimangono ancora quelli che reputo piccoli difetti, quali D eufoniche di troppo o personaggi che adottano formule verbali identiche tra loro, ma come opera prima L’acchiapparatti è e rimane uno dei migliori testi di narrativa fantastica italiana. (a voler essere cattivi si potrebbe dire che non ci voglia molto in Italia per riuscire in ciò, ma non è questo il caso)

Carta canta

Come faccio sempre quando si tratta di parlare di libri, dedico un capitoletto a parte alla realizzazione materiale del medesimo. Va subito detto che la missione della Baldini Castoldi Dalai non era delle più facili. L’edizione Campanila è infatti di qualità eccellente sotto ogni punto di vista (pochi refusi, buoni materiali, bella grafica…). Ciononostante, la casa editrice milanese ha svolto un lavoro a mio avviso esemplare.

Partiamo dalla copertina. A dispetto del file JPEG mostrato qualche settimana addietro, la resa finale è decisamente migliorata, a partire dall’effetto “copia-incolla” del topo. Meno convincente è invece la silhouette di Ghescik, sia per via di un’illuminazione troppo marcata, che di un mancato rispetto delle proporzioni. In questo senso, la copertina originale mostrava un’attenzione ai dettagli decisamente superiore. Dove invece la BCD vince a mani basse è nella qualità dei materiali. Il rivestimento del libro è infatti passato dal tessuto (tipologia di materiale che si sporca come niente) a una protezione nero-plastificata e riflettente, apparentemente più povera, ma in verità più resistente e meno propensa a catturare le particelle di sporco, il tutto con tanto di titolo sul bordo, grossa mancanza dell’edizione Campanila.

Passando alla grafica interna, la situazione è di sostanziale parità. Se Campanila aveva mostrato una scelta dei font più originale, dall’altra BCD opta per caratteri più tradizionali ma dalla maggiore leggibilità. Scelte legittime e che denotano in entrambi i casi una grande attenzione anche per questo campo spesso bistrattato.

Unica nota dolente, per così dire, dell’edizione BCD è l’impaginazione dei dialoghi. Pur mantenendo inalterato l’uso delle virgolette uncinate, si nota infatti come a seconda della tipologia delle frasi venga adottata o meno la virgola durante le intromissioni del narratore. Si tratta tuttavia del classico pelo nell’uovo, roba che viene colta solo dai malati di mente come il sottoscritto.

A livello generale, BCD ha svolto un ottimo lavoro, riuscendo a tenere testa all’edizione Campanila, per quanto forse la mia asticella del gusto personale tenda leggermente più verso quest’ultima.

Edizione Campanila…

…ed edizione Baldini Castoldi Dalai

Conclusioni

Come già scritto in fase introduttiva, il mio giudizio sul romanzo d’esordio di Francesco Barbi non è mutato. L’acchiapparatti difficilmente sarà uno di quei libri che vi cambierà per sempre la vita, e nemmeno penso voglia esserlo. Si tratta tuttavia di un buon libro, dalla trama interessante e priva di punti morti, ma soprattutto con personaggi veri, non le solite macchiette che – ahimé – ammorbano buona parte della narrativa fantastica italiana e non solo. È un romanzo che, pur privo di elementi innovativi, riesce a divertire quanto basta e a distinguersi dalla concorrenza. Barbi ha il merito di essere uno dei pochi scrittori italiani ad aver capito che non ha senso creare realtà alternative che scimmiottano Tolkien, quando poi storia e personaggi sono profondi quanto una pozzanghera. È proprio questo il paradosso che sta dietro a L’acchiapparatti: risultare originale all’interno del mercato italiano pur tralasciando gli “effetti speciali”, ma soffermandosi invece su quegli aspetti davvero importanti, quali caratterizzazione dei personaggi e brio nei dialoghi. Vista la scarsissima qualità del Fantasy nostrano, il libro di Barbi, pur con tutti i suoi nei, rappresenta una vera ventata d’aria fresca. La speranza, inutile dirlo, è che questo libro rappresenti un primo gradino. Ecco perché, tra tutti gli autori italiani, Barbi è tra quelli di cui attendo con maggiore curiosità la seconda prova.

VN:F [1.9.3_1094]
Media dei voti: 9.5/10 (6 voti)
Recensione: L'acchiapparatti, 9.5 out of 10 based on 6 ratings
Okamis

Padrone di casa di Infiniti Sentieri, Alessandro "Okamis" Canella è sostanzialmente un nerd (ma per alcuni anche un pezzo di nerd). Appassionato di narrativa fantastica in ogni sua forma, ma con una particolare predilezione verso il New Weird, non sopporta solo tre cose: l'ipocrisia, gli scrittorucoli da strapazzo che giustificano qualsiasi boiata con la scusa della magia e gli editori a pagamento.

Alcuni articoli su argomenti simili

13 Commenti a “Recensione: L’acchiapparatti”

  • [...] (1) Ultimi articoli Recensione: L'acchiapparattiLa fine è solo l'inizioSegnalazione: concorso a tema Steampunk!L'acchiapparatti comincia a [...]

  • @Okamis: Ti ringrazio per questo articolo, dettagliato e preciso, senza dubbio molto interessante.
    Scrivo una serie di note veloci perché devo scappare, ma mi riprometto di intervenire di nuovo nel fine settimana.

    Intanto le pagine: per la precisione sono 466 nella versione andata in stampa.

    Mi sembra che in qualche piccolo passaggio tu sia stato un po’ condizionato dal tuo bisogno di sentirti integro, onesto e imparziale. Intendo dire che nel timore di trattarmi con troppo riguardo in virtù della nostra “situazione di confidenza” (peraltro esplicitata), di fatto mi pare che tu abbia trattato “L’acchiapparatti” meno bene di quanto non avresti fatto se tu non mi avessi conosciuto. Naturalmente potrei essermi sbagliato e comunque si tratta soltanto di una mia impressione.

    Mi rendo conto che affrontare il discorso sullo stile possa presentare molte difficoltà, ma visto che grossa parte del lavoro di revisione si è focalizzato su quello, forse avresti potuto dedicargli qualche parola in più. Io credo che dal suddetto punto di vista, questa nuova edizione sia decisamente più matura. Mi verrebbe voglia di prendere a caso una qualsiasi pagina della vecchia edizione e mostrare che cosa è diventata nella nuova… Chissà, magari lo farò nel mio blog.

    Molto molto interessante il confronto dei due oggetti-libro. Secondo me, però, non c’è paragone. Per ciò che riguarda la figura alla finestra: vuole essere un miscuglio tra Zaccaria e Ghescik, ma la sagoma è stata ricavata dalla foto che si trovava nel risvolto di copertina dell’edizione precedente.

    Non ho capito il discorso delle virgole nei dialoghi. Mi pare sia stato adottato il criterio ben preciso, definito e caratteristico della casa editrice.

    Mi son lasciato prendere e ho fatto tardi. Grazie ancora… Scappo.

  • Sul numero di pagine, ho la tendenza a indicare quelle per così dire “effettive”, ovvero togliendo quelle con le varie informazioni su copyright, ISBN ecc. Non che cambi poi molto :)

    Riguardo lo stile, è vero: di certo questo pezzo è meno puntuale del precedente o di qualunque altro. E probabilmente ciò dipende dalle ragioni da te addotte. Nel limitarmi ad evidenziare le differenze principali, ho finito per soffermarmi poco o nulla sui dettagli stilistici. Anche perché, come dici tu, basta prendere una pagina a caso per rendersi conto della differenza. In effetti questa è proprio una delle cose che più ho apprezzato della nuova edizione: il fatto che tu non ti sia limitato a correggere i difetti più marcati, ma a rivedere l’intero testo. Resta il fatto che soffermarmi sul discorso stilistico avrebbe implicato una serie di giudizi ben più espliciti di quelli già presenti in questo compendio. E’ stata una scelta la mia, ma volta anche a sottolineare la diversità d’obiettivo di questo articolo rispetto al precedente.

    Sui due libri, non credo che paragonare due lavori (ottimi per altro) faccia torto all’una o all’altra casa editrice. Il semplice motivo per cui tendo leggermente verso Campanila è che le sue scelte grafiche sono state per così dire più coraggiose (cosa da non sottovalure per le piccole CE). BCD ha sì fatto un lavoro pressoché impeccabile, ma un po’ troppo “scolastico”. Certo, a trovarne di lavori scolastici di tale qualità! :)

    Sui dialoghi, ti faccio un esempio a caso.
    Pagina 8, poco dopo la metà della pagina:

    «Dai, non mi scocciare», biascicò l’altro.

    Pagina 9, verso il fondo della pagina.

    «Ma perché non la smetti di bere e non torni un po’ da tua moglie?» sbottò in faccia al cognato.

    Sinceramente non capisco perché tenere la virgola nel primo caso e non anche nel secondo o viceversa. Ma ripeto, è una questione da malati di mente quale sono :)

    PS: Ho corretto quel passaggio dell’articolo, perché riguardando il libro mi sono accorto che la virgola viene omessa solo con domande ed esclamazioni, quindi cade l’ipotesi delle più persone a lavorare sul progetto grafico. Rimane però il dubbio sul perché di una simile scelta.

  • L’indicazione del numero di pagine è chiaramente un dettaglio. Mi era saltata all’occhio perché non corrispondeva né alle 480 pagine totali, né alle 466 numerate. Ero curioso di capire il criterio che avevi adottato.

    Sui due oggetti-libro e sulle due impaginazioni: naturalmente preferire l’uno o l’altro è molto legato a una questione di gusto personale. Sono comunque contento che tu abbia apprezzato la prima edizione perché l’ho curata io, in tutti i dettagli. La copertina l’ho fatta fare ad un amico “artista”, i font particolari li ho trovati e scelti io, le decisioni riguardanti l’impaginazione le ho prese io, il file andato in stampa è quello uscito dal mio Mac, la mappa apparteneva a me… La casa editrice mi è venuta incontro, questo va detto, ma il libro l’ho “fatto” io… Forse per questo l’hai trovato originale.

    Sullo stile sono felice di sapere che tu ti sia reso conto di quanto lavoro ho fatto sul testo e che tu lo abbia molto apprezzato. Rimane la perplessità che avevo mostrato nel messaggio precedente: elenchi tutta una serie di differenze, che altro non sono che migliorie, riconosci che lo stile è maturato e poi sottolinei sia all’inizio che alla fine dell’articolo che il tuo giudizio sul libro non è mutato. A mio parere, avresti potuto dire che il libro è senza dubbio migliorato, magari non così tanto da cambiarne la tua valutazione complessiva. Oppure avresti potuto non dire niente e lasciare davvero che chi ti legge traesse le sue conclusioni. Mi scuso se insisto su questo punto, ma ho lavorato duro sul testo per 6 mesi e per giunta mi pare che tu ne abbia colto i miglioramenti.

    Riguardo all’uso della virgola nei dialoghi, se tu sei un malato di mente, io sono da rinchiudere. La mia scelta sarebbe stata la stessa che avevo adottato nella precedente versione, ma questa volta non me ne se occupato io (e meno male!). Ad ogni modo Baldini Castoldi Dalai adotta un criterio ben preciso che risulta tra l’altro tra una delle possibilità più usate. Ti invito a dare un’occhiata all’articolo di Gamberetta sui dialoghi.

  • Attenzione: io ho scritto che “nella sostanza non è mutato”, e considerando che il giudizio originale era più che positivo, lo stesso rimane ora. Forse sono stato frainteso. Con quella frase non intendevo dire che a scapito di tutte le variazioni la mia opinione sull’Acchiapparatti non è mutata di una virgola. Intendevo invece che tanto quanto era buona la prima edizione, altrettanto lo è la seconda. Anche perché l’unica nota per così dire stonata trovata nella nuova edizione è il capitolo bonus, ma anche lì non perché brutto, quanto leggermente inferiore rispetto agli altri. E’ un po’ come nelle pagelle della gazzetta dello sport. Magari la squadra X ha fatto una partita sublime vincendo 10 a 0, ma c’è quel singolo giocatore apparso fiacco. Ma il 10 a 0 rimane, ed è quella la cosa fondamentale.

  • Se credi, non pubblicare questo commento. Sono stato a lungo indeciso se inviarlo o meno perché mi dispiacerebbe farti del male. Ti faccio sapere però che tu me ne hai fatto.

    Mi dispiace molto che tu non abbia colto il mio invito a riflettere su quanto stavo cercando di dirti. L’impressione che si ha leggendoti è quella che tu ti sia arroccato di nuovo a difendere la tua “reputazione” di persona giusta, integra; che tu abbia sminuito l’acchiapparatti per sentirti e mostrarti un “puro”. Con i miei primi due commenti, speravo che ti saresti chiesto come stessero le cose, che mettessi in dubbio il tuo punto di vista, e magari ti interrogassi sul perché hai scritto quel che hai scritto.
    Ad ogni modo, io sono fermamente convinto che siano gli errori il motore dell’evoluzione.
    Detto questo, torniamo a noi, provo a spiegarti il mio punto di vista in dettaglio e senza peli sulla lingua.

    Prima di cominciare, ribadisco che accetto serenamente che mi si dica che il libro è migliorato sì, ma non poi molto, e comunque non da variarne la sostanza del giudizio. Molte cose, come la storia, i personaggi e l’ambientazione, sono rimaste in effetti immutate.

    Non capisco perché non ritieni “di disporre della necessaria oggettività per disquisire nuovamente e in maniera approfondita del libro”, visto che non hai esitato a dichiarare apertamente come stiano le cose fra noi. Se prima di parlare di un libro premetti che conosci l’autore, il tuo lettore si aspetta e accetta che tu mostri un particolare riguardo nei confronti del libro in questione. Se viceversa questo riguardo manca, il lettore non può che pensare che il libro sia peggiore di come lo descrivi.

    Questa la tua dichiarazione iniziale:
    “Da qui la mia decisione di limitarmi ad elencare le principali differenze tra i due libri, così da rendere più semplice il compito a chiunque fosse incerto su quale edizione acquistare.”
    Una decina di righe sotto:
    “Per quanto i margini di miglioramento siano ancora ampi – ma esiste un’opera per cui non valga un simile discorso? –…”
    Frase di per sé infelice o quantomeno senza senso. Se non esiste un’opera per cui non valga un simile discorso, perché lo fai un simile discorso? Se invece l’intenzione è non far sembrare che si parli troppo bene del libro, il risultato (magari involontario) è che di fatto ne parli male. E in ogni caso mi sembra proprio che tu non abbia rispettato quanto dichiarato in partenza.

    Poi elenchi le differenze che hai notato tra le due edizioni (e aggiungo che ci sono anche altri aspetti che rendono migliore la seconda): sembrano tutte a favore della nuova. In più c’è il discorso dello stile, che per te forse ha poco peso, ma per me, ad esempio, ne ha molto.
    (Una curiosità che forse esula dal discorso che sto affrontando: mi piacerebbe capire perché sarebbe un difetto l’indice dei personaggi in ordine di apparizione, piuttosto che in ordine alfabetico?)
    Concludi l’elenco delle differenze così:
    “Certo, rimangono ancora quelli che reputo piccoli difetti, quali D eufoniche di troppo o personaggi che adottano formule verbali identiche tra loro, ma come opera prima L’acchiapparatti è e rimane uno dei migliori testi di narrativa fantastica italiana.
    (non che ci voglia poi molto ^_^)”

    La frase tra parentesi te la potevi risparmiare, sempre in virtù di quanto dichiarato all’inizio; a mio parere, è inutilmente svilente.
    Riguardo alle D eufoniche, ne ho eliminate moltissime. Quelle poche che ho lasciato, le ho lasciate per scelta.
    Sui personaggi che adottano formule verbali identiche tra loro, ti invito a pensare a come parlano membri di uno stesso gruppo di adolescenti, donne nate nello stesso quartiere che si dividono la bancarella di un mercato, o un vecchio oste e il suo cognato che stanno insieme da una vita intera.

    Infine nelle conclusioni ripeti, e dici che lo ripeti, che il tuo giudizio sul romanzo d’esordio di Francesco Barbi non è mutato. Questa volta però aggiungi qualcos’altro:

    “L’acchiapparatti difficilmente sarà uno di quei libri che vi cambierà per sempre la vita, e nemmeno penso voglia esserlo. Si tratta tuttavia di un buon libro, dalla trama interessante e priva di punti morti, ma soprattutto con personaggi veri, non le solite macchiette che – ahimé – ammorbano buona parte della narrativa fantastica italiana e non solo. È un romanzo che, pur privo di elementi innovativi, riesce a divertire quanto basta e a distinguersi dalla concorrenza.”
    E tiri le somme così:
    “Vista la scarsissima qualità del Fantasy nostrano, il libro di Barbi, pur con tutti i suoi nei, rappresenta una vera ventata d’aria fresca. La speranza, inutile dirlo, è che questo libro rappresenti un primo gradino.”

    Questo è chiaramente un giudizio. Un giudizio che, a mio parere, viene espresso nel peggiore dei modi.
    Il chiamare in causa la scarsissima qualità del Fantasy nostrano sembra lasciar sottintedere che il libro può valere qualcosa giusto perché viene confrontato con libri che non valgono niente. Ma forse, considerata la frase sopra (“non che ci voglia poi molto ^_^”), è quello che credi. E’ questo che credi?
    Anche il dire “pur con tutti i suoi nei” è allusivo e svalutante. Tutti i suoi nei? Quali? Le D eufoniche, tipo “una ad una” invece di “una a una”? O forse ti riferisci al capitolo 17?
    Per quanto riguarda il capitolo 17, a questo punto ci tengo a farti sapere che non sono il solo a pensare che sia tutt’altro che un neo. Dal punto di vista stilistico, si tratta di uno dei migliori capitoli del libro; non solo, ma ha una funzionalità ben precisa e conferisce profondità ed evoluzione al rapporto Ghescik-mostro. D’altra parte se a te non piace sei liberissimo di esprimere un giudizio (sebbene non fosse nelle intenzioni dichiarate).

    Sull’ultima frase, “La speranza, inutile dirlo, è che questo libro rappresenti un primo gradino”, mi permetto di stendere un velo pietoso.

    Lungi da me il voler essere soltanto polemico. Per quel che mi riguarda, mi sembra di aver già dato prova di accettare e utilizzare proficuamente le critiche. Ma ognuno si prenda le proprie responsabilità per ciò che scrive.
    Se mi sono logorato e ho dedicato del tempo a questa faccenda è perché mi dispiacerebbe covare un non-detto che potrebbe compromettere i nostri rapporti. La mia critica vuole essere costruttiva. Spero che stavolta non penserai soltanto a difenderti, ma proverai a porti dal mio punto di vista e a riflettere su quanto ti ho scritto e su quanto hai scritto.
    A mio parere, per paura di essere troppo buono, hai ottenuto l’effetto contrario.

  • “Per quanto i margini di miglioramento siano ancora ampi – ma esiste un’opera per cui non valga un simile discorso? –…”

    Sinceramente non capisco perché tale frase sia infelice. Una cosa che ho sempre detto è che l’opera perfetta, agli occhi del lettore, non esiste. In qualsiasi opera di narrativa esisterà sempre un passaggio che riteniamo migliorabile. E’ la natura umana. Poi, ovviamente, tali margini di miglioramento hanno pesi diversi. Se l’opera X presenta su 500 pagine una sola frase trasudante avverbi, non è che per quel singolo passaggio X diventa una schifezza.

    Riguardo la frase in parentesi, voleva soltanto essere una battuta per nulla rivolta a sminuire il libro. Vedo di cambiarla per farne capire meglio il senso (purtroppo il mio senso dell’umorismo è pessimo).

    “L’acchiapparatti difficilmente sarà uno di quei libri che vi cambierà per sempre la vita, e nemmeno penso voglia esserlo. Si tratta tuttavia di un buon libro, dalla trama interessante e priva di punti morti, ma soprattutto con personaggi veri, non le solite macchiette che – ahimé – ammorbano buona parte della narrativa fantastica italiana e non solo. È un romanzo che, pur privo di elementi innovativi, riesce a divertire quanto basta e a distinguersi dalla concorrenza.”
    E tiri le somme così:
    “Vista la scarsissima qualità del Fantasy nostrano, il libro di Barbi, pur con tutti i suoi nei, rappresenta una vera ventata d’aria fresca. La speranza, inutile dirlo, è che questo libro rappresenti un primo gradino.”

    Parto da una considerazione: scrivere un qualsiasi pezzo senza inserire giudizi di sorta è impossibile.

    Detto ciò, il senso di quella frase non è che “L’acchiapparatti” si distingue dalla concorrenza perché migliore di loro. Al contrario, quella frase riprende quanto già dissi nella prima recensione, ovvero che fa piacere vedere come anche in Italia, dove il fantastico viene visto per lo più come narrativa marginale, sia possibile scrivere un’opera adulta, non solo nelle tematiche, ma anche nello stile. E proprio in virtù di ciò “L’acchiapparatti” si distingue con forza ancora maggiore. L’ultima frase poi non ha nulla di negativo, anzi! Sta ad indicare il desiderio di vedere altre opere con pregi simili, e il suo significato mi sembra chiarissimo.

    Riguardo infine il termine “nei”, anche qui io non rivesto tale termine di un senso completamente negativo. Con neo intendo un difetto piccolissimo, quasi invisibile. Non a caso, tale termine significa in senso figurato “piccola imperfezione, difetto appena visibile” (fonte: dizionario Zanichelli).

    Sul capitolo bonus, anche lì non capisco cosa abbia detto di strano. Tu parli di una funzionalità del medesimo. Giustissimo, e infatti è la stessa identica cosa che scrivo. Il problema, se così lo vogliamo chiamare, di quelle pagine è che le ho trovate meno accattivanti delle altre scene con il Boia in azione, anche perché l’idea del gruppo di personaggi che si fermano vicino a una fonte d’acqua, che fanno il bagno e dove magari qualcuno vuole anche ciulare, il tutto però interrotto dall’arrivo di un mostro, beh, è una scena che sa di già visto. Ma a parte questo ho ben specificato che si tratta comunque di un capitolo per nulla inutile.

    Più in generale, non vedo come tale pezzo (che ricordo va integrato in quello precedente) possa essere inteso in maniera negativa. Nella parte centrale elenco 8 punti. Di questi 5 sono nettamente positivi (il nuovo prologo, i bloopers eliminati, l’uso più ridotto dei punti esclamativi, il nuovo uso del presente e gli infodump), mentre i restanti 3 sono moderatamente positivi. A me sinceramente questo appare un ottimo risultato. Anche perché a me pare che nel “taglia-cuci” tu abbia tralasciato quelle frasi dove mi esprimo più che positivamente nei confronti del libro:

    Eppure L’acchiapparatti è riuscito per la seconda volta a stregarmi, con i suoi dialoghi surreali, i suoi folli personaggi e il suo misto di umorismo e malinconia. Per quanto i margini di miglioramento siano ancora ampi – ma esiste un’opera per cui non valga un simile discorso? – mi ha fatto grande piacere vedere come molte delle richieste dei lettori (quanto meno quelle più sensate) abbiano trovato soddisfazione.

    Concludo dicendo che a livello generale lo stile del libro è decisamente migliorato. Soprattutto, appare più omogeneo, a differenza del volume originale, la cui prima parte risultava un filo peggiore della seconda.

    Si tratta tuttavia di un buon libro, dalla trama interessante e priva di punti morti, ma soprattutto con personaggi veri, non le solite macchiette che – ahimé – ammorbano buona parte della narrativa fantastica italiana e non solo. È un romanzo che, pur privo di elementi innovativi, riesce a divertire quanto basta e a distinguersi dalla concorrenza. Barbi ha il merito di essere uno dei pochi scrittori italiani ad aver capito che non ha senso creare realtà alternative che scimmiottano Tolkien, quando poi storia e personaggi sono profondi quanto una pozzanghera. È proprio questo il paradosso che sta dietro a L’acchiapparatti: risultare originale all’interno del mercato italiano pur tralasciando gli “effetti speciali”, ma soffermandosi invece su quegli aspetti davvero importanti, quali caratterizzazione dei personaggi e brio nei dialoghi.

    Come può qualcuno, a fronte dei due pezzi (originale e compendio), pensare che il mio giudizio sul tuo libro sia negativo?

  • Ah, ecco, mi sembrava di aver scordato qualche cosa. Sull’indice dei nomi, quelli basati sulla comparsa in scena dei personaggi li trovo un filino macchinosi per il lettore, il quale a volte non si ricorda chi è comparso prima di chi. Ma, come specificato nel testo, è un difetto minore visto che i personaggi dell’acchiapparatti non sono poi tantissimi.

  • Ora capisco che sei veramente in buona fede. E mi dispiace di essere stato così suscettibile.
    Non ho mai creduto che tu avessi un’opinione negativa del libro e non mi sarei mai permesso di dirti quel che ti ho detto (anzi avrei senz’altro lasciato perdere) se non fossi stato convinto che tu avessi trovato l’acchiapparatti un buon libro. Ma penso, e continuo a pensarlo, che il taglio dell’articolo fosse sotto tono o quantomeno ambiguo. Sarei curioso di sapere se sono il solo ad avere avuto queste impressioni.
    Ad ogni modo ti ringrazio molto per aver chiarito ulteriormente e in esteso il tuo punto di vista sul libro.

  • Errata corrige, mi era scappato un passato prossimo. La frase corretta è: “Ma ho pensato, e continuo a pensarlo, che il taglio dell’articolo fosse sotto tono o quantomeno ambiguo.”

  • Errata corrige 2 :) : “Ma ho pensato che il taglio dell’articolo fosse sotto tono o quantomeno ambiguo per il tuo eccessivo scrupolo a non voler sembrare buonista.”

  • Be’, che dire… mi aveva già incuriosita la recensione di Gamberetta.
    Lo inserirò nella mia (infinita) coda di lettura.

    ;-)

  • Felice di aver incuriosito più di una persona :) Tra l’altro noto con piacere che il libro da due settimane è nella top 10 dei più venduti in Italia nella categoria Fantasy (e nella top 20 all’interno della classifica generale).

Lascia un Commento

Si prega di rimanere in argomento. Per maggiori informazioni sulla politica d'Infiniti Sentieri, clicca QUI.

Se anche tu vuoi un avatar personalizzato, clicca QUI.

:-) :D :wink: :P :lol: 8) :o :| :? :roll: 8O :( :cry: :oops: :x :evil: :twisted: :mrgreen: :!: :?: :idea: :arrow:
Fanta-Classifica

DAL 26 LUGLIO AL 1 AGOSTO 2010

1. La clessidra di Aldibah
Licia Troisi (=)

2. Guida galattica per autostoppisti
Douglas Adams (+3)

3. La lama dei sogni
Robert Jordan (=)

4. Il bacio nella tempesta
Laurell K. Hamilton (-1)

5. Harry Potter e i doni della morte
J.K. Rowling (+3)

6. Fahrenheit 451
Ray Bradbury (+1)

7. Flashforward: avanti nel tempo
Robert J. Sawyer (-1)

8. Solomon Kane
Robert E. Howard (N.E.)

9. Il guardiano degli innocenti
Andrzej Sapkowski (-5)

10. I fiumi della guerra
George R. Martin (N.E.)

Cosa scrivo?

Maggiori informazioni disponibili nella pagina Romanzi e racconti


ROMANZO IN FASE DI SCRITTURA


ROMANZO COMPLETO


ANTOLOGIA DI RACCONTI LUNGHI


ANTOLOGIA DI RACCONTI BREVI


BEH, IL TITOLO DICE TUTTO