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Alma

In giro per la rete si trovano letteralmente migliaia di cortometraggi animati. Ma quando un lavoro è fatto non bene, ma divinamente, credo sia giusto condividerlo con gli altri. Se poi siete tra coloro che si domandano se in appena 5 minuti sia possibile creare una bella storia a metà strada tra una favola per bambini e un horror per adulti, beh, perché non provate a chiedere ad Alma?

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Recensione: Metal Gear Solid Philanthropy – Overnight Nation

Metal Gear Solid: PhilantropyREGIA: Giacomo Talamini

CAST: Giacomo Talamini, Nicola Cecconi, Patrizia Liccardi, Marco Saran, Enrico Pasotti, Giovanni Contessotto, Andrea Furlan

DURATA: 70 minuti

GENERE: Azione, Fantascienza

ETÀ CONSIGLIATA: ± infinito (scusate, ma Wordpress non mi prende il simbolo ^_^)

DOVE TROVARLO: CLICCAMI e vedrai.

La recensione di quest’oggi è un po’ particolare. Infatti, per la prima volta su Infiniti Sentieri non si parlerà di un’opera uscita all’interno dei canali “ufficiali”, bensì di un film amatoriale, un fan movie per la precisione, distribuito gratuitamente sulla rete (sì, avete capito bene). Probabilmente alle parole “film” e “gratis” molti storceranno il naso, pensando a chissà quale schifezza di risultato. Ma prima di tornare a trastullarvi su YouPorn concedetemi ancora qualche minuto della vostra attenzione: non si sa mai che non veniate smentiti.

Quale approccio?

Nel momento in cui mi sono messo a scrivere questa recensione, mi sono chiesto quale approccio seguire. Dopotutto, realizzare un film amatoriale non è come scrivere un libro. Tutti i romanzieri, infatti, che si chiamino Stephen King o Mario Rossi, partono con i medesimi strumenti di base. Sta alla sensibilità e abilità dell’autore realizzare un capolavoro o una boiata colossale. Così non è per un film, e questo perché servono mezzi costosi, attori in grande quantità, permessi per girare e molto altro ancora. Quindi come recensire un film amatoriale? Tenendo in considerazione tutte le limitazioni di “default” oppure come si farebbe per un’opera di livello cinematografico?

Bene, la mia scelta è stata di tendere verso quest’ultimo approccio, e non perché sia un Gran Bastardo™, ma perché, come vi spiegherò nelle prossime righe, Philanthropy è un prodotto che trascende il concetto di fan movie per come si è soliti intenderlo. È qualcosa di più, un film capace di creare nuovi standard qualitativi impensabili fino a poco tempo fa. E se ora siete curiosi di sapere come ci sia riuscito, seguitemi.

Welcome back, Snake

Un fan movie, dunque. Già, rispetto a quale opera? Beh, tutti coloro che amano il mondo dei videogiochi probabilmente avranno già intuito l’identità del “papà” morale di Philanthropy. Per tutti gli altri, ecco una brevissima spiegazione.

Metal Gear Solid è una serie di videogiochi ideata da Hideo Kojima, nata per Play Station ma poi migrata occasionalmente anche su altri sistemi. Nello specifico, si tratta di un gioco d’azione stealth, di quelli cioè dove non si deve sparare a tutto ciò che si muove, ma dove al contrario contano soprattutto silenziosità e approccio meditato. Protagonista della serie è Solid Snake, super soldato nato da un esperimento genetico volto a creare il soldato perfetto. A contraddistinguere la serie, al di là di discorsi tecnici come grafica, giocabilità ecc., è soprattutto la trama dei singoli episodi. A dispetto delle premesse, MGS si fonda infatti su un’ottima caratterizzazione dei personaggi, anche quelli minori, oltre a un’invidiabile attenzione nella sceneggiatura. Il lato negativo della medaglia è la generale lentezza degli episodi, spesso inframmezzati da lunghissimi dialoghi (grazie al cielo raramente fini a se stessi). Insomma, un gioco tipicamente giapponese, con tutti i pregi e i difetti che questo comporta agli occhi di noi occidentali.

Kojima_HideoQuesto bell’uomo è Hideo Kojima; anzi, il maestro Hideo Kojima

Ora, stare qui a spiegare come Hideo Kojima sia da considerare uno dei più importanti game designer al mondo, di come la serie di MGS sia riuscita a creare un vero e proprio genere a sé,  oltre che a fondere alla perfezione divertimento e profondità nei messaggi, sarebbe lungo e dispersivo. Molto meglio tornare sul film.

La pellicola si presenta come una storia alternativa agli eventi descritti in Sons of liberty, secondo episodio della serie videoludica. In Philanthropy Solid Snake è un agente segreto al soldo dell’omonima organizzazione, il cui obiettivo è eliminare qualsiasi arma di distruzione di massa, a partire dai Metal Gear, enormi mech dall’enorme potenziale offensivo (chiedo scusa ai fan della serie per l’uso non correttissimo del termine “mech”, ma era solo per rendere l’idea). Obiettivo di quella che si propone essere l’ultima missione di Snake è liberare il senatore Abraham Bishop, padre di Harrison Bishop, guarda caso uno dei capoccia di Philanthropy (anche se tra padre e figlio non sembra correre buon sangue).

Ad affiancare il nostro baldo eroe ci saranno due agenti: un cecchino, Pierre Leclerc, e un soldato in congedo forzato, Elizabeth Leaken, soprannominata Disgrace. Ed è proprio dai personaggi che voglio partire.


Uno dei bellissimi trailer promozionali di Philantropy. Peccato solo che parte della scena finale sia stata tagliata dal film per essere sostituita da un altra a mio avviso di qualità inferiore :(

Ciak, si gira

Al di là di questioni finanziare, di location o quant’altro, l’ostacolo maggiore per chi intende realizzare lungometraggi fatti in casa è trovare attori capaci. Quando poi si parla di un prodotto rivolto soprattutto ai fan di una determinata serie, la questione si fa ancora più ardua, visto che sarebbe bene avere gente che conosca già il tipo di personaggi che andrà ad interpretare. Non è solo un discorso di abilità recitative, ma anche di fotogenia. Un esempio lampante – e penso noto ai più – è Dark Resurrection, fan movie dedicato all’universo di Guerre Stellari eccellente dal punto di vista tecnico, ma penalizzato da attori a dir poco dilettanti oltre che dalla presenza di una protagonista espressiva quanto un piatto di ravioli (chiedo scusa ai ravioli ^_^).

Ora, esistono solo cinque buone ragioni per cui qualcuno vorrebbe recitare gratuitamente in un film amatoriale, passando interi mesi, se non anni, dietro un silmile progetto (ovviamente mi riferisco ai protagonisti, non alle comparse):

  1. Fa parte della squadra ideatrice.
  2. È un simpatizzante/fan del progetto.
  3. Vuole portarsi a letto qualcuno dello staff.
  4. Quattro.
  5. È semplicemente idiota ^_^

Non so a quali categorie appartengano i membri del cast di Philanthropy (ma dubito fortemente sull’ultima), ma va detto che in questo film la situazione è ben diversa rispetto alla concorrenza. Per quanto infatti si notino le scarse doti di alcuni attori (primo fra tutti Marco Saran, alias Harrison, il quale tende a muoversi troppo con movimenti ben poco naturali), il livello generale è ben sopra la media.

Parto da Giacomo Talamini, al quale è toccato l’arduo compito di dirigere la pellicola e di recitare al contempo la parte del protagonista. Innanzitutto gli va reso merito di essersi molto ben calato nei panni di Solid Snake, sia dal punto di vista fisico (fosse leggermente più muscoloso sarebbe perfetto) sia dei movimenti. In questo senso si nota un netto miglioramento rispetto al prologo uscito alcuni anni fa, dove risultava ben più rigido. Unico difetto sopravvissuto è il fatto che Talamini regge poco i primi piani.

Baciami stupidoDurante il briefing Snake e Harrison hanno un attimo di pausa durante il quale il nostro eroe sembra voler dire: “Baciami, stupido!” ^_^

Buona anche la scelta di Giovanni Contessotto nella parte del senatore Bishop. Un po’ meno forse quella di Patrizia Liccardi nei panni di Elizabeth, anche se qui il discorso si fa più complesso. Il suo è infatti, tra i tre protagonisti, il personaggio meno sviluppato, anche se, dopo una colpo di scena nel finale, s’intuisce l’importanza che andrà a rivestire nei successivi episodi. A ciò si aggiunge un’espressività non certo all’altezza di quella dei compagni. Ciononostante ho apprezzato la scelta di questa attrice. Patrizia infatti, non me ne voglia, non è la classica strafiga che – non si sa perché – invece di darla ai politici come fanno le ragazze normali decide di arruolarsi nell’esercito. Al contrario ha tratti abbastanza decisi da renderla credibile come soldato. Un appunto che mi sento però di muovere riguarda i capelli (e qui mi rivolgo più che altro agli sceneggiattori). È infatti irrealistico che un militare tenga non solo i capelli lunghi, ma pure sciolti. Non dico che avrebbe dovuto adottare un look alla soldato Jane, ma nemmeno uno da Reperonzolo!

(a tutti i possibili obiettori: sì, lo so che nel primo MGS anche Sniper Wolf aveva una chioma lunga e fluente, ma la storia non cambia: è una scelta poco credibile)

Ma la vera rivelazione di Philanthropy è lui: Nicola Cecconi. Il suo Pierre è senz’altro il personaggio meglio riuscito, oltre che una perfetta spalla comica (senza però mai trasformarsi in una macchietta). Non ho idea se Nicola abbia mai fatto corsi di recitazione, ma resta il fatto davanti alla telecamera è quello più a suo agio. Anzi, sono dell’idea che farebbe il culo a molti pseudo attori strapagati che si vedono in televisione (chi ha detto Gabriel Garko? ^_^). Bravo, bravo e ancora bravo.

Battaglia finalePierre in azione durante la scena di guerriglia urbana finale. In assoluto la mia parte preferita del film.

Bello bello, tutto fatto a mano

Con questa frase il mio professore d’educazione artistica delle superiori era solito definire qualsiasi opera degna di nota. Sì, era un tipo un po’ strano, quindi non c’è da sorprendersi se pure io lo sono. Ma torniamo a noi.

Realizzare un film è un sogno diffuso. Peccato che farlo in maniera seria sia alquanto arduo, un po’ perché necessita di conoscenze di una certa complessità (studio dell’illuminazione, tecniche di montaggio, sincronizzazione dell’audio ecc.), un po’ perché servono anche mezzi decisamente costosi. Se poi vogliamo realizzare pure un film pieno di effetti speciali, beh, allora la situazione si complica ulteriormente.

E anche alla Hive Division un po’ sciroppati devono essere se fin dall’inizio hanno deciso di realizzare una pellicola di Azione e Fantascienza con un budget di appena 10.000 Euro. Con una cifra del genere James Cameron al massimo girava tre nanosecondi di Avatar. Ma a volte non servono chissà quali cifre per dar vita a opere notevoli dal punto di vista visivo.

Sia chiaro: Philanthropy ha un livello qualitativo un po’ altalenante per quanto concerne gli effetti speciali, ma il risultato è comunque ottimo. Soprattutto l’impatto iniziale è di quelli che ti fanno cascare la mascella per terra.

Dopo il brevissimo prologo (ambientato di notte e con un uso ridotto di CGI), la scena di sposta su di un aereo scortato da due caccia. Se da un lato film amatoriali quali il già citato Dark Resurrection hanno dimostrato come i moderni software siano in grado di realizzare elementi tridimensionali credibili, dall’altro è la resa delle condizioni climatiche a sorprendere davvero. Non mi riferisco tante alle nuvole sotto l’aereo, quanto alla tempesta elettrica sullo sfondo, a dir poco foto-realistica. Ma a colpirmi più di ogni altra cosa sono stati i titoli di testa (dove tra l’altro sono contenuti alcuni indizzi utili per comprendere meglio la trama del film). Qui la sincronia tra immagini e CGI è assolutamente perfetta, tanto che mi sento di poter dire che sono trai i più belli che abbia mai visto in senso assoluto. Un plauso a chi li ha realizzati, perché è da considerarsi un vero artista.

TempestaAlcune scene non hanno nulla da invidiare ai prodotti hollywodiani.

Le poche note dolenti riguardano invece i metal gear, i quali si muovono un po’ goffamente, e l’uso forse un po’ troppo pompato del depth blur (anche se penso che l’utilizzo massiccio di questo effetto sia dovuto al dover “mascherare” gli sfondi reali delle location dove sono state girate le scene). Altra scena non certo perfetta è quella dello scontro tra Snake e il metal gear, soprattutto a causa della pessima resa delle esplosioni e del liquido che esce dal robottone (tra l’altro, guardando quella scena mi sono chiesto come mai il metal gear non abbia usato subito il mitragliatore per far fuori Snake; il solito culo dei protagonisti…). Per il resto, nulla da eccepire. Gli artisti di Hive Division non si sono certo trattenuti nel creare più dettagli possibili, inserendo effetti particellari, nebbie volumetriche e altro ancora ogni qualvolta fosse stato necessario.

Menzione particolare la meritano anche i ragazzi di Deus Ex Machina (già coautori di un bel cortometraggio dedicato a Berserker, QUESTO, e di cui attendo con ansia il nuovo lavoro, R.O.A.C.H.), i quali si sono occupati, per quanto ne so, degli effetti speciali legati al trucco.

sergio-truccaUn altro esempio dell’estrema cura nei particolari dietro questo progetto.

Ma non è solo con gli effetti speciali che si raggiunge il cuore degli spettatori, e questo Talamini e soci sembrano saperlo bene.

Prima di tutto, la fotografia. Lo stile con cui si è deciso di girare Philanthropy ricorda da vicino quello di pellicole quali I figli degli uomini, ovvero con ampio uso della steady cam al fine d’incrementare il senso d’immersione dello spettatore durante le scene d’azione. E considerando che il qui presente, come già sottolineato nella recensione di District 9, adora il “guerrilla style”, potete solo immaginare quanto mi sia divertito durante la visione di Philanthropy. Peccato solo per un montaggio non proprio perfetto, anzi, in alcuni punti forse un po’ troppo lento (come nella scena dell’atterraggio di Snake con il paracadute o in quella dell’arrivo di Elizabeth sulla Hummer).

Ma non è finita. Non solo effetti speciali e stile di ripresa sono di buon livello, ma lo è anche – e per certi versi soprattutto – il sonoro. Partiamo dal vero “re” del settore: Daniel James, ovvero il compositore che si è occupato della colonna sonora del film. Eh già, perché tutte le canzoni del film (tra cui il bellissimo pezzo finale cantato da Aoife Ferry, la quale a suo tempo lavorò alla colonna sonora del primo MGS) sono state realizzate ad hoc. Nulla di riciclato, insomma, e la cosa assume un ulteriore valore considerando che alcuni pezzi sono davvero belli a sentirsi (il mio preferito è quello che accompagna i titoli di testa).

aoife_03Quanti film amatoriali possono contare sulla collaborazione di artisti di fama internazionale?

Anche il doppiaggio merita attenzione. Tra le critiche che i trailer usciti un paio di anni fa avevano raccolto, vi era infatti il parlato inglese, di qualità decisamente scadente. Alla Hive Division hanno quindi ben pensato di fare le cose a modino, ridoppiando l’intero film, questa volta usando però attori inglesi. Mai decisione fu più azzeccata, soprattutto per quanto riguarda la scelta di Phillip Sacramento (Solid Snake), la cui voce pare la fotocopia di quella di David Hayter, ovvero il doppiatore di Solid nella sua versione ludica (a tal proposito, non perdetevi il “director’s cut” a cura di Sacramento e Dodge che segue i titoli di coda, a dir poco geniale). Andando a cercare il pelo nell’uovo, si nota però come alcuni effetti sonori siano stati registrati in presa diretta, anziché elaborati da un tecnico del suono, ma si tratta proprio di inezie (soprattutto considerando come buona parte delle opere “professionali” italiane presentino un sonoro di qualità cento volte inferiore).

Vincere prendendole

Non so voi, ma quando leggo o guardo un’opera che, nel bene o nel male, mi ha colpito, la prima cosa che mi viene voglia di fare è controllare le impressioni degli altri lettori/spettatori. In questo caso però la situazione era un po’ complicata. A conoscere il progetto Philanthropy erano infatti per lo più appassionati o del gioco o del campo del cinema indipendente (oltre a un numero più ristretto di “vari ed eventuali”). Insomma, il rischio era che le aspettative adombrassero l’obiettività. È però successo qualcosa che non mi aspettavo (e che probabilmente non si aspettavano nemmeno alla Hive Division). Philanthropy ha infatti avuto sin da subito un successo (in termini di download) eccezionale, tanto che per alcune settimane il sito ufficiale è rimasto irraggiungibile per eccesso di visite. Così, prima che il film venisse caricato su servizi come Vimeo o YouTube, per vedere il frutto del duro lavoro di Talamini & Company la soluzione era solo una: il file sharing.

E qui arriva il bello: dopo pochi giorni il film ha cominciato ad acquisire visibilità anche tra coloro che, fino a quel momento, del progetto non avevano mai sentito parlare. Il risultato? Un’ulteriore aumento dei download e l’arrivo dei primi commenti esterni al gruppo di conoscitori del progetto. Commenti per lo più negativi, va detto; ma paradossalmente sono proprio questi giudizi che devono rendere orgogliosi i ragazzi di Hive Division. Forse che sono impazzito? No, lasciatemi solo spiegare.

Leggendo quei commenti si nota che moltissimi tra coloro che hanno visto il film non hanno capito che si trattava di un’opera no profit e no budget, scambiandolo invece per un film vero, magari low budget, ma pur sempre realizzato da una troupe vera e propria. Ora, questo non fa che confermare quanto accennavo all’inizio: Philanthropy è riuscito a raggiungere un livello qualitativo tale da superare il concetto classico di fan movie. Inutile dire che se confrontato con film “veri”, di quelli cioè che possono godere di sovvenzioni e di attori di professione, Philanthropy ne uscirebbe con le ossa rotte. Ma all’interno del suo campo si tratta di un prodotto assolutamente vincente.

NascondinoMETAL GEAR: “98, 99 e 100. Chi c’è c’è, chi non c’è non c’è… Tana per Solid!”
SOLID SNAKE: “Ma porc… Non ci gioco più con te!”

Conclusioni

Obiettivo raggiunto, quindi? A mio modesto parere sì. Di più: Philanthropy è probabilmente il primo fan movie capace di soddisfare non solo i palati degli estimatori del maestro Kojima (i quali si divertiranno a cogliere le decine di citazioni), ma anche di coloro che il marchio MGS nemmeno lo conoscono. Certo, non ci troviamo di fronte a un prodotto esente da difetti; al contrario, le sbavature ci sono e si notano (una scena che ad esempio trovo proprio brutta è quella in cui muore la guida; possibile che il cecchino non si accorga delle presenza di Solid e compagni nonostante si trovino in bella vista a mezzo metro di distanza?). Ma si tratta pur sempre di elementi facilmente correggibili e che – ne sono certo – i ragazzi di Hive Division prenderanno in seria considerazione (dopotutto l’hanno già dimostrato quando nel 2004 hanno deciso di rifare l’intero film da zero). Insomma, pur con tutti i suoi difetti, Philanthropy pone un nuovo standard all’interno del mercato dei fan movie e qualunque altra opera verrà prodotta in futuro, volente o nolente, dovrà confrontarsi con il film diretto da Talamini. E questo standard non è stato raggiunto grazie a una trama originalissima o attori mozzafiato, bensì ragionando in maniera nuova. Hive Division non ha voluto realizzare un film amatoriale, ma un film punto e basta. Non si sono, insomma, nascosti dietro la scusa della scarsa disponibilità monetaria, ma al contrario hanno sfruttato al meglio le potenzialità della rete. Questo è il segreto che sta dietro al valore di Philanthropy. Dark Resurrection 2 è avvisato.

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Recensione: District 9

District 9TITOLO ORIGINALE: District 9

REGIA: Neil Bloomkamp

ANNO: 2009

DURATA: 112 minuti

GENERE: Fantascienza

CAST: Jason Cope, Sharlto Copley, Nathalie Boltt, Sylvaine Strike, John Summer, William Allen Young, Nick Blake, Jed Brophy, Vanessa Haywood, Marian Hooman

ETÀ CONSIGLIATA: 16+

Io sono uno che va a periodi. Ricordo che al secondo anno di liceo (o era il terzo?) lessi quasi esclusivamente romanzi di Stephen King. In seguito ci sono state le fasi Fantasy classico, saggistica, fumetto, Thriller e via discorrendo.

Quest’anno, a livello cinematografico, c’è stata la fase Fantascienza, facilitata dalle uscite delle ultime stagioni, in buona parte davvero succose (almeno sulla carta). Mi sono così sparato emerite boiate come Babylon AD (pessima trasposizione del romanzo Babylon Babies di Maurice Dantec) o Ultimatum alla Terra (remake tra i più inutili della storia) e film decisamente più rispettabili come Star Trek, passando per occasioni perse come Dante 01. Ma sin dall’inizio sapevo che per assaporare le portate principali avrei dovuto attendere la fine dell’anno. Mi riferisco ovviamente a District 9 di Neil Bloomkamp e Avatar di James Cameron.

In un primo momento avevo anche pensato di recensirli insieme, in un incontro a colpi di alieni ed effetti speciali. Tuttavia, l’ennesima posticipazione dell’uscita di Avatar nelle nostre sale (slittata a Gennaio per evitare la scomoda compagnia dei cinepanettoni, SIGH), mi ha portato a dividere i pezzi.

All’angolo di sinistra: Davide!

Spesso nel mondo della narrativa può capitare che opere meritevoli non ricevano la dovuta visibilità a causa dell’uscita simultanea di film o libri pesantemente pompati di steroidi pubblicitari. Nonostante un’intelligente campagna virale, District 9 rischiava di fare proprio questa fine, il tutto a causa del nuovo giocattolone di James Cameron, definito sin da subito come il film di Fantascienza che più di ogni altro avrebbe rivoluzionato il genere per i prossimi dieci anni (un po’ come The Matrix nel 1999). Visto però che Avatar promette sì di essere rivoluzionario, ma più che altro dal punto di vista degli effetti speciali, qualche giornalista d’oltreoceano ha fatto notare come la Fantascienza non sia fatta solo da alieni, astronavi e raggi Gamma, ma anche e soprattutto da trame capaci d’indagare sulle paure del presente attraverso la deformazione d’ipotetici futuri. Ecco allora nascere il confronto a distanza tra District 9 e Avatar.

La scelta dei contendenti non è certo casuale. Se Avatar si presenta come un colossal da 100 milioni e rotti di Dollari, District 9 ne è costato “solo” 30 (negli U.S.A. è addirittura considerato una pellicola low budget, almeno per i loro standard; noi con 30 milioni di Dollari produciamo film da qui al 2020). Se Avatar può sfoggiare un cast di tutto rispetto (Sigourney Weaver, Sam Worthington e Giovanni Ribisi su tutti), District 9 è pieno zeppo di attori presi direttamente dalla strada. Se Avatar è pronto ad allietare le nostre pupille con la tecnologia 3D più avanzata di sempre, District 9 propone una fotografia che imita quella tipica dei documentari. Insomma, per farla breve: Avatar e District 9 non potrebbero essere due prodotti più differenti per tematiche e scelte stilistiche.

Quale canzone migliore per celebrare questo scontro tra titani? ^_^

Dove tutto ebbe inizio: Alive in Joburg

Per comprendere il fenomeno Disctrict 9 occorre prima fare un passo indietro. Il film di Bloomkamp trae infatti ispirazione da un cortometraggio diretto proprio dal regista sudafricano: Alive in Joburg. Ve lo propongo:

Alive in Joburg

Il cortometraggio si presenta come una docu-fiction, ovvero un’opera di fantasia girata però come se si trattasse di un documentario basato su un fatto realmente accaduto. È questo un genere che ha visto un grandissimo successo negli ultimi anni e che è stato sviluppato nei modi più disparati. L’antisegnano di questo genere, quanto meno nella sua forma più moderna, potrebbe essere considerato The Blair Witch Project, Horror d’infima categoria del 1999, ma che ottenne grande successo proprio per la particolarità dell’essere presentato come un documento “originale”. In seguito, tale stile si è evoluto dando la luce a due filoni: da una parte film per così dire in “prima persona” come Cloverfield o REC (quest’ultimo, a mio modesto parere, il migliore nel suo genere) e dall’altra finti documentari come Death of a President.

Che a Bloomkamp questo stile narrativo piaccia lo s’intuisce facilmente dando un’occhiata anche agli altri suoi lavori precedenti District 9. I due esempi migliori sono il cortometraggio Yellow, realizzato per la Nike, e il video di presentazione della trasposizione su grande schermo di Halo, progetto poi abbandonato per gli eccessivi costi preventivati.

Il video di “Yellow”.

Alcune delle poche scene girate di “Halo”.

Il legame tra Halo e Alive in Joburg appare subito netto. Proprio come nel cortometraggio, anche qui, a fianco delle scene documentario, Bloomkamp ne inserisce altre di pura fiction, girate con sole steady-cam, il che conferisce grande dinamicità, tale da far sentire lo spettatore all’interno dell’azione, anziché un’entità esterna. Come dicevo, però, il progetto è stato presto messo in disparte. Per nostra fortuna, Bloomkamp non si è perso d’animo, e così, dietro richiesta di Peter Jackson, il cui nome rientrava tra i produttori di Halo, ha presentato una nuova sceneggiatura, quella di District 9, appunto.

Ehi, tu, sporco alieno!

La trama di District 9 è molto semplice e lineare. Nel film viene ipotizzato che nel 1982 un’enorme astronave sia giunta sulla Terra, fermandosi sospesa sopra i cieli di Johannesburg. Per alcuni giorni non succede nulla, fino a quando il governo sudafricano, snervato dall’attesa, decide d’inviare una squadra d’esplorazione. Ed è a questo punto che l’umanità si trova di fronte all’inaspettato. A bordo non si trovano infatti alieni dotati di un intelletto superiore, bensì creature antropomorfe ma con tratti che ricordano quelli dei crostacei (tanto da venire chiamati “gamberoni”), sporche, denutrite… e con una strana inclinazione verso la dipendenza al cibo per gatti, che su di loro agisce come una vera e propria droga. Quale sia stata la causa che ha portato all’atterraggio di fortuna non viene spiegato. Resta il fatto che l’astronave non è in grado di ripartire a causa della perdita (casuale?) del modulo di comando. Per far fronte all’altissimo numero di profughi dello spazio (circa un milione!), viene creato un’enorme ghetto, il Distretto 9 del titolo.

Nel frattempo viene anche istituito un organismo internazionale, la MNU (Multi National United), il cui compito ufficiale è di fare da mediatore tra umani e gamberoni, così da agevolare la coesistenza tra le razze. In realtà, la MNU si occupa d’indagare sulle tecnologie aliene, in particolare quelle belliche, sfruttando la deficienza mentale dei propri “ospiti”. Fatto sta che passano più di dieci anni e i gamberoni aumentano di numero. Per ovviare alla sempre più difficile convivenza, viene creato fuori da Johannesburg un nuovo campo, il Distretto 10; e visto che il “traslocco” deve apparire agli occhi dei media il più legale possibile, la MNU invia una squadra composta da civili e mercenari nel Distretto 9, con il compito di far firmare ai residenti un modulo di sfratto. A capo della missione viene posto l’inetto Wikus Van De Merwe, genero del capo della MNU, il quale entra però a contatto con una sostanza aliena che lo porta a una lenta ma progressiva metamorfosi. Da quel momento Wikus diventa l’essere umano più prezioso del pianeta, in quanto l’unico a poter maneggiare la tecnologia aliena.

Confessa, Gamberetta: ci sei tu dietro l’invasione degli alieni?!
(d’accordo, questa battuta era prevedibile, ma non ho resistito
^_^)

Non bisogna essere dei gegni per comprendere l’allegoria che sta alla base di District 9. In effetti, anche senza conoscere la trama o aver intravisto un solo fotogramma, è facile intuire l’argomento trattato: l’apartheid. È lo stesso titolo, dopotutto, a suggerire tale associazione. Infatti, per chi non lo sapesse, ai tempi della segregazione razziale a Cape Town esisteva un quartiere “riservato” ai soli neri e chiamato, guarda caso, District Six.

Ma la domanda è: ha davvero senso parlare di una così triste pagina della storia dell’uomo, sostituendo i nativi africani con degli alieni? Non sarebbe stato meglio dirigere un film storico?

A mio avviso sì e no; e non dico questo per amore verso la distopia. Riguardo il primo quesito, noi umani abbiamo la brutta tendenza a non far tesoro degli errori del passato, facendo anzi il possibile per dimenticarli il più in fretta possibile. Opere come District 9 hanno quindi il compito di mantenere alta l’attenzione su tali pagine buie, soprattutto a fronte di un sempre maggiore ritorno di fiamma a livello internazionale di politiche xenofobe. Ben venga, quindi, per rispondere alla seconda domanda, che tale lavoro di “ripasso” lo si faccia con prodotti il più “pop” possibile.

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La placca commemorativa lasciata a memoria degli orrori del District Six.

Informare e incuriosire

Comincio ad entrare nel dettaglio partendo dallo stile adottato da Bloomkamp per la sua pellicola.

Dicevo già all’inizio che la scelta di regia è ricaduta su una via di mezzo tra la ducu-fiction e la fiction propriamente detta. Al di là di una questione di gusti (e io ammetto di essere di parte, visto che vado in brodo di giuggiole al solo vedere un’inquadratura realizzata con una steadycam), va reso merito al regista sudafricano di essere riuscito con grande abilità a fondere questi stili senza provocare stacchi troppo forzati.

Ma la parte che maggiormente mi ha convinto è il lungo prologo (quasi mezz’ora) che a inizio film spiega allo spettatore lo stato di cose in questo universo distopico. Perché proprio questa parte? Perché, a mio modo di vedere, presenta la formula perfetta per informare lo spettatore e allo stesso tempo stuzzicarne la curiosità.

Durante questo finto documentario viene raccontato come i gamberoni sono giunti sul nostro pianeta. Tuttavia, si capisce subito che l’argomento principale di discussione è Wikus. Forse che si tratta di un servizio elogiativo del lavoro da lui svolto durante lo sgombero? Mmh, se fosse così, perché allora alcuni colleghi si riferiscono a lui come a un traditore? Altri poi sembrano darlo addirittura per morto… Oddio, cosa sta succedendo?

Ecco, queste sono grosso modo le domande che si pone lo spettatore nei primi minuti di proiezione. È quindi chiaro che il finto documentario, pur presentando immagini di “repertorio” è stato montato quando ormai la vicenda si è conclusa. Ma conclusa come? E secondo voi sto qui a dirvelo?

Resta il fatto che questi primi minuti di film mi hanno davvero convinto, tanto da trovarli una delle introduzioni migliori degli ultimi tempi per ritmo (personalmente non l’ho trovato per nulla lento, come sostenuto da qualcuno), scelte di regia e dialoghi, capaci con poche battute di caratterizzare alla perfezione il protagonista. Informare e incuriosire: queste sono le parole chiave del prologo. E bravo Neill.

Una Steadycam. Ne voglio una! *_*

Piacere, sono il protagonista

Uno degli aspetti che più m’incuriosiva prima di vedere District 9 era sapere come sarebbe stato sviluppato il personaggio principale. L’unica certezza era che non mi sarei trovato di fronte al Rambo della situazione, visto il taglio realistico. Ma devo ammettere che il protagonista ideato da Bloomkamp è riuscito a sorprendermi nella sua complessità.

Wikus Van De Merwe (interpretato da un bravissimo Sharlto Copley, già produttore di Alive in Joburg, dove aveva recitato anche una piccola parte) non è infatti il classico uomo della strada: è uno stupido. Ma non uno di quegli stupidi capaci di guadagnarsi la simpatia del pubblico (non subito, almeno). La sua stupidità lo porta a essere un personaggio incapace, egoista, talvolta anche meschino. Non bisogna però pensare a Wikus come a un antieroe. In lui si possono riscontrare anche note positive, prima fra tutte il sincero amore provato per la moglie, figlia del suo capo (da cui il non facile rapporto con i colleghi, molti dei quali lo vedono come un raccomandato, e non a torto). A penalizzare Wikus è più che altro la sua scarsa autorevolezza.

Una scena è esemplare per cogliere al meglio l’ambiguità di questo personaggio. All’inizio del primo giorno dedicato allo sgombero, un gruppo di gamberoni si avvicina alla squadra di Wikus con fare minaccioso. Uno degli uomini di scorta decide allora di fare fuoco, ferendo alcuni alieni, sempre più inalberati. Per non far precipitare la situazione, Wikus lancia contro i gamberoni delle scatolette di cibo per gatti, così da distrarli. Questa è la prima vera azione del protagonista. A questo punto lo spettatore dovrebbe vedere Wikus sotto una luce positiva; ma passano pochi minuti ed ecco la situazione capovolgersi. Wikus e i suoi scoprono per puro caso una baracca adibita alla crescita delle uova di gamberone. E che cosa fa il nostro eroe? Semplice: da alle fiamme la “nursery”, non senza una venatura di sadismo, soltanto perché mancava l’autorizzazione necessaria alla coltura.

A conti fatti, Wikus non è né un personaggio positivo né negativo: è semplicemente un uomo come tanti, con il suo bagaglio di pregi e difetti. Ma soprattutto è uno sempliciotto incapace di vedere oltre a un palmo da proprio naso. Soltanto il contatto con la sostanza aliena sopra accennata lo porterà a capovolgere del tutto la prospettiva delle cose (tanto che in lui comincia a farsi largo anche una nuova personalità). In questo senso, Wikus è un personaggio congeniale agli obblighi di trama, in quanto la sua “cecità” gl’impedisce di avere una chiara idea sia di quanto celato sotto il Distretto 9, sia di quanto nascosto dall’agenzia per cui lavora.

Sharlto Copley. Preparatavi a rivederlo nei panni di Murdock nel film basato sull’A-Team.

Oh oh, mi è semblato di vedele Petel Jackson

Peter Jackson non rientra propriamente tra i miei registi preferiti. Troppo caciarone per i miei gusti. Ciononostante ritengo che, almeno nel campo del cinema d’azione (ancor meglio se con venature horror-splatter), sia un più discreto artigiano; e anche come talent scout non se la cava per niente male. Eppure è innegabile che in District 9 sia presente anche il suo zampino. Alcune scelte registiche sono infatti tipicamente sue.

Mi riferisco in particolare alla parte finale del film, quella in cui Wikus entra in possesso di un fucile in grado di far letteralmente esplodere i corpi. Al solo ideare questa trovata, il bambino di cinque anni che vive nella testa di Peter Jackson avrà cominciato a ballare la lambada.

Ora, il problema non è tanto l’introduzione di un’arma splatterosa in un film dal taglio comunque realistico, quanto le conseguenti scelte d’inquadratura. Ogni volta che Wikus colpisce un avversario, la telecamera si sposta infatti su quest’ultimo, in un tripudio di sangue e budella che immancabilmente finiscono sullo schermo. Vada per la prima volta, vada per la seconda… ma al centodiciasettesimo passaggio la cosa comincia a diventare un filino ridicola. Senza contare che questi continui cambi di prospettiva risultano un po’ forzati, costringendo lo spettatore a mutare continuamente POV.

A voler guardare il pelo nell’uovo, ci sono altre due scene un po’ trash dove, secondo me, Jackson ci ha messo lo zampino.

La prima è quando viene passata sui telegiornali una foto di Wikus che fa sesso con un alieno, fotomontaggio creato dall’MNU per convincere la popolazione della pericolosità del soggetto. Il problema di quella scena è che il fotomontaggio è così grottesco che sfido chiunque a credere che sia autentico. D’accordo, è un siparietto di meno di due secondi, volutamente ironico e che fa leva sul potere dei media nel convincere la gente delle cose più assurde; ma siamo davvero sicuri che non si poteva trovare una soluzione migliore?

La seconda scena che francamente non ho trovato necessaria è quella in cui Wikus, a corto di munizioni, usa il cannone gravitazionale per lanciare un maialino addosso a un soldato. In una sola parola: WTF!

Secondo recenti studi scientifici l’omino del cervello di Peter Jackson sarebbe in verità il pupazzo gonfiabile che saluta come uno scemo.

Tu la conosci Enza?

Una delle cose che invidio degli appassionati di Fantascienza è l’essere, in buona parte, gente che non si accontenta facilmente. Provate a dire loro, magari durante una puntata di Voyager (il programma di Giacobbo, mica la serie TV) “Ma tanto è Fantascienza”: vi sbranerebbero. Al contrario, il pubblico del Fantasy è decisamente più di bocca buona, tanto che è l’unico genere dove esistono solo gegni a sentire qualcuno. ^_^

Tornando a District 9, lo si può considerare capace di soddisfare il pubblico più hardcore?

A mio avviso no, e qui la situazione si fa un po’ complicata. Partiamo dalla considerazione che District 9 non vuole rivolgersi allo spettatore hardcore, quello conosce a memoria tutte le tipologie di paradossi temporali o che ti può citare a braccio un trattato sui wormhole. No, il pubblico di riferimento di District 9 è quello pop, quello che al cinema ci va soprattutto per trascorrere qualche ora in relax, senza voler spremere troppo le meningi. Ma non si commetta l’errore di giudicare tale caratteristica un male.

Come ho già accennato in altri punti della recensione, District 9 si presenta con una trama molto lineare, un numero ridottissimo di personaggi (praticamente solo tre svolgono un ruolo di primo piano) e una metafora di fondo facilmente intuibile. Insomma, è un film con un esplicito intento pedagogico. Quindi ben venga la semplicità di fondo. L’importante è che non si banalizzi troppo il sostrato, altrimenti, a voglia di togliere ciccia, si rimane solo con le ossa, che si sa: non sono mai particolarmente gustose.

Ma anche qui Bloomkamp dimostra di sapere il fatto suo. Il film infatti, pur lasciando molte domande irrisolte, è perfettamente coerente con se stesso. District 9 è una di quelle opere tese tutte verso un obiettivo, e chi se ne frega se non tutto viene spiegato! Dopotutto, a volte sono più affascinanti i dubbi che le certezze.

Tuttavia, ho letto in giro per la rete molti spettatori hardcore criticare alcune scelte, reputandole come vere e proprie incongruenze. Vediamo allora quali sarebbero questi presunti buchi nella sceneggiatura. E tranquilli, nessuna delle risposte che seguiranno saranno del tipo “Ma tanto è Fantascienza”. ^_^ ATTENZIONE PERO’: Sono presenti spoiler!

  • Perché, se Wikus si spruzza la sostanza negli occhi, la mutazione comincia dal braccio? E poi com’è possibile che un liquido che fa da propellente attui una mutazione umano-gamberone? È illogico!

Domande legittime, se non fosse per un particolare: pochi istanti prima di fare il pirla con il tubetto, quel fesso di Wikus è stato ferito a un braccio da un gamberone. La mutazione, quindi, nasce da una fusione tra i due DNA attuata proprio dal liquido, e non solo da quest’ultimo. Ecco quindi il perché della trasformazione ed ecco perché essa non parte dal volto.

  • Se l’astronave ha finito il carburante, come fa a rimanere sospesa in aria per ben vent’anni?

Qua è possibile solo un’ipotesi. L’astronave, a quanto pare, non necessita di chissà quali dosi di carburante per funzionare. Quindi la resa della sostanza aliena deve essere qualcosa d’inimmaginabile considerando la nostra tecnologia. È quindi possibile che quel poco di energia rimasta basti e avanzi a mantenere sollevata l’astronave. (a dire il vero non possiamo nemmeno essere sicuri che il famoso liquido sia un carburante; magari è l’olio dei freni ^_^)

  • Ok, ma ‘sti alieni ne hanno avuto di culo ad atterrare proprio su un pianeta con vita intelligente e dove trovare le sostanze di cui avevano bisogno!

Attenzione: in una delle scene finali, Christopher (il gamberone che si trova costretto ad aiutare Wikus) maneggia una carta spaziale. È probabile che la Terra fosse già conosciuta dai gamberoni, i quali, avendo energia a sufficienza solo per un “breve” viaggio interstellare abbiano scelto, al momento del guasto, il pianeta più vicino tra quelli con le caratteristiche a loro necessarie.

  • D’accordo saputello. Ma mi spieghi come mai questi alieni siano così accondiscendenti nel vendere le proprie tecnologie in cambio di cibo per gatti? Si sono forse ammattiti?

Non sono matti. Sono tossicodipendenti, e un tossicodipendente ucciderebbe anche sua madre per pochi spiccioli. Cosa vuoi che gliene freghi a esseri in queste condizioni di vendere qualche arma in cambio di una dose? Guardando District 9 non bisogna mai scordarsi il sostrato allegorico.

  • Sì, ma perché quando vedono Wikus e Christopher aggrediti dai soldati non intervengono in loro soccorso?

Le ragioni sono varie. Innanzitutto a inizio film viene spiegato che i gamberoni che vediamo sono solo dei fuchi privi di una guida, il che farebbe pensare che siano state trovate, magari all’interno dell’astronave, altre tipologie di alieno (magari i gamberoni senzienti?). Se davvero così fosse, il loro stato confusionale diverrebbe ancora più logico. Non solo: nella parte finale del film il Distretto 9 è stato quasi del tutto abbandonato dai gamberoni, per lo più trasferiti nel Distretto 10. Ne rimangono poche decine, privi di armi, spaesati, in astinenza; di certo non nelle condizioni migliori per organizzare una rivolta.

  • E allora perché Christopher sarebbe così intelligente?

Christopher non è detto che sia intelligente (almeno per gli standard degli alieni). Semplicemente non è un drogato. Infatti non lo si vede mai mangiare cibo per gatti. Questa sua “sanità mentale” la si può riscontrare anche nella scena in cui Wikus torna da lui, dopo l’inizio della mutazione: la baracca è ricolma di pezzi di computer smontati e tecnologie aliene, ulteriore prova che Christopher non ha ceduto alla dipendenza.

  • E perché Cristopher alla fine non decide di aiutare i suoi compagni? Insomma, tutto sto casino per aiutare un solo alieno (e mezzo; c’è anche il figlio) su un milione e passa?

Innanzitutto Christopher è ferito: cosa mai potrebbe fare da solo contro un intero esercito? In secondo luogo, lui dice esplicitamente che tornerà sulla Terra, ma gli occorreranno tre anni (probabilmente il tempo necessario per tornare a casa, chiamare i rinforzi e rifare il tragitto da capo). Questo è anche il passaggio che fa prevedere maggiormente un sequel. Personalmente non ne sento comunque il bisogno.

  • Vabbé, dai, un’ultima domanda: perché gli umani non smontano l’astronave? Insomma, io l’avrei sorvegliata un po’ meglio…

E su questo punto do pienamente ragione. Anche per me è una nota stonata. L’unica ipotesi che si può fare è che, visto che già le armi erano utilizzabili dai soli alieni, così è anche per le altre loro tecnologie. Quindi, dopo vent’anni d’inutili tentativi, gli umani avranno preferito studiare per prime quelle tecnologie facilmente trasportabili, proprio come le armi.

Conclusioni

Quindi, alla fine della fiera, com’è questo District 9?

Beh, senza usare troppi giri di parole, lo si può definire un signor film. Stile, regia e recitazione sono tutti di ottimo livello. Ciononostante, a causa di qualche piccola sbavatura qua e là (tra cui anche la scena del cellulare), non lo reputo un capolavoro. Per nostra fortuna si tratta d’imperfezioni davvero minime e che non penalizzano più di tanto il risultato finale. Anzi, considerando che ci troviamo di fronte a un’opera prima, non credo si potesse chiedere di più. Dopotutto in questo film c’è quasi tutto quello che si può chiedere: attori capaci, dialoghi brillanti, scene d’azione ben coreografate (e per una volta tanto non all’acqua di rose, ma terribilmente crude e “realistiche”) e soprattutto un messaggio forte, capace di essere recepito da tutti (o almeno si spera) senza tuttavia risultare eccessivamente banalizzato (forse un po’ semplicizzato, quello sì). Insomma, se non l’avete ancora fatto, correte al cinema a vedere questo film, perché merita davvero.

Nel frattempo, bentornata Fantascienza.

PS: Sì, gli effetti speciali sono da favola, ma nei veri film di Fantascienza non sono questi i dettagli importanti.

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Cine Sentieri

Cine SentieriL’altro giorno, mentre scrivevo il breve articolo inerente il documentario Videocracy di Erik Gandini, mi è venuto in mente che su questo piccolo angolo ottuso manca ancora una sezione dedicata al cinema. Non mi riferisco alle recensioni di film (già presenti, dopotutto), quanto alla segnalazione delle pellicole di prossima uscita nelle sale cinematografiche.

Detto fatto.

All’inizio, a dire il vero, avevo pensato d’inserire semplicemente sulla barra di destra le immagini delle locandine con le rispettive date d’uscite. Tuttavia, visto che per natura sono pignolo, sono presto giunto alla conclusione che tale scelta non era l’ideale, sia per il fatto che la barra sarebbe cresciuta a dismisura, sia perché una semplice immagine (oltretutto di soli 150 pixel di base) non sarebbe stata in grado di far intuire la trama del film di riferimento.

La soluzione trovata è quanto di più semplice esista: creare un’intera pagina dedicata esclusivamente al mondo del cinema, con informazioni supplementari quali titolo originale, regia, cast, genere, durata e, dulcis in fundo, trailer. La pagina, chiamata con grande sforzo di fantasia “Cine Sentieri”, è raggiungibile cliccando sull’immagine sulla barra destra. Sempre per via della mia pignoleria, ho deciso di disporre i film seguendone l’ordine d’uscita e di visualizzarne le informazioni fino alla fine del mese di lancio, al termine del quale verranno cancellate. Unica regola che le pellicole devono rispettare per comparire sulla lista è ovviamente che presentino al loro interno un qualsiasi elemento fantastico. Ne consegue che i film Horror d’impianto realistico (ad esempio il milionesimo capitolo di Saw) non verranno segnalati (al contrario dei vari Nightmare et similia).

Lo scopo di questa iniziativa è semplice e prosegue la filosofia che sta alla base di Infiniti Sentieri: offrire in poco spazio quante più informazioni utili a chi interessa la narrativa fantastica. Ecco quindi anche il perché delle recenti liste delle case editrici, della classifica dei romanzi di Fantasy e Fantascienza e così via.

Nella speranza che questo piccolo servizio possa risultare utile, ricordo che qualora aveste suggerimenti su come migliorarlo potete contattarmi come preferite, piccioni viaggiatori compresi.

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Recensione multipla: Io sono leggenda

Parte oggi una serie di recensioni per così dire un po’ particolari. Invece di soffermarmi soltanto su opere singole e ultime uscite, ho infatti deciso di trattare di alcuni classici della letteratura fantastica confrontandoli con le rispettive trasposizioni cinematografiche.

Va subito detto che una trasposizione non è tanto migliore quanto maggiore è la sua vicinanza con gli eventi descritti nell’archetipo. Letteratura e cinema sono strumenti narrativi completamente diversi e come tali vanno sempre considerati. Anzi, spesso tanto più un film è vicino al libro da cui nasce, tanto minore è la sua qualità, anche se questa non è una regola ferrea, come vedremo. È però certo che tali due mezzi di comunicazione sfruttano meccaniche e stratagemmi diversissimi e difficilmente omologabili. Ragion per cui critiche del tipo “questo film non mi è piaciuto perché troppo diverso dall’originale” sono da considerarsi prive di alcun valore. Una trasposizione non ha, infatti, il compito di riproporre in maniera pedissequa la trama di un libro (altrimenti non ci sarebbe ragione per andare a vedere il film), bensì di riproporne lo spirito, anche attraverso una diversa chiave di lettura. Ma di questo se ne parlerà più approfonditamente in sede di recensione vera e propria.

Prima vittima sacrificale che ho deciso d’immolare sull’altare del grande dio della narrativa fantastica è Io sono leggenda, romanzo scritto da Richard Matheson nel 1954 e di cui sono state realizzate ben tre trasposizioni cinematografiche (a conferma del grandissimo interesse che ha suscitato e che ancora suscita questo libro). La ragione per cui ho scelto di cominciare da questa opera dipende esclusivamente dal mio affetto verso di essa (non lo nascondo: è il più bel libro che abbia mai letto), tanto da aver deciso di basarci la mia tesi di laurea.
Faccio presente che in questa, così come nelle future recensioni (anche se in verità si tratta più di analisi testuali che di recensioni vere e proprie), è presente un gran numero di particolari sulle trame delle opere trattate, tra cui anche l’enunciazione dei finali, il tutto senza che la cosa debba essere sempre anticipata dal sottoscritto

Io sono leggenda

DI RICHARD MATHESON

TITOLO ORIGINALE: I Am Legend

AUTORE: Richard Matheson

PAGINE: 184

ANNO: 1954

GENERE: romanzo del Terrore

EDITORE: Fanucci

Probabilmente il nome di Richard Matheson non dirà granché a molte persone. In effetti non si tratta di uno degli scrittori più famosi di sempre (quanto meno a livello popolare). Se si pensa alla fantascienza i primi nomi che vengono in mente sono Philip K. Dick o Frank Herbert, di certo non Richard Matheson. Eppure egli rappresenta una delle figure più geniali della narrativa fantastica del Novecento. La sua straordinarietà risiede nel grandissimo valore e dei suoi romanzi (ricordo titoli come Io sono Helen Driscoll e Tre millimetri al giorno) e dei suoi racconti brevi (primi fra tutti, gli straordinari Nato di uomo e di donna e Duel). Soltanto scrittori come Dick o Jean Ray possono vantare un’altrettanta alta qualità sia nella prosa breve che in quella lunga.

Capolavoro indiscusso di Matheson è appunto il romanzo Io sono leggenda. In esso si narra della strenua lotta per la sopravvivenza di Robert Neville, ultimo uomo sulla Terra sopravvissuto a un virus capace di trasformare le persone in vampiri (scordatevi però i vampiri raziocinanti dei romanzi di Bram Stoker o Anne Rice; i vampiri di Matheson, tranne per il fatto di nutrirsi di sangue e per il loro scarso amore per la luce del sole, sono più simili a degli zombie). Una trama semplice e – verrebbe da pensare, vista la presenza di un solo personaggio – incapace di qualsiasi mordente o colpo di scena. Ma se c’è una qualità che distingue Matheson dalla stragrande maggioranza degli scrittori di Fantascienza e del Terrore è proprio la sua capacità di saper creare tensione proprio all’interno della quotidianità. Per usare le parole di Morando Morandini, Matheson è un «maestro dell’horror ordinario».

Ma allora in che modo, con quali stratagemmi Matheson è in grado di tenere il lettore incollato alla pagina? La prima qualità risiede senz’altro nella ritmica che l’autore è in grado d’infondere alla sua opera. Invece di procedere in ordine cronologico, Matheson compie continui balzi temporali, ognuno avente lo scopo di spiegare un aspetto diverso del protagonista. Ecco allora scoprire che quello che sembra essere il leader dei vampiri era in origine il migliore amico di Neville, o che la moglie, una volta ammalatasi, è stata uccisa dallo stesso marito (anche se questo particolare viene solo fatto intuire). I salti tra presente e passato, va detto, non sono certo un’invenzione di Matheson. Tuttavia in Io sono leggenda il loro equilibro è pressoché perfetto, tanto da farci dimenticare che per quasi 200 pagine ci troveremo a che fare con (quasi) un solo personaggio. Si tratta, inoltre, di una tecnica che Matheson propone anche in altri suoi romanzi, come i già citati Tre millimetri al giorno e Io sono Helen Driscoll (anche se qui i balzi temporali vengono proposti per lo più come visioni). La seconda caratteristica che salta subito all’occhio del lettore è lo stile adottato dall’autore: secco, essenziale, privo di qualsiasi guizzo descrittivo che non sia fondamentale per la trama; eppure mai banale. Matheson sa bene che se vuole davvero creare un “horror ordinario” dovrà allora adottare anche uno stile ordinario. Scrive di lui Valerio Evangelisti:

«Gli strumenti di cui Matheson si serve per perturbarci sono in apparenza tra i più semplici. Non si cerchi in lui lo stilista: ha un fraseggio secco e addirittura scarno, riduce tutto all’osso, non si perde mai in divagazioni. Suona paradossale chiamare ciò maestria, però è così.»

Siamo quindi lontani dallo stile barocco di maestri quali Edgar Allan Poe o H.P. Lovercraft; anzi, siamo all’esatto opposto. Descrivo una scena per rendere ancor meglio l’idea. A un certo punto della storia Robert Neville incrocia un cane miracolosamente scampato all’epidemia, sebbene gravemente ferito (anche gli animali, infatti, non sono immuni al virus). Ovviamente all’inizio il cane non si fida di Robert e per un intero capitolo ci vengono descritti i tentativi del protagonista di conquistare la fiducia del randagio. E alla fine ci riesce. Ora immaginate un romanzo dove il protagonista vive senza alcun contatto umano da anni, dopo che egli è stato pure costretto a uccidere la moglie per sopravvivere e a veder morire la figlioletta. E finalmente arriva il primo barlume di luce. La tensione, anche nel lettore, finalmente si smorza per un attimo. Ma ecco come si conclude il capitolo:

«Il cane sollevò su di lui il suo sguardo spento e malato e poi sporse la lingua ruvida e umida per leccargli il palmo. Qualcosa nella gola di Neville si spezzò. Sedette in silenzio mentre le lacrime gli scorrevano lente sulle guance.
Una settimana dopo il cane morì.»

Sei parole, trentadue caratteri. Tanto basta a Matheson per far ripiombare il lettore nell’angoscia più cupa. Se non è puro genio questo?

Ma al di là dei discorsi tecnici, in cosa Io sono leggenda si distingue dalle altre centinaia di romanzi di Terrore? Ho poco fa usato il termine “angoscia” per descrivere le sensazioni che scaturiscono dalla lettura di questo romanzo. E in effetti è proprio l’angoscia la sensazione che traspare maggiormente dalle pagine di questo libro. È questa sostanzialmente la ragione per cui Io sono leggenda è un romanzo del Terrore e non un Horror. Matheson non fa mai leva su descrizioni o scene truculente. È invece la tensione a muovere le fila della storia. Spesso si confonde Horror e Terror, pensando si tratti di sinonimi. Nulla di più sbagliato. Se l’Horror fa leva soprattutto sul senso della vista, sino ad arrivare all’estremo dello Splatter, il Terror invece si fonda maggiormente sul senso dell’udito. Non è quindi un caso che nel primo capitolo i vampiri vengano presentati solo attraverso le loro voci e il baccano da loro fatto attorno alla casa del protagonista. Matheson dimostra anche qui di essere un ottimo conoscitore delle tecniche narrative, capace come pochi altri di saperle sfruttare al meglio a seconda della situazione che egli vuole creare.

L’ultimo uomo della Terra

DI UBALDO RAGONA

TITOLO ALTERNATIVO: Vento di montagna

REGIA: Ubaldo Ragona

CAST: Vincent Price, Franca Bettoja, Giacomo Rossi Stuart, Umberto Raho, Emma Danieli

DURATA: 88’

ANNO: 1954

GENERE: film del Terrore

La prima delle tre trasposizioni realizzate sulla base del capolavoro di Matheson è L”ultimo uomo della terra, film italiano diretto da Ubaldo Ragona ma con un cast internazionale, primo fra tutti il bravissimo Vincent Price, la cui notevole interpretazione è ancora oggi capace di rivaleggiare ad armi pari con quella di Will Smith in Io sono leggenda. Il film, diretto nel quartiere romano dell’EUR (spettrale nella sua desolazione), è senz’altro il più fedele alla trama originale, anzi, per certi aspetti lo è sin troppo.

Così come il libro, anche qui troviamo continui balzi temporali, tutti gestiti con ottima tempistica, merito di una sceneggiatura quasi priva di sbavature (almeno nella prima metà). Unici netti cambiamenti rispetto al romanzo è la già citata scena del cane (qui ucciso sempre dal protagonista perché infetto) e il finale, sul quale però tornerò più avanti. A parte questi dettagli la trama ricalca in maniera precisa quella ideata da Matheson. Ma dicevo prima che lo fan sin troppo. Uno dei difetti di questo film è infatti il voler trasportare per immagini quelle che sono le meccaniche del romanzo. Non a caso, per riuscire a descrivere al meglio le sensazioni del protagonista viene sfruttata la tecnica della voce fuoricampo (artificio che, personalmente, non ho mai particolarmente apprezzato, e che qui risulta in alcuni punti sin troppo invadente.

Ma l’errore peggiore (che sarà poi quello in cui ricadranno anche le due trasposizioni successive) risiede nell’ambientazione. Nel romanzo di Matheson non viene mai citato il nome della piccola città in cui si svolgono le vicende del protagonista (anche se, secondo alcuni, si tratterebbe dell’area periferica di Los Angeles). Può sembrare un dettaglio da poco, ma trasferire il luogo dell’azione in una metropoli fa sì che la tragedia della collettività finisca per prevaricare su quella del singolo, andando così a rompere il senso di terrore quotidiano che invece è il punto focale del romanzo.

Questo cambio di prospettiva lo si ritrova anche nel finale del film. In esso, a differenza del libro, il protagonista riesce a trovare una cura per la malattia che porta alla vampirizzazione. Egli però non viene ascoltato, tanto da essere ucciso dagli stessi vampiri. Viene quindi descritto il dramma di una società incapace di cogliere la verità nel momento in cui le si para di fronte. Il capovolgimento finale non è più quello ideato da Matheson. Si tratta, invece, di un capovolgimento di punto di vista. Più che la fine di Robert Neville, lo spettatore assiste alla fine di un mondo, fine causata dalla cecità dell’uomo inteso come razza e non come singolo. Per essere più chiari, alla fine del romanzo il protagonista viene catturato da un gruppo di vampiri “evoluti” (ovvero capaci di resistere al lato animalesco del virus), con l’intento di giustiziarlo (Neville infatti rappresenta il passato, un’umanità ormai in via d’estinzione e che come tale va annientata). Ma poco prima dell’esecuzione è lo stesso Neville a suicidarsi, accettando la sua condizione di ultimo vero uomo sulla Terra. Quindi, anche nel finale, Matheson pone l’accento sul protagonista, sul singolo, e non, come invece fa Ragona, sulla massa. Alla fine come si può facilmente notare i due errori commessi dal regista italiano sono sostanzialmente lo stesso, ovvero l’aver voluto dare un senso globale a quello che invece è il dramma di un solo uomo (per quanto all’interno del singolo risieda proprio una visione globale).

1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra

DI BORIS SAGAL

TITOLO ORIGINALE: The Omega Man

REGIA: Boris Sagal

CAST: Charlton Heston, Rosalind Cash, Anthony Zerbe, Paul Koslo

DURATA: 98’

ANNO: 1971

GENERE: film Horror

Quasi diciassette anni dopo il buon film di Ubaldo Ragona, Boris Sagal, regista statunitense di origini sovietiche, ci riprova con risultati non proprio esaltanti. Va subito detto che, almeno dal punto di vista della trama, The Omega Man (scusate, ma il titolo italiano è veramente orribile) è il più distante dall’opera di Matheson. Allo stesso tempo, però, il film di Sagal è quello più ambizioso nelle tematiche tra le tre trasposizioni

Partiamo dalla trama. In The Omega Man Robert Neville, interpretato da un Charlton Heston un po’ giù di corda, è un medico che vive in un mondo devastato dalle conseguenze di una guerra batteriologica tra U.S.A. e U.R.R.S. (idea oggi banale, ma ai tempi non ancora inflazionata); guerra che ha portato alla quasi totale estinzione del genere umano, a vantaggio degli infettati, mutanti albini (anche negli occhi, da cui il pessimo titolo italiano) che si riuniscono sotto il nome di “Famiglia”. Questo gruppo, raziocinante e molto distante dai goffi vampiri descritti da Matheson, si fa portatore di una dottrina che vede la tecnologia come causa del male sulla Terra. Il Robert Neville di Sagal, quindi, rappresenta proprio l’immagine di un mondo capace soltanto di portare dolore. Lo spettatore non si trova ad assistere, come nel romanzo di Matheson, allo strenuo tentativo di un uomo di riportare ordine in una realtà incapace di essere spiegata e compresa, bensì alla lotta tra due diversi pensieri: da una parte Neville, (quasi) ultimo rappresentante del vecchio mondo, tecnologico e progressista, dall’altra la Famiglia, austera e fautrice di un nuovo ordine più vicino all’antico stato di natura.
Come idea di base, seppur lontana dall’originale, non è malvagia, anzi. Purtroppo, a causa di una sceneggiatura non proprio eccelsa, la storia procede in maniera poco sicura, con tanto di alcune incongruenze davvero pacchiane. Ad esempio, se i vampiri di Sagal odiano tanto il progresso, perché indossano tutti occhiali da sole di marca?Inoltre, e questo è il difetto maggiore del film, il sostrato per così dire i ntellettuale lascia presto lo spazio ad una serie continua di scene d’azione ricche di dettagli macabri (ma questo è un difetto di buona parte del cinema popolare, non necessariamente statunitense). Ciononostante proprio le scene d’azione risultano efficaci (almeno considerando il target a cui il film si rivolge), aiutate da una fotografia innovativa per i tempi (con macchina da presa in movimento sulla spalla e inquadrature lunghissime capaci di riprendere New York in un’irreale desolazione).

Altro pregio di questo film è l’essere stato tra i primi a proporre figure di colore presentate più come vittime della società che come carnefici (ricordo che il film è del 1971, e a tempi simili discorsi erano tutto fuorché scontati). Nello specifico, mi riferisco al personaggio di Lisa, ben caratterizzato, tanto che il suo dramma personale risulta alla fine più efficace persino di quello di Neville. Che tale sostrato sociale non sia casuale lo si evince anche nella citazione del film Woodstock – Tre giorni di pace, amore e musica (1970) di Michael Wadleigh, film che il protagonista vede al cinema e che rappresenta l’anelito verso un modello sociale ormai impossibile da raggiungere.

Per concludere, The Omega Man è un film che promette tanto, ma mantiene poco, il che è un vero peccato, viste le ottime idee di partenza (seppur lontanissime dal romanzo di Matheson). Forse, se affidata a un regista più capace, ne sarebbe potuta uscire una pellicola più matura, capace soprattutto di dare il giusto spessore ai suoi tratti più sociali, anziché alle sole scene d’azione.

Io sono leggenda

DI FRANCIS LAWRENCE

6943_bigTITOLO ORIGINALE: I am legend

REGIA: Francis Lawrence

CAST: Will Smith, Alice Braga, Dash Mihok, Charlie Tahan, Salli Richardson, Willow Smith, Tea Leoni

DURATA: 111’

ANNO: 2007

GENERE: film d’Azione

Ultima delle trasposizioni cinematografiche del capolavoro di Richard Matheson è Io sono leggenda, diretto da Francis Lawrence. La scelta di questa regia ha sin da subito fatto storcere il naso a molti estimatori del romanzo originale, tra cui il sottoscritto. La paura (poi, purtroppo, rivelatasi in buona parte fondata) era che, visti i precedenti di Lawrence (ovvero il discutibile Costantine del 2004), potesse uscirne fuori nulla più che un film tutto effetti speciali e sceneggiatura zero. E in effetti in buona parte la “creatura” di Lawrence è proprio questo. Sarò sincero: se non fosse per la magistrale interpretazione di Will Smith e alcune buone trovate nella sceneggiatura, questo film sarebbe una schifezza senza paragoni.

Già, Will Smith. Chi ha letto il romanzo di Matheson molto difficilmente avrebbe visto l’attore afroamericano come il candidato ideale per interpretare il ruolo di Robert Neville. Non nascondo che dopo aver letto praticamente tutti i testi di Matheson, ho cominciato a nutrire il sospetto che lo scrittore statunitense nutrisse una discreta simpatia per un certo dittatore con i baffetti, o quanto meno con alcuni dei “principi” da lui predicati. Non è un mistero, in fondo, che i protagonisti dei suoi libri siano quasi sempre descritti con le fattezze tipiche del Superuomo nazista (biondi, alti e prestanti). Per non parlare delle battute a sfondo misogino. Le donne di Matheson (e in particolare le mogli dei suoi personaggi) sono spesso e volentieri un po’ stupide, incapaci di cogliere la realtà delle cose e abituate a vivere soltanto all’ombra dei mariti (addirittura, nel racconto Sogni a occhi aperti Matheson fa ragionare uno dei suoi personaggi sulla possibilità di “far sua” una ragazzina di appena sedici anni, e una scena analoga è presente persino in Tre millimetri al giorno). Ovviamente le eccezioni esistono, e sorprende vedere come il personaggio femminile forse più affascinante e maturo dell’universo mathesoniano sia una nana costretta a lavorare in un circo (personaggio presente sempre in Tre millimetri al giorno). Più che l’esaltazione del Superuomo, Matheson sembra voler rappresentare il fallimento della società umana attraverso il punto di vista del singolo. I suoi protagonisti sono degli sconfitti, uomini che, pur nella loro grandezza (lo stesso Neville, nella sua immunità al virus, rappresenta un essere umano superiore), risultano incapaci di porre ordine in un mondo ormai sull’orlo dello sfacelo. Da questo punto di vista Io sono leggenda è l’opera di Matheson che meglio rappresenta tale sentimento, ma analoghe sensazioni vengono suscitate in Tre millimetri al giorno, dove il protagonista, in seguito all’esposizione ad una misteriosa sostanza, comincia a rimpicciolire, diventando vittima di un mondo incapace di accoglierlo e che, anzi, lo sovrasta e si fa sempre più minaccioso. Ma è questo un discorso molto ampio e che esula in parte con l’opera di Lawrence.

Tornando sul film, è indubbio che Smith, almeno dal punto di vista fisico, non assomigli per niente al Neville del romanzo. Eppure, quello che sarebbe potuto sembrare uno dei tanti difetti di questo film si rivela essere invece il suo punto di forza. Che fosse un attore capace, Smith lo aveva già dimostrato in pellicole quali Alì, Alla ricerca della felicità o La leggenda di Bagger Vance. Ma è con Io sono leggenda che egli dimostra davvero la sua malleabilità. È raro vedere film in cui un attore è capace con altrettanta potenza interpretativa di cambiare stile recitativo a seconda dell’evoluzione del suo personaggio. Smith però ci riesce, e pure con ottimi risultati. In ciò è aiutato anche da alcune pregevoli trovate da parte degli sceneggiatori. Penso ad esempio alla scena in cui recita a memoria un passaggio di Shrek (a sottolineare la ripetitività della sua vita “post epidemia”), o quando si mette a parlare con i manichini che lui stesso ha sparso per la città per ricreare uno sfondo di normalità là dove non c’è nulla di normale (tanto che proprio a causa di questo folle tentativo egli perderà il suo cane).

Peccato che, attenzione verso il protagonista a parte, il film proponga una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti. Partiamo dalla “giustificazione” di partenza. Nel libro, così come nel film di Ragona, l’origine del morbo non viene spiegata in alcun modo, così da aumentare ancor di più il senso di angoscia e d’impotenza di fronte agli eventi che si susseguono. Con grande originalità gli sceneggiatori del film hanno invece deciso che a provocare l’epidemia è stato un esperimento volto a trovare una nuova cura contro il cancro e non andato a buon fine (e quando mai gli esperimenti nei film vanno a buon fine?). Chissà quante notti insonni avranno passato per immaginare una tale genialata!

Uno scienziato pazzo. Se non esistessero gli sceneggiatori non saprebbero più come giustificare qualsiasi boiate nelle loro trame.

Uno scienziato pazzo. Se non esistessero gli sceneggiatori non saprebbero più come giustificare qualsiasi boiate nelle loro trame.

Inoltre, a differenza del libro e del film di Ragona, non viene data pressoché alcuna spiegazione su come Neville sia in grado di dare energia alla sua casa o come sia possibile che non ci sia un filo di polvere nella videoteca o negli appartamenti da lui visitati alla ricerca di cibo (che il virus sia in grado di uccidere pure gli acari?). Ma l’errore (perché qui di errore si tratta) più grave si trova nella parte conclusiva dell’opera.

Ora, nel film il morbo sembrerebbe avere origine dall’isola di Manhattan, isola che però è stata messa in quarantena facendo crollare tutti i ponti (azione che comunque non sortisce gli effetti sperati). Insomma, il nostro Neville è letteralmente isolato dal mondo. Peccato che ad un certo punto il nostro baldo eroe, dopo aver perso il suo amato cane (scena su cui tornerò), decide di farla finita facendosi ammazzare da un’orda di zombie (eh sì, qua di vampiresco i mostri non hanno proprio nulla), quando, sfruttando il più becero dei deus ex machina, in suo soccorso arrivano una donna e un ragazzino a bordo di un’automobile. Sì sì, avete capito bene: a bordo di un’automobile! A questo punto sorge spontanea la domanda: ma come cazzo ci sono arrivati questi due a Manhattan se tutti i ponti sono crollati? Ovviamente non aspettatevi una risposta, perché tanto il film non la dà.

Il centro di Manhattan. Lultima volta che ho controllato era ancora unisola.

Il centro di Manhattan. L'ultima volta che ho controllato era ancora un'isola.

Visto che però voglio essere buono, alterno in quest’ultima parte di recensione un aspetto negativo del film con uno positivo. Ho poco prima citato la scena della morte del cane di Neville. A differenza del libro, l’animale è presente sin dalle prime battute (era il cucciolo della figlia). Va così a farsi benedire tutta la parte inerente i tentativi di Neville di conquistare la fiducia del quadrupede. La ragione di questa scelta è semplice e in parte condivisibile. Smith in più scene dialoga con il cane, così da evitare due ore di film quasi muto (flashback e finale a parte), ma soprattutto per evitare lo stratagemma della voce fuoricampo adottato invece da Ragona. Al pari dei precedenti lavori, pure in questa versione di Io sono leggenda il cane è destinato a lasciarci le cuoia. Ad ucciderlo è però lo stesso Neville, dopo che il suo adorato animale domestico è stato infettato. Seppur completamente differente da quanto scritto nel romanzo, tale scena è efficace, oltre che ben interpretata. Ma soprattutto essa può essere intesa come il punto focale dell’intero film, oltre il quale esso precipita verso una banalità imbarazzante.

Come già detto prima, nell’opera originale non è presente la benché minima spiegazione sull’origine dell’epidemia (si accenna soltanto al fatto che viene trasportata dal vento). Nessun esperimento fallito, nessuna punizione divina, invasione aliena o che altro. Insomma, Matheson dalla prima all’ultima pagina parla del dramma di un uomo, di un singolo, senza sovraccaricarlo di significati simbolici. Al contrario Lawrence ficca nel suo film un sostrato filosofico-maccheronico alla New Age, il cui fondo viene toccato nella scena in cui la donna spiega a Neville il perché lei sapesse dove trovarlo pochi attimi prima del suo tentativo di suicidio. Semplice: glielo aveva detto dio. Quando al cinema sentii tale giustificazione mi venne voglia di uscire dalla sala, prendere un aereo per gli U.S.A., andare a casa di Lawrence e prenderlo a schiaffi, in perfetto stile Stewie Griffin.

Tale buonismo da New Age dei poveri lo si ritrova anche nel completo ribaltamento del senso finale dell’opera di Matheson. Se nel libro Neville diventava leggenda in quanto ultimo rappresentante di un’umanità ormai estinta, nel film di Lawrence egli lo diventa in quanto scopritore del vaccino contro il morbo. Bravissimo Francis: tu si che sai come mandare a puttane il senso di qualsiasi opera che tocchi!

A completare il desolante quadro c’è l’ambientazione. Ormai non se ne può più di New York. Quanti altri film catastrofici dovranno essere ambientati nella Grande Mela? Ormai ho perso il conto: Godzilla, L’alba del giorno dopo, Cloverfield, i vari Die Hard, per non parlare di alcune delle scene più famose Indipendence Day, Armageddon e Deep Impact. Se fossi un newyorkese all’uscita di ogni nuovo film catastrofico mi toccherei le palle. In questo caso la scelta di New York ha due significati: il primo è la vicinanza del film di Lawrence all’opera di Sagal (non a caso l’auto utilizzata da Smith nella prima scena è analoga, anche per colore, a quella che compare in The Omega Man); il secondo è il rimando all’America post 11 Settembre 2001 (un po’ come aveva fatto a suo tempo Cloverfield, anche se in maniera molto più intelligente).

Riassumendo, titolo e nome del protagonista a parte, da cosa film e libro sono accomunati? Assolutamente nulla, nada, zero. Ciò che innervosisce maggiormente è il titolo di questo film. Scegliendo di adottare il titolo originale, Lawrence è come se si fosse voluto affibbiare il privilegio (inesistente) di aver rappresentato l’unica e vera trasposizione del romanzo di Matheson (anche se, molto più probabilmente, nelle intenzioni sue e dei produttori c’era la volontà di sfruttare il titolo del libro come mero specchietto per le allodole). Tale bieca operazione commerciale è a mio avviso da condannare con tutte le forze, in quanto non solo irrispettosa dell’opera originale e del suo autore, ma anche di coloro che avevano letto il libro e che sono andati al cinema con la speranza di poter rivivere le stesse angoscianti emozioni del romanzo. È vero: anche L’ultimo uomo della Terra e The Omega Man si allontanavano, chi più chi meno, dal romanzo di Matheson, ma almeno Ragona e Sagal hanno avuto l’umiltà di adottare titoli alternativi, a voler rimarcare la loro interpretazione delle pagine dello scrittore statunitense. Lawrence, ancora una volta, non ha dimostrato altrettanta intelligenza, dimostrandosi un regista interessato soltanto a sfruttare licenze di sicuro impatto come meglio gli aggrada.

Concludo questo lungo articolo con le immagini del finale alternativo di Io sono leggenda. A voi giudicare se sono migliori o peggiori del finale originale.

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