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Recensione: L’acchiapparatti
TITOLO: L’acchiapparatti
AUTORE: Francesco Barbi
GENERE: Low Fantasy
EDITORE: Baldini Castoldi Dalai
PAGINE: 460
ANNO: 2010 (edizione originale: 2007)
PREZZO: 18,50€
ETÀ CONSIGLIATA: 16+
Innanzitutto una precisazione. A dispetto del titolo, il presente articolo non è una vera e propria recensione, quanto un compendio al quasi omonimo articolo di un anno fa circa (QUESTO). Se uso tale denominazione è soltanto per venire in aiuto dei motori di ricerca.
Altra precisazione che ritengo doverosa. Se ho deciso di non scrivere una nuova recensione, ciò dipende da due ragioni principali. La prima è che, nella sostanza, il mio giudizio sul romanzo d’esordio di Francesco Barbi non è mutato. La seconda è che in questa nuova edizione sono presenti alcune correzioni da me suggerite all’autore durante un fitto scambio di e-mail. Sia chiaro, con ciò non intendo arrogarmi alcun merito, visto che tali suggerimenti, ne sono certo, non sono giunti da me soltanto; solo non ritengo di disporre della necessaria oggettività per disquisire nuovamente e in maniera approfondita del libro.
Da qui la mia decisione di limitarmi ad elencare le principali differenze tra i due libri, così da rendere più semplice il compito a chiunque fosse incerto su quale edizione acquistare.
Aggiorna e riavvia il sistema
Rileggere a distanza di un anno o poco più L’acchiapparatti mi ha fatto una strana sensazione. Quando a fine 2008 venni contattato da Barbi, ero in piena fase di trasloco dal Fantasy classico a generi più weird. Oggi, che i miei gusti sono definitivamente migrati verso i lidi della Bizarro Fiction e dei vari “X-Punk”, L’acchiapparatti mi appare ancor più distante. Non solo: sapendo di trovarmi di fronte a un’edizione riveduta e corretta l’occhio si è fatto involontariamente più critico.
Eppure…
Specchio specchio delle mie brame, qual è la copertina più bella del reame?
Eppure L’acchiapparatti è riuscito per la seconda volta a stregarmi, con i suoi dialoghi surreali, i suoi folli personaggi e il suo misto di umorismo e malinconia. Per quanto i margini di miglioramento siano ancora ampi – ma esiste un’opera per cui non valga un simile discorso? – mi ha fatto grande piacere vedere come molte delle richieste dei lettori (quanto meno quelle più sensate) abbiano trovato soddisfazione. Vediamole nel dettaglio.
- IL PROLOGO: Se esiste una parte del libro originale che è stata criticata da quasi tutti, questa era proprio il prologo. I difetti risiedevano nella presenza di molti personaggi stereotipati (a partire dai classici briganti in cerca di bisboccia) e da uno stile forse un po’ acerbo rispetto al resto del volume. Detto, fatto. Invece di mandare a fanculo i criticoni e accusarli d’Invidia™, come avrebbero fatto buona parte degli italici “gegni”, Barbi si è tirato su le maniche e ha riscritto il capitolo praticamente da zero. Per quanto la situazione generale sia rimasta pressoché inalterata, a cambiare sono tanti piccoli dettagli, quali la psicologia dei briganti e l’evento scatenante la rissa. Il risultato è molto buono e, pur continuando a non brillare per originalità, risulta decisamente più accattivante della versione originale.
- I PUNTI ESCLAMATIVI: Come aveva fatto notare Gamberetta nella SUA RECENSIONE, ne L’acchiapparatti di Tilos si aveva la sensazione che tutti i personaggi urlassero a causa dell’altissimo numero di punti esclamativi. Ora il loro numero è decisamente più basso, merito di una sana sezione di potatura.
- L’USO DEL PRESENTE: Un’altra questione che aveva lasciato perplessi i più riguardava l’uso del presente al posto del passato remoto in buona parte delle scene d’azione. Il problema non risiedeva tanto nella tecnica in sé, quanto nel fatto che il passaggio tra i due tempi verbali avveniva all’improvviso, finendo così per confondere soltanto il lettore. Bene, nella nuova edizione Barbi ha optato per una soluzione più ordinata. Il presente continua sì a comparire, ma soltanto quando il POV è fisso sul Boia di Giloc, sottolineando ulteriormente il tutto con l’isolamento grafico di tali paragrafi. Una scelta felice, visto che l’effetto di straniamento viene pressoché azzerato, lasciando così l’attenzione del lettore fissa là dove deve stare: sul prosieguo della trama.
- I BLOOPERS: Qui c’è poco da dire, se non che quelli che riscontrai un anno fa sono stati entrambi risolti.
- I PERSONAGGI SECONDARI: Altra cosa fatta notare a più riprese da molti lettori del romanzo originale era la scomparsa improvvisa del personaggio di Isotta. Barbi ha così deciso di dedicarle un piccolo cameo nella parte finale del libro, per quanto la sua figura rimanga forse ancora un po’ troppo sullo sfondo, facendola apparire come forse l’unico “personaggio deus ex machina” del libro.
- GLI INFODUMP: Per quanto gli infodump de L’acchiapparatti di Tilos non mi avessero dato particolare fastidio (anzi, li trovai persino ben strutturati per via delle scelte stilistiche insite in essi), questa nuova edizione mostra una loro netta diminuzione. Si può quasi dire che Barbi abbia acquisito il dono della sintesi, limitando le digressioni storico-culturali allo stretto necessario. Tra le poche eccezioni, il capitolo intitolato Il resoconto di Melzo, una sorta di grosso infodump dai toni però ironici, il quale è stato diviso in due parti, passando dalle 22 pagine originali alle attuali 24. La divisione del dialogo in due capitoli, oltre a un migliorato ritmo delle battute, rendono tuttavia il doppio capitolo ancora godibilissimo.
- IL CAPITOLO BONUS: Dando un’occhiata all’indice, si nota subito come, rispetto all’edizione originale, sia presente un capitolo in più (o meglio, due capitoli in più, di cui uno nasce però dalla suddivisione del resoconto di Melzo di cui ho già parlato). Tale capitolo ci riporta alle spalle del Boia di Giloc, mostrandoci un altro dei suoi simpatici massacri. Ora, ammetto di essere un po’ combattuto su questo capitolo. Da una parte è vero che è posizionato in modo tale da far ricomparire un personaggio lasciato in disparte per troppe pagine. Dall’altra risulta però essere tra i meno originali, vista le fondamenta un po’ banalotte. Non un capitolo inutile, quindi, quanto decisamente sottotono rispetto agli altri in cui compare il Boia.
- L’INDICE DEI PERSONAGGI: Una delle aggiunte più gradite della nuova edizione riguarda l’indice dei personaggi situato a fondo libro. Per quanto L’acchiapparatti non presenti un altissimo numero di personaggi, si tratta comunque di uno strumento utile. Peccato solo per l’adozione di un ordine basato sull’apparizione, anziché alfabetico, ma è un difetto di poco conto.
Edizione BCD a sinistra e Campanila a destra. Sulla qualità della rilegatura BCD vince a mani basse. Tra l’altro, anche se non si nota per via del flash, la carta usata per la nuova edizione è nettamente più chiara rispetto a quella vecchia.
Queste le note principali. Elencare infatti tutte le variazioni al testo sarebbe cosa ben più ardua, e comunque questo non è un articolo di filologia. Concludo dicendo che a livello generale lo stile del libro è decisamente migliorato. Soprattutto, appare più omogeneo, a differenza del volume originale, la cui prima parte risultava un filo peggiore della seconda. Certo, rimangono ancora quelli che reputo piccoli difetti, quali D eufoniche di troppo o personaggi che adottano formule verbali identiche tra loro, ma come opera prima L’acchiapparatti è e rimane uno dei migliori testi di narrativa fantastica italiana.
(non che ci voglia poi molto ^_^)
Carta canta
Come faccio sempre quando si tratta di parlare di libri, dedico un capitoletto a parte alla realizzazione materiale del medesimo. Va subito detto che la missione della Baldini Castoldi Dalai non era delle più facili. L’edizione Campanila è infatti di qualità eccellente sotto ogni punto di vista (pochi refusi, buoni materiali, bella grafica…). Ciononostante, la casa editrice milanese ha svolto un lavoro a mio avviso esemplare.
Partiamo dalla copertina. A dispetto del file JPEG mostrato qualche settimana addietro, la resa finale è decisamente migliorata, a partire dall’effetto “copia-incolla” del topo. Meno convincente è invece la silhouette di Ghescik, sia per via di un’illuminazione troppo marcata, che di un mancato rispetto delle proporzioni. In questo senso, la copertina originale mostrava un’attenzione ai dettagli decisamente superiore. Dove invece la BCD vince a mani basse è nella qualità dei materiali. Il rivestimento del libro è infatti passato dal tessuto (tipologia di materiale che si sporca come niente) a una protezione nero-plastificata e riflettente, apparentemente più povera, ma in verità più resistente e meno propensa a catturare le particelle di sporco, il tutto con tanto di titolo sul bordo, grossa mancanza dell’edizione Campanila.
Passando alla grafica interna, la situazione è di sostanziale parità. Se Campanila aveva mostrato una scelta dei font più originale, dall’altra BCD opta per caratteri più tradizionali ma dalla maggiore leggibilità. Scelte legittime e che denotano in entrambi i casi una grande attenzione anche per questo campo spesso bistrattato.
Unica nota dolente dell’edizione BCD è l’impaginazione dei dialoghi. Pur mantenendo inalterato l’uso delle virgolette uncinate, si nota infatti come a seconda dei capitoli venga adottato o meno l’uso della virgola durante le intromissioni del narratore, tanto da sospettare che ad occuparsi dell’impaginazione ci siano state più persone. Si tratta tuttavia del classico pelo nell’uovo, roba che viene colta solo dai malati di mente come il sottoscritto.
A livello generale, BCD ha svolto un ottimo lavoro, riuscendo a tenere testa all’edizione Campanila, per quanto forse la mia asticella del gusto personale tenda leggermente più verso quest’ultima.
…ed edizione Baldini Castoldi Dalai
Conclusioni
Come già scritto in fase introduttiva, il mio giudizio sul romanzo d’esordio di Francesco Barbi non è mutato. L’acchiapparatti difficilmente sarà uno di quei libri che vi cambierà per sempre la vita, e nemmeno penso voglia esserlo. Si tratta tuttavia di un buon libro, dalla trama interessante e priva di punti morti, ma soprattutto con personaggi veri, non le solite macchiette che – ahimé – ammorbano buona parte della narrativa fantastica italiana e non solo. È un romanzo che, pur privo di elementi innovativi, riesce a divertire quanto basta e a distinguersi dalla concorrenza. Barbi ha il merito di essere uno dei pochi scrittori italiani ad aver capito che non ha senso creare realtà alternative che scimmiottano Tolkien, quando poi storia e personaggi sono profondi quanto una pozzanghera. È proprio questo il paradosso che sta dietro a L’acchiapparatti: risultare originale all’interno del mercato italiano pur tralasciando gli “effetti speciali”, ma soffermandosi invece su quegli aspetti davvero importanti, quali caratterizzazione dei personaggi e brio nei dialoghi. Vista la scarsissima qualità del Fantasy nostrano, il libro di Barbi, pur con tutti i suoi nei, rappresenta una vera ventata d’aria fresca. La speranza, inutile dirlo, è che questo libro rappresenti un primo gradino. Ecco perché, tra tutti gli autori italiani, Barbi è tra quelli di cui attendo con maggiore curiosità la seconda prova.
Segnalazione: concorso a tema Steampunk!
Intanto che in Italia stiamo ancora dietro a predestinati vari, elfi, draghetti e fatine, all’estero guadagnano visibilità sempre maggiore generi come New Weird, Bizarro Fiction e Steampunk (o Steam Punk, a seconda che si voglia o meno abbracciare la matrice politica), nei quali si assiste a un po’ di VERA fantasia (sempre ammesso che l’autore sia in gamba, ma questo è ovvio). Il rovescio della medaglia è l’affacciarsi di scrittorucoli che sperano di approfittare dell’onda per propinare le peggio cose. Ricordate ad esempio il caso di Steamed di Katie MacAlister, libro di prossima uscita salito agli onori della cronaca soprattutto per via del suo booktrailer ricavato da immagini letteralmente rubate senza pagare alcunché in diritti d’autore? Ecco, mi riferisco a gentaglia del genere.
(anche se comincio a sospettare che si sia trattato di una mossa per attirare l’attenzione su di un libro che altrimenti sarebbe passato quasi inosservato per via di una trama che non sembra brillare proprio di originalità; anche perché non avrebbe senso per un grafico professionista cadere in un errore talmente dilettantesco, soprattutto considerando che non è lui quello che sborsa i soldi per l’acquisto dei diritti; certo, c’è anche il caso Ferrario che dimostra come non ci sia limite alla stupidità umana)
Ora, lo ammetto in tutta sincerità: io sono uno a cui piace il clima da “club privè” che circonda qualsiasi meritevole novità non ancora finita tra le grinfie della massa. Ricordo ad esempio quando scoprii con mia gran soddisfazione Seven nation army dei White Stripes e cominciai a proporre l’album (Elephant) a tutti i miei amici rockettari, questo prima che MTV prendesse a far girare il video e soprattutto prima che Totti stuprasse il titolo in Pooo-po-po-po-po-pooo-pooo (sigh).
D’altro canto, è però anche giusto rendere noto al mondo l’esistenza di prodotti che si allontanano dalla cultura pop (che il più delle volte coincide con uno scarso livello qualitativo, ma questa è un’opinione meramente personale), sempre nella speranza che questi non vengano poi banalizzati come nell’esempio di cui sopra. Vana speranza? Probabilmente sì.
Ma sto divagando. Il senso di questo articolo è infatti molto più semplice. Una settimana addietro il buon duca Carraronan – sempre sia lodato! – ha svelato a noi comuni mortali il bando per un nuovo concorso letterario legato al suo sito, Baionette Librarie. Dopo essere passati, l’anno scorso, attraverso i meandri del racconto porno-fantasy, è tempo di tornare seri e di buttarci a capofitto tra valvole a pressione e tecnologie retrofuturistiche. In una parola: Steampunk (o Steam Punk a seconda che… che dite? l’ho già scritto? ah…). E c’è pure un premio! E che premio!
Trattandosi questo di un semplice articolo volto ad allargare la visibilità data di un concorso non da me creato, non mi dilungherò oltre, lasciando la lettura del bando in tutti i suoi dettagli su Baionette Librarie (che trovate QUI), nella speranza che così facendo il buon duca decida di ripagarmi condividendo le ricchezze del suoi possedimenti. Sapete com’è, la crisi… ^_^
L’acchiapparatti comincia a svelarsi
Segnatevi questa data: 2 9 Marzo 2010.
A meno di (ulteriori) imprevisti, dovrebbe essere infatti questo il giorno in cui uscirà nelle librerie la nuova edizione de L’acchiapparatti di Tilos di Francesco Barbi, edito dalla Baldini Castoldi Dalai. Anzi, per essere precisi, bisognerebbe parlare de L’acchiapparatti e basta, visto che è questo il nuovo titolo dato all’opera. In attesa di mettere le mani sul libro, è intanto possibile dare una prima occhiata alla nuova copertina.
Qualcuno dirà: ma non sembra nemmeno la copertina di un Fantasy! E io rispondo: per fortuna!
Come scrissi a suo tempo nella recensione del volume edito da Campanila, L’acchiapparatti è sì un romanzo Fantasy, ma non di quelli che basano la loro forza sull’ormai logora idea di “Bene VS Male”, bensì sull’ottima alchimia tra i personaggi, in buona parte decisamente fuori dagli schemi. Ben venga, quindi, una copertina lontana dai soliti cliché, visto che il libro di Barbi non si rivolge soltanto agli amanti del fantastico, quanto a quelli della buona narrativa in generale.
Approfitto di questa occasione anche per anticipare un altro paio di notizie legate al libro. La prima è che, se riuscirò a fare in tempo, pubblicherò un compendio alla recensione di un anno fa con qualche giorno d’anticipo sulla data d’uscita, e questo grazie al fatto di poter disporre di una copia d’anteprima (a tal proposito, ringrazio Francesco per il regalo). La seconda è che si sta lavorando per l’organizzazione di alcuni incontri con l’autore, per i quali Barbi ha richiesto la mia presenza in qualità di moderatore. Tutto è però ancora da concordare, visto che ad occuparsi della cosa è principalmente l’ufficio stampa della BDC. In qualsiasi caso, vi terrò aggiornati.
Quale critica? Atto terzo: il ritorno der Monnezza del monnezzone
L’articolo che segue è probabilmente quello che ha subito il maggior numero di rimaneggiamenti nella storia di Infiniti Sentieri. All’inizio avevo in mente di scrivere un pezzo con alcune considerazioni generali sul panorama della narrativa fantastica nel 2009. Poi, però, negli stessi giorni in cui buttavo giù le idee per quell’articolo, ecco scoppiare il “caso Monnezzone”, partito pressoché in contemporanea dai siti di Loredana Lipperini e d’Andrea G.L., a cui si sono poi aggiunti una serie di articoli che con quell’argomento hanno poco o nulla a che fare, ma con il rapporto lettore-critica ne hanno eccome. In questa sede vorrei mettere in luce alcuni aspetti a mio avviso rimasti un po’ nell’ombra nelle discussioni di cui sopra, seppur meritevoli d’attenzione. Ne consegue che non intendo proporre un’argomentazione esaustiva, quanto degli spunti di riflessione, mediati, inutile dirlo, dal mio personalissimo punto di vista.
No, Thomas, non si sta parlando di te.
CAPITOLO I: Un brutto biglietto da visita
Partirò alla lontana, vi avviso.
A volte, entrando in certe librerie e avvicinandomi al reparto Fantasy, vengo colto da un terribile senso di vergogna. E non perché reputi quei libri figli di un dio minore, ma per il modo in cui il genere che tanto amo viene trattato. Non mi sorprendo, quindi, se la maggior parte delle persone non avvezze al Fantastico colleghi la parola “fantasy” a draghi ed elfi, se non addirittura a storie smaccatamente rivolte a un pubblico giovane o, peggio ancora, infantile; insomma, nulla più di una letteratura d’evasione sempre uguale a se stessa.
A volte entrando in una libreria mi sento come Antonio Albanese ne “L’uomo d’acqua dolce”, con una sola differenza: io ballo molto peggio.
Ahimé, capisco simili posizioni, pur non giustificandole. Dopotutto è innegabile che buona parte del Fantasy venga presentato proprio attraverso i soliti cliché: amazzoni vestite di tanga in pelo d’orso con in mano spadoni tre volte più grandi di loro, draghi che s’azzannano, maghi perennemente vestiti con saio e cappuccio e con l’immancabile bastone di legno… In effetti a guardare le copertine di certi volumi pare di trovarsi di fronte più a dei poster, magari bellissimi, ma pur sempre semplici poster. Una copertina, pardon, una buona copertina dovrebbe infatti riassumere in sé non solo ciò di cui il libro parla, ma anche l’essenza del medesimo. Disegnare copertine è un lavoro difficilissimo e non basta ficcarci dentro i soliti stereotipi. Ecco perché, per fare un esempio, le copertine realizzate da un Paolo Barbieri o un Keith Parkinson, per quanto di pregevolissima fattura, mi lasciano un po’ indifferente (non tutte, sia chiaro), al contrario, non so, di quelle di un Federico Aliberti o un John Jude Palencar (ma anche qui vale il discorso di prima, seppur al contrario, vedi i libri di Paolini).

Due copertine di John Jude Palencar. La prima è come se recitasse “Questo è un romanzo Fantasy modello standard n° 364359/B”. La seconda, invece, “Donne nude e tanto sesso”, che è già di per sé più originale ^_^
Perché parto dalle copertine? Semplice: perché esse rappresentano il primo contatto che il genere crea con i possibili lettori, ne sono una sorta di biglietto da visita. Ora, è indubbio che se il 99% delle copertine sono tutte uguali la gente finirà per pensare che lo siano anche i romanzi al loro interno. Non ci credete? Provate a passare davanti al settore Harmony e poi ditemi se automaticamente non vi viene da pensare alla medesima cosa. Che dite? Harmony è una collana e come tale non può essere raffrontata con un genere? Giustissimo, e infatti è proprio qui che vi volevo. Perché il rischio – che a giudicare dai commenti dei vari Cortellessa & Company non è tanto campato in aria – è che un genere come il Fantasy venga ridotto a livello di percezione come una collana, una serie di libri caratterizzati tutti dalla medesima struttura narrativa. Insomma, detto in poche parole, la prima immagine che il Fantasy crea attorno a sé è quella di una letteratura da “catena di montaggio”, puramente manieristica e carente di elementi innovativi. Non sorprendiamoci quindi se poi Cortellessa afferma che «il 95% della comunicazione libraria e il 95% dello spazio espositivo privilegiato nei punti vendita è militarmente appaltato a “draghi, complotti, maghetti”?», il tutto portando al collegamento – errato, lo sottolineo – maghetto = letteratura di serie B. Ma questo è solo un dettaglio. Il discorso, lo accennavo in fase introduttiva, è molto più ampio e coglie molteplici aspetti.
CAPITOLO II: Esiste il monnezzone?
Alcuni giorni fa scrivevo sul blog di Francesco Dimitri che l’attenzione di noi appassionati di narrativa fantastica dovrebbe rivolgersi più verso le case editrici piuttosto che nei confronti di critici o giornalisti dotati magari di una vastissima cultura, ma con scarsa dimestichezza con il genere da noi tanto amato. La ragione si collega a quanto sopra scritto: se vogliamo che la narrativa fantastica tout court si lasci alle spalle l’immagine da catena di montaggio dobbiamo essere noi i primi a fare ciò. Se una casa editrice basa tutta la sua campagna sugli stereotipi o proponendo le sue giovani leve sempre come i novelli Tolkien, beh, allora significa che a loro questa situazione va benissimo. Quindi, se già i nostri “esperti del settore” hanno scarso rispetto per quanto da loro pubblicato, come possiamo aspettarci una maggiore intelligenza da parte dei non addetti? Facciamo un altro esempio, altrimenti queste rimangono parole al vento prive di appigli con la realtà. Poche settimane fa Intermezzi editore ha pubblicato un bando, (QUESTO). Bene, leggetelo e poi ditemi se non è un agglomerato di mancanza di rispetto verso il genere da lei stessa pubblicato. Altro esempio di scarsa lungimiranza? Che ne dite del fatto che uno scrittore sulla bocca di tutti come China Miéville non viene ristampato da Fanucci? O dell’assenza in Italia di un certo Sapkowski? Ecco, questo è il potere delle case editrici, un potere tale da veicolare non solo quello viene o non viene pubblicato, ma anche il come viene pubblicato, andando, pertanto, ad influenzare l’opinione che la gente si farà riguardo il contenuto della narrativa fantastica. Un lettore occasionale che vede 9 libri su 10 presentare sostanzialmente la stessa trama (e sono già molto ottimista), che voglia pensate possa avere di mettersi a cercare quell’unico libro davvero originale?
Sdoganare la narrativa fantastica significa anche questo: sottolineare le differenze al suo interno, far capire che a fianco di elfi e draghi ci sono libri dove ditte di demolizioni aliene, a causa di qualche “disguido” burocratico, causano l’estinzione della razza umana, dove uomini che si risvegliano da un malore scoprono che il proprio figlio in verità non è mai esistito, dove donne che possiedono il “dono” di provare un piacere immenso dal dolore vengono addestrate come spie puttane, e molto altro ancora.
Il problema, però, è che molto spesso è lo stesso fruitore di narrativa fantastica a storcere il naso quando gli si propone qualcosa di davvero originale e lontano dai soliti cliché. Racconto di vita: tempo fa mi ero messo a parlare di Steampunk e New Weird a un conoscente, lettore anche lui di Fantasy. La sua reazione è stata – parole testuali – “Ma questo non è Fantasy!”. Ohibò, e io che pensavo che un libro Fantasy avesse il privilegio di poter uscire da qualsiasi schema precostituito! A quanto pare mi sbagliavo.
Spiacente, amico, ma sei troppo originale per diventare un personaggio fantasy.
Il medesimo discorso va poi applicato agli altri operatori, come quei siti che sostengono di non recensire opere pubblicate dietro pagamento, ma che poi fanno l’esatto contrario. O ancora, che dire di quegli autori come Ghirardi che affermano di scrivere Fantasy perché lo considerano un genere facile? Io non dico che i vari Cortellessa siano da ignorare (dopotutto già il titolo di questo articolo dovrebbe far intuire che non è la prima volta che mi soffermo sull’argomento), dico solo che non sono loro la priorità. Prima le cose vanno cambiate dall’interno.
“Come mai un Fantasy?” “Beh, perché un Fantasy mi sembra più, cioè, più semplice”. Rabbrividiamo…
Quindi, per tornare alla domanda che dà il titolo a questa prima parte, esiste il monnezzone? Per quanto mi riguarda la risposta è: sì, esiste, e rappresenta anche più del 90% della narrativa fantastica (ma non solo) presente nelle librerie. L’unica differenza tra me e Cortellessa è che io non lo identifico in un genere narrativo piuttosto che un altro, bensì nei singoli volumi.
CAPITOLO III: Difendere cosa?
Sia chiaro: quando io sento definire la narrativa fantastica, presa nella sua interezza – che è già di per sé un errore di metodo – come un genere minore, un ammasso di storielle sceme per bamboccioni o peggio ancora, beh, in quei casi m’incazzo. Tuttavia non intendo in alcun modo difendere il genere.
No, non è un paradosso. Come già accennato nel precedente capitolo, io preferisco distinguere tra buoni e brutti libri (o film), e giammai tra buoni e brutti generi, distinzione che ripudio con tutte le mie forze. Difendere un intero genere significherebbe infatti difendere anche quei libri che non godono del mio piacere, ovvero la mia personalissima lista di monnezzoni.
Prima una precisazione: io non sono tra quelli che ritiene che in un mondo perfetto i monnezzoni non dovrebbero esistere. Tuttavia sono anche dell’opinione che un monnezzone vada trattato per quello che è: un libro di scarsa qualità artistica e che nulla aggiunge al panorama letterario/cinematografico. Insomma, in questa categoria io c’infilo sia i libri/film veramente brutti che quelli scritti/diretti in maniera onesta, da autori che magari sono pure consci dei propri limiti.
Ciò che invece non mi va giù è quando un autore di monnezzoni viene elevato a nuovo astro nascente del mondo della narrativa o come grande innovatore del panorama. Ecco, purtroppo la situazione in Italia, per come la vedo io, è molto simile a questa seconda posizione. Sebbene il nostro mercato conti una netta, nettissima prevalenza di monnezzoni, in giro si leggono un sacco di commenti entusiasti sullo stato del fantastico in Italia. E la cosa assume tratti ancora più grotteschi nel vedere come moltissimi di questi autori si diano continue pacche sulle spalle per sostenersi a vicenda, perché tanto l’importante è che il mercato cresca, e chi se ne frega se si muove nella direzione sbagliata.
Tale situazione nasce soprattutto da una scarsa presa di coscienza da parte degli autori stessi, molti dei quali non hanno stimoli a migliorare proprio per il fatto di essere stati pubblicati (Strazzulla docet). Insomma, manca l’onestà intellettuale propria di un genuino autore di monnezzone.
Prendiamo di nuovo gli Harmony. Chi scrive per Harmony sa benissimo che il suo libro sarà catalogato come letteratura marginale, per usare la classificazione di Spinazzola. In questo caso, è la pubblicazione medesima a determinare il livello qualitativo dell’opera agli occhi del lettore. E sia chiaro: io provo grandissimo rispetto per un autore di Harmony, perché è uno scrittore conscio dei propri limiti, uno scrittore che non si erge sopra nessun piedistallo (e come potrebbe, dopotutto?), insomma uno scrittore onesto. Invece con gli autori italiani (molti, non tutti) ciò non accade. Anzi, alcuni autori di monnezzoni, di fronte alle parole di Cortellessa, si sono pure indignati (sia chiaro, giusto per evitare sterili polemiche: qui mi riferisco solo a coloro che ho letto integralmente; su tutti gli altri non mi esprimo).
Tutto ciò, lo dico in tutta sincerità, mi fa sorridere, in quanto significa che costoro non hanno nemmeno coscienza dello stato penoso in cui si trova la narrativa italiana, fossilizzata com’è su topoi vecchi di decenni e che non aggiungono assolutamente nulla al panorama artistico, anzi, non fanno altro che svilirlo. Ecco perché trovo inutile l’iniziativa partita dal blog di Eleas volta a recensione libri non di ambito fantastico per dimostrare la propria “elasticità mentale”. Come ho già scritto sul blog di Francesco Dimitri, non sento alcun bisogno di dimostrare di leggere anche altro nella vita. Lo so e questo mi basta. Ma soprattutto non vedo perché dovrei mettermi sullo stesso piano di chi sbaglia (e qui mi riferisco a Cortellessa) per dimostrare la mia veridicità. Ma grazie al cielo non sono l’unico a pensarla così, come dimostra il link di cui sopra.
Insomma, prima di mettersi a difendere a spada tratta il fantastico in Italia, sarebbe il caso di fermarsi e riflettere sugli errori che stanno commettendo i nostri “esperti del settore”. Altri esempi? Il fatto che molti libri vengano pubblicati dopo editing penosi, l’assoluta mancanza di voglia di migliorare da parte di alcuni autori, il continuo paragone con scrittori di un passato ormai morto (leggasi Tolkien)… Devo continuare?
Ripeto quanto già scritto: io a difendere il Fantasy italiano non ci penso proprio, e questo perché sono dell’idea che il Fantasy italiano non esista. A me che un libro sia italiano, inglese, cileno o austro-ungarico non importa un fico secco. A me interessa solo leggere buoni libri, senza bisogno di legittimazioni di alcuni tipo, per riprendere sempre le parole di Dimitri. E se si vuole dimostrare il valore della narrativa fantastica, allora c’è una sola cosa da fare: cominciare a scrivere buoni libri, anziché continuare a lamentarsi dei critici.
CAPITOLO IV: Quale speranza?
Alcune settimane fa stavo facendo colazione a base di latte (rigorosamente freddo, mai riscaldato), yogurt (causa stramaledettissimo dente del giudizio che m’impediva di mangiare qualsiasi così con una consistenza superiore) e giornale (dio, che immagine snob…). Disquisizioni a parte su pasti e problemi dentali, la mia attenzione finisce su un articolo di Nicola Langioia intitolato “aNobii: critici addio, la recensione la facciamo noi”. Per la cronaca, lo potete leggere QUI. C’è un passaggio, nel finale, che riassume alla perfezione il mio pensiero riguardo l’importanza della critica di mestiere al giorno d’oggi.
I commentatori italiani di aNobii, al contrario – troppo numerosi per non rompere il recinto di intellettuali, scrittori e aspiranti tali in cui spesso sono chiusi anche i lit blog – sono lettori accaniti e disinteressati, e mostrano di avere attraversato l’intera esperienza di un libro: hanno speso soldi per acquistarlo, e tempo per leggerlo, lo hanno davvero amato o detestato, e spesso con competenza e senza inutili puzze sotto al naso restituiscono una passione e un’intelligenza che risultano contagiose.
Motivo per cui preferiscono consigliarsi i libri tra di loro piuttosto che aspettare l’ennesima recensione capace di accostarsi a un libro come a un topo morto. Forse, per una volta, i soloni di cui sopra potrebbero mettersi in discussione davanti a un’esperienza come questa. A meno che non preferiscano morire comodamente sotto il crollo delle torri d’avorio e di risentimento dentro cui si addormentano ogni sera.
Con parole senz’altro migliori delle mie, Langioia coglie nel segno: buona parte dei critici oggi in circolazione non dispone né degli strumenti né dell’apertura mentale per cogliere quanto di buona offra la narrativa contemporanea, anche di ambito fantastico.
Altro racconto di vita. Alcuni anni fa ho sostenuto un esame di Comunicazione letteraria nell’Italia novecentesca. Finita l’interrogazione sulla parte monografica e in attesa di passare dall’assistente, intento a torturare un mio malcapitato collega, mi metto a chiacchierare con il docente su di un testo di Luciano Bianciardi, La vita agra, e da lì si deraglia sulla figura del critico letterario. Quanto mi disse il professore si collega con la posizione sopra espressa. Mi disse infatti che la figura del critico “classico” sarebbe morta nel giro di pochi anni per far posto a una nuova generazione. E questo non perché le vecchie metodologie non andassero più bene, ma per un’ignoranza di fondo nei confronti dei nuovi media. In pratica, un critico per così dire “anziano” non sarebbe mai riuscito a cogliere eventuali riferimenti di un opera al mondo dei fumetti, dei videogiochi o quant’altro; e un critico che non dispone di una base culturale tale da cogliere qualsivoglia riferimento non potrà svolgere il proprio lavoro al pieno delle forze.
Il ragionamento non fa una grinza. Ed è proprio per questa ragione che ritengo un’inutile spreco di forze l’iniziativa descritta nel precedente capitolo. Non si può creare un dialogo quando mancano le basi per comprenderlo. E attenzione: questo lo dico senza alcuna supponenza, in quanto è un discorso che vale in entrambe le direzioni.
Ciò che invece dobbiamo fare, e lo ripeto ancora una volta, è rivolgerci a chi invece dispone (o almeno dovrebbe) degli strumenti tali per smuovere davvero le acque, ovvero gli editori. Cortellessa fa benissimo a incazzarsi dell’assenza di libri che hanno fatto la Storia della letteratura nelle librerie per far spazio ai vari Paolini e Mayer, perché è vero. Così come noi lettori di narrativa fantastica ci dovremmo incazzare per essere trattati come bamboccioni capaci di seguire solo le mode, altrimenti anche noi correremo il rischio di veder sparire i grandi classici del passato; rischio che tra l’altro non è nemmeno così distante (giusto ieri sera il buon Duca mi raccontava di come una grossa libreria della sua zona fosse sprovvista di Fanteria dello spazio; QUI invece Lara Manni aggiunge altri libri). Non ha quindi senso scannarci tra di noi, perché equivarrebbe a una guerra tra poveracci. Anche se non sembra, le posizioni di Cortellessa e dei suoi detrattori sono infatti le medesime: lui si lamenta dell’assenza di narrativa di qualità nelle librerie, noi di una percezione errata di quello che è realmente il fantastico.
Che mondo sarebbe senza Nutella? E senza Heinlein, Pratchett, Radcliff, Ray, Adams…?
Non ha invece senso continuare con questo un muro contro muro dove nessuna delle due parti riesce a cogliere – o vuole cogliere – quanto di buono è sostenuto dall’altro. L’ho già scritto in fase introduttiva: il qui presente non approva la posizione assolutistica di Cortellessa. Eppure le sue parole esprimono anche una tragica realtà: il predominio assoluto non tanto della cattiva letteratura, quanto di una cattiva letteratura che oltretutto viene presentata come di alta qualità e si crede pure tale (non ci credete? andatevi allora a leggere alcune affermazioni della Meyer su Shakespeare). Ed è proprio su questo aspetto che l’attenzione di noi tutti si deve concentrare. Se vogliamo davvero che la narrativa fantastica si sviluppi in Italia, non serve a nulla difenderlo a spada tratta nella sua interezza. Gli e ci faremmo solo del male.
Appendice: Lettera aperta a G.L. d’Andrea
Prima alcune doverose precisazioni. La prima: ciò che segue ha a che vedere solo parzialmente con quanto scritto sopra, tanto da essere stato incerto sino all’ultimo se creare o meno due articoli separati. Alla fine ho optato per l’accorpamento in quanto l’idea era nata in contemporanea e non a seguito dello scambio di battute avuto sul blog di Dimitri (e questa è la seconda precisazione). Ultima nota: ho deciso di scrivere questa “appendice” anziché un’e-mail perché A) non ritengo di aver nulla da nascondere e B) questa storia è nata in rete e credo sia giusto che muoia in rete. L’obiettivo, comunque, è soltanto quello di chiarire alcune mie posizioni.
Detto questo, passo al nocciolo della questione, ma per farlo permettimi di tornare un po’ indietro nel tempo.
Parto con il dire che, a differenza di quanto si possa pensare, la mia presenza alla fiera del libro di Torino dell’anno scorso non aveva l’obiettivo di sputtanare poi chicchessia. Al contrario ero sinceramente curioso di ascoltare la presentazione di Wunderkind, soprattutto visto e considerato che la lettura dei primi due capitoli del romanzo non mi aveva convinto al 100%.
Ora, sempre a differenza di quanto molti pensano, io non sono uno a cui piace sparare a zero sugli autori italiani, e una certa recensione presente su questi lidi oltre al fatto di aver più volte citato autori a mio avviso validi (a partire da Dimitri) credo lo possa ampiamente dimostrare. Se quindi dico che un libro non mi piace o non mi ha convinto all’acquisto, significa proprio che quel libro non mi piace o non mi ha convinto all’acquisto.
Ma cosa non mi ha convinto? Tu, d’Andrea, parli spesso di deformare la realtà, di violentarla. Ecco, questo è uno dei punti focali. Per quanto la tua sia una posizione accettabilissima, quando leggo un libro di ambito fantastico, la deformazione della realtà non mi affascina, o quanto meno lo fa meno di altre tecniche narrative. Quello che invece mi attrae è il ribaltamento della realtà. Non è un caso, quindi, che il mio autore preferito sia un certo Richard Matheson, uno che sul ribaltamento ne sa parecchio. Prendiamo la descrizione dei palazzi nel primo capitolo di Wunderkind. Come scrissi a suo tempo al buon duca in chat – entrambi avevamo letto da poco le pagine presenti in rete e ci stavamo scambiando alcune impressioni –, l’idea di presentarli come creature dotate di vita mi aveva lasciato perplesso, ma non per l’idea in sé. Avrei infatti gradito di più, per via di una sana voglia di sense of wonder, trovarmi di fronte a dei veri palazzi-mostri, ovvero a un ribaltamento di una situazione altrimenti prevedibile, al pari della scena iniziale che si rivela poi essere solo un sogno che, senza offesa, è uno dei cliché più abusati dalla narrativa. Tuttavia lo stile non mi era dispiaciuto (l’immagine del temporale che “rotola da lontano” la trovo evocativa al punto giusto). Insomma, in quelle pagine c’erano aspetti positivi e negativi, da cui la mia voglia di vedere la presentazione.
Non solo. Visto che mi piace informarmi sui libri che in qualche modo solleticano la mia curiosità, in quello stesso periodo lessi una tua intervista a Panorama (QUESTA). Anche lì stesso discorso di sopra: alcune affermazioni mi avevano portato ad applaudire, altro mi avevano lasciato perplesso, come la risposta alla penultima domanda dove affermi di non leggere libri pubblicati da case editrici a pagamento perché lo ritieni “immorale” (pensiero che condivido), ma allo stesso tempo lodi Meridiano Zero, che è un editore a pagamento (per quanto sia d’accordo con te che ha un ottimo catalogo, tanto che in questo stesso articolo cito indirettamente un libro da loro pubblicato: L’uomo che credeva di essere se stesso di David Ambrose).
Scrivo tutto ciò è per ribadire che ogni mia affermazione qui o su altri lidi nasce da motivazioni coerenti con quanto ho sempre espresso in passato, senza alcun accanimento, che non vedo nemmeno come possa esserci, visto ti ho “dedicato” un solo articolo in due anni di vita del sito e sugli altrui forum/blog ho sempre specificato di aver letto solo le prime pagine.
Comunque, a prescindere di quanto detto durante la presentazione e di quanto da me poi scritto sul famoso articolo, c’è una cosa che però mi preme sottolineare. Ogni mia affermazione è sempre stata giustificata, e mi piacerebbe che altrettanto sia fatto nei miei confronti. Quando su FM mi hai dato dell’imbecille la tua motivazione sul fatto che io stessi sbagliando è stata, parole testuali: «Attenzione: il solito imbecille armato di blog e di terza elementare potrebbe obiettare che sto facendo confusione con la corrente del Realismo in voga negli anni che furono… non è così…» Un po’ poco, non trovi? Visto che io ho scritto che è errato fare un confronto tra una corrente letteraria e un genere letterario (che è diverso da quello che hai scritto tu), mi piacerebbe sapere nei dettagli in cosa io erri.
Sia chiaro: se scrivo tutto ciò è solo perché sono dell’idea che le regole debbano essere uguali per tutti. Cosa intendo? Ci arrivo subito. Al termine del mio articolo su Infiniti Sentieri scrissi che mi avevi dato l’impressione (e sottolineo l’impressione) di una persona con una “profonda ignoranza in campo letterario”. Parole che confermo, perché quella fu proprio l’impressione che mi creai. Ecco, ora leggiamo un po’ la seguente citazione:
Ora: a parte una serie di sproloqui molto ben argomentati con fuffa al sapor di calzino sporco, io non ho letto UNA tua sola motivazione per cui il fantastico (salvo Landolfi! Salvo Borges – per favore, vai a vedere il Libro di Sabbia e leggi nelle dediche, grazie) sia monnezza. Simpaticamente parlando questo significa essere ignoranti. Simpaticamente, le ventimila battute di cui sopra, ti portano a ricevere il premio di Arrampicata Sugli Specchi 2009. Complimenti.
Riconosci queste parole? Dovresti, visto che sono tue. Le hai scritte sul blog di Loredana Lipperini e sono riferite ad Andrea Cortellessa (e dubito che anche lui possa essere accusato di essere arrivato appena alla terza elementare). Parole dure, anche più delle mie, visto che qui non c’è nessuna “apparenza”. Ecco, è questo quello che intendo quando dico che le regole devono essere uguali per tutti. Non puoi accusarmi di essere uno che non fa altro che insultare gli altri (cosa tutta da dimostrare) e poi fare la stessa cosa. E sia chiaro: io non critico le tue parole, perché, in riferimento al discorso che si stava tenendo in quella sede, le ritengo in buona parte corrette. Ma esattamente come tu puoi avere l’impressione che una tal persona sia ignorante in una tal materia, perché non potrebbero averla pure altri nei tuoi confronti? Perché io divento automaticamente uno che insulta a raffica e uno stalker (anche questa cosa non veritiera, e tu lo sai benissimo, visto che non sono mai venuto a romperti le scatole né per e-mail, né sul tuo sito, né altrove) e tu una vittima pur mandandomi a fottere o scrivendo e-mail a terzi in cui offendi il sottoscritto (già, sono a conoscenza di quelle e-mail)?
Come già scritto, io quando scrivo o dico qualcosa lo motivo. Mi piacerebbe che quando mi vengono lanciate delle accuse, si faccia altrettanto. Ma soprattutto, come accennato anche nell’articolo vero e proprio, mi piacerebbe che la si finisse con questo muro contro muro. Difficilmente due come noi andrebbero a bersi una *inserire bevanda a caso* insieme. Ma ciò non toglie che all’interno di una discussione ci si possa quantomeno rispettare, senza dover mandare affanculo l’altro solo perché, in un’occasione completamente diversa, ha osato esprimere un pensiero diverso dal proprio. Come accennato sul blog di Dimitri, io sono uno che al termine di una qualsivoglia chiacchierata, anche di quelle aspre, resetta il tutto; e se dopo una settimana rincontra quella tal persona, ascolta quanto ella abbia da dire in riferimento al nuovo argomento, senza preconcetti basati sul passato. Ma forse sono io a essere strano.
Segnalazione: “Perdido Street Station” aggratis
Ormai Perdido Street Station, primo volume della trilogia del Bas Lag ideata dallo scrittore inglese China Mieville, è noto a buona parte di coloro che s’interessano di narrativa fantastica. O meglio, più che il libro è noto il titolo.
Già, perché Perdido Street Station fa parte di quella categoria di volumi di cui tutti parlano, ma che ben pochi hanno effettivamente letto; e non perché sia un testo tanto fondamentale quanto noioso – beh, in alcuni punti un po’ noiosetto lo è – che nessuno ammetterebbe di non averlo gustato (un po’ come succede con Il signore degli anelli; dai che lo so che molti lo comprano ma non vanno oltre al terzo capitolo ^_^). Semplicemente, Perdido Street Station è pressoché introvabile in Italia, al pari dei due volumi successivi. Persino io, che l’ho “scoperto” ben prima che il nome di China Mieville cominciasse a girare sui vari forum di letteratura italiani, sono in possesso solo de La città delle navi (sì, lo so che su aNobii li ho segnati tutti, ma solo perché si tratta di volumi letti grazie a un’amica e che acquisterò… appena li trovo). Ecco il problema sta tutto qua: come dicevo Perdido Street Station è quasi irreperibile, e tutto per merito della furbizia del reparto vendite della Fanucci, i cui responsabili hanno pensato bene di distribuirlo in pochissime copie per poi non ristamparlo più non appena il romanzo ha cominciato a guadagnare fama sempre maggiore. Geniale, non trovate? Ma dopotutto Fanucci in questi anni ci ha abituato a questo e altro, quindi non mi stupisco più di nulla.
Fortuna vuole che all’estero siano un po’ più “sgamati” (dio come sono gggiovane ^_^), tanto da aver cominciato a distribuire Perdido Street Station via internet come e-book in maniera totalmente gratuita e – udite udite – legale. Eh già, perché è notizia di questi giorni che il romanzo di Mieville può essere finalmente scaricato in versione integrale da Suvudu. Purtroppo, come è facile intuire, il testo è disponibile solo in lingua originale, il che, considerando che lo stile di Mieville non è proprio dei più semplici e scorrevoli, potrebbe mettere in difficoltà coloro che l’inglese non lo masticano proprio benissimo.
China Mieville, non proprio il classico ragazzo che le mamme vorrebbero presentare alle proprie bambine
Per quei pochi che non lo sapessero, Perdido Street Station appartiene al cosiddetto New Weird, genere che fa della descrizione del bizzarro il suo punto di forza, abbandonando tutti o quasi i vecchi cliché e razze del Fantasy classico. Quindi niente fatine con la bacchetta, niente unicorni rosa, niente gnometti da giardino e soprattutto niente elfi dai denti bianchi e perfetti! Riguardo l’ambientazione, ci troviamo nella città di New Crobuzon, megalopoli a metà tra il periodo vittoriano e un futuro dai toni cupi e marci.
Ecco la quarta di copertina:
La metropoli di New Crobuzon si estende al centro di un mondo sbalorditivo. Umani, mutanti e razze arcane si accalcano nell’oscurità fra le ciminiere, lungo fiumi indolenti alimentati da rivoli innaturali, tra fabbriche e fonderie che pulsano nella notte. Per più di mille anni il Parlamento e la sua brutale milizia hanno governato su una moltitudine di operai e artisti, spie e maghi, ubriachi e prostitute. Ma uno straniero è giunto con le tasche piene d’oro e ha imposto una richiesta inverosimile, scatenando l’incredibile.
Perdido Street Station, va detto, non è un romanzo esente da difetti. Mieville tende infatti in alcune occasioni a gigioneggiare un po’ troppo con le parole. Fortuna vuole che il più delle volte se lo possa permettere grazie a un’inventiva non comune. A titolo di esempio, vi lascio con uno dei passaggi che preferisco: la descrizione di Mr. Motley (per la cronaca, la Lin a cui si accenna è una donna insetto, quindi non stupitevi troppo della seconda frase).
Mr. Motley stood and pushed the screen to the floor.
Lin got half to her feet, her headlegs bristling with astonishment and terror. She gazed at him.
Scraps of skin and fur and feathers swung as he moved; tiny limbs clutched; eyes rolled from obscure niches; antlers and protrusions of bone jutted precariously; feelers twitched and mouths glistened. Many-coloured skeins of skin collided. A cloven hoof thumped gently against the wood floor. Tides of flesh washed against each other in violent currents. Muscles tethered by alien tendons to alien bones worked together in uneasy truce, in slow, tense motion. Scales gleamed. Fins quivered. Wings fluttered brokenly. Insect claws folded and unfolded.
Lin backed away, stumbling, feeling her terrified way away from his slow advance. Her chitinous headbody was twitching neurotically. She shook.
Mr. Motley paced towards her like a hunter.
“So,” he said, from one of the grinning human mouths. “Which do you think is my best side?”
Bene, qualora la vostra curiosità fosse stata solleticata a dovere, potete scaricare il libro cliccando QUI. Buona lettura.





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