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	<title> &#187; Fantasy</title>
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		<title>Recensione: L&#8217;acchiapparatti</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 21:41:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[TITOLO: L’acchiapparatti AUTORE: Francesco Barbi GENERE: Low Fantasy EDITORE: Baldini Castoldi Dalai PAGINE: 460 ANNO: 2010 (edizione originale: 2007) PREZZO: 18,50€ ETÀ CONSIGLIATA: 16+ Innanzitutto una precisazione. A dispetto del titolo, il presente articolo non è una vera e propria recensione, quanto un compendio al quasi omonimo articolo di un anno fa circa (QUESTO). Se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/02/Copertina-acchiapparatti.jpg" rel="lightbox"><img class="alignleft size-full wp-image-1148" title="Copertina acchiapparatti" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/02/Copertina-acchiapparatti.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a></p>
<p>TITOLO: L’acchiapparatti</p>
<p>AUTORE: Francesco Barbi</p>
<p>GENERE: Low Fantasy</p>
<p>EDITORE: Baldini Castoldi Dalai</p>
<p>PAGINE: 460</p>
<p>ANNO: 2010 (edizione originale: 2007)</p>
<p>PREZZO: 18,50€</p>
<p>ETÀ CONSIGLIATA: 16+</p>
<p>Innanzitutto una precisazione. A dispetto del titolo, il presente articolo non è una vera e propria recensione, quanto un compendio al quasi omonimo articolo di un anno fa circa (<a href="http://infinitisentieri.com/2009/03/11/recensione-lacchiapparatti-di-tilos/" target="_blank">QUESTO</a>). Se uso tale denominazione è soltanto per venire in aiuto dei motori di ricerca.</p>
<p>Altra precisazione che ritengo doverosa. Se ho deciso di non scrivere una nuova recensione, ciò dipende da due ragioni principali. La prima è che, nella sostanza, il mio giudizio sul romanzo d’esordio di Francesco Barbi non è mutato. La seconda è che in questa nuova edizione sono presenti alcune correzioni da me suggerite all’autore durante un fitto scambio di e-mail. Sia chiaro, con ciò non intendo arrogarmi alcun merito, visto che tali suggerimenti, ne sono certo, non sono giunti da me soltanto; solo non ritengo di disporre della necessaria oggettività per disquisire nuovamente e in maniera approfondita del libro.</p>
<p>Da qui la mia decisione di limitarmi ad elencare le principali differenze tra i due libri, così da rendere più semplice il compito a chiunque fosse incerto su quale edizione acquistare.</p>
<h3>Aggiorna e riavvia il sistema</h3>
<p>Rileggere a distanza di un anno o poco più <em>L’acchiapparatti</em> mi ha fatto una strana sensazione. Quando a fine 2008 venni contattato da Barbi, ero in piena fase di trasloco dal Fantasy classico a generi più weird. Oggi, che i miei gusti sono definitivamente migrati verso i lidi della Bizarro Fiction e dei vari “X-Punk”, <em>L’acchiapparatti</em> mi appare ancor più distante. Non solo: sapendo di trovarmi di fronte a un’edizione riveduta e corretta l’occhio si è fatto involontariamente più critico.</p>
<p>Eppure&#8230;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Confronto-copertine.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-1182" title="Confronto copertine" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Confronto-copertine.jpg" alt="" width="500" height="373" /></a><em>Specchio specchio delle mie brame, qual è la copertina più bella del reame?</em></p>
<p>Eppure <em>L’acchiapparatti</em> è riuscito per la seconda volta a stregarmi, con i suoi dialoghi surreali, i suoi folli personaggi e il suo misto di umorismo e malinconia. Per quanto i margini di miglioramento siano ancora ampi – ma esiste un’opera per cui non valga un simile discorso? – mi ha fatto grande piacere vedere come molte delle richieste dei lettori (quanto meno quelle più sensate) abbiano trovato soddisfazione. Vediamole nel dettaglio.</p>
<ul>
<li><strong>IL PROLOGO</strong>: Se esiste una parte del libro originale che è stata criticata da quasi tutti, questa era proprio il prologo. I difetti risiedevano nella presenza di molti personaggi stereotipati (a partire dai classici briganti in cerca di bisboccia) e da uno stile forse un po’ acerbo rispetto al resto del volume. Detto, fatto. Invece di mandare a fanculo i criticoni e accusarli d’Invidia™, come avrebbero fatto buona parte degli italici “gegni”, Barbi si è tirato su le maniche e ha riscritto il capitolo praticamente da zero. Per quanto la situazione generale sia rimasta pressoché inalterata, a cambiare sono tanti piccoli dettagli, quali la psicologia dei briganti e l’evento scatenante la rissa. Il risultato è molto buono e, pur continuando a non brillare per originalità, risulta decisamente più accattivante della versione originale.</li>
<li><strong>I PUNTI ESCLAMATIVI</strong>: Come aveva fatto notare Gamberetta nella <a href="http://fantasy.gamberi.org/2009/03/29/acchiapparatti-di-tilos/" target="_blank">SUA RECENSIONE</a>, ne <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> si aveva la sensazione che tutti i personaggi urlassero a causa dell’altissimo numero di punti esclamativi. Ora il loro numero è decisamente più basso, merito di una sana sezione di potatura.</li>
<li><strong>L’USO DEL PRESENTE</strong>: Un’altra questione che aveva lasciato perplessi i più riguardava l’uso del presente al posto del passato remoto in buona parte delle scene d’azione. Il problema non risiedeva tanto nella tecnica in sé, quanto nel fatto che il passaggio tra i due tempi verbali avveniva all’improvviso, finendo così per confondere soltanto il lettore. Bene, nella nuova edizione Barbi ha optato per una soluzione più ordinata. Il presente continua sì a comparire, ma soltanto quando il POV è fisso sul Boia di Giloc, sottolineando ulteriormente il tutto con l’isolamento grafico di tali paragrafi. Una scelta felice, visto che l’effetto di straniamento viene pressoché azzerato, lasciando così l’attenzione del lettore fissa là dove deve stare: sul prosieguo della trama.</li>
<li><strong>I BLOOPERS</strong>: Qui c’è poco da dire, se non che quelli che riscontrai un anno fa sono stati entrambi risolti.</li>
<li><strong>I PERSONAGGI SECONDARI</strong>: Altra cosa fatta notare a più riprese da molti lettori del romanzo originale era la scomparsa improvvisa del personaggio di Isotta. Barbi ha così deciso di dedicarle un piccolo cameo nella parte finale del libro, per quanto la sua figura rimanga forse ancora un po’ troppo sullo sfondo, facendola apparire come l’unico “personaggio deus ex machina” del libro.</li>
<li><strong>GLI INFODUMP</strong>: Per quanto gli infodump de <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> non mi avessero dato particolare fastidio (anzi, li trovai persino ben strutturati per via delle scelte stilistiche insite in essi), questa nuova edizione mostra una loro netta diminuzione. Si può quasi dire che Barbi abbia acquisito il dono della sintesi, limitando le digressioni storico-culturali allo stretto necessario. Tra le poche eccezioni, il capitolo intitolato <em>Il resoconto di Melzo</em>, una sorta di grosso infodump dai toni però ironici, il quale è stato diviso in due parti, passando dalle 22 pagine originali alle attuali 24. La divisione del dialogo in due capitoli, oltre a un migliorato ritmo delle battute, mantiene tuttavia il doppio capitolo ancora godibilissimo.</li>
<li><strong>IL CAPITOLO BONUS</strong>: Dando un’occhiata all’indice, si nota subito come, rispetto all’edizione originale, sia presente un capitolo in più (o meglio, due capitoli in più, di cui uno nasce però dalla suddivisione del resoconto di Melzo di cui ho già parlato). Tale capitolo ci riporta alle spalle del Boia di Giloc, mostrandoci un altro dei suoi simpatici massacri. Ora, ammetto di essere un po’ combattuto su questo capitolo. Da una parte è vero che è posizionato in modo tale da far ricomparire un personaggio lasciato in disparte per troppe pagine. Dall’altra risulta però essere tra i meno originali, viste le fondamenta un po’ banalotte. Non un capitolo inutile, quindi, quanto decisamente sottotono rispetto agli altri in cui compare il Boia.</li>
<li><strong>L’INDICE DEI PERSONAGGI</strong>: Una delle aggiunte più gradite della nuova edizione riguarda l’indice dei personaggi situato a fondo libro. Per quanto <em>L’acchiapparatti</em> non presenti un altissimo numero di personaggi, si tratta comunque di uno strumento utile. Peccato solo per l’adozione di un ordine basato sull’apparizione, anziché alfabetico, ma è un difetto di poco conto.</li>
</ul>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Bordo-superiore.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-1184" title="Bordo superiore" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Bordo-superiore.jpg" alt="" width="500" height="374" /></a><em>Edizione BCD a sinistra e Campanila a destra. Sulla qualità della rilegatura BCD vince a mani basse. Tra l&#8217;altro, anche se non si nota per via del flash, la carta usata per la nuova edizione è nettamente più chiara rispetto a quella vecchia.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Queste le note principali. Elencare infatti tutte le variazioni al testo sarebbe cosa ben più ardua, e comunque questo non è un articolo di filologia. Concludo dicendo che a livello generale lo stile del libro è decisamente migliorato. Soprattutto, appare più omogeneo, a differenza del volume originale, la cui prima parte risultava un filo peggiore della seconda. Certo, rimangono ancora quelli che reputo piccoli difetti, quali D eufoniche di troppo o personaggi che adottano formule verbali identiche tra loro, ma come opera prima <em>L’acchiapparatti</em> è e rimane uno dei migliori testi di narrativa fantastica italiana. (a voler essere cattivi si potrebbe dire che non ci voglia molto in Italia per riuscire in ciò, ma non è questo il caso)<em></em></p>
<h3>Carta canta</h3>
<p>Come faccio sempre quando si tratta di parlare di libri, dedico un capitoletto a parte alla realizzazione materiale del medesimo. Va subito detto che la missione della Baldini Castoldi Dalai non era delle più facili. L’edizione Campanila è infatti di qualità eccellente sotto ogni punto di vista (pochi refusi, buoni materiali, bella grafica&#8230;). Ciononostante, la casa editrice milanese ha svolto un lavoro a mio avviso esemplare.</p>
<p>Partiamo dalla copertina. A dispetto del file JPEG mostrato qualche settimana addietro, la resa finale è decisamente migliorata, a partire dall’effetto “copia-incolla” del topo. Meno convincente è invece la silhouette di Ghescik, sia per via di un’illuminazione troppo marcata, che di un mancato rispetto delle proporzioni. In questo senso, la copertina originale mostrava un’attenzione ai dettagli decisamente superiore. Dove invece la BCD vince a mani basse è nella qualità dei materiali. Il rivestimento del libro è infatti passato dal tessuto (tipologia di materiale che si sporca come niente) a una protezione nero-plastificata e riflettente, apparentemente più povera, ma in verità più resistente e meno propensa a catturare le particelle di sporco, il tutto con tanto di titolo sul bordo, grossa mancanza dell’edizione Campanila.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Bordo-laterale.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-1183" title="Bordo laterale" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Bordo-laterale.jpg" alt="" width="500" height="374" /></a></p>
<p>Passando alla grafica interna, la situazione è di sostanziale parità. Se Campanila aveva mostrato una scelta dei font più originale, dall’altra BCD opta per caratteri più tradizionali ma dalla maggiore leggibilità. Scelte legittime e che denotano in entrambi i casi una grande attenzione anche per questo campo spesso bistrattato.</p>
<p>Unica nota dolente, per così dire, dell’edizione BCD è l’impaginazione dei dialoghi. Pur mantenendo inalterato l’uso delle virgolette uncinate, si nota infatti come a seconda della tipologia delle frasi venga adottata o meno la virgola durante le intromissioni del narratore. Si tratta tuttavia del classico pelo nell’uovo, roba che viene colta solo dai malati di mente come il sottoscritto.</p>
<p>A livello generale, BCD ha svolto un ottimo lavoro, riuscendo a tenere testa all’edizione Campanila, per quanto forse la mia asticella del gusto personale tenda leggermente più verso quest’ultima.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Campanila.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1188" title="Campanila" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Campanila-300x102.jpg" alt="" width="300" height="102" /></a><em>Edizione Campanila&#8230;</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/BCD.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1189" title="BCD" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/BCD-300x103.jpg" alt="" width="300" height="103" /></a><em>&#8230;ed edizione Baldini Castoldi Dalai</em></p>
<h3>Conclusioni</h3>
<p>Come già scritto in fase introduttiva, il mio giudizio sul romanzo d’esordio di Francesco Barbi non è mutato. <em>L’acchiapparatti</em> difficilmente sarà uno di quei libri che vi cambierà per sempre la vita, e nemmeno penso voglia esserlo. Si tratta tuttavia di un buon libro, dalla trama interessante e priva di punti morti, ma soprattutto con personaggi veri, non le solite macchiette che – ahimé – ammorbano buona parte della narrativa fantastica italiana e non solo. È un romanzo che, pur privo di elementi innovativi, riesce a divertire quanto basta e a distinguersi dalla concorrenza. Barbi ha il merito di essere uno dei pochi scrittori italiani ad aver capito che non ha senso creare realtà alternative che scimmiottano Tolkien, quando poi storia e personaggi sono profondi quanto una pozzanghera. È proprio questo il paradosso che sta dietro a <em>L’acchiapparatti</em>: risultare originale all’interno del mercato italiano pur tralasciando gli “effetti speciali”, ma soffermandosi invece su quegli aspetti davvero importanti, quali caratterizzazione dei personaggi e brio nei dialoghi. Vista la scarsissima qualità del Fantasy nostrano, il libro di Barbi, pur con tutti i suoi nei, rappresenta una vera ventata d’aria fresca. La speranza, inutile dirlo, è che questo libro rappresenti un primo gradino. Ecco perché, tra tutti gli autori italiani, Barbi è tra quelli di cui attendo con maggiore curiosità la seconda prova.</p>


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		<title>L&#8217;acchiapparatti comincia a svelarsi</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 14:52:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Barbi]]></category>
		<category><![CDATA[L'acchiapparatti]]></category>

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		<description><![CDATA[Segnatevi questa data: 2 9 Marzo 2010. A meno di (ulteriori) imprevisti, dovrebbe essere infatti questo il giorno in cui uscirà nelle librerie la nuova edizione de L&#8217;acchiapparatti di Tilos di Francesco Barbi, edito dalla Baldini Castoldi Dalai. Anzi, per essere precisi, bisognerebbe parlare de L&#8217;acchiapparatti e basta, visto che è questo il nuovo titolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Segnatevi questa data: <span style="text-decoration: line-through;">2</span> 9 Marzo 2010.</p>
<p style="text-align: justify;">A meno di (ulteriori) imprevisti, dovrebbe essere infatti questo il giorno in cui uscirà nelle librerie la nuova edizione de <em>L&#8217;acchiapparatti di Tilos</em> di Francesco Barbi, edito dalla Baldini Castoldi Dalai. Anzi, per essere precisi, bisognerebbe parlare de <em>L&#8217;acchiapparatti</em> e basta, visto che è questo il nuovo titolo dato all&#8217;opera. In attesa di mettere le mani sul libro, è intanto possibile dare una prima occhiata alla nuova copertina.</p>
<p><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/02/Copertina-acchiapparatti.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-1148" title="Copertina acchiapparatti" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/02/Copertina-acchiapparatti.jpg" alt="" width="334" height="500" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno dirà: ma non sembra nemmeno la copertina di un Fantasy! E io rispondo: per fortuna!</p>
<p style="text-align: justify;">Come scrissi a suo tempo nella recensione del volume edito da Campanila, <em>L&#8217;acchiapparatti</em> è sì un romanzo Fantasy, ma non di quelli che basano la loro forza sull&#8217;ormai logora idea di &#8220;Bene VS Male&#8221;, bensì sull&#8217;ottima alchimia tra i personaggi, in buona parte decisamente fuori dagli schemi. Ben venga, quindi, una copertina lontana dai soliti cliché, visto che il libro di Barbi non si rivolge soltanto agli amanti del fantastico, quanto a quelli della buona narrativa in generale.</p>
<p style="text-align: justify;">Approfitto di questa occasione anche per anticipare un altro paio di notizie legate al libro. La prima è che, se riuscirò a fare in tempo, pubblicherò un compendio alla recensione di un anno fa con qualche giorno d&#8217;anticipo sulla data d&#8217;uscita, e questo grazie al fatto di poter disporre di una copia d&#8217;anteprima (a tal proposito, ringrazio Francesco per il regalo). La seconda è che si sta lavorando per l&#8217;organizzazione di alcuni incontri con l&#8217;autore, per i quali Barbi ha richiesto la mia presenza in qualità di moderatore. Tutto è però ancora da concordare, visto che ad occuparsi della cosa è principalmente l&#8217;ufficio stampa della BDC. In qualsiasi caso, vi terrò aggiornati.</p>


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		<title>Quale critica? Atto terzo: il ritorno der Monnezza del monnezzone</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 23:34:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Fantastico]]></category>
		<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[d'Andrea G.L.]]></category>
		<category><![CDATA[monnezzone]]></category>

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		<description><![CDATA[L’articolo che segue è probabilmente quello che ha subito il maggior numero di rimaneggiamenti nella storia di Infiniti Sentieri. All’inizio avevo in mente di scrivere un pezzo con alcune considerazioni generali sul panorama della narrativa fantastica nel 2009. Poi, però, negli stessi giorni in cui buttavo giù le idee per quell’articolo, ecco scoppiare il “caso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’articolo che segue è probabilmente quello che ha subito il maggior numero di rimaneggiamenti nella storia di Infiniti Sentieri. All’inizio avevo in mente di scrivere un pezzo con alcune considerazioni generali sul panorama della narrativa fantastica nel 2009. Poi, però, negli stessi giorni in cui buttavo giù le idee per quell’articolo, ecco scoppiare il “caso Monnezzone”, partito pressoché in contemporanea dai siti di <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2009/12/22/il-ritorno-del-monnezzone/" target="_blank">Loredana Lipperini</a> e <a href="http://wunderkindtrilogy.blogspot.com/2009/12/at-dawn-they-slepp.html" target="_blank">d’Andrea G.L.</a>, a cui si sono poi aggiunti una serie di articoli che con quell’argomento hanno poco o nulla a che fare, ma con il rapporto lettore-critica ne hanno eccome. In questa sede vorrei mettere in luce alcuni aspetti a mio avviso rimasti un po’ nell’ombra nelle discussioni di cui sopra, seppur meritevoli d’attenzione. Ne consegue che non intendo proporre un’argomentazione esaustiva, quanto degli spunti di riflessione, mediati, inutile dirlo, dal mio personalissimo punto di vista.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/01/Er_monnezza_che_urla.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-1110" title="Er_monnezza_che_urla" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/01/Er_monnezza_che_urla.jpg" alt="" width="500" height="268" /></a><em>No, Thomas, non si sta parlando di te.</em></p>
<h3>CAPITOLO I: Un brutto biglietto da visita</h3>
<p style="text-align: justify;">Partirò alla lontana, vi avviso.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte, entrando in certe librerie e avvicinandomi al reparto Fantasy, vengo colto da un terribile senso di vergogna. E non perché reputi quei libri figli di un dio minore, ma per il modo in cui il genere che tanto amo viene trattato. Non mi sorprendo, quindi, se la maggior parte delle persone non avvezze al Fantastico colleghi la parola “fantasy” a draghi ed elfi, se non addirittura a storie smaccatamente rivolte a un pubblico giovane o, peggio ancora, infantile; insomma, nulla più di una letteratura d’evasione sempre uguale a se stessa.</p>
<p style="text-align: center;">[See post to watch Flash video]
<p style="text-align: center;"><em>A volte entrando in una libreria mi sento come Antonio Albanese ne “L’uomo d’acqua dolce”, con una sola differenza: io ballo molto peggio.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ahimé, capisco simili posizioni, pur non giustificandole. Dopotutto è innegabile che buona parte del Fantasy venga presentato proprio attraverso i soliti cliché: amazzoni vestite di tanga in pelo d’orso con in mano spadoni tre volte più grandi di loro, draghi che s’azzannano, maghi perennemente vestiti con saio e cappuccio e con l’immancabile bastone di legno&#8230; In effetti a guardare le copertine di certi volumi pare di trovarsi di fronte più a dei poster, magari bellissimi, ma pur sempre semplici poster. Una copertina, pardon, una <span style="text-decoration: underline;">buona</span> copertina dovrebbe infatti riassumere in sé non solo ciò di cui il libro parla, ma anche l’essenza del medesimo. Disegnare copertine è un lavoro difficilissimo e non basta ficcarci dentro i soliti stereotipi. Ecco perché, per fare un esempio, le copertine realizzate da un Paolo Barbieri o un Keith Parkinson, per quanto di pregevolissima fattura, mi lasciano un po’ indifferente (non tutte, sia chiaro), al contrario, non so, di quelle di un Federico Aliberti o un John Jude Palencar (ma anche qui vale il discorso di prima, seppur al contrario, vedi i libri di Paolini).</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/01/Eragon-.jpg" rel="lightbox"><img class="size-full wp-image-1111 aligncenter" title="Eragon" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/01/Eragon-.jpg" alt="" width="200" height="297" /></a><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/01/Dardoerosanewg.jpg" rel="lightbox"><img class="size-full wp-image-1112  aligncenter" title="Dardoerosanewg" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/01/Dardoerosanewg.jpg" alt="" width="200" height="305" /></a><em>Due copertine di John Jude Palencar. La prima è come se recitasse “Questo è un romanzo Fantasy modello standard n° 364359/B”. La seconda, invece, “Donne nude e tanto sesso”, che è già di per sé più originale </em>^_^</p>
<p style="text-align: justify;">Perché parto dalle copertine? Semplice: perché esse rappresentano il primo contatto che il genere crea con i possibili lettori, ne sono una sorta di biglietto da visita. Ora, è indubbio che se il 99% delle copertine sono tutte uguali la gente finirà per pensare che lo siano anche i romanzi al loro interno. Non ci credete? Provate a passare davanti al settore Harmony e poi ditemi se automaticamente non vi viene da pensare alla medesima cosa. Che dite? Harmony è una collana e come tale non può essere raffrontata con un genere? Giustissimo, e infatti è proprio qui che vi volevo. Perché il rischio – che a giudicare dai commenti dei vari Cortellessa &amp; Company non è tanto campato in aria – è che un genere come il Fantasy venga ridotto a livello di percezione come una collana, una serie di libri caratterizzati tutti dalla medesima struttura narrativa. Insomma, detto in poche parole, la prima immagine che il Fantasy crea attorno a sé è quella di una letteratura da “catena di montaggio”, puramente manieristica e carente di elementi innovativi. Non sorprendiamoci quindi se poi Cortellessa afferma che «il 95% della comunicazione libraria e il 95% dello spazio espositivo privilegiato nei punti vendita è militarmente appaltato a “draghi, complotti, maghetti”?», il tutto portando al collegamento – errato, lo sottolineo – maghetto = letteratura di serie B. Ma questo è solo un dettaglio. Il discorso, lo accennavo in fase introduttiva, è molto più ampio e coglie molteplici aspetti.</p>
<h3>CAPITOLO II: Esiste il monnezzone?</h3>
<p style="text-align: justify;">Alcuni giorni fa scrivevo sul blog di Francesco Dimitri che l’attenzione di noi appassionati di narrativa fantastica dovrebbe rivolgersi più verso le case editrici piuttosto che nei confronti di critici o giornalisti dotati magari di una vastissima cultura, ma con scarsa dimestichezza con il genere da noi tanto amato. La ragione si collega a quanto sopra scritto: se vogliamo che la narrativa fantastica tout court si lasci alle spalle l’immagine da catena di montaggio dobbiamo essere <em>noi</em> i primi a fare ciò. Se una casa editrice basa tutta la sua campagna sugli stereotipi o proponendo le sue giovani leve sempre come i novelli Tolkien, beh, allora significa che a loro questa situazione va benissimo. Quindi, se già i nostri “esperti del settore” hanno scarso rispetto per quanto da loro pubblicato, come possiamo aspettarci una maggiore intelligenza da parte dei non addetti? Facciamo un altro esempio, altrimenti queste rimangono parole al vento prive di appigli con la realtà. Poche settimane fa Intermezzi editore ha pubblicato un bando, (<a href="http://www.intermezzieditore.it/blog/?p=1088" target="_blank">QUESTO</a>). Bene, leggetelo e poi ditemi se non è un agglomerato di mancanza di rispetto verso il genere da lei stessa pubblicato. Altro esempio di scarsa lungimiranza? Che ne dite del fatto che uno scrittore sulla bocca di tutti come China Miéville non viene ristampato da Fanucci? O dell’assenza in Italia di un certo Sapkowski? Ecco, questo è il potere delle case editrici, un potere tale da veicolare non solo quello viene o non viene pubblicato, ma anche il <em>come</em> viene pubblicato, andando, pertanto, ad influenzare l’opinione che la gente si farà riguardo il contenuto della narrativa fantastica. Un lettore occasionale che vede 9 libri su 10 presentare sostanzialmente la stessa trama (e sono già molto ottimista), che voglia pensate possa avere di mettersi a cercare quell’unico libro <em>davvero</em> originale?</p>
<p style="text-align: justify;">Sdoganare la narrativa fantastica significa anche questo: sottolineare le differenze al suo interno, far capire che a fianco di elfi e draghi ci sono libri dove ditte di demolizioni aliene, a causa di qualche “disguido” burocratico, causano l’estinzione della razza umana, dove uomini che si risvegliano da un malore scoprono che il proprio figlio in verità non è mai esistito, dove donne che possiedono il “dono” di provare un piacere immenso dal dolore vengono addestrate come spie puttane, e molto altro ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema, però, è che molto spesso è lo stesso fruitore di narrativa fantastica a storcere il naso quando gli si propone qualcosa di davvero originale e lontano dai soliti cliché. Racconto di vita: tempo fa mi ero messo a parlare di Steampunk e New Weird a un conoscente, lettore anche lui di Fantasy. La sua reazione è stata &#8211; parole testuali &#8211; “Ma questo non è Fantasy!”. Ohibò, e io che pensavo che un libro Fantasy avesse il privilegio di poter uscire da qualsiasi schema precostituito! A quanto pare mi sbagliavo.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/01/weird_eyes.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-1113" title="weird_eyes" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/01/weird_eyes.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a><em>Spiacente, amico, ma sei troppo originale per diventare un personaggio fantasy.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il medesimo discorso va poi applicato agli altri operatori, come quei siti che sostengono di non recensire opere pubblicate dietro pagamento, ma che poi fanno l’esatto contrario. O ancora, che dire di quegli autori come Ghirardi che affermano di scrivere Fantasy perché lo considerano un genere facile? Io non dico che i vari Cortellessa siano da ignorare (dopotutto già il titolo di questo articolo dovrebbe far intuire che non è la prima volta che mi soffermo sull’argomento), dico solo che non sono loro la priorità. Prima le cose vanno cambiate dall’interno.</p>
<p style="text-align: center;"><object id="playlist" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="512" height="308" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="name" value="playlist" /><param name="flashvars" value="usefullscreen=true&amp;file=http://www.booksweb.tv/content/getJWVodXml/content_id/473&amp;displayheight=288&amp;backcolor=0xffffff&amp;frontcolor=0x333333&amp;lightcolor=0xee2c74&amp;overstretch=false&amp;thumbsinplaylist=false&amp;shuffle=false&amp;repeat=list&amp;enablejs=true&amp;javascriptid=playlist&amp;autostart=false&amp;autoscroll=false&amp;image=http://static002.ksoft.tv/production.booksweb/uploads/thumbnails/c9e2290d845b0a84a1125f4598e9dcd7.jpg" /><param name="src" value="http://www.booksweb.tv/theme/booksweb/flash/player_4_3.swf" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="quality" value="high" /><embed id="playlist" type="application/x-shockwave-flash" width="512" height="308" src="http://www.booksweb.tv/theme/booksweb/flash/player_4_3.swf" quality="high" allowfullscreen="true" flashvars="usefullscreen=true&amp;file=http://www.booksweb.tv/content/getJWVodXml/content_id/473&amp;displayheight=288&amp;backcolor=0xffffff&amp;frontcolor=0x333333&amp;lightcolor=0xee2c74&amp;overstretch=false&amp;thumbsinplaylist=false&amp;shuffle=false&amp;repeat=list&amp;enablejs=true&amp;javascriptid=playlist&amp;autostart=false&amp;autoscroll=false&amp;image=http://static002.ksoft.tv/production.booksweb/uploads/thumbnails/c9e2290d845b0a84a1125f4598e9dcd7.jpg" name="playlist"></embed></object></p>
<p style="text-align: center;"><em>“Come mai un Fantasy?” “Beh, perché un Fantasy mi sembra più, cioè, più semplice”. Rabbrividiamo&#8230;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, per tornare alla domanda che dà il titolo a questa prima parte, esiste il monnezzone? Per quanto mi riguarda la risposta è: sì, esiste, e rappresenta anche più del 90% della narrativa fantastica (ma non solo) presente nelle librerie. L’unica differenza tra me e Cortellessa è che io non lo identifico in un genere narrativo piuttosto che un altro, bensì nei singoli volumi.</p>
<h3>CAPITOLO III: Difendere cosa?</h3>
<p style="text-align: justify;">Sia chiaro: quando io sento definire la narrativa fantastica, presa nella sua interezza – che è già di per sé un errore di metodo – come un genere minore, un ammasso di storielle sceme per bamboccioni o peggio ancora, beh, in quei casi m’incazzo. Tuttavia non intendo in alcun modo difendere il genere.</p>
<p style="text-align: justify;">No, non è un paradosso. Come già accennato nel precedente capitolo, io preferisco distinguere tra buoni e brutti libri (o film), e giammai tra buoni e brutti generi, distinzione che ripudio con tutte le mie forze. Difendere un intero genere significherebbe infatti difendere anche quei libri che non godono del mio piacere, ovvero la mia personalissima lista di monnezzoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima una precisazione: io non sono tra quelli che ritiene che in un mondo perfetto i monnezzoni non dovrebbero esistere. Tuttavia sono anche dell’opinione che un monnezzone vada trattato per quello che è: un libro di scarsa qualità artistica e che nulla aggiunge al panorama letterario/cinematografico. Insomma, in questa categoria io c’infilo sia i libri/film veramente brutti che quelli scritti/diretti in maniera onesta, da autori che magari sono pure consci dei propri limiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che invece non mi va giù è quando un autore di monnezzoni viene elevato a nuovo astro nascente del mondo della narrativa o come grande innovatore del panorama. Ecco, purtroppo la situazione in Italia, per come la vedo io, è molto simile a questa seconda posizione. Sebbene il nostro mercato conti una netta, nettissima prevalenza di monnezzoni, in giro si leggono un sacco di commenti entusiasti sullo stato del fantastico in Italia. E la cosa assume tratti ancora più grotteschi nel vedere come moltissimi di questi autori si diano continue pacche sulle spalle per sostenersi a vicenda, perché tanto l’importante è che il mercato cresca, e chi se ne frega se si muove nella direzione sbagliata.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale situazione nasce soprattutto da una scarsa presa di coscienza da parte degli autori stessi, molti dei quali non hanno stimoli a migliorare proprio per il fatto di essere stati pubblicati (Strazzulla docet). Insomma, manca l’onestà intellettuale propria di un genuino autore di monnezzone.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo di nuovo gli Harmony. Chi scrive per Harmony sa benissimo che il suo libro sarà catalogato come letteratura marginale, per usare la classificazione di Spinazzola. In questo caso, è la pubblicazione medesima a determinare il livello qualitativo dell’opera agli occhi del lettore. E sia chiaro: io provo grandissimo rispetto per un autore di Harmony, perché è uno scrittore conscio dei propri limiti, uno scrittore che non si erge sopra nessun piedistallo (e come potrebbe, dopotutto?), insomma uno scrittore onesto. Invece con gli autori italiani (molti, non tutti) ciò non accade. Anzi, alcuni autori di monnezzoni, di fronte alle parole di Cortellessa, si sono pure indignati (sia chiaro, giusto per evitare sterili polemiche: qui mi riferisco solo a coloro che ho letto integralmente; su tutti gli altri non mi esprimo).</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò, lo dico in tutta sincerità, mi fa sorridere, in quanto significa che costoro non hanno nemmeno coscienza dello stato penoso in cui si trova la narrativa italiana, fossilizzata com’è su topoi vecchi di decenni e che non aggiungono assolutamente nulla al panorama artistico, anzi, non fanno altro che svilirlo. Ecco perché trovo inutile l’iniziativa partita dal blog di Eleas volta a recensione libri non di ambito fantastico per dimostrare la propria “elasticità mentale”. Come ho già scritto sul <a href="http://francescodimitri.wordpress.com/2009/12/30/perche-non-voglio-essere-legittimato/" target="_blank">blog di Francesco Dimitri</a>, non sento alcun bisogno di dimostrare di leggere anche altro nella vita. Lo so e questo mi basta. Ma soprattutto non vedo perché dovrei mettermi sullo stesso piano di chi sbaglia (e qui mi riferisco a Cortellessa) per dimostrare la mia veridicità. Ma grazie al cielo non sono l’unico a pensarla così, come dimostra il link di cui sopra.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, prima di mettersi a difendere a spada tratta il fantastico in Italia, sarebbe il caso di fermarsi e riflettere sugli errori che stanno commettendo i nostri “esperti del settore”. Altri esempi? Il fatto che molti libri vengano pubblicati dopo editing penosi, l’assoluta mancanza di voglia di migliorare da parte di alcuni autori, il continuo paragone con scrittori di un passato ormai morto (leggasi Tolkien)&#8230; Devo continuare?</p>
<p style="text-align: justify;">Ripeto quanto già scritto: io a difendere il Fantasy italiano non ci penso proprio, e questo perché sono dell’idea che il Fantasy italiano non esista. A me che un libro sia italiano, inglese, cileno o austro-ungarico non importa un fico secco. A me interessa solo leggere buoni libri, senza bisogno di legittimazioni di alcuni tipo, per riprendere sempre le parole di Dimitri. E se si vuole dimostrare il valore della narrativa fantastica, allora c&#8217;è una sola cosa da fare: cominciare a scrivere buoni libri, anziché continuare a lamentarsi dei critici.</p>
<h3>CAPITOLO IV: Quale speranza?</h3>
<p style="text-align: justify;">Alcune settimane fa stavo facendo colazione a base di latte (rigorosamente freddo, <em>mai</em> riscaldato), yogurt (causa stramaledettissimo dente del giudizio che m’impediva di mangiare qualsiasi così con una consistenza superiore) e giornale (dio, che immagine snob&#8230;). Disquisizioni a parte su pasti e problemi dentali, la mia attenzione finisce su un articolo di Nicola Langioia intitolato “aNobii: critici addio, la recensione la facciamo noi”. Per la cronaca, lo potete leggere <a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&amp;id_blogdoc=2411439&amp;yy=2010&amp;mm=01&amp;dd=03&amp;title=anobii_critici_addio_la_recens" target="_blank">QUI</a>. C’è un passaggio, nel finale, che riassume alla perfezione il mio pensiero riguardo l’importanza della critica di mestiere al giorno d’oggi.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">I commentatori italiani di aNobii, al contrario – troppo numerosi per non rompere il recinto di intellettuali, scrittori e aspiranti tali in cui spesso sono chiusi anche i lit blog – sono lettori accaniti e disinteressati, e mostrano di avere attraversato l’intera esperienza di un libro: hanno speso soldi per acquistarlo, e tempo per leggerlo, lo hanno davvero amato o detestato, e spesso con competenza e senza inutili puzze sotto al naso restituiscono una passione e un’intelligenza che risultano contagiose.</p>
<p style="text-align: justify;">Motivo per cui preferiscono consigliarsi i libri tra di loro piuttosto che aspettare l’ennesima recensione capace di accostarsi a un libro come a un topo morto. Forse, per una volta, i soloni di cui sopra potrebbero mettersi in discussione davanti a un’esperienza come questa. A meno che non preferiscano morire comodamente sotto il crollo delle torri d’avorio e di risentimento dentro cui si addormentano ogni sera.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Con parole senz’altro migliori delle mie, Langioia coglie nel segno: buona parte dei critici oggi in circolazione non dispone né degli strumenti né dell’apertura mentale per cogliere quanto di buona offra la narrativa contemporanea, anche di ambito fantastico.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro racconto di vita. Alcuni anni fa ho sostenuto un esame di <em>Comunicazione letteraria nell’Italia novecentesca</em>. Finita l’interrogazione sulla parte monografica e in attesa di passare dall’assistente, intento a torturare un mio malcapitato collega, mi metto a chiacchierare con il docente su di un testo di Luciano Bianciardi, <em>La vita agra</em>, e da lì si deraglia sulla figura del critico letterario. Quanto mi disse il professore si collega con la posizione sopra espressa. Mi disse infatti che la figura del critico &#8220;classico&#8221; sarebbe morta nel giro di pochi anni per far posto a una nuova generazione. E questo non perché le vecchie metodologie non andassero più bene, ma per un’ignoranza di fondo nei confronti dei nuovi media. In pratica, un critico per così dire “anziano” non sarebbe mai riuscito a cogliere eventuali riferimenti di un opera al mondo dei fumetti, dei videogiochi o quant’altro; e un critico che non dispone di una base culturale tale da cogliere qualsivoglia riferimento non potrà svolgere il proprio lavoro al pieno delle forze.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ragionamento non fa una grinza. Ed è proprio per questa ragione che ritengo un’inutile spreco di forze l’iniziativa descritta nel precedente capitolo. Non si può creare un dialogo quando mancano le basi per comprenderlo. E attenzione: questo lo dico senza alcuna supponenza, in quanto è un discorso che vale in entrambe le direzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che invece dobbiamo fare, e lo ripeto ancora una volta, è rivolgerci a chi invece dispone (o almeno dovrebbe) degli strumenti tali per smuovere davvero le acque, ovvero gli editori. Cortellessa fa benissimo a incazzarsi dell’assenza di libri che hanno fatto la Storia della letteratura nelle librerie per far spazio ai vari Paolini e Mayer, perché è <em>vero</em>. Così come noi lettori di narrativa fantastica ci dovremmo incazzare per essere trattati come bamboccioni capaci di seguire solo le mode, altrimenti anche noi correremo il rischio di veder sparire i grandi classici del passato; rischio che tra l’altro non è nemmeno così distante (giusto ieri sera il buon Duca mi raccontava di come una grossa libreria della sua zona fosse sprovvista di <em>Fanteria dello spazio</em>; <a href="http://laramanni.wordpress.com/2010/01/18/motivi-per-sentirsi-depresse/" target="_blank">QUI</a> invece Lara Manni aggiunge altri libri). Non ha quindi senso scannarci tra di noi, perché equivarrebbe a una guerra tra poveracci. Anche se non sembra, le posizioni di Cortellessa e dei suoi detrattori sono infatti le medesime: lui si lamenta dell&#8217;assenza di narrativa di qualità nelle librerie, noi di una percezione errata di quello che è realmente il fantastico.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/01/1211402229_f.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-1114" title="1211402229_f" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/01/1211402229_f.jpg" alt="" width="200" height="267" /></a><em>Che mondo sarebbe senza Nutella? E senza Heinlein, Pratchett, Radcliff, Ray, Adams&#8230;</em>?</p>
<p style="text-align: justify;">Non ha invece senso continuare con questo un muro contro muro dove nessuna delle due parti riesce a cogliere – o vuole cogliere – quanto di buono è sostenuto dall’altro. L’ho già scritto in fase introduttiva: il qui presente non approva la posizione assolutistica di Cortellessa. Eppure le sue parole esprimono anche una tragica realtà: il predominio assoluto non tanto della cattiva letteratura, quanto di una cattiva letteratura che oltretutto viene presentata come di alta qualità e si crede pure tale (non ci credete? andatevi allora a leggere alcune affermazioni della Meyer su Shakespeare). Ed è proprio su questo aspetto che l’attenzione di noi tutti si deve concentrare. Se vogliamo davvero che la narrativa fantastica si sviluppi in Italia, non serve a nulla difenderlo a spada tratta nella sua interezza. Gli e ci faremmo solo del male.</p>
<h3>Appendice: Lettera aperta a G.L. d’Andrea</h3>
<p style="text-align: justify;">Prima alcune doverose precisazioni. La prima: ciò che segue ha a che vedere solo parzialmente con quanto scritto sopra, tanto da essere stato incerto sino all’ultimo se creare o meno due articoli separati. Alla fine ho optato per l’accorpamento in quanto l’idea era nata in contemporanea e non a seguito dello scambio di battute avuto sul blog di Dimitri (e questa è la seconda precisazione). Ultima nota: ho deciso di scrivere questa “appendice” anziché un’e-mail perché A) non ritengo di aver nulla da nascondere e B) questa storia è nata in rete e credo sia giusto che muoia in rete. L’obiettivo, comunque, è soltanto quello di chiarire alcune mie posizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto questo, passo al nocciolo della questione, ma per farlo permettimi di tornare un po’ indietro nel tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Parto con il dire che, a differenza di quanto si possa pensare, la mia presenza alla fiera del libro di Torino dell&#8217;anno scorso non aveva l’obiettivo di sputtanare poi chicchessia. Al contrario ero sinceramente curioso di ascoltare la presentazione di <em>Wunderkind</em>, soprattutto visto e considerato che la lettura dei primi due capitoli del romanzo non mi aveva convinto al 100%.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, sempre a differenza di quanto molti pensano, io non sono uno a cui piace sparare a zero sugli autori italiani, e una certa recensione presente su questi lidi oltre al fatto di aver più volte citato autori a mio avviso validi (a partire da Dimitri) credo lo possa ampiamente dimostrare. Se quindi dico che un libro non mi piace o non mi ha convinto all’acquisto, significa proprio che quel libro non mi piace o non mi ha convinto all’acquisto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cosa non mi ha convinto? Tu, d’Andrea, parli spesso di deformare la realtà, di violentarla. Ecco, questo è uno dei punti focali. Per quanto la tua sia una posizione accettabilissima, quando leggo un libro di ambito fantastico, la deformazione della realtà non mi affascina, o quanto meno lo fa meno di altre tecniche narrative. Quello che invece mi attrae è il ribaltamento della realtà. Non è un caso, quindi, che il mio autore preferito sia un certo Richard Matheson, uno che sul ribaltamento ne sa parecchio. Prendiamo la descrizione dei palazzi nel primo capitolo di <em>Wunderkind</em>. Come scrissi a suo tempo al buon duca in chat – entrambi avevamo letto da poco le pagine<em> </em> presenti in rete e ci stavamo scambiando alcune impressioni –, l’idea di presentarli come creature dotate di vita mi aveva lasciato perplesso, ma non per l&#8217;idea in sé. Avrei infatti gradito di più, per via di una sana voglia di sense of wonder, trovarmi di fronte a dei veri palazzi-mostri, ovvero a un ribaltamento di una situazione altrimenti prevedibile, al pari della scena iniziale che si rivela poi essere solo un sogno che, senza offesa, è uno dei cliché più abusati dalla narrativa. Tuttavia lo stile non mi era dispiaciuto (l’immagine del temporale che “rotola da lontano” la trovo evocativa al punto giusto). Insomma, in quelle pagine c’erano aspetti positivi e negativi, da cui la mia voglia di vedere la presentazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo. Visto che mi piace informarmi sui libri che in qualche modo solleticano la mia curiosità, in quello stesso periodo lessi una tua intervista a Panorama (<a href="http://blog.panorama.it/libri/2009/02/17/una-lucida-moneta-dargento-primo-apocalittico-capitolo-della-trilogia-del-wunderkind/" target="_blank">QUESTA</a>). Anche lì stesso discorso di sopra: alcune affermazioni mi avevano portato ad applaudire, altro mi avevano lasciato perplesso, come la risposta alla penultima domanda dove  affermi di non leggere libri pubblicati da case editrici a pagamento perché lo ritieni “immorale” (pensiero che condivido), ma allo stesso tempo lodi Meridiano Zero, che <em>è</em> un editore a pagamento (per quanto sia d’accordo con te che ha un ottimo catalogo, tanto che in questo stesso articolo cito indirettamente un libro da loro pubblicato: <em>L’uomo che credeva di essere se stesso</em> di David Ambrose).</p>
<p style="text-align: justify;">Scrivo tutto ciò è per ribadire che ogni mia affermazione qui o su altri lidi nasce da motivazioni coerenti con quanto ho sempre espresso in passato, senza alcun accanimento, che non vedo nemmeno come possa esserci, visto ti ho &#8220;dedicato&#8221; un solo articolo in due anni di vita del sito e sugli altrui forum/blog ho sempre specificato di aver letto solo le prime pagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, a prescindere di quanto detto durante la presentazione e di quanto da me poi scritto sul famoso articolo, c’è una cosa che però mi preme sottolineare. Ogni mia affermazione è sempre stata giustificata, e mi piacerebbe che altrettanto sia fatto nei miei confronti. Quando su FM mi hai dato dell’imbecille la tua motivazione sul fatto che io stessi sbagliando è stata, parole testuali: «Attenzione: il solito imbecille armato di blog e di terza elementare  potrebbe obiettare che sto facendo confusione con la corrente del  Realismo in voga negli anni che furono… non è così&#8230;» Un po’ poco, non trovi? Visto che io ho scritto che è errato fare un confronto tra una corrente letteraria e un genere letterario (che è diverso da quello che hai scritto tu), mi piacerebbe sapere nei dettagli in cosa io erri.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia chiaro: se scrivo tutto ciò è solo perché sono dell’idea che le regole debbano essere uguali per tutti. Cosa intendo? Ci arrivo subito. Al termine del mio articolo su Infiniti Sentieri scrissi che mi avevi dato l’impressione (e sottolineo <span style="text-decoration: underline;">l&#8217;impressione</span>) di una persona con una “profonda ignoranza in campo letterario”. Parole che confermo, perché quella fu proprio l’impressione che mi creai. Ecco, ora leggiamo un po’ la seguente citazione:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ora: a parte una serie di sproloqui molto ben argomentati con fuffa al sapor di calzino sporco, io non ho letto UNA tua sola motivazione per cui il fantastico (salvo Landolfi! Salvo Borges &#8211; per favore, vai a vedere il Libro di Sabbia e leggi nelle dediche, grazie) sia monnezza. Simpaticamente parlando questo significa essere ignoranti. Simpaticamente, le ventimila battute di cui sopra, ti portano a ricevere il premio di Arrampicata Sugli Specchi 2009. Complimenti.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Riconosci queste parole? Dovresti, visto che sono tue. Le hai scritte sul blog di Loredana Lipperini e sono riferite ad Andrea Cortellessa (e dubito che anche lui possa essere accusato di essere arrivato appena alla terza elementare). Parole dure, anche più delle mie, visto che qui non c’è nessuna “apparenza”. Ecco, è questo quello che intendo quando dico che le regole devono essere uguali per tutti. Non puoi accusarmi di essere uno che non  fa altro che insultare gli altri (cosa tutta da dimostrare) e poi fare la stessa cosa. E sia chiaro: io non critico le tue parole, perché, in riferimento al discorso che si stava tenendo in quella sede, le ritengo in buona parte corrette. Ma esattamente come tu puoi avere l’impressione che una tal persona sia ignorante in una tal materia, perché non potrebbero averla pure altri nei tuoi confronti? Perché io divento automaticamente uno che insulta a raffica e uno stalker (anche questa cosa non veritiera, e tu lo sai benissimo, visto che non sono mai venuto a romperti le scatole né per e-mail, né sul tuo sito, né altrove) e tu una vittima pur mandandomi a fottere o scrivendo e-mail a terzi in cui offendi il sottoscritto (già, sono a conoscenza di quelle e-mail)?</p>
<p style="text-align: justify;">Come già scritto, io quando scrivo o dico qualcosa lo motivo. Mi piacerebbe che quando mi vengono lanciate delle accuse, si faccia altrettanto. Ma soprattutto, come accennato anche nell’articolo vero e proprio, mi piacerebbe che la si finisse con questo muro contro muro. Difficilmente due come noi andrebbero a bersi una *inserire bevanda a caso* insieme. Ma ciò non toglie che all’interno di una discussione ci si possa quantomeno rispettare, senza dover mandare affanculo l’altro solo perché, in un’occasione completamente diversa, ha osato esprimere un pensiero diverso dal proprio. Come accennato sul blog di Dimitri, io sono uno che al termine di una qualsivoglia chiacchierata, anche di quelle aspre, resetta il tutto; e se dopo una settimana rincontra quella tal persona, ascolta quanto ella abbia da dire in riferimento al nuovo argomento, senza preconcetti basati sul passato. Ma forse sono io a essere strano.</p>


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		<title>Segnalazione: &#8220;Perdido Street Station&#8221; aggratis</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Sep 2009 22:12:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[China Mieville]]></category>
		<category><![CDATA[E-Book]]></category>
		<category><![CDATA[Perdido Street Station]]></category>

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		<description><![CDATA[EDIT: PURTROPPO IL ROMANZO IN QUESTIONE NON E&#8217; PIU&#8217; DISPONIBILE GRATUITAMENTE SU INTERNET. LASCIO COMUNQUE IL TESTO DELL&#8217;ARTICOLO INTATTO PER COLORO INTERESSATI A SAPERNE DI PIU&#8217; SU MIEVILLE. Ormai Perdido Street Station, primo volume della trilogia del Bas Lag ideata dallo scrittore inglese China Mieville, è noto a buona parte di coloro che s&#8217;interessano di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: center;">EDIT: PURTROPPO IL ROMANZO IN QUESTIONE NON E&#8217; PIU&#8217; DISPONIBILE GRATUITAMENTE SU INTERNET. LASCIO COMUNQUE IL TESTO DELL&#8217;ARTICOLO INTATTO PER COLORO INTERESSATI A SAPERNE DI PIU&#8217; SU MIEVILLE.</h5>
<p style="text-align: justify;"><a title="La copertina originale di Perdido Street Station" rel="lightbox" href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/09/large_perdido_street_station_us.jpg"><img class="alignleft" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/09/large_perdido_street_station_us.jpg" alt="La copertina originale di Perdido Street Station" width="200" height="295" /></a>Ormai <em>Perdido Street Station</em>, primo volume della trilogia del Bas Lag ideata dallo scrittore inglese China Mieville, è noto a buona parte di coloro che s&#8217;interessano di narrativa fantastica. O meglio, più che il libro è noto il titolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Già, perché <em>Perdido Street Station</em> fa parte di quella categoria di volumi di cui tutti parlano, ma che ben pochi hanno effettivamente  letto; e non perché sia un testo tanto fondamentale quanto noioso – beh, in alcuni punti un po&#8217; noiosetto lo è – che nessuno ammetterebbe di non averlo gustato (un po&#8217; come succede con <em>Il signore degli anelli</em>; dai che lo so che molti lo comprano ma non vanno oltre al terzo capitolo ^_^). Semplicemente, <em>Perdido Street Station</em> è pressoché introvabile in Italia, al pari dei due volumi successivi. Persino io, che l&#8217;ho &#8220;scoperto&#8221; ben prima che il nome di China Mieville cominciasse a girare sui vari forum di letteratura italiani, sono in possesso solo de <em>La città delle navi</em> (sì, lo so che su aNobii li ho segnati tutti, ma solo perché si tratta di volumi letti grazie a un&#8217;amica e che acquisterò&#8230; appena li trovo) (EDIT: Sempre grazie all&#8217;amica di cui sopra, sono entrato in possesso dei volumi fisici dell&#8217;intera trilogia). Ecco il problema sta tutto qua: come dicevo <em>Perdido Street Station</em> è quasi irreperibile, e tutto per merito della furbizia del reparto vendite della Fanucci, i cui responsabili hanno pensato bene di distribuirlo in pochissime copie per poi non ristamparlo più non appena il romanzo ha cominciato a guadagnare fama sempre maggiore. Geniale, non trovate? Ma dopotutto Fanucci in questi anni ci ha abituato a questo e altro, quindi non mi stupisco più di nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Fortuna vuole che all&#8217;estero siano un po&#8217; più &#8220;sgamati&#8221; (dio come sono gggiovane ^_^), tanto da aver cominciato a distribuire <em>Perdido Street Station</em> via internet come e-book in maniera totalmente gratuita e &#8211; udite udite &#8211; legale. Eh già, perché è notizia di questi giorni che il romanzo di Mieville può essere finalmente scaricato in versione integrale da <a href="http://www.suvudu.com/" target="_blank">Suvudu</a>. Purtroppo, come è facile intuire, il testo è disponibile solo in lingua originale, il che, considerando che lo stile di Mieville non è proprio dei più semplici e scorrevoli, potrebbe mettere in difficoltà coloro che l&#8217;inglese non lo masticano proprio benissimo.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/09/china1.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-744" title="China Mieville" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/09/china1.jpg" alt="China Mieville" width="200" height="235" /></a><em>China Mieville, non proprio il classico ragazzo che le mamme vorrebbero presentare alle proprie bambine</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per quei pochi che non lo sapessero, <em>Perdido Street Station</em> appartiene al cosiddetto New Weird, genere che fa della descrizione del bizzarro il suo punto di forza, abbandonando tutti o quasi i vecchi cliché e razze del Fantasy classico. Quindi niente fatine con la bacchetta, niente unicorni rosa, niente gnometti da giardino e soprattutto niente elfi dai denti bianchi e perfetti! Riguardo l&#8217;ambientazione, ci troviamo nella città di New Crobuzon, megalopoli a metà tra il periodo vittoriano e un futuro dai toni cupi e marci.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco la quarta di copertina:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p><em><span>La metropoli di New Crobuzon si estende al centro di un mondo sbalorditivo. Umani, mutanti e razze arcane si accalcano nell&#8217;oscurità fra le ciminiere, lungo fiumi indolenti alimentati da rivoli innaturali, tra fabbriche e fonderie che pulsano nella notte. Per più di mille anni il Parlamento e la sua brutale milizia hanno governato su una moltitudine di operai e artisti, spie e maghi, ubriachi e prostitute. Ma uno straniero è giunto con le tasche piene d&#8217;oro e ha imposto una richiesta inverosimile, scatenando l&#8217;incredibile. </span></em></p></blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Perdido Street Station</em>, va detto, non è un romanzo esente da difetti. Mieville tende infatti in alcune occasioni a gigioneggiare un po&#8217; troppo con le parole. Fortuna vuole che il più delle volte se lo possa permettere grazie a un&#8217;inventiva non comune. A titolo di esempio, vi lascio con uno dei passaggi che preferisco: la descrizione di Mr. Motley (per la cronaca, la Lin a cui si accenna è una donna insetto, quindi non stupitevi troppo della seconda frase).</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Mr. Motley stood and pushed the screen to the floor.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lin got half to her feet, her headlegs bristling with astonishment and terror. She gazed at him.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Scraps of skin and fur and feathers swung as he moved; tiny limbs clutched; eyes rolled from obscure niches; antlers and protrusions of bone jutted precariously; feelers twitched and mouths glistened. Many-coloured skeins of skin collided. A cloven hoof thumped gently against the wood floor. Tides of flesh washed against each other in violent currents. Muscles tethered by alien tendons to alien bones worked together in uneasy truce, in slow, tense motion. Scales gleamed. Fins quivered. Wings fluttered brokenly. Insect claws folded and unfolded.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lin backed away, stumbling, feeling her terrified way away from his slow advance. Her chitinous headbody was twitching neurotically. She shook.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mr. Motley paced towards her like a hunter.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“So,” he said, from one of the grinning human mouths. “Which do you think is my best side?”</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span>Bene, qualora la vostra curiosità fosse stata solleticata a dovere, potete scaricare il libro cliccando <a href="http://a1018.g.akamai.net/f/1018/19025/1d/randomhouse1.download.akamai.com/19025/freelibrary/perdidosuvudu.pdf" target="_blank">QUI</a>. Buona lettura.<br />
</span></p>


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		<title>L&#8217;impero dei corvi: premesse</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 09:27:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Opere personali]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Canella]]></category>
		<category><![CDATA[L'impero dei corvi]]></category>
		<category><![CDATA[New Weird]]></category>

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		<description><![CDATA[Nelle ultime settimane ho lavorato all’elaborazione della scaletta dell’ormai ex Il Guanto d’Argento, trasformatosi, si può dire in maniera definitiva, in L’impero dei corvi. Poiché del vecchio romanzo sopravvivrà davvero poco (per non dire quasi nulla), credo sia giusto fare una panoramica su tale progetto. Prima però una premessa alla premessa. Questo articolo, così come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nelle ultime settimane ho lavorato all’elaborazione della scaletta dell’ormai ex <em>Il Guanto d’Argento</em>, trasformatosi, si può dire in maniera definitiva, in <em>L’impero dei corvi</em>. Poiché del vecchio romanzo sopravvivrà davvero poco (per non dire quasi nulla), credo sia giusto fare una panoramica su tale progetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima però una premessa alla premessa. Questo articolo, così come quelli successivi, i quali tratteranno i singoli capitoli, ha principalmente lo scopo di fungere da diario di bordo personale. Posso quindi capire che alla stragrande maggioranza delle persone tale topic possa fregare quanto un dibattito sull’evoluzione linguistica del sanscrito. Tuttavia, può sempre tornare utile per chiunque volesse concedere il suo apporto a tale avventura.<br />
E ora possiamo partire con le premesse vere e proprie.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Cosa essere tu?</h3>
<p style="text-align: justify;">Un po’ di tempo fa parlai di una svolta in chiave Steam Punk per il romanzo (per la felicità del buon Duca). In verità, tale denominazione è riduttiva. Infatti <em>L’impero dei corvi</em> è (sarà) più vicino al New Weird, soprattutto perché al suo interno coesisteranno più componenti, tra cui un po’ di Diesel Punk e di Clock Punk. Il problema, in questi casi, è far coesistere il tutto mantenendo in equilibrio la struttura. Ciò che vorrei evitare è infatti di creare una grande macedonia in cui i singoli elementi risultino alla fine in contrasto l’uno con l’altro.<br />
Sorge però anche una domanda: perché creare delle fondamenta così diversificate? La ragione principale risiede nell’ambientazione stessa e in alcune scelte di trama.</p>
<p style="text-align: justify;">Parto dalla prima. Quando mi sono messo al lavoro su “Darsian 2.0”, volevo creare qualcosa di non convenzionale, ma che potesse comunque risultare verosimile. La parte non convenzionale risiede in alcune sue caratteristiche, a partire dal clima: nella nuova versione di Darsian il cielo è perennemente coperto dalle nuvole; sole e stelle sono del tutto sconosciuti agli abitanti del mio mondo. Ciò ha portato alcune conseguenze. La prima riguarda sempre il clima: su Darsian fa freddo, terribilmente freddo, tanto che la stragrande maggioranza del pianeta è coperta dalla neve. Perché non la totalità? Semplice: perché esistono alcune aree, chiamate per il momento bolle climatiche, dove vige un clima temperato. Tali aree non sono casuali, ma si trovano entro un raggio di alcuni chilometri dalle Colonne, costruzioni che reggono letteralmente il cielo e attorno alle quali sono sorti i principali insediamenti urbani di Darsian (chi a questo punto obiettasse che simili costruzioni necessiterebbero di un livello tecnologico più che fantascientifico, rispondo di stare tranquilli: ci ho già pensato, il tutto senza introdurre complotti alieni di alcuna sorta ^_^). Questa scelta non è casuale. Essa comporta infatti a sua volta delle conseguenze: la prima è di mero “arredamento”, ovvero non creare un mondo tutto uguale; la seconda è che in questo modo avrei dato ai miei cari popolani una ragione di conflitto: il controllo territoriale delle bolle climatiche, appunto (e qua si vede come ambiente e trama siano fra loro collegati).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma attenzione, perché non finisce qua. Il fatto che il cielo sia perennemente coperto da uno strato nuvoloso comporta anche l’impossibilità alle normali piante di crescere. Come fare? In teoria basta immaginare un tipo di vegetazione diversa dalla nostra e capace di svilupparsi anche in condizioni così particolari. Già, ma con i nomi come la mettiamo? Dando un nome nuovo a ogni singolo fiore, albero o frutto, non si rischia di confondere inutilmente il lettore? Ecco quindi la soluzione da me scelta: i nomi rimarranno per la maggiore gli stessi della nostra realtà, ma farò subito intuire che quanto associato ad essi non coincide perfettamente con la sua controparte “terrestre”. Per fare un esempio, nel primo capitolo descriverò uno stormo di corvi (gli stessi che compaiono nel vecchio primo capitolo del Guanto d’Argento; uno dei pochi dettagli rimasti pressoché uguali); tuttavia, non si tratterà degli stessi animali che siamo abituati a conoscere. Questa scelta, almeno nelle intenzioni, vuole da una parte alleggerire il carico di lavoro al lettore, e dall’altra incrementare ancor di più la soglia di “alienità” di Darsian.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sarebbero molti altri aspetti di cui parlare, come ad esempio l’assenza di un campo magnetico unitario, il che porta all’inutilità delle bussole tradizionali a vantaggio degli uomini-bussola o la questione della nebbia di confine, ma si tratta di aspetti che verranno esposti abbastanza in là nel libro e sui cui mi soffermerò a tempo debito.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/08/fetishDuckie1.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-614" title="fetishDuckie1" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/08/fetishDuckie1.jpg" alt="" width="202" height="200" /></a></p>
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<dl id="attachment_614" class="aligncenter">
<dt></dt>
</dl>
</div>
<p style="text-align: center;"><em>Anche una comune paperetta può trasformarsi in qualcosa d&#8217;insolito con un poco di fantasia ^_^<br />
</em></p>
<h3 style="text-align: justify;">Uno steam Martini con una scorza di diesel e qualche cubetto di clock, agitato, non mescolato</h3>
<p style="text-align: justify;">Ho sopra accennato alle diverse componenti weird di Darsian. Il problema è però come farle coesistere evitando che si prendano a mozzicate sulle orecchie ogni due pagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo dall’anno di riferimento. Sotto l’aspetto puramente “visivo”, Darsian è un misto tra le architetture di fine Ottocento e il design degli anni ‘30, per quanto siano presenti alcune tecnologie futuribili, quali automi meccanizzati (ma privi di chip; e qui siamo nel lato Clock Punk, anche se un po’ particolare), aeoronavi e quant’altro. Ciononostante, a seconda che un popolo abiti nelle bolle climatiche o nelle proibitive lande ghiacciate, questi disporrà di un livello tecnologico diverso. Senza contare un particolare che potremmo definire quasi storico: l’avvento delle tecnologie a combustione diesel non hanno portato a un’immediata scomparsa delle tecnologie a vapore sulla Terra, quindi non vedo perché ciò dovrebbe accadere in un mondo di fantasia ^_^</p>
<p style="text-align: justify;">Buona parte delle tecnologie fantastiche che descriverò si baseranno su quelli che per il momento ho chiamato “liquidi sonori”, i cui principi di funzionamento saranno introdotti nel capitolo terzo o quinto al massimo. L’obiettivo rimane quello di non trasformare tali tecnologie in elementi in grado di tirar fuori dagli impicci i personaggi a ogni occasione. La loro presenza dovrà apparire funzionale, ma non preponderante, soprattutto per non creare una disequilibrio con gli elementi più sovrannaturali (ah, a tal proposito, ho pressoché eliminato l’elemento magico, ora ridotto a ben più blande capacità insite in alcuni individui).</p>
<p style="text-align: center;">[See post to watch Flash video]<br />
<em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Se vi state chiedendo se è possibile far coesistere nazisti, navicelle spaziali e commedia, la risposta è sì</em></p>
<h3 style="text-align: justify;">Sul sense of wonder</h3>
<p style="text-align: justify;">Come spero si sia intuito, Darsian non vuole essere il classico mondo fantasy n°238754/B. Ora, il problema è come presentare tutte queste trovate al lettore (a cui se ne aggiungono molte altre, come le città-insetto, i Mangiafango ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Tale problema mi è passato per la testa dopo la lettura di <a href="http://www.steamfantasy.it/blog/2009/08/07/leviathan-di-scott-westerfeld-primo-capitolo/" target="_blank">QUESTO TOPIC</a> di Carraronan in merito al romanzo <em>Leviathan</em> di Scott Westerfeld. È infatti innegabile che chi legge letteratura “weird” lo fa non soltanto per trovare trame solide e personaggi credibili (che rimangono fondamentali per qualsiasi tipologia di romanzo), ma anche per soddisfare la propria fame di bizzarro, di insolito, di weird, appunto. L’importante è mantenere l’equilibrio citato a inizio articolo; fare in modo, cioè, che “l’effetto speciale” non finisca per sovrastare il messaggio. Non è compito facile, ma non è forse questo uno dei lati più divertenti dello scrivere?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo a quanto scritto da Carraronan nel suo articolo. Il nostro buon duca scrive infatti in merito alle prime pagine dell’opera di Westerfeld:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p><em>Dal punto di vista dello Steampunk è un “boh“, nel senso che l’ambientazione storica va anche bene, i riferimenti alla meccanica vanno bene (Otto Klopp, his master of mechaniks), i riferimenti allo zeppelin e alle walking machines vanno bene anche se sono “soltanto dei Diesel”, ma come livello di reale dettaglio è troppo scarso per attrarre un fanatico della divergenza tecnologica. Non è ottimizzato per gli amanti dello Steampunk. Non si vedono in azione le puttanate steam.<br />
Troppo poco esplosivo e coinvolgente per un’opera che faceva della stramberia steampunk militare il suo cavallo di battaglia.</em></p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">E poi ancora:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p><em>E nell’incipit non c’è nemmeno un accenno a macchinari da guerra con efficienti motori a vapore (col condensatore e che brucino kerosene, per favore&#8230;). Scott poteva sforzarsi a mettere un Mech a Vapore invece dei cosi Diesel e basta. O magari avrebbe potuto fingere una vera e propria scena di battaglia, giusto una paginetta di stramberie rocambolesche con il Mech gigante che avanza distruggendo coi lanciafiamme la ridotta dell’artiglieria Darwinista e mentre assapora la vittoria tra i cadaveri fumanti un mostro zannuto di venti tonnellate gli si scaglia contro una gamba e lo butta a terra&#8230; per poi farci scoprire che era solo una fantasia di Alek che giocava coi soldatini. Invece niente: non si è nemmeno sforzato di titillare le fantasie steam-strambe del pubblico. Che peccato.</em></p></blockquote>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-615" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/08/westerfeld.jpg" alt="" width="289" height="253" /><em>Scott Westerfeld dopo aver letto l&#8217;articolo di Carraronan</em></p>
<p style="text-align: justify;">La lettura di queste righe mi ha portato a chiedermi: e nell’incipit da me progettato quali possono essere le “fantasie steam-strambe” in grado di catturare il pubblico?<br />
Ora, per pararmi un po’ il culo potrei dire che nel mio libro, essendo due i protagonisti principali, si dovrebbero considerare i primi due capitoli, ma preferisco giocare pulito. Ecco dunque un breve elenco di ciò che promettono le prime pagine de <em>L’impero dei corvi</em>:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Un’introduzione alle bolle climatiche e, più in generale, al particolare clima di Darsian.</li>
<li>La descrizione di una città-colonna.</li>
<li>Un accenno alla divergenza tra i termini della nostra realtà e i corrispettivi di Darsian (mi riferisco alla descrizione dei corvi sopra menzionata).</li>
<li>Mangiafango che si arrampicano sui muri delle case, sino a penetrarvi passando dalle finestre, solo per ripulire la città dai “prodotti di scarto” (anche se sono ancora un po’ incerto se introdurli sin da subito o meno).</li>
<li>Aeronavi intente a rilasciare sulla città strane sostanze chimiche.</li>
<li>La presentazione degli Hilsyt (ovvero i “cattivi” del libro, anche se si tratta di una banalizzazione), i quali però non verranno mostrati: il lettore potrà vedere attraverso gli occhi di uno dei personaggi gli effetti del loro passaggio.</li>
<li>E ovviamente ci saranno un po’ di tecnologie miste (treni, automobili, armi&#8230;), giusto per rendere l’idea del livello di sviluppo su Darsian, oltre ai consueti “vari ed eventuali”.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Potrà bastare? Boh&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto sorgono però altri due pensieri: da una parte mi preoccupa il fatto che le prime stramberie (le bolle climatiche, la città-colonna e le aeronavi) arrivino solo intorno alla quinta/sesta pagina (ovvero fuori dal range tipico di chi sfoglia un romanzo in libreria); dall’altra però penso anche che moltissimi romanzi di qualità e colmi di stramberie varie non partono in quarta spiattellando in faccia al lettore chissà quali trovate. Un esempio, giusto per citare un romanzo a me caro, è <em>Perdido Street Station</em> di China Mieville, opera non certa perfetta, ma comunque degna di nota. L’inizio, per chi non l’avesse letto, è quanto mai lento e, per certi versi convenzionale (un personaggio entra in città passando per il fiume; segue descrizione, soprattutto basata sugli odori, del posto), tanto che il primo dettaglio Weird compare al capitolo successivo (Lin, ovvero la donna insetto fidanzata con il protagonista del libro, Isaac, uno scienziato umano e panzone).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma soprattutto, ha davvero senso preoccuparmi di tutto ciò quando il capitolo non è stato ancora completato?</p>
<h3 style="text-align: justify;">Sui salti temporali</h3>
<p style="text-align: justify;">Una delle caratteristiche principali del vecchio romanzo erano i continui salti temporali all’interno della narrazione (questo prima che <em>Lost</em> rendesse la tecnica del flashback e del flashforward tanto di moda). Questi avevano lo scopo principale di spiegare al lettore alcuni retroscena dei personaggi, senza costringerli a parlare continuamente tra loro del proprio passato; inoltre ciò permetteva anche una certa varietà nell’azione e nelle ambientazioni, nonostante la trama fosse abbastanza lineare nella sua evoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora la situazione è leggermente cambiata. Ne <em>L’impero dei corvi</em> saranno infatti presenti due piani temporali che evolveranno di pari passi (ergo, i flashback, sostituiti in verità da dei flashforward, non saranno più subordinati alla linea temporale principale). Nel dettaglio, la storia si svilupperà nel seguente mondo: nella linea temporale “presente” un personaggio si occuperà di alcune indagini in merito a un non meglio specificato attentato; i vari personaggi che incontrerà (ma non solo) daranno poi il LA alle vicende ambientate nel passato. Questa struttura, che sarà evidenziata da una diversa impostazione grafica, avrà come scopo (almeno nelle intenzioni) quello di mostrare il futuro di alcuni dei personaggi principali, portando il lettore a chiedersi “Ma perché il personaggio X ha fatto questa fine?”. Insomma, delle anticipazioni (mai troppo esplicite) volte a spingere il lettore a continuare la lettura.<br />
Lo ammetto senza problemi: sono dubbioso su questa scelta e sto ancora pensando di abbandonare la linea temporale presente a vantaggio di quella passata, che è poi quella principale. Tuttavia, in questo caso, gli effetti – positivi o deleteri che siano – si potranno vedere soltanto dopo alcuni capitoli. Almeno all’inizio, quindi, lasciatemi giocare con le sperimentazioni <img src='http://infinitisentieri.com/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';)' class='wp-smiley' /> </p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-616" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/08/LOST-telefilm-intestazione.jpg" alt="" width="400" height="187" /><em>Cari sceneggiatori di Lost, se entro l&#8217;ultima puntata non mi spiegate tutto, ma proprio tutto, giuro che vengo a prendervi e vi lascio dal mio amico Peppino u&#8217; Shcannapolli!</em></p>
<h3>Piccoli dettagli finali</h3>
<p style="text-align: justify;">Ed eccoci in fondo a questa prima puntata. Di carne al fuoco, penso si sia capito, ce n’è davvero tanta, e cucinarla a puntino non sarà facile. Almeno per il momento, sono comunque soddisfatto dell’operato preliminare, soprattutto a fronte del lavoro di sfoltimento dell’opera, la quale è passati dai 33 capitoli originari + prologo, agli attuali 23, il tutto a vantaggio del ritmo. In questo senso, ha giovato molto l’eliminazione di un sacco di trame e personaggi secondari. Questo, spero, dovrebbe portare anche a un rafforzamento del messaggio finale, teso più che mai sulle vicende “umane” dei due protagonisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo l’uscita del primo capitolo, ora che l’organizzazione del lavoro, almeno nelle sue linee principali, è fatta, si dovrebbe aggirare intorno alla prima metà di Settembre.</p>
<p style="text-align: justify;">Ah, un’ultima cosa prima che mi scordi: la quarta del romanzo verrà resa nota nei suoi dettagli il più presto possibile. Tutto dipende da una e-mail&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>


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		<title>Il ritorno dell&#8217;acchiapparatti di Tilos</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Aug 2009 12:31:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Barbi]]></category>

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		<description><![CDATA[Almeno per questa volta lasciatemi gongolare. Lasciatemi gongolare perché la notizia che vengo a presentarvi compare (molto probabilmente) per la prima volta proprio qua su Infiniti Sentieri, ma anche perché è una di quelle notizie che mi rendono particolarmente felice, cosa alquanto rara in questo periodo nero. Se leggendo il titolo del topic avete pensato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-145" title="francesco-barbi" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/francesco-barbi.jpg" alt="francesco-barbi" width="200" height="266" />Almeno per questa volta lasciatemi gongolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciatemi gongolare perché la notizia che vengo a presentarvi compare (molto probabilmente) per la prima volta proprio qua su Infiniti Sentieri, ma anche perché è una di quelle notizie che mi rendono particolarmente felice, cosa alquanto rara in questo periodo nero.</p>
<p style="text-align: justify;">Se leggendo il titolo del topic avete pensato all’annuncio del seguito del romanzo d’esordio di Francesco Barbi, siete sulla strada sbagliata. La notizia è un’altra. La Baldini Castoldi Dalai ha infatti firmato un contratto con lo scrittore toscano per la pubblicazione de <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> sotto il suo marchio. Non si tratterà tuttavia di una semplice ristampa, bensì di una vera e propria nuova edizione (avete studiato la lezioncina a casa, vero? ^_^), un po’ come successo con Riccardo Coltri e la sua <em>Zeferina</em>. Barbi è infatti al lavoro per limare i difetti della prima versione, tra cui la correzione dei due piccoli blooper riscontrati a suo tempo dal sottoscritto. Nel mio piccolo, dietro richiesta dell’autore, vedrò di dare il mio contributo per il miglioramento di un paio di questioni. È tuttavia molto probabile che entro breve lo stesso Barbi apra una discussione apposita all’interno di <a href="www.anobii.com/" target="_blank">aNobii</a>. Vi terrò aggiornati al riguardo. (EDIT: potete raggiungere la discussione cliccando <a href="http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=56416#new_thread" target="_blank">QUI</a>)</p>
<p style="text-align: justify;">È giusto ricordare che <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> ha ricevuto consensi pressoché unanimi da parte di coloro che hanno avuto il piacere di recensirlo, tanto che persino Gamberetta ne ha parlato positivamente, e questo nonostante il romanzo appartenga a un genere a lei poco congeniale, quello del Fantasy Classico, anche se forse sarebbe più corretto definirlo Low Fantasy, visto l’approccio votato più al realismo dell’ambientazione che alla presenza di elementi sovrannaturali (che comunque non mancano).</p>
<p style="text-align: justify;">Dicevo all’inizio che questa è buona notizia, e lo è per vari motivi. Non solo per gli auspicati miglioramenti a livello stilistico, quanto anche perché è la dimostrazione che la buona letteratura in Italia può ancora far sentire la sua voce e che il Fantasy nostrano non è composto solo da romanzetti fondati su stereotipi e turbe adolescenziali come quelli di Troisi, Strazzulla, Ghirardi e compagnia bella, ma anche da opere decisamente più mature come quelle di Dimitri, Altieri, Evangelisti e, appunto, Barbi. Senza contare che il canale distributivo della BCD permetterà all’acchiapparatti di raggiungere una fetta di pubblico decisamente più ampia rispetto a quanto era nelle possibilità della piccola Campanila, la quale comunque, a livello di produzione materiale del libro, aveva compiuto un lavoro encomiabile (a tal proposito, spero vivamente che l’impostazione grafica originale rimanga inalterata, visto che era pressoché perfetta).</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di poter mettere le mani sopra la nuova versione de <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> occorrerà però aspettare qualche mese. La data d’uscita non è stata infatti ancora fissata, anche se si dovrebbe aggirare intorno ai primi mesi del 2010. Nel frattempo, chi volesse farsi un’idea del romanzo di Barbi, può leggersi la mia recensione qui su Infiniti Sentieri, tenendo però presente quanto detto in questo articolo in merito ai futuri accorgimenti. La trovate <a href="http://infinitisentieri.com/2009/03/11/recensione-lacchiapparatti-di-tilos/" target="_self">QUI</a>.</p>


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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 19:49:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Horror]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Strazzulla]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[Ricordate il video-delirio passato da Repubblica TV nel mese di Marzo? Ma sì, dai, quello in cui venivano sbandierati dati sulla vendita della narrativa fantastica in Italia falsi come Berl&#8230; ehm, come un mafioso a un processo ^_^ Ne avevo parlato in QUESTO articolo. Bene, a distanza di 3 mesi circa, il canale telematico del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://www.corriere.it/Media/Foto/2008/06/06/CHIA--140x180.JPG" alt="" width="140" height="180" />Ricordate il video-delirio passato da Repubblica TV nel mese di Marzo? Ma sì, dai, quello in cui venivano sbandierati dati sulla vendita della narrativa fantastica in Italia falsi come Berl&#8230; ehm, come un mafioso a un processo ^_^ Ne avevo parlato in <a href="http://infinitisentieri.com/2009/03/23/quale-critica-atto-secondo/" target="_blank">QUESTO</a> articolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, a distanza di 3 mesi circa, il canale telematico del famoso quotidiano italiano ha deciso di lasciare spazio alla legittima erede di Licia Troisi: Chiara Strazzulla. E lo ha fatto addirittura in due forme: prima un articolo dedicato tutto a lei (<a href="http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/spettacoli_e_cultura/strazzulla-intervista/strazzulla-intervista/strazzulla-intervista.html?ref=hpspr1" target="_blank">QUESTO</a>) e poi addirittura con un video dove &#8220;Chia<em>v</em>a p<em>v</em>opone un <em>v</em>omanzo da legge<em>v</em>e sotto l&#8217;omb<em>v</em>ellone&#8221; (<a href="http://tv.repubblica.it/copertina/un-libro-per-l-estate/34638?video">QUESTO</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Che dire dell&#8217;articolo? Oh, beh, ci sarebbe tanto da dire, ma preferisco partire dal dato più eclatante: le presunte 40000 (quarantamila!) copie vendute de <em>Gli eroi del crepuscolo</em>. Non so voi, ma questo dato mi puzza tremendamente di marchetta in vista dell&#8217;uscita del nuovo romanzo della Strazzulla. Non fosse che Repubblica si è già dimostrata avvezza a gonfiare i numeri (vedi quanto detto sopra) potrei anche credere nella loro buona fede, ma l&#8217;esperienza mi ha insegnato a dubitare di simili dati. E poi non scordiamoci alcuni particolari:</p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><em>Gli eroi del crepuscolo</em> è quel famoso libro venduto in versione incelofanata e di cui in molte librerie era impedita la lettura dei capitoli (alla Feltrinelli di Milano mi fu esplicitamente detto che il rivestimento non poteva essere scartato).</li>
<li>Alcune persone di mia conoscenza che lavorano in librerie dell&#8217;area milanese (librerie anche belle grosse, non parlo di locali a gestione familiare) mi hanno detto che il libro della Strazzulla si è rivelato un flop (le copie rimaste nei magazzini superavano di gran lunga quelle vendute). Non che i pochi librai che conosco possano ergersi a rappresentanti dell&#8217;intero suolo italiano, ma è comunque un dato indicativo.</li>
<li>In un anno di vendite su Internet, a differenza di altri romanzi come quello di Ghirardi (15ooo copie vendute a detta dell&#8217;autore), de <em>Gli eroi del crepuscolo</em> se ne è sentito parlare veramente poco, e quel poco era per la maggior parte dai toni negativi.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Fatte queste premesse, quanto possono corrispondere al vero le parole di quell&#8217;articolo? A mio avviso veramente poco.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma passiamo avanti. Altro momento esilarante è quello sul poco amore della scrittrice siciliana verso il romanticismo. &#8220;Temo di essere poco romantica&#8221;, ha scritto. Allora perché cazzo hai incentrato il tuo romanzo d&#8217;esordio su una pseudo storia d&#8217;amore, dico io?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il passaggio più delirante è a mio avviso quello che riporta le parole di Severino Cesari, responsabile assieme a Paolo Repetti della collana Einaudi Stile Libero:</p>
<blockquote style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Chiara è arrivata da noi al momento giusto. Volevamo aprirci ai fantasy per young adults e lo vogliamo ancora: l&#8217;anno prossimo cominceremo a pubblicare la trilogia Leviathan dell&#8217;americano Scott Westerfeld. Ci interessa seguire questo genere in continua evoluzione, che suscita dibattiti in rete e crea tendenze. Optammo subito per la Strazzulla riconoscendo un vero talento narrativo e anche per la sua cifra originale nel delineare le categorie di Bene e Male: negli Eroi del crepuscolo i vincenti erano una &#8220;sporca dozzina&#8221;. Non gli Eterni, immortali e prediletti dagli dei, ma gli ibridi e i mezzosangue. Non la stirpe degli alti e biondi, ma i neri.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La prima frase è la conferma che all&#8217;Einaudi, così come in molte case editrici, della qualità se ne fregano. L&#8217;importante per loro era trovare qualcuno da sbattere nel mercato il più in fretta possibile. Il resto lo avrebbero fatto i beoti, pardon, i lettori. Torna poi &#8216;sta storia della compagnia formata da mentecatti. Signor Cesari, ma l&#8217;ha letto il libro o apre la bocca solo per passatempo? Tranne Lyannen (che poi ha solo i capelli scuri, mica è nero), tutti gli altri sono di nobili origini, e tutti, e sottolineo TUTTI (Lyannen compreso), sono immortali. Senza contare che Lyannen se la fa con la figlia del re ed è il figlio del più grande condottiero del popolo degli Eterni. E questa sarebbe la sua concezione di &#8220;sporca dozzina&#8221;? Ma mi faccia il piacere e prenda per il culo qualcun altro. Oppure legga il libro, cosa che temo non abbia fatto. Se invece l&#8217;ha fatto, significa che non ha capito una sega di quelle pagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul video non mi dilungherò (anche se per tutta la durata mi sono chiesto: ma cosa sta guardando, Chiara?). Dico solo che lo rivedrei all&#8217;infinito. Non so voi, ma a me la R moscia fa letteralmente impazzire. Sarà che mi ricorda gli eterni Monty Python?</p>
<p style="text-align: center;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/dse_gIPAq2Q&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube-nocookie.com/v/dse_gIPAq2Q&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>


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		<title>Death and Rebirth</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 21:54:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Opere personali]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Canella]]></category>
		<category><![CDATA[Il Guanto]]></category>
		<category><![CDATA[L'impero dei corvi]]></category>
		<category><![CDATA[Steam Fantasy]]></category>

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		<description><![CDATA[No, non sto per parlare di quel capolavoro dell’animazione giapponese che risponde al nome di Neon Genesis Evangelion. Mi limito a sfruttare il titolo di uno dei lungometraggi della serie per aggiornare brevemente la situazione sul mio romanzo. Come alcuni hanno notato (almeno a giudicare da un paio di e-mail ricevute) in questi giorni ho [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter" src="http://img158.imageshack.us/img158/3340/corvo81cy.jpg" alt="" width="400" height="266" />No, non sto per parlare di quel capolavoro dell’animazione giapponese che risponde al nome di Neon Genesis Evangelion. Mi limito a sfruttare il titolo di uno dei lungometraggi della serie per aggiornare brevemente la situazione sul mio romanzo. Come alcuni hanno notato (almeno a giudicare da un paio di e-mail ricevute) in questi giorni ho tolto il riassunto de <em>Il Guanto d’Argento</em> dalla sezione “Romanzi”. Il motivo è presto detto: il progetto Guanto d’Argento è morto.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo (si fa per dire) negli ultimi mesi i miei gusti in fatto di lettura e scrittura hanno subito una forte virata verso ambiti più weird e steam, tanto da rendere stretta l’ambientazione originale del mio libro. Ne è conseguita una decisione drastica: abbandonare definitivamente il vecchio progetto (molto, troppo vecchio stile), al quale ormai non credevo più nemmeno io, per dare vita dalle sue ceneri a qualcosa di nuovo. Ecco quindi <em>Il Guanto d’Argento</em> trasformarsi in <em>L’impero dei corvi</em> (titolo provvisorio), romanzo Steam Fantasy di cui comincerò la scrittura a partire da Luglio.</p>
<p style="text-align: justify;">In queste settimane mi sono quindi impegnato a rivedere da zero la trama originale facendo i conti con la nuova versione di Darsian (il mondo da me inventato). Le difficoltà non sono state poche, soprattutto perché il diverso livello tecnologico di “Darsian 2.0” ha causato pesanti modifiche all’impianto originale. Le modifiche alla trama alla fine non si contano, finale compreso. Ciò che però mi ha sorpreso è vedere come, nonostante la creazione di più protagonisti rispetto al modello originale, il numero dei capitoli sia nettamente diminuito (attualmente sono 27; in origine erano 33 più un prologo). Troppe erbacce da estirpare, insomma. Nelle prossime settimane vedrò di aggiornare ulteriormente la situzione, cominciando con l&#8217;inserire la nuova trama nella sezione &#8220;Romanzi&#8221;, magari affiancata dal primo capitolo.</p>
<p style="text-align: justify;">La strada è lunga e di sicuro il cambio di direzione mi farà sbagliare strada più volte, eppure non ero così eccitato da parecchi mesi a questa parte. Ora mi mancano da risolvere solo un paio d’incongruenze nella parte centrale e potrò finalmente rimettermi a scrivere nel vero senso della parola. E non vedo l’ora.</p>


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		<title>Wunderkind: la presentazione del libro alla fiera del libro di Torino</title>
		<link>http://infinitisentieri.com/2009/06/13/wunderkind-la-presentazione-del-libro-alla-fiera-del-libro-di-torino/</link>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 20:28:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[d'Andrea G.L.]]></category>

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		<description><![CDATA[Come al solito sono in ritardo. Questo articolo sarebbe dovuto essere pronto per almeno una settimana fa, ma impegni vari e imprevisti tecnologici mi hanno impedito di caricarlo sul sito prima di oggi. Ma andiamo con ordine. Il 17 Maggio sono stato alla Fiera del Libro di Torino, dove, armato di telecamera, ho filmato la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Come al solito sono in ritardo. Questo articolo sarebbe dovuto essere pronto per almeno una settimana fa, ma impegni vari e imprevisti tecnologici mi hanno impedito di caricarlo sul sito prima di oggi. Ma andiamo con ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 17 Maggio sono stato alla Fiera del Libro di Torino, dove, armato di telecamera, ho filmato la presentazione del romanzo d’esordio di d’Andrea G.L., Wunderkind, presentato da Licia Troisi. In realtà le riprese riguardavano anche gli stand e altre chicche, ma una delle cassette ha deciso di suicidarsi. In seguito ho pure scoperto che l’audio della cassetta sopravvissuta faceva alquanto pena (colpa del fatto che la presentazione era in un’area aperta, il che significa rumore di fondo a non finire), ragion per cui sono stato costretto a inserire dei sottotitoli, e che al momento del “trasloco” videocamera-computer le immagini avevano una frequenza diversa rispetto all’audio. Ce l’ho messa davvero tutta per risolvere tutte queste magagne (soprattutto per pulire l’audio), ma alla fine mi sono arreso, e così ho optato per una soluzione drastica: montare il video-articolo con delle foto anziché delle immagini in movimento. Alla fine il risultato è meno malvagio del previsto, ma lascio a voi giudicare.</p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo le mie impressioni sulle parole di d’Andrea e Troisi, rimando all’ultima parte dell’articolo. Per ora mi limito a dire che il video che segue riporta la quasi totalità della presentazione (durata una mezz’oretta buona). Le uniche parti che ho tagliato riguardano passaggi dove l’audio risultava incomprensibile (o dove d’Andrea sussurrava davanti al microfono), la digressione sulla musica Metal e alcuni passaggi dove i due scrittori ripetevano concetti già espressi, oltre ad alcuni momenti di silenzio. Per il resto, chi si trovava alla presentazione (tra cui il buon duca Carraronan che ho avuto il piacere di conoscere di persona) potrà confermare l’assenza di tagli significativi che possano portare a un ribaltamento delle parole dei padroni di casa. Tra l’altro, visto che mi piace essere una persona corretta, all’interno dei sottotitoli ho indicato esplicitamente quando ho effettuato un taglio, anche se minimo.</p>
<p style="text-align: justify;">E ora, buona visione.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>PRIMA PARTE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/GgSGnx5kzDM&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube-nocookie.com/v/GgSGnx5kzDM&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p style="text-align: center;"><strong>SECONDA PARTE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/i21ze0LCz3Q&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube-nocookie.com/v/i21ze0LCz3Q&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p style="text-align: center;"><strong>TERZA PARTE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/ROpDRbmz_hg&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube-nocookie.com/v/ROpDRbmz_hg&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;">Bene, e ora possiamo passare alle considerazioni del caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Parto da una premessa: il qui presente non ha letto il romanzo di d’Andrea nella sua interezza. Mi sono bastati i primi due capitoli in libreria per capire che non è fatto per me, e sottolineo <em>per me</em>. Non posso quindi dire se tale opera, presa nella sua interezza, sia un capolavoro oppure un’emerita cagata. Anche per tale ragione avevo deciso di assistere alla presentazione presso la Fiera del Libro. Purtroppo, sarò sincero, tale presentazione non mi ha per nulla convinto, tutt’altro. Certo, d’Andrea è spigliato e sa come tenere il “palco”, ma ciò non toglie che buona parte delle sue riflessioni (così come quelle della Troisi) fossero delle emerite idiozie. E qui non parlo a titolo personale: si tratta di idiozie a livello oggettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Parto da quella più vistosa: quella sul realismo. Riprendo le parole del diretto interessato:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se avete tre ore potrei spiegarvi perché secondo me, in realtà, io e Licia, su due paralleli completamente diversi, in realtà siamo due scrittori realisti. […] Io sono convinto che la scrittura veramente realista è quella che distorce, che deforma completamente la realtà. Allora, tu (Licia, ndr) puoi farlo con i draghi, io posso farlo con&#8230; posso farlo con la violenza, tu puoi farlo con un tipo di violenza. Perché da sempre io sono convinto che l’arte in generale sia un’operazione violenta che tu fai nei confronti della realtà, assolutamente. Tu prendi dalla tua delle cose e dei luoghi e li violenti per cercare di capirne l’essenza. Poi, se ci riesci bravo, però ci provi. Questo è secondo me il motivo per cui in realtà noi siamo molto più realisti.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dove sta l’errore? È molto semplice: d’Andrea confonde due concetti tanto semplici quanto distanti, ovvero quello di realismo con quello di attualità. Con “realismo” s’intende infatti un «senso concreto della realtà di chi si basa sull’esperienza pratica e non cede a idealismi, fantasie, illusioni». Se si volesse poi allargare tale discorso al campo artistico, scopriremmo che, nelle arti figurative e nella letteratura, è una «corrente che si prefigge una rappresentazione obiettiva della realtà» (fonte: dizionario Zingarelli). Come si può facilmente vedere, nessun romanzo Fantasy potrà mai soddisfare simili requisiti, e questo perché si tratta di un suo limite naturale. Sarebbe come scrivere un romanzo storico su Napoleone dove compaiono gli alieni. È semplicemente impossibile.</p>
<p style="text-align: justify;">È tuttavia vero che più volte si è tentato di fondere reale e fantastico, allo scopo d’interpretare (e non semplicemente mostrare) il primo attraverso l’uso del secondo. Basti pensare alla corrente del Realismo Magico, diffusasi intorno agli anni Venti del secolo scorso e che «propugnava un’arte che conciliasse le opposte esigenze del realismo e della trasfigurazione» (fonte: dizionario De Mauro). Tuttavia tale corrente, in particolare per quanto riguarda la narrativa, prevedeva la presenza di elementi magici all’interno di un contesto realistico. Domanda: il Mondo Emerso della Troisi risponde a tutto ciò? Certo che no, anche un bambino se ne renderebbe conto. Qualcuno potrebbe però obiettare dicendo che ambientazioni come quelle della Ragazza Drago o del Wunderkind, proprio per la loro posizione “mediana” sarebbero combacianti. E invece no, in quanto il Fantasy (ma il discorso si può allargare anche alla Fantascienza), inteso in senso lato, ovvero comprendendo tutti i diversi sottogeneri, descrive una realtà o pienamente indipendente e alternativa alla nostra (è il caso del Mondo Emerso) oppure tratta dell’influenza di un elemento esterno, generalmente magico, sul nostro mondo (ne avevo parlato in un mio vecchio articolo, <a href="http://infinitisentieri.com/2009/02/08/e-tu-di-che-genere-sei/">QUESTO</a>). Al contrario il Realismo Magico descrive una realtà in cui i personaggi, pur venendo a contatto con uno degli elementi esterni di cui sopra, non lo mettono in discussione (un ottimo esempio, in questo senso, è La scacchiera davanti allo specchio di Massimo Bontempelli). Tra l’altro nel Realismo Magico la realtà non viene assolutamente distorta o deformata, per usare le parole di d’Andrea.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse che allora d’Andrea pensava a qualcosa più vicino al Surrealismo? Peccato che pure qua insorgano dei problemi, a partire dal fatto che i surrealisti avevano come obiettivo la descrizione di ciò che è superiore al reale (e pure qua ci troviamo in un campo lontanissimo da quello descritto da d’Andrea). Tra l’altro sia i surrealisti che i realisti magici erano perfettamente coscienti che le loro opere non potevano in alcun modo essere comparate con le correnti Realiste propriamente dette. Tale lontananza tra fantastico e realistico pare però sfuggire a d’Andrea.</p>
<p style="text-align: center;">(PICCOLA NOTA D’APPENDICE: IL DISCORSO SUL LEGAME TRA REALE E FANTASTICO È OVVIAMENTE MOLTO PIÙ AMPIO DELLA BOZZA DA ME PRESENTATA, VISTO CHE OCCORREREBBE PARLARE ANCHE DI SCAPIGLIATURA, NATURALISMO ECC.)</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non finisce qua. Poco più tardi d’Andrea si lascia andare a un’altra affermazione a dir poco ridicola:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">La letteratura fantastica cerca delle domande che abbiano&#8230; cerca le risposte che siano maiuscole. Cos’è la violenza? Cos’è la memoria? Che cos’è questo o quello che mi pare? La letteratura realista cerca in questo momento, a Roma, lì, chi c’è? Bello, bellissimo, ma non è la risposta.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Non sentivo una vaccata di simili proporzioni da quando Bush ha detto che Saddam Hussein possedeva l’atomica ^_^</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-395" title="Atomica" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/06/Atomica.jpg" alt="Atomica" width="400" height="400" /><em>La famosa bomba atomica di Saddan Hussein</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ora, questa affermazione è un’idiozia per due ragioni. La prima nasce sempre da una confusione di d’Andrea, ovvero il mettere a confronto una corrente letteraria (il Realismo) con un genere letterario (il Fantasy). Non bisogna essere dei geni per capire che è un’operazione errata già in partenza. Ma non solo: d’Andrea dimostra di non sapere una beneamata mazza di Realismo, altrimenti saprebbe che se il Realismo ha uno scopo, quello è proprio l’indagine del reale. Pensare che il Realismo equivalga a mera descrizione di un luogo o di un evento è quanto di più ingenuo e sbagliato possa esserci. Ma queste, caro signor d’Andrea, sono le basi della storia letteraria! E lo stesso discorso lo rivolgo alla signora Troisi, alla quale non è nemmeno passato per l’anticamera del cervello di obiettare a simili scemate, confermandole anzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma dicevo prima che d’Andrea confonde il realismo con l’attualità. Sul fatto che i suoi romanzi, così come quelli della Troisi, non siano per nulla realistici è stato appena detto. Ora voglio soffermarmi sul perché invece le loro opere possano comunque essere considerate come volte a discutere d’attualità (pur limitatamente a certi argomenti).</p>
<p style="text-align: justify;">In più di un’occasione Licia Troisi ha ricordato come le vicende di Nihal si sarebbero potute ambientare nel nostro mondo, fatti i doverosi mutamenti alla trama; il che è vero. Nihal, così come anche Sennar, Dubhe e compagnia bella, non agisce o pensa come l’abitante di un ipotetico mondo medievale, bensì come una ragazza del nostro di mondo. A mio avviso già questo è un difetto, in quanto l’ambientazione dovrebbe sempre avere una forte influenza sulle azioni e i pensieri dei personaggi, altrimenti non ha senso descriverla, ma sorvoliamo su tale opinione. Quello che m’interessa sottolineare è il legame tra la realtà fantastica ideata dalla Troisi e il nostro mondo. Tale legame esiste? Certo. Fa riferimenti alla nostra realtà contemporanea, ovvero è attuale, almeno in riferimento alle psicologie dei personaggi? Di nuovo sì, anche se il discorso non vale per tutti i personaggi. Ma è anche realistico? Giammai. Per comprendere meglio questo passaggio prendo un altro romanzo, questa volta non Fantasy: <em>Ho voglia di te</em> (e relativi seguiti) di Federico Moccia. È un romanzo che tratta di attualità (o almeno si sforza di farlo)? Certo. Ma i suoi personaggi sono realistici? Beh, direi proprio di no, e sfido chiunque ad affermare il contrario. Hanno una parvenza di realismo, ma non per questo sono davvero realistici. Al contrario, si limitano a essere della macchiette, stereotipi privi di spessore. I personaggi della Troisi sono uguali: la loro evoluzione psicologica è ridotta ai minimi termini e, anzi, spesso e volentieri agiscono in maniera illogica se non addirittura incoerente con loro azioni precedenti (preciso: parlo della Troisi perché, come ho già detto, non ho letto il Wunderkind; e comunque è stato d’Andrea ad affiancare il suo libro a quello della scrittrice romana, quindi non prendetevela con me ^_^).</p>
<p style="text-align: justify;">A fronte di tale discorso, come si può affermare che scrittori come la Troisi o d’Andrea sono realisti se i loro personaggi, o quantomeno quelli della scrittrice romana, non sono per nulla realistici né all’interno dell’ambito in cui si muovono né in riferimento alla nostra realtà? Certo, durante una presentazione, soprattutto se ci si trova davanti a un pubblico inesperto, simili frasi fanno di sicuro effetto. Ma come ho già detto in più di un’occasione, qui e su altri lidi, gli scrittori, così come gli editori, hanno una grandissima responsabilità, in particolare quando si rivolgono a un pubblico giovane; ragion per cui, piuttosto che lasciarsi andare a discorsi per i quali non si dispone della necessaria conoscenza di base, è meglio stare zitti. Si fa più bella figura.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciamo da parte l’ignoranza (nel senso etimologico del termine) di d’Andrea e passiamo a quanto detto invece dalla nostra Licia nazionale. È difficile scegliere un passaggio specifico tra le tante idiozie affermate, anche se forse il discorso più “importante” è quello inerente la fiaba.</p>
<p style="text-align: justify;">Al pari del suo collega, anche la Troisi dimostra di avere una cultura letteraria alquanto limitata. L’errore di partenza nasce da un tipico fraintendimento: il pensare che le fiabe siano da associarsi direttamente a un pubblico giovane, anzi giovanissimo. Nulla di più sbagliato. Buona parte delle fiabe giunte a noi oggi, infatti, erano in origine rivolte agli adulti, i quali se le raccontavano durante l’orario di lavoro per combattere la noia e la ripetitività delle azioni. È il caso soprattutto di quei mestieri dove un gran numero di lavoratori convivevano in spazi ridotti, come i filatoi. Infatti la fiaba nasce dalla tradizione orale, caratteristica che la distingue dalla favola, la cui tradizione è stata scritta sin dagli inizi (non mi stancherò mai di ripetere che fiaba e favola NON sono sinonimi). Tra l’altro, è proprio la favola, e non la fiaba, a rivolgersi maggiormente all’educazione dei più piccoli. A ulteriore dimostrazione di quanto ho appena scritto, basti pensare ai fratelli Grimm, i quali, è noto (o almeno si spera), non inventarono nessuna delle fiabe che portano il loro nome, limitandosi invece a riportare su carta quella che invece era una tradizione orale.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-396" title="libri-bambini" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/06/libri-bambini.jpg" alt="libri-bambini" width="354" height="300" /><em>Bambine intente a leggersi l&#8217;autobiografia di Rocco Siffredi (sempre meglio di una fiaba brutta e violenta, non trovate? ^_^)</em></p>
<p style="text-align: justify;">A dire il vero ci sarebbe tanto, troppo di cui parlare. Si potrebbero riempire pagine a pagine su ognuna delle idiozie dette durante la presentazione, sia da parte della Troisi (l&#8217;inesistente polemica inerente la divisione tra letteratura per l’infanzia e letteratura per adulti a seconda del grado di violenza è a dir poco ridicola) che di d’Andrea (chi mi segue da un po’ sa bene come il sottoscritto sia un grandissimo fautore della teoria dei generi). Ma forse è meglio chiudere qui. Non ho voglia di sprecare altro tempo per correggere ogni idiozia del magico duo. Concludo dicendo che d’Andrea mi ha dato l’impressione di una persona di media cultura che si fa forte di frasi a effetto e della sua spigliatezza, ma che – ahimè – dimostra anche una profonda ignoranza in campo letterario. E visto che è buona regola scrivere di ciò che si conosce, non oso immaginare quali scempiaggini possano essere contenute nel suo romanzo.</p>


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		<title>Romanzo: Le nozze d&#8217;Inverno</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2009 09:29:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Opere personali]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Canella]]></category>
		<category><![CDATA[Bizarro Fiction]]></category>
		<category><![CDATA[E-Book]]></category>
		<category><![CDATA[Le nozze d'Inverno]]></category>

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		<description><![CDATA[Che dite? Sono in ritardo? D’accordo, d’accordo, il romanzo doveva essere già pronto due settimane fa, ma credetemi se vi dico che ho fatto del mio meglio, così come tutti gli autori di quest’opera, per rispettare i tempi previsti. E poi cosa sono due settimane rispetto agli eoni di attesa per i nuovi capitoli di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-332 alignleft" title="Microsoft Word - Le nozze d'Inverno" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/02/le-nozze-dinverno-cp-211x300.jpg" alt="Microsoft Word - Le nozze d'Inverno" width="211" height="300" />Che dite? Sono in ritardo?</p>
<p style="text-align: justify;">D’accordo, d’accordo, il romanzo doveva essere già pronto due settimane fa, ma credetemi se vi dico che ho fatto del mio meglio, così come tutti gli autori di quest’opera, per rispettare i tempi previsti. E poi cosa sono due settimane rispetto agli eoni di attesa per i nuovi capitoli di cicli quali quello de <em>La Ruota del Tempo</em> o delle <em>Cronache del Ghiaccio e del Fuoco</em>?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma che cosa si nasconde esattamente dietro al progetto Nozze d’Inverno? Per chi si fosse perso le puntate precedenti, basti sapere che si tratta di un romanzo a più mani (venti per la precisione) nato come gioco letterario tra alcuni utenti di Fantasy Magazine. Per un mese circa, abbiamo scritto a turno un capitolo al giorno, imponendoci di non superare mai durante la prima stesura le cinque pagine per capitolo. Questo per due ragioni: la prima, prettamente materiale, era che scrivere capitoli più lunghi sarebbe stato alquanto arduo in appena 24 ore; la seconda era che non si voleva che un utente piuttosto che un altro imponesse troppi particolari al prosieguo della trama (eh già, la storia, fatta eccezione per alcuni punti fissi preliminari, è nata strada facendo). Insomma, se volessimo fare un paragone “profano”, si potrebbe dire che abbiamo operato come in un qualsiasi gioco di ruolo, con il numero di pagine al posto dei punti movimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio la natura giocosa del progetto ci ha permesso anche di mantenere per buona parte del libro un tono decisamente sopra le righe rispetto alla narrativa fantastica comune. Non a caso, per definire <em>Le nozze d’Inverno</em> ci siamo creati un genere ad hoc dal nome volutamente ironico: Féerie Dark Fantasy. Volessimo fare un paragone con generi realmente esistenti, si potrebbe dire che <em>Le nozze d’Inverno</em> tende per circa ¾ del suo sviluppo alla Bizarro Fiction.<br />
Dico &#8220;tende&#8221; e &#8220;¾&#8221; perché soprattutto nella parte finale forse ci siamo presi un po’ troppo sul serio. Per certi versi – sono il primo a dirlo – avrei preferito che proprio l’aspetto “weird” dell’opera risultasse ancora più marcato, ma questa è una considerazione che posso fare solo a posteriori. Infatti, a inizio lavoro nessuno di noi aveva idea di come si sarebbe sviluppato il romanzo, se più verso il genere avventuroso o quello comico. Un errore di valutazione? No, semplicemente una decisione che ha comportato delle conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, la crescita di questo romanzo non è stata indolore o priva d&#8217;inciampi, ma dopotutto è lo scotto da pagare quando si decide di sperimentare. Errori, quelli veri, sono stati ad esempio la mancata creazione di una mappa del tempio dove si svolge la seconda parte della narrazione, il che ha comportato una serie di incongruenze logistiche poi corrette solo in fase di revisione. Ma a parte alcuni difetti, l’opera può dirsi riuscita per un buon 90%, e non dico questo perché rientro tra gli autori (anche perché altrimenti non avrei minimamente accennato a simili difficoltà), ma perché gli obbiettivi prefissi a inizio lavoro sono stati raggiunti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo aveva ben poco di artistico: divertirsi, giocare con le parole e i topoi della narrativa fantastica (e i riferimenti, spesso davvero poco politicamente corretti, a opere realmente esistenti si sprecano). È vero: ogni scrittore dovrebbe sempre provare piacere da quello che crea; ma è cosa ben diversa partire a lavorare su un’opera non con l’obiettivo di dar vita a un prodotto degno di valore, ma di divertirsi e basta. Che dite? In questo modo si ribalta il concetto stesso di creazione artistica mandandolo a puttane? E chi se ne fotte, rispondo io! Almeno per questa volta, lasciateci scrivere con un sorriso ebete stampato in volto, ridendo di ogni assurda trovata riportata sugli schermi dei nostri computer.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda ragione è che, quando ci siamo messi attorno a un tavolo virtuale per discutere sui punti fermi che il romanzo avrebbe dovuto rispettare, abbiamo deciso sin da subito di stravolgere quanti più topoi possibile. Ecco allora tutti (o quasi) i personaggi standard di un romanzo “fentesi” (sacerdotesse pazze, sciamani vaneggiatori, demoni sanguinari&#8230; elfi) muoversi in un realtà nata dal gusto di mischiare senza ritegno H.P. Lovercraft e J.K. Rowling, Leiji Matsumoto e Arturo Pérez-Reverte. E non sorprendetevi troppo se in questo libro gli dei si mettono a cantare una versione tutta loro del jingle dei Loacker o se nel retrobottega di una pasticceria il proprietario vi offrirà carne umana come snack.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’ultima nota prima di concludere: come specificato anche nell’avviso contenuto nella pagina dei romanzi, <em>Le nozze d’Inverno</em> contiene parecchie scene comunemente definite come &#8220;forti&#8221;: stupri, sacrifici umani e altre &#8220;chicche&#8221;. Se appartenete alla schiera dei cosiddetti benpensanti o siete tra coloro che vorrebbero vedere gente come Philip Pullman e Dan Brown arsa su un rogo, allora non sprecate nemmeno tempo a scaricare questo romanzo. Vi avviso: non ho intenzione di leggere messaggi deliranti sul senso etico della letteratura. Come direbbe Paolo Bitta: uomo avvisato&#8230; uomo avvisato.</p>
<p style="text-align: justify;">E ora, buona lettura.</p>
<p style="text-align: justify;">PS: Negli ultimi giorni abbiamo fatto del nostro meglio per limitare il più possibile gli errori di battitura. Purtroppo non esiste peggior lettore dell&#8217;autore stesso, quindi se doveste trovare alcune sviste sopravvissute alla &#8220;caccia&#8221; non fatevi problemi a segnalarle. Grazie.</p>


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		<title>Concorso: Nella Tela! 2009</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2009 18:38:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nuovo mese, nuovo concorso. È stato infatti rilasciato il bando dell’edizione 2009 di Nella Tela!, organizzato come sempre dal sito La Tela Nera. Il concorso è aperto a tutti i racconti di genere Horror, Thriller e Fantastico (con tutte le relative sfumature: Giallo, Hard Boiled, Dark Fantasy, Dark Sci-Fi ecc.). Tre le sezioni previste per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://www.latelanera.com/nellatela/images/testata_nellatela222.jpg" alt="" width="222" height="180" />Nuovo mese, nuovo concorso.</p>
<p style="text-align: justify;">È stato infatti rilasciato il bando dell’edizione 2009 di <em>Nella Tela!</em>, organizzato come sempre dal sito <a href="http://www.latelanera.com/" target="_blank">La Tela Nera</a>. Il concorso è aperto a tutti i racconti di genere Horror, Thriller e Fantastico (con tutte le relative sfumature: Giallo, Hard Boiled, Dark Fantasy, Dark Sci-Fi ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Tre le sezioni previste per quest’anno, suddivise non per genere, ma per lunghezza:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><em>666 Passi nel Delirio</em>, dove la lunghezza degli elaborati non dovrà superare le 666 parole.</li>
<li><em>Racconti</em>, dove la lunghezza degli elaborati dovrà essere compresa tra i 10.000 e i 20.000 caratteri (spazi inclusi).</li>
<li><em>Novelle</em>, dove la lunghezza degli elaborati dovrà essere compresa tra i 20.000 e i 40.000 caratteri (spazi inclusi).</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Ogni autore può partecipare a più di una sezione (anche a tutte e tre, volendo), proponendo un massimo di cinque racconti per sezione. Il costo dell’iscrizione è fissato a €15,00 per il primo racconto inviato (indipendentemente dalla sezione in cui viene iscritto) e a €2,00 per ogni ulteriore racconto (non importa se iscritto o meno in una sezione differente). Le iscrizioni potranno essere pagate tramite bonifico bancario, Paypal, vaglia postale, assegno bancario non trasferibile o versamento su conto corrente postale (trovate i dettagli sul bando ufficiale del premio).</p>
<p style="text-align: justify;">Ah, dimenticavo la cosa più importante: il primo classificato per ogni singola sezione vincerà 200€ messi in palio da <a href="http://www.xii-online.com/index.htm" target="_blank">Edizioni XII</a>, e considerando che un concorrente può anche aggiudicarsi più di un premio, il piatto si presenta davvero ricco.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ulteriori informazioni, è possibile consultare il <a href="http://www.latelanera.com/nellatela/bandonellatela.asp" target="_blank">BANDO UFFICIALE</a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>(EDIT DEL 16/04/2009 A SEGUITO DI CORREZIONI NEL BANDO DI GARA)</strong></p>


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		<title>Recensione: l&#8217;acchiapparatti di Tilos</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 08:20:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Barbi]]></category>

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		<description><![CDATA[ATTENZIONE!!! QUESTA RECENSIONE FA RIFERIMENTO ALL&#8217;EDIZIONE ORIGINALE DEL LIBRO. DA MARZO 2010 ESISTE UNA NUOVA EDIZIONE PUBBLICATA DA BALDINI CASTOLDI DALAI. PER CONOSCERE LE DIFFERENZE TRA LE DUE EDIZIONI, E&#8217; POSSIBILE CONSULTARE QUESTO ARTICOLO. TITOLO: L’acchiapparatti di Tilos AUTORE: Francesco Barbi GENERE: Fantasy ANNO: 2007 EDITORE: Campanila PREZZO: 18,90€ PAGINE: 424 ETA’ CONSIGLIATA: 16+ Esistono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: center;">ATTENZIONE!!!</h4>
<h6 style="text-align: center;">QUESTA RECENSIONE FA RIFERIMENTO ALL&#8217;EDIZIONE ORIGINALE DEL LIBRO. DA MARZO 2010 ESISTE UNA NUOVA EDIZIONE PUBBLICATA DA BALDINI CASTOLDI DALAI. PER CONOSCERE LE DIFFERENZE TRA LE DUE EDIZIONI, E&#8217; POSSIBILE CONSULTARE <a href="http://infinitisentieri.com/2010/03/10/recensione-lacchiapparatti/" target="_blank">QUESTO ARTICOLO</a>.</h6>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-142" title="copertina-romanzo" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/copertina-romanzo.jpg" alt="copertina-romanzo" width="200" height="283" />TITOLO: L’acchiapparatti di Tilos</p>
<p>AUTORE: Francesco Barbi</p>
<p>GENERE: Fantasy</p>
<p>ANNO: 2007</p>
<p>EDITORE: Campanila</p>
<p>PREZZO: 18,90€</p>
<p>PAGINE: 424</p>
<p>ETA’ CONSIGLIATA: 16+</p>
<p style="text-align: justify;">Esistono libri che cominciano a far notare la loro presenza con effetto ritardato; libri che passano inosservati, in silenzio, nonostante spesso celino al loro interno delle piccole perle. <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è uno di questi. Sebbene infatti la sua pubblicazione risalga a più di un anno fa, il romanzo d’esordio di Francesco Barbi rappresenta una delle più belle e inaspettate sorprese nel panorama del Fantasy italiano; un’opera capace di proporre la giusta miscela di umorismo e azione, di avventura e personaggi fuori da ogni schema, e che, per una volta tanto, non è il primo capitolo di una saga di ventotto volumi. Ma quali sono gli ingredienti di questo cocktail così ben riuscito?</p>
<h3>C’era una volta, tanto tempo fa&#8230;</h3>
<p style="text-align: justify;"><em>…un becchino gobbo di nome Ghescik che coltivava la passione per tutto quanto fosse in qualche modo legato all’occulto. Un bel giorno, però, al buon Ghescik si presentò l’occasione per trucc&#8230; ehm, vincere in un’“onesta” scommessa il diario di un antico negromante. Peccato solo che tale azione porterà con sé una serie d’imprevisti, tra cui la liberazione del boia di Giloc, un essere mostruoso e dall’animo decisamente poco incline all’amore fraterno. Così, accompagnato dal suo unico amico (?), lo scemo del villaggio Zaccaria, da una prostituta, un cacciatore di taglie sfigurato e un gigante incapace di comunicare se non attraverso proverbi, il nostro “prode” Ghescik tenterà di rimettere a nanna il demone, sfuggendo al tempo stesso dai tanti, troppi nemici che ha saputo crearsi a causa del suo modo di agire decisamente poco incline al rispetto delle leggi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Quella appena presentata è, a grandi linee, la trama de <em>L’acchiapparatti di Tilos</em>. La prima cosa che si nota è il deciso cambio di rotta rispetto a pressoché tutti gli altri scrittori italiani di Fantasy classico, non necessariamente esordienti. Infatti:</p>
<p style="text-align: justify;">A) Non ci sono ragazzini dotati di superpoteri.</p>
<p style="text-align: justify;">B) Non ci sono stregoni o demoni pazzi che “folere konqviztare monto” (le stesse ragioni che portano il boia di Giloc a seminare “Morte &amp; Distruzione S.P.A.” si riveleranno essere meno banali di quanto appaia all’inizio).</p>
<p style="text-align: justify;">C) Non ci sono elfi, folletti, fatine, vampiri, mylittlepony™ o creaturine sbarluccicose e patatose che tanto sembrano andare di moda negli ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Già per tali “illustri” assenze il romanzo di Barbi meriterebbe l’acquisto, ma si sa: una trama quantomeno interessante non è necessariamente sinonimo di “buon romanzo”. Occorre quindi vedere come l’autore ha deciso (saputo?) far muovere i fili della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Storia che, va detto, scorre via liscia come l’olio soprattutto per merito della perfetta alchimia tra i protagonisti. Va infatti reso merito a Barbi di sapere caratterizzare ottimamente, soprattutto grazie al brio dei dialoghi, buona parte dei personaggi da lui inventati. Tale discorso vale soprattutto per i due protagonisti principali, Ghescik e Zaccaria, anche se, in generale, sono i “diversi” a rappresentare il cuore pulsante del romanzo. Ciò che colpisce maggiormente dei personaggi di Barbi è il modo in cui l’autore è in grado di tratteggiarne i caratteri con non comune sensibilità, senza però risultare mai affettato o, peggio ancora, a cadere in toni forzatamente tragici.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio tale capacità rappresenta però anche uno dei suoi difetti. Infatti, quando si parla di comparse capita di trovare alcune frasi abbastanza inusuali (verrebbe da dire tipiche del linguaggio proprio di ogni singolo individuo) dette da personaggi diversi in maniera identica. A titolo d’esempio, cito i personaggi di Ulvo e Benjam, i quali in più occasioni si trovano a usare le medesime espressioni (come “e di questi tempi poi” o “miseriaccia ladra”). L’impressione è che tali formule appartengano più all’autore che ai personaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">In generale, comunque, i personaggi di Barbi colpiscono per la loro profonda umanità, oltre che singolarità, lontanissima dal concetto classico di eroe tutto muscoli e azione (unica piccola eccezione è il personaggio di Gamara, il quale però non viene presentato come un vendicatore invincibile, bensì come un cacciatore di taglie perfettamente addestrato). È inoltre difficile, per non dire impossibile, trovare ne <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> un personaggio privo di una certa dose di ambiguità. Tutti, dal primo all’ultimo, agiscono per i propri fini, oltretutto senza alcun buonismo risolutore nel finale, il quale, anzi, nella sua malinconia di fondo è stato capace di emozionarmi come non mi capitava da tempo.</p>
<p class="wp-caption-dt" style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="chuck-norris" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/chuck-norris.jpg" alt="chuck-norris" width="250" height="356" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>No, i personaggi di Barbi non assomigliano </em><em>decisamente al buon vecchio Chuck.</em></p>
<h3>Infodump? No, grazie</h3>
<p style="text-align: justify;">Tanti sono i nemici dello scrittore, ancor più se esordiente: il riciclo delle idee, le citazioni troppo “marcate” <em>(ciao Christopher, da quanto tempo! </em>^_^<em>)</em>, il fulmine che ti manda in pappa la tua saga da un gigalione di pagine nel giro di un nanosecondo&#8230; Esistono poi anche nemici nascosti tra le pagine della propria creatura e che rispondono al nome di deus ex machina, stereotipizzazione dei personaggi, ripetizioni&#8230; infodump!</p>
<p style="text-align: justify;">Per “infodump” s’intende qualsiasi descrizione o spiegazione superflua ai fini soprattutto della storia (e specifico della <em>storia</em>, non solo della trama). Il problema è che il genere Fantasy, anche se in verità ci si potrebbe allargare alla narrativa fantastica tout court, è quello più incline a tale tipo di passaggi. Come si può infatti rendere vivo un mondo, se non ci si lascia andare a qualche bella pagina di “fantastoria”?</p>
<p style="text-align: justify;">La questione verte tutta sull’equilibrio che l’autore è in grado di dare alla sua opera. Suo compito è saper fondere a dovere descrizione con narrazione, spiegazione con azione. Non è compito facile (alla faccia di chi pensa che per scrivere Fantasy basti lasciar correre la fantasia), e questo Barbi sembra saperlo molto bene, visto che per gran parte del romanzo adotta, a mio avviso abilmente, uno stratagemma allo stesso tradizionale e funzionale. In pratica la prima pagina o al massimo le prime due di alcuni capitoli sono dedicate alla descrizione di un particolare aspetto delle Terre di Confine. Alcuni esempi: il primo capitolo comincia con la sepoltura di un cadavere presso il cimitero della cittadina di Tilos, ed ecco che Barbi da il LA alla narrazione facendola precedere da un breve commento sulla cultura religiosa del luogo; oppure, il quarto capitolo vede l’introduzione del personaggio di Zaccaria, che di mestiere fa l’acchiapparatti (da lui stesso orgogliosamente inventato), ed ecco allora il narratore parlarci, senza però perdersi in inutili dettagli, di quella che è la struttura sociale delle Terre di Confine; e così via. Una struttura semplice, dicevamo, per non dire quasi scolastica, ma che Barbi sa sfruttare con la giusta abilità; tanto che al sottoscritto spesso capitava di non vedere l’ora di arrivare alla fine di un capitolo, soltanto per leggere l’introduzione di quello successivo, segno che a volte i vecchi metodi possono ancora funzionare; basta sapere come usarli a dovere.</p>
<p style="text-align: justify;">Soltanto in un capitolo Barbi si lascia andare a una ventina abbondante di pagine di infodump, ma lo fa in maniera ironica. A parlare è infatti un bibliotecario particolarmente incline a perdersi in lunghi discorsi inutili, tanto da venire spesso interrotto dagli altri personaggi, sempre più spazientiti di fronte a un simile atteggiamento e desiderosi di giungere al succo della questione. Insomma, anche in questa occasione Barbi dimostra di sapere bene quali sono i rischi del mestiere, tanto da permettersi addirittura di scherzarci sopra, rendendo di fatto un capitolo potenzialmente noioso in un divertente scambio di battute.</p>
<p style="text-align: justify;">La maestria con cui Barbi dimostra di saper aggirare gli infodump (sebbene sia da rilevare come talvolta gli scambi verbali tra Ghescik e Zaccaria, per quanto divertenti, appaiano un po’ troppo diluiti), mi da l’occasione per focalizzarmi un attimo su uno dei pochi possibili difetti de <em>L’acchiapparatti di Tilos</em>, ovvero l’ambientazione. È indubbio che lo scrittore toscano, nel momento in cui si è messo a portare su carta le Terre di Confine, avesse ben in mente la struttura da dare al mondo da lui ideato. Tuttavia proprio tale mondo appare forse un po’ troppo simile a quello che è stato il reale Alto Medioevo europeo. Certo, sono da lodare il realismo e la coerenza delle Terre di Confine, di certo frutto di un buona documentazione di base, ma forse proprio tale impostazione rischia di lasciare l’amaro in bocca a chi, leggendo un romanzo Fantasy, cerca anche (e talvolta soprattutto) ambientazioni più esotiche.</p>
<p class="wp-caption-dt" style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="torre-di-ar-gular" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/torre-di-ar-gular.jpg" alt="La torre del Negromante Ar-Gular. A partire da qui cominceranno le sventure del povero Ghescik." width="250" height="235" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>La torre del Negromante Ar-Gular. </em><em>A partire da qui cominceranno le sventure del povero Ghescik.</em></p>
<h3>Stile e ritmo</h3>
<p style="text-align: justify;">Per come sono solito leggere un libro, a prescindere dal genere, due sono i punti su cui presto la mia attenzione primaria, ovvero trama e stile, a cui seguono poi aspetti altrettanto importanti quali la coerenza interna, la costruzione dei personaggi e così via. Credo che ciò dipenda dal semplice fatto che quando ci si trova in una libreria a dover scegliere su quale romanzo investire i propri soldi (e il proprio tempo), trama e stile sono i soli aspetti su cui si può avere una prima reale impressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlando di stile, parto da una considerazione molto semplice: Francesco Barbi sa scrivere e pure molto bene. Tale affermazione può sembrare quasi superflua (dopotutto viene naturale supporre che chiunque venga pubblicato da una casa editrice, ovviamente di quelle non a pagamento, sappia quantomeno tenere in mano una penna), eppure non lo è. L’esperienza mi ha insegnato che spesso, con lo scopo di sfruttare soltanto la moda del momento, a venire pubblicati sono anche autori privi di qualsiasi estro artistico. E purtroppo tale discorso vale anche, e forse soprattutto, per la narrativa Fantasy degli ultimi anni, la quale ha visto sfornare a ripetizione una serie di “giovani talenti” talvolta afflitti da gravi lacune in materia grammaticale o sintattica (dopotutto, perché affiancare a costoro editor seri, quando per vendere basta basare tutta la campagna pubblicitaria sulla giovane età dell’autore?).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma perché lo stile di Barbi sarebbe degno di nota? Innanzitutto perché scorrevole. Su oltre quattrocento pagine di romanzo, non c’è stato un solo punto in cui mi sia perso senza riuscire a capire cosa intendesse dire l’autore. La scrittura di Barbi è limpida, semplice, ma non per questo banale. Anzi, lo scrittore toscano dimostra non solo di saper sempre infondere alle sue pagine il giusto ritmo (i punti morti si contano sulle dita di una mano), ma soprattutto di possedere un’ottima proprietà di linguaggio, soprattutto quando è costretto a cadere nel tecnicismo. Volendo parafrasare proprio un passaggio del libro, si potrebbe dire che ne <em>L’achiapparatti di Tilos</em> «tutto è finalizzato all’efficacia».</p>
<p style="text-align: justify;">Paradossalmente, proprio al ritmo è legato uno dei pochi aspetti stilistici che meno mi hanno convinto. Per infondere maggiore dinamicità alle scene d’azione, Barbi usa infatti in queste occasioni il presente al posto del passato remoto. Il problema, a mio modo di vedere, è che comunque <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è un romanzo che non fa tanto leva sull’azione, quanto più sui personaggi, tanto che questi cambi temporali, proprio per via dello spazio ridotto ad essi dedicato, stonano parecchio con lo stile generale. Senza contare che non tutte le scene d’azione prevedono al loro interno il presente al posto del passato remoto, così da far sospettare che tale stratagemma sia stato introdotto in corso d’opera, piuttosto che elaborato a inizio lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro piccolo difetto stilistico di Barbi, anche se qua ci troviamo più nel campo del gusto soggettivo, è l’uso a volte troppo invasivo degli avverbi anche laddove sarebbero facilmente sostituibili da un più comune aggettivo, a cui si aggiunge il passaggio in alcuni capitoli dal “tu” al “voi” (e viceversa) nel modo di rivolgersi l’un l’altro di alcuni personaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Discorso a parte lo merita il tipo di narratore adottato da Barbi, il quale si presenta come espressione del mondo da lui stesso descritto: tra narratore e mondo narrato si percepisce una profonda affinità sociale e culturale (ovviamente impossibile da attuarsi con l’autore), sino a inglobare nella sua voce, ottica e linguaggio quelli che sono i pensieri dei singoli personaggi. Allo stesso tempo, però, il narratore è conscio che il suo destinatario non fa parte della realtà descritta, tanto da rendere necessarie alcune spiegazioni esterne alla narrazione vera e propria, sebbene in nessuna occasione egli si metta a dialogare apertamente con il lettore. Ci troviamo quindi di fronte a un narratore sì onnisciente, ma che talvolta oscilla tra impersonalità ed eccessiva vicinanza con la realtà descritta.</p>
<h3>Alla ricerca dell’errore perduto</h3>
<p style="text-align: justify;">Questo capitoletto sarà quanto più breve possibile, e non perché lo ritenga poco importante (tutt’altro!), quanto perché <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è un romanzo che dà veramente poco spazio a quelli che, nel linguaggio cinematografico, sono noti come “bloopers”, ovvero gli errori che, volenti o nolenti, affliggono qualsiasi opera.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, quando leggo un libro o guardo un film non è che mi metto lì con penna e taccuino a caccia di errori. Però, capita talvolta che tali magagne siano così pacchiane da non poter passare inosservate. Due sono le categorie di bloopers: da una parte abbiamo quelli innocui, ovvero che non intaccano, se non in maniera minima, la coerenza dell’opera (oggetti che svaniscono e ricompaiono all’improvviso, automobili che cambiano di modello da una scena all’altra ecc.); dall’altra abbiamo le vere e proprie incongruenze, errori così marcati da far crollare improvvisamente qualsiasi sospensione d’incredulità (il mostro immune al fuoco ma che muore a causa di un incendio, il protagonista a cui hanno sparato a una gamba ma che continua a saltare a destra e a manca neache fosse un circense ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna, <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> presenta soltanto due veri e propri bloopers (o almeno questi sono quelli che ho riscontrato io).</p>
<p style="text-align: justify;">Parto da quello meno grave. A pagina 302 Ghescik si lamenta dell’assenza di un coltello durante un frugale pasto. Peccato solo che a pagina 310, dove la presenza di una lama diventa fondamentale alla riuscita del piano del protagonista, ecco il narratore scrivere, sempre riferendosi a Ghescik:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">[...]Poi, in punta di piedi, scavalcò il capoccione di Nardo, prese il coltello che era appartenuto all’orbo e si allontanò tra i cespugli.[...]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ma allora questo coltello c’é o non c’é? Troppo comodo farlo spuntare fuori solo quando serve.</p>
<p style="text-align: justify;">Decisamente più grave l’ingenuità (perché così la reputo, più che un errore vero e proprio) commessa nel capitolo in cui boia di Giloc si libera dalla sua prigionia. Senza svelare troppo della trama, basti sapere che una delle guardie della prigione, pur di salvarsi dalla furia del mostro, decide di aprire una delle celle in cui sono rinchiusi i prigionieri umani e di barricarsi all’interno. Peccato per un particolare: le porte in acciaio delle prigioni non hanno la serratura nel lato interno, proprio al fine d’impedire ai carcerati di scassinarle. E questo non lo dice soltanto la realtà storiografica, ma lo fa intuire lo stesso Barbi a pag. 135, quando il criminale che era rinchiuso nella cella sopra citata racconta ai compagni quanto accaduto quella notte.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">[...]«ho udito come dei rumori di lotta. Sono scattato in piedi e sono andato alla porta. Ho appoggiato l&#8217;orecchio e mi sono messo a origliare.»[...]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se ci fosse stata una serratura anche sul lato interno della porta, perché appoggiare l&#8217;orecchio alla superficie metallica, quando sarebbe stato più semplice guardare attraverso la toppa? Questo secondo errore è decisamente più grave del primo, in quanto da tale (impossibile) azione dipende una serie di eventi che segneranno in maniera marcata il procedere della trama. Va comunque detto che questo è l’unico vero blooper di ambito tecnico che mi sia capitato di trovare in tutto il romanzo di Barbi e, per quanto grave, inficia solo in piccola parte il piacere generale provato nel leggere l’opera.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-146  aligncenter" title="talismano" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/talismano.jpg" alt="talismano" width="200" height="108" /></p>
<h3>Piccole case editrici crescono</h3>
<p style="text-align: justify;">Dedico queste ultime righe al “vestito” con cui il romanzo di Barbi si presenta ai suoi lettori.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima però una doverosa premessa. È opinione di molti che solo le grandi case editrici siano in grado di garantire un’ottima qualità dal punto di vista estetico e dei materiali nella realizzazione di un libro. Nulla di più falso. Fanucci, ad esempio, è un grande editore, che però se ne frega della qualità dell’oggetto-libro. Al contrario la Gargoyle, piccola casa editrice specializzata nel campo dell’Horror, offre sempre ai suoi lettori libri curatissimi in ogni particolare (escludendo solo le immagini di copertina, decisamente povere), con carta di primissima qualità e accompagnando le storie proposte con brevi saggi introduttivi, il tutto mantenendo dei prezzi davvero competitivi. Quindi l’equazione “grande editore = libro molto curato” è falsa, o quantomeno non applicabile a tutti i casi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, come già accennato a inizio recensione, <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è il primo romanzo edito da Campanila che il qui presente abbia mai letto. Mi è quindi impossibile fare un paragone tra questo libro e il resto della produzione della suddetta casa editrice. Posso solo giudicare il romanzo che ho tra le mani, e tale giudizio è ottimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Com’è giusto che sia, parto dalla copertina. Dico subito che Internet non rende grazie alla sua reale qualità artistica (ammetto che quando la vidi sullo schermo la considerai un fotomontaggio fatto male; nulla di più sbagliato). Oltretutto la custodia esterna è davvero solida. Il libro me lo sono fatto arrivare via corriere e nonostante fosse stato inserito in una scatolina di cartone pressoché priva d’imballaggio, la sovracopertina non ne ha minimamente risentito. Ottima anche la solidità della copertina rigida in cartone, anche se sul bordo mancano il titolo e il nome dell’autore (grave mancanza, visto che, qualora la sovra copertina si dovesse malauguratamente strappare, si è costretti a tenersi un libro privo di titolo esterno). Menzione speciale la merita invece la mappa stampata sui fogli di guardia, realizzata a mano da un’amica dell’autore. Ciò che rende davvero pregevole tale disegno, e per certi aspetti quasi inusuale, è la totale assenza di ritocchi al computer, caratteristica, questa, che rende la mappa ancora più realistica e concreta. Altro pregio è infine la presenza, una volta tanto, di un indice.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma a convincermi maggiormente riguardo la realizzazione tecnica di questo romanzo è stata la cura riposta nell’uniformazione grafica dei singoli capitoli. Infatti, quando vengono riportate le parole di un epitaffio, piuttosto che di un cartello o altro, il carattere tipografico cambia forma, adattandosi alla situazione. Un piccolo particolare, è vero, ma che denota il grande impegno riversato su tale libro da parte di Campanila, e questo è un dettaglio da non sottovalutare, soprattutto tenendo a mente che Barbi è un esordiente. Aggiungiamo il fatto che di errori di battitura ce ne sono davvero pochissimi (ho trovato meno di una decina di sviste) e il quadro è completo.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, non fosse per l’assenza del titolo e del nome dell’autore sul bordo esterno della copertina rigida, ci troveremmo di fronte al perfetto modello di come andrebbe realizzato un romanzo cartaceo. E brava Campanila!</p>
<h3>ConclusionI</h3>
<p style="text-align: justify;"><em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è un buon libro. Non un capolavoro, ma comunque uno dei migliori esordi nella narrativa fantastica italiana degli ultimi anni (soltanto <em>Pan</em> di Francesco Dimitri era stato capace di convincermi con altrettanta forza). Pregi principali di quest’opera sono l’ottima caratterizzazione dei personaggi e una trama solida, pur nella sua semplicità, il tutto condito da uno stile scorrevole, ma per nulla banale, per quanto il sottoscritto non abbia particolarmente amato alcune scelte come l’uso del presente nelle scene d’azione. Difetti veri e propri il libro non ne ha (fatta eccezione per l’ingenuità inerente la fuga del Mietitore); semmai delle debolezze, le quali dipendono almeno in parte dai gusti del lettore, come l’ambientazione, non molto originale, ma molto ben costruita nel suo realismo. Insomma, un libro che mi sento di consigliare caldamente, e non soltanto agli amanti del Fantasy. <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è la dimostrazione (e se ne sentiva davvero il bisogno) di come si possa scrivere anche in Italia un romanzo Fantasy esplicitamente rivolto a un pubblico adulto, privo di buonismi d’alcun tipo e soprattutto che non ponga l’accento sugli “effetti speciali” a scapito della trama.</p>
<h4 style="text-align: center;">INTERVISTA<br />
A FRANCESCO BARBI</h4>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-145 alignleft" title="francesco-barbi" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/francesco-barbi.jpg" alt="francesco-barbi" width="200" height="266" /><strong>Alessandro Canella: Cominciamo dalla più ovvia, ma anche doverosa delle domande: chi è Francesco Barbi?</strong><br />
Francesco Barbi: Per dare una qualche risposta, potrei fare un tentativo all’insegna della sintesi: Francesco Barbi è nato nel 1975 a Pisa, si è laureato in Scienze Fisiche, e insegna matematica e fisica nelle scuole superiori. Ha una figlia di un anno e mezzo che adora e il sogno, divenuto quasi un’esigenza, di riuscire a scrivere. Tanto. Per tutta la vita.<br />
Oppure potrei rispondere con un estratto (lievemente modificato) da un racconto a cui sto lavorando proprio in questo momento e che, sebbene contenga una descrizione fisica, forse la dice più lunga riguardo al sottoscritto:<br />
«Ho un volto “patibolare”. Almeno così lo descriveva mia madre, nella mia tarda adolescenza. Nonostante l’apparente accezione negativa che questo termine sembrava evocare, a me piaceva. Forse perché pensavo che nell’espressione patibolare fosse insita una certa peculiarità, un certo mistero. Sarà stato per la bocca, labbra carnose e denti grandi. O forse per il naso, che già all’epoca aveva cambiato le sue fattezze. Un’appendice di carne disossata che schiaccia il mio profilo. Gli occhi, piuttosto piccoli, marroni. Contornati dalle sopracciglia, e con quel loro taglio, riescono ad avere un’espressione profonda e penetrante, a quanto mi si dice.»</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: Le Terre di Confine da te immaginate sono un’ambientazione che definirei quasi storica, per via della loro verosimiglianza e vicinanza con quello che è stato l’Alto Medioevo europeo. Da dove è nata la decisione di non abbandonarsi a un’ambientazione troppo fantastica e quale ruolo ha per te la precisione storiografica?</strong><br />
FB: Sono sempre stato affascinato dalla storia Alto Medioevale, soprattutto dagli aspetti più cupi e grotteschi di quell’epoca. Mi considero piuttosto pignolo e attento ad aspetti quali coerenza e plausibilità, e dunque volevo una base solida per la costruzione delle Terre di Confine. Spinto dal bisogno di verosimiglianza, ricordo di aver letto o riletto numerosi saggi sul periodo medioevale. Agli inizi della stesura, ho addirittura pensato alla possibilità di cimentarmi in un romanzo storico.<br />
Ho poi deciso di scrivere un romanzo fantasy non solo per la personale predilezione per il genere, ma anche perché questa scelta mi garantiva più libertà: credo che al tempo il bisogno di coerenza, realismo e credibilità sarebbe potuto rivelarsi una difficoltà insormontabile nell’affrontare un romanzo propriamente storico.<br />
E in effetti, per non venir meno a certe mie esigenze, tendo spesso a cercare espedienti che mi facciano sentire più libero, meno vincolato. Anche la scelta di ambientare le vicende dell’acchiapparatti in terre di confine è stata probabilmente dettata da questo mio bisogno. Pur ricordando vividamente atmosfere medioevali, quei territori, coacervo di razze e culture diverse, mi hanno garantito quella libertà creativa di cui avevo bisogno nella scelta dei nomi, delle credenze e dei tessuti economici e sociali.<br />
L’acchiapparatti rimane comunque un libro low-fantasy, in cui compare fondamentalmente un unico elemento magico-fantastico, incarnato nella creatura ancestrale rinchiusa nelle prigioni di Giloc. Anche la stregoneria nelle Terre di Confine è ormai ridotta ad un eco dei tempi andati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: <em>L’acchiapparatti di Tilos</em>, caso quasi più unico che raro per quanto riguarda la narrativa fantastica, è un romanzo autoconclusivo. Sebbene infatti l’epilogo faccia immaginare un futuro per alcuni dei personaggi, la storia ha un inizio e un finale ben marcati, tanto che giunto all’ultima pagina non ho provato alcuna sensazione di vuoto. Quanto di questo finale così equilibrato si trovava già nel progetto iniziale e quanto invece è giunto solo in corso d’opera?</strong><br />
FB: Ho sofferto come un cane per “vedere” un finale soddisfacente. E assolutamente non ho saputo dove sarei andato a parare fino ai tre quarti della prima stesura. D’altra parte sono convinto che un libro dovrebbe sempre essere in qualche modo autoconclusivo e quindi sentivo il forte bisogno di un finale che fosse un finale.<br />
Ho scritto l’acchiapparatti “per situazioni”, almeno per ciò che riguarda le prime due parti, ovvero inventando e immaginando strada facendo ciò che sarebbe accaduto in seguito sulla base di quanto già narrato. Non avrei saputo fare altrimenti: l’essere vincolato ad una trama già delineata con precisione avrebbe messo a repentaglio l’intero progetto. Dunque avevo molte idee, note e appunti, ma soltanto una pittura molto vaga della struttura globale.<br />
Quando sono arrivato a metà del libro e sentivo di dover iniziare a tirare le fila per convergere verso il finale, ho rallentato il ritmo di scrittura, impaurito dal fatto che scegliere una strada a quel punto avrebbe implicato l’impossibilità di sceglierne altre. Ho iniziato a passeggiare e a ragionare. Ho dovuto superare varie crisi, tagliare alcuni capitoli, riscriverne altri, e rinunciare a numerose idee. Pensavo molto e scrivevo ben poco. Mi sono poi bloccato per diversi mesi, prima di riuscire a stendere l’ultima parte. Quando finalmente ho intravisto il finale, ho scritto la quarta parte spedito, con facilità e godimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: Leggendo <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> ho avuto la sensazione che Campanila credesse davvero nel tuo libro. Tutto, dal bassissimo numero di errori di battitura all’attenzione verso i più piccoli dettagli grafico-tipografici, dà l’idea di un progetto gestito con grandissima passione, cosa che spesso non si trova nei volumi di case editrici ben più blasonate. Magari tutto ciò è solo frutto della mia immaginazione, ma mi chiedevo come è stato il tuo rapporto con Campanila.</strong><br />
FB: Il mio rapporto con Campanila è stato molto “facile”. Senza dubbio la casa editrice ha creduto in me e nell’acchiapparatti. Mi hanno dato fiducia, hanno lasciato che decidessi pressoché tutto in merito al libro: dalla scelta dell’artista che avrebbe illustrato la copertina, alla duplice mappa delle “Terre di Confine”, dall’impaginazione alla grammatura delle pagine, superiore a quella preventivata. Anche l’editor, sebbene mi abbia affiancato nell’opera di revisione nel corso di molteplici riletture, non ha mai imposto il suo punto di vista e ha mostrato grande rispetto per le mie scelte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: Spesso si sente dire, in riferimento a ogni nuovo romanzo (non necessariamente Fantasy), che “l’importante è leggere”, come a voler dire che un brutto libro è meno nocivo di un libro non letto. Qual è il tuo pensiero al riguardo e come credi che possa (o debba) evolvere il Fantasy in Italia?</strong><br />
FB: Sì, leggere è senz’altro molto importante. Un brutto libro è meno nocivo di un libro non letto? Non saprei. Ad ogni modo leggere un brutto libro potrebbe implicare il non leggerne uno bello. E ci sono moltissimi bei libri al mondo: perché allora leggerne di brutti?<br />
A dir la verità, capita anche a me alle volte di leggere un brutto libro. Devo però dire che quando mi rendo conto di avere tra le mani un bel libro, la mia lettura si fa automaticamente più concentrata, attenta ai dettagli. Voglio pensare che i bei libri ti lascino sempre qualcosa in più rispetto agli altri e quindi abbiano un maggior peso. Forse, e lo spero ardentemente, ciò accade anche quando il lettore non ha una solida capacità critica.<br />
Per quanto concerne la seconda parte della domanda, non me la sento di affrontare un discorso così ampio. Mi limito a dire che, nel mio piccolo, ce la metto e ce la metterò tutta per dare un qualche contributo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: Credi che le scelte fatte negli ultimi anni si muovano nella direzione corretta per la crescita della narrativa fantastica italiana oltre che verso la domanda di tutte le fasce di lettori?</strong><br />
FB: Non credo di avere le competenze e le informazioni per rispondere alla domanda con cognizione di causa. Ad ogni modo non mi porrei il problema delle fasce di lettori: un libro può e dovrebbe essere un libro di qualità, qualsiasi sia il target. In tal senso, mi sembra di poter dire che le scelte nell’editoria del fantasy in Italia non siano unicamente dettate dalla volontà di una reale crescita, di un incremento nella qualità delle pubblicazioni&#8230; Operazioni commerciali ed economia la fanno da padrone&#8230; Un po’ come nella politica mondiale, o nella vita di molti di noi. Si tende a pensare al proprio orticello, all’immediato futuro, e non si riflette sulle questioni nel più largo respiro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: Francesco, tu hai 34 anni e, considerando che buona parte degli esordienti degli ultimi anni nel campo del Fantasy in Italia sono minorenni e comunque giovanissimi, si potrebbe scherzare dicendo che sei quasi un rudere. Ma, fuor di battuta, come interpreti il fenomeno del cosiddetto “Fantasy Baby Boom”?</strong><br />
FB: Sulla questione il mio punto di vista è chiaro. Posso comprendere le motivazioni economiche che spingono qualche casa editrice ad investire sui giovanissimi, ma una tale operazione mi intristisce. Sono convinto che un adolescente non possa scrivere, salvo rarissime eccezioni, un bel libro. Di nessun genere. Anzi, a maggior ragione nella narrativa per ragazzi, che spesso si rivolge a lettori alle prime armi e dunque maggiormente vulnerabili e soggetti all’influenza di un cattivo romanzo. Un adolescente è una persona non ancora matura e non nel pieno delle potenzialità, che ha vissuto, letto ed è “cresciuta”, nel senso più ampio del termine, poco: ritengo improbabile che possa scrivere un buon libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: E concludiamo con un’altra domanda tipica: quali sono i tuoi futuri progetti?</strong><br />
FB: Al momento sono appena riuscito a riprendere a scrivere. Sono nell’ennesima, e spero stavolta ultima, fase di revisione di un libro di racconti di fantascienza distopica dal titolo Marchi indelebili. Si tratta di una serie di storie che si intrecciano quasi impercettibilmente, ambientate in un futuro tetro e apocalittico, dominato dal totalitarismo e dall’alienazione. La società, protagonista di questa raccolta, che viene rappresentata ricorda alcune opere di Orwell, Huxley, Bradbury, ma naturalmente essa è immaginata da un individuo immerso nelle problematiche del ventunesimo secolo.<br />
Una volta completato il libro di racconti, penso che mi dedicherò anima e corpo alla stesura del seguito dell’acchiapparatti. Ho un gran desiderio e molte idee, note e spunti che mi attendono su una mezza dozzina di quadernetti.</p>


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		<title>Recensione: Arthur e lo stregone nero</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jan 2009 20:40:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Tassitano]]></category>
		<category><![CDATA[Fanucci]]></category>

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		<description><![CDATA[TITOLO: Arthur e lo stregone nero AUTORE: Claudio Tassitano GENERE: Fantasy ANNO: 2008 CASA EDITRICE: Fanucci PREZZO: 15€ PAGINE: 374 ETA’ CONSIGLIATA: 10-14 anni Alcuni mesi fa promisi a Claudio di dare un mio parere sul suo romanzo d’esordio. Seppur con largo ritardo sui tempi previsti, eccomi qua. Come sempre, vale la regola secondo cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/CopArthur_small.jpg" rel="lightbox"><img class="alignleft size-medium wp-image-1320" title="CopArthur_small" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/CopArthur_small-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>TITOLO: Arthur e lo stregone nero</p>
<p>AUTORE: Claudio Tassitano</p>
<p>GENERE: Fantasy</p>
<p>ANNO: 2008</p>
<p>CASA EDITRICE: Fanucci</p>
<p>PREZZO: 15€</p>
<p>PAGINE: 374</p>
<p>ETA’ CONSIGLIATA: 10-14 anni</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni mesi fa promisi a Claudio di dare un mio parere sul suo romanzo d’esordio. Seppur con largo ritardo sui tempi previsti, eccomi qua. Come sempre, vale la regola secondo cui su questo sito romanzi, fumetti, anime e film recensiti non ricevono alcuna votazione numerica o simbolica, poiché le considero fuorvianti. Detto questo, partiamo.</p>
<h3>Prime Considerazioni</h3>
<p style="text-align: justify;">Subito una precisazione d’obbligo: <em>Arthur e lo stregone nero</em> è un romanzo per bambini; e non si commetta l’errore di vedere in questa mia prima affermazione un giudizio di qualità. Nel leggerlo ho quindi cercato di rievocare il ragazzino di dieci/dodici anni lasciato alle spalle da parecchio tempo. Infatti, quando ci si trova di fronte a un’opera non rivolta alla categoria di cui si fa parte, sarebbe un errore, a mio avviso, giudicare quel lavoro esclusivamente con i propri criteri. Bisogna invece riuscire a comprendere qual è il lettore ideale che l’autore aveva in mente durante l’atto creativo e ad esso immedesimarsi, altrimenti s’incorrerebbe nello stesso sbaglio di chi, da appassionato di thriller, si legge un romanzo rosa e lo critica per l’assenza di un serial killer nella trama.</p>
<p style="text-align: center;">(per dovere di cronaca, Tassitano, in varie interviste rintracciabili senza troppa difficoltà sulla rete sostiene che il suo romanzo possa presentare chiavi di lettura rivolte anche a lettori adulti, ma reputo tale frase dettata soprattutto dalle ormai note regole di mercato più che da una reale convinzione&#8230; e se così non fosse, ci sarebbe da preoccuparsi)</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, quando circa tre mesi fa acquistai <em>Arthur e lo stregone nero</em> e cominciai a leggerlo, lasciai in disparte tutto il mio attuale amore per i mondi assurdi alla Mieville o la complessità delle trame alla Jordan. E la prima impressione fu moderatamente positiva. In una discussione su Fantasy Magazine (<a href="http://www.fantasymagazine.it/notizie/9419/il-fantasy-secondo-claudio-tassitano/" target="_blank">QUESTA</a>) definii il romanzo di Tassitano “umile” (riferendomi alle iniziali cinquanta pagine circa lette sino a quel momento). Nonostante infatti alcuni difetti che già allora segnalai e sui quali ritornerò, <em>Arthur e lo stregone nero</em> era ed è un romanzo che non finge di essere qualcosa di diverso da quello che è. Già dalla copertina s’intuisce il tipo di destinatario del libro, concetto ribadito dalla scritta “romanzo per ragazzi” sul retro, per quanto “ragazzi” sia un termine usato spesso in maniera troppo generica (sono lontani i tempi in cui sui libri veniva indicata l’età di riferimento). Nulla di male, quindi, se la trama non brilla per complessità. In fondo libri di questo tipo hanno (avrebbero?) lo scopo d’introdurre il giovane lettore nel mondo della narrativa fantastica, di fare da primo gradino per invogliarlo a continuare con questo genere, augurandosi sempre che ad ogni passo coincida un maturamento nei temi e nello stile (detto sinceramente, i quarantenni che giudicano i romanzi di Troisi &amp; Company delle perle di letteratura mi fanno dubitare alquanto del loro giudizio critico, ma tant’è). (ATTENZIONE: PER EVITARE STUPIDE POLEMICHE, SOTTOLINEO CHE CON L’ULTIMA FRASE NON MI RIFERISCO A QUELLI A CUI SEMPLICEMENTE NIHAL, LIANNEN E COMPAGNIA BELLA PIACCIONO, MA SOLO A CHI CONSIDERA TALI LIBRI DEI CAPOLAVORI)</p>
<p style="text-align: justify;">Ma attenzione a non confondere “semplicità” con “banalità”. I romanzi per bambini di Roald Dahl sono dei veri e propri omaggi alla semplicità, opere le cui basi sono riassumibili in due o tre righe al massimo, eppure buona parte di essi non sono per nulla banali. La domanda da porsi è quindi questa: sarà riuscito Tassitano a tessere una trama semplice, così da rapire il suo potenziale pubblico senza spaventarlo, e di rifuggire dai tanti, troppi luoghi comuni che purtroppo attanagliano la narrativa fantastica (italiana e non) degli ultimi anni?</p>
<h3>Citazionismo e stereotipi</h3>
<p style="text-align: justify;">La trama di <em>Arthur e lo stregone nero</em> racconta di quattro ragazzini desiderosi di entrare nella prestigiosa Accademia della città di La Cienega, così da poter diventare soldati dell’Armata Repubblicana <em>(no, Christopher, nessuno sta cercando di scopiazzare da Guerre Stellari; quello è ancora affar tuo; torna pure a dormire)</em>. I nomi di costoro sono Arthur (non l’avreste mai detto, eh?), Hugo (gemello del primo), Roddy e Sarah. Tuttavia, durante un pomeriggio di giochi i quattro s’imbattono in uno stregone oscuro, tale Suleymane (che nella mia testa ha le fattezze di un disk jockey brianzolo che mentre mixa i dischi urla “Su lei man! Su lei man!”), il quale riesce a soggiogare la mente di Hugo. Perse le tracce del fratello, Arthur parte per La Cienega con i suoi amici, ma proprio all’Accademia rincontrerà Hugo e Suleymane. Seguono peripezie volte a svelare il solito piano per “konqvizta di monto” o quasi, grazie anche all’aiuto del mago buono Wendell.</p>
<p style="text-align: justify;">D’accordo, non sono proprio tre frasi, ma di certo non siamo di fronte a chissà quale complessità di trama. E poi, ripeto, tale semplicità non è necessariamente un problema. Quelli (purtroppo) sono altrove.</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo dalla questione “citazioni”. Quando si scrive un romanzo, soprattutto se si è un esordiente, è naturale voler rendere noti ai propri lettori quali sono stati gli scrittori dalla maggiore influenza. È però questo un territorio pericoloso. Se la citazione è infatti troppo marcata rischia di tramutarsi in plagio <em>(Christopher, smettila di disturbare il signor Lucas!)</em>. Tuttavia, per parlare di plagio occorre che la citazione sia pressoché univoca e soprattutto che sia di ampie dimensioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è questo il caso di <em>Arthur e lo stregone nero</em>, anche se le citazioni non mancano, a partire dal primo capitolo che, in maniera analoga al romanzo d’esordio di Chiara Strazzulla, <em>Gli eroi del crepuscolo</em>, è pressoché interamente dedicato a Tolkien. Tolto il fatto che questo dover a tutti i costi manifestare il proprio amore verso uno dei fondatori del Fantasy moderno comincia a diventare così scontato da apparire inutile, il problema qui è come la citazione viene gestita. Sul forum di FM, all’interno della discussione sopra indicata, la definii una citazione a prova d’idiota, e continuo a pensarlo. È infatti così palese e marcata da apparire anche un po’ irritante. È un po’ come quando si va a vedere un film giallo con gli amici e capisci l’identità dell’assassino dopo i primi cinque minuti. Tu vorresti alzarti ed uscire dalla sala, ma la compagnia degli altri te lo impedisce e rimani seduto a sorbirti la trama.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, un passaggio tanto marcato, visto il pubblico di riferimento, potrebbe anche starci, sebbene io la reputi sin troppo esplicita persino per un dodicenne. Altre citazioni vengono poi da ambiti più ludici, come la moneta di Empyrea, il Gil, ben nota ai giocatori di Final Fantasy. Ma cosa succede quando le citazioni si fanno più ardue nella loro lettura? Eh, già, perché alcune citazioni di Tassitano sono così sottili da passare quasi inosservate. L’apice l’ho trovato a pagina 296, nel seguente passaggio:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il posto d’onore era riservato a un bassorilievo dall’aria molto antica. Raffigurava una ragazza con indosso una tunica, che nell’atto di camminare poggiava le dita del piede in un modo particolare.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Sfido qualsiasi ragazzino a capire da quale opera è stata tratta tale descrizione. Ma non solo: sfido anche un adulto di media cultura a capirlo! Per la cronaca questo passaggio trae ispirazione dalla novella di Wilhelm Jensen <em>Gradiva</em> (o eventualmente da Freud, il quale tratta di tale opera in più di un suo lavoro, tra cui <em>Il delirio e i sogni nella Gradiva di Wilhelm Jensen</em>, <em>L’interpretazione dei sogni</em> e anche <em>Il motto di spirito</em>, se la memoria non m’inganna).<br />
A questo punto mi sovviene una domanda: qual è il senso d’introdurre all’interno di un romanzo rivolto a un pubblico di giovanissimi citazioni che passeranno del tutto inosservate? Due le opzioni:</p>
<p style="text-align: justify;">OPZIONE CATTIVA: Tassitano sperava di far passare per farina del suo sacco idee in verità non sue. Personalmente ritengo questa opzione a dir poco assurda. Sebbene non conosca personalmente Claudio, dalle e-mail scambiate e da quanto letto sul suo blog o in giro per FM mi è parso una persona abbastanza intelligente da evitare simili cadute. Senza contare due particolari non indifferenti: alla Fanucci non sono dei cretini (anche se alle volte sembrerebbe, vedasi il capitoletto “Ucci ucci sento odor di Fanucci”) e non lascerebbero nel romanzo di un loro esordiente dei passaggi plagiati, a meno di considerarli delle citazioni; e soprattutto lo stesso Tassitano cita Jensen e Freud nella discussione su FM di cui sopra.</p>
<p style="text-align: justify;">OPZIONE BUONA: Tassitano ha semplicemente voluto inserire sotto forma di citazione tutte o quasi le opere che maggiormente lo hanno influenzato, sia a livello letterario che culturale, senza però tenere a mente il fatto che tali passaggi sarebbero stati colti soltanto da lui medesimo (fatta eccezione per i lettori più navigati, i quali però non rientrano nel campo di riferimento del volume e come tali non valgono). Insomma, avrebbe creato un romanzo per bambini, senza però pensare ai bambini (almeno in riferimento a questo aspetto dell’opera).</p>
<p style="text-align: justify;">A prescindere dalla risposta, resta il fatto che tali citazioni, per via della loro abbondanza e dal loro scarso legame con la trama (è l’esempio fatto sopra è lampante da questo punto di vista, visto che si tratta di tre righe che potevano benissimo essere omesse), rallentano e non di poco il ritmo. Per essere schietto: a me delle letture di un autore qualsiasi interessa relativamente poco; a me interessa leggere la storia. Quindi, o si creano citazione sapientemente fuse con la trama (vedi quella inerente i Gil) oppure è meglio lasciarle perdere, in quanto i loro effetti sarebbero più deleteri che altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Fortuna vuole che un romanzo non può basarsi interamente sulle citazioni, a meno di voler essere un plagio <em>(Christopher, abbassa il volume dello stereo oppure vengo lì e ti do quattro manrovesci!)</em>. Ma un altro pericolo è sempre in agguato: lo stereotipo. Non c’è nulla di peggio per un lettore che leggere qualcosa che sa di già sentito. Non mi riferisco solo alla trama, quanto alla struttura in generale, a partire dai personaggi.<br />
Nel riassunto di cui sopra sono stati introdotti quelli che sono i personaggi principali. Vediamoli brevemente.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>ARTHUR</strong></span><br />
Si tratta del protagonista assoluto, il classico ragazzo di bell’aspetto un po’ sciocco (specialmente con le ragazze), ma che fa da traino all’intero gruppo. Come da tradizione le sue origini sono solo all’apparenza umili. Altro? Purtroppo no. La caratterizzazione del personaggio si limita a queste poche righe, anche perché di crescita psicologica o ambiguità non se ne parla proprio. Arthur agisce nel segno del bene perché sì.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>SARAH</strong></span><br />
Avete in mente la Hermione della Rowling? Ecco, toglietele solo l’aria da spocchiosa prima della classe e avrete Sarah. Anche qui, come da tradizione, la bella ragazzina è cotta dell’altrettanto bel protagonista, cosa che anche il lettore più cerebroleso è in grado di capire dopo le prime venti righe, ma non aspettatevi limonate prima delle ultime venti pagine. Perché? Perché sì!</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>RODDY</strong></span><br />
A Roddy ho deciso di dedicare un capitolo a parte. Per il momento vi basti sapere che è il classico ragazzo obeso, tonto e fifone. Crescita psicologica del personaggio? Naaaaa&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">HUGO</span></strong><br />
Prendete Arthur e invertitene i valori (bellezza a parte, ma dopotutto sono gemelli). Se il primo è buono perché sì, il secondo è (diventa?) cattivo perché sì (in verità nelle ultime pagine viene dato un minimo di spiegazione al riguardo, ma è talmente ingenua di risultare ridicola, una sorta di equivalente di “se da piccolo hai rubato un Euro al papà, da grande sei destinato a diventare un terrorista”).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">SULEYMANE</span></strong><br />
Mago cattivo perché sì.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>WENDELL</strong></span><br />
Mago buono perché sì.</p>
<p style="text-align: justify;">E i personaggi di contorno? Almeno quelli saranno un briciolo originali, vero? Dunque, durante le loro peregrinazioni i nostri baldi eroi incontreranno: una vecchietta sorda che capisce sempre Roma per toma, un sindaco a cui piace parlare in maniera a dir poco sgrammaticata e la cui unica preoccupazione è non far innervosire le alte sfere, generali dell’esercito il cui unico obbiettivo è il potere, un padrone di locanda dai modi burberi ma gentili, un professore dall’aria impacciata, ma che nasconde un oscuro passato&#8230; Insomma, nulla di nuovo. A peggiorare la situazione c’è il fatto che nessuno di questi personaggi mostra un minimo di spessore. Volendo usare un’espressione non mia: sono profondi come una pozzanghera.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/toniwa0.jpg" rel="lightbox"><img class="size-medium wp-image-1321  aligncenter" title="toniwa0" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/toniwa0-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" /></a></p>
<div class="mceTemp mceIEcenter">
<dt class="wp-caption-dt" style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/toniwa0.jpg"></a></dt>
</div>
<p style="text-align: center;"><em>Ormai ho capito: se vuoi essere pubblicato in Italia NON devi essere originale. Ecco quindi una foto del protagonista del mio prossimo romanzo.</em></p>
<h3>Deus ex roddy</h3>
<p style="text-align: justify;">Dunque, facciamo il punto della situazione&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo detto che uno scrittore (esordiente o meno) dovrebbe evitare citazioni troppo esplicite, sia per il rischio plagio (qui scongiurato) sia per il rischio di rallentare la narrazione (non scongiurato), così come abbiamo detto che sarebbero da evitare pure gli stereotipi, specialmente a livello di personaggi, essendo loro il motore della storia (e pure qua il suddetto libro casca e si fa male). Ma esiste una terza bestia nera che ogni scrittore dovrebbe evitare, forse la peggiore: il deus ex machina.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, leggendo <em>Arthur e lo stregone nero</em> mi è capitato qualcosa che, lo ammetto, non mi era mai capitato prima. Per la prima volta nella mia vita mi sono trovato a sfogliare un romanzo dove a dettare i deus ex machina non è il narratore (non in maniera diretta, almeno), bensì un personaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Diciamoci la verità: quante volte ci siamo incazzati per le botte di culo risolutrici dei romanzi? Quante volte abbiamo letto di compagnie di avventurieri circondate da mille miliardi di nemici e che vengono aiutate dal provvidenziale arrivo dei rinforzi al momento più opportuno (arrivo, ovviamente, privo di spiegazione)? Bene, Tassitano ha trovato la soluzione!</p>
<p style="text-align: center;"><em>(Okamis lancia i dadi e aumenta il suo livello di sarcasmo di +4)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Invece di creare botte di culo per così dire “divine” (nel senso di dettate in maniera spudorata dal narratore) ha creato un personaggio che è un deus ex machina vivente: Roddy! Il nostro bel barilotto infatti a un certo punto della trama cadrà (così come i suoi amici) in una misteriosa sostanza, ottenendo il potere “Bottadiculo”. Roddy si trova su di un tetto e le tegole cedono facendolo cadere? Nessun problema, perché tanto subito sotto c’è una trave delle sue esatte dimensioni! Roddy non sa le risposte al test di ammissione all’Accademia? Nessun problema, basta che le tiri a caso e le azzecca tutte! I nostri eroi perdono tutti i soldi al casinò? Nessun problema, tanto Roddy sbanca la cassa in una versione fantasy del black jack. I nostri eroi si trovano in un vicolo cieco con i nemici alle calcagna? Nessun problema, perché grazie alla presenza di Roddy dietro a dei cespugli (da lui tolti) spunta fuori un cunicolo!</p>
<p style="text-align: justify;">Ma tutto ciò è geniale! È la soluzione alla mancanza d’ingegno di qualsiasi scrittore! È il Valalla delle vie di fuga! È&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Ok, torniamo seri e diciamo le cose come stanno: Roddy è il personaggio più irritante che mi sia mai capitato di trovare in un libro! Che senso ha creare un personaggio che vince sempre? È come giocare a un videogame con attivato il God Mode, è come vincere un appalto grazie alle proprie “amicizie”, è come diventare dirigente di Mondadori solo perché di cognome si fa Berlusconi, è&#8230; CAZZO, È IMBROGLIARE!</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema qua non è tanto l’aver creato un personaggio vincente “sempre e comunque”, quanto l’assenza di una vera spiegazione. Compito di uno scrittore, in questi casi, è infatti quello di motivare il perché di tali eventi. Invece Tassitano non motiva nulla, ma si limita a giustificare le capacità acquisite dai suoi personaggi. Perché infatti Roddy acquisisce il potere Bottadiculo e non quello di diventare invisibile? Perché se tutti e tre i protagonisti cadono nella stessa sostanza, ognuno sviluppa un potere diverso? Per una questione di genetica? Potrebbe, ma tale supposizione la faccio io lettore, mentre il narratore fa lo gnorri e non mi dice nulla al riguardo. La scena della “sostanza misteriosa” rientra quindi nel campo delle giustificazione e non delle motivazioni. Ergo, ci troviamo di fronte ad una sorta di gigantesco deus ex machina che detta le azioni dell’intero romanzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, leggendo i passaggi in cui compariva Roddy mi sono sentito profondamente preso per il culo dall’autore. Non che gli altri due protagonisti non riescano ad utilizzare i loro poteri sempre nei momenti più opportuni (solo Sarah sembrerebbe essere in grado di dominare le sue nuove capacità), ma nel caso di Roddy la questione si fa decisamente più marcata, tanto che si ha l’impressione che tale personaggio sia stato creato soltanto per togliere sempre d’impiccio Arthur e Sarah dalle situazioni più difficili. E qualcosa mi dice che di tale “problemuccio” se ne sia reso conto pure l’autore, visto che nel finale di romanzo Roddy non è in scena.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/deusexmachina.jpg" rel="lightbox"><img class="size-medium wp-image-1322  aligncenter" title="deusexmachina" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/deusexmachina-297x300.jpg" alt="" width="297" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em> Il deus ex machina ai tempi del teatro antico</em></p>
<h3>Pancia mia fatti capanna</h3>
<p style="text-align: justify;">Come soleva ripetere un mio professore di Letteratura Italiana Contemporanea, i personaggi dei romanzi sono gente strana: non vanno quasi mai in bagno, mangiano pochissimo, non sanno praticamente cosa voglia dire dormire, ma soprattutto nascono in pochi e muoiono in tanti. Tutto ciò ha una ragione logica: leggere un libro dove ogni dieci pagine i personaggi “danno sfogo ai propri bisogni corporali”, si fanno uno spuntino o una pennichella pomeridiana sarebbe quanto di più noioso la razza umana potrebbe concepire. Tuttavia è anche vero che scrivere un libro dove i personaggi non mangiano e non bevono mai farebbe cadere la sospensione d’incredulità. Come ovviare a tale problema? Semplice: con dei semplici passaggi di scena. Per fare un esempio, se in un romanzo è descritta una serie di azioni avvenute al mattino e la scena successiva è ambientata nel pomeriggio, viene logico supporre che in quel lasso di tempo il personaggio si sia ristorato e sia andato al bagno. Ciò, ovviamente, non significa che siano da evitare scene di pranzi e cene; solo che è bene sfruttarle con la dovuta perizia e a patto che abbiano uno scopo non solo decorativo, ma anche narrativo (un ottimo esempio è la scena dell’arrivo dei nani all’inizio de <em>Lo hobbit</em> di J. R. R. Tolkien).</p>
<p style="text-align: justify;">Peccato solo che questo stratagemma non venga quasi mai adottato nel romanzo di Tassitano. Non solo sappiamo sempre quando i personaggi vanno a letto, ma soprattutto quasi ogni volta che devono mangiare parte un lungo elenco delle prelibatezze servite. Infatti, nonostante i protagonisti siano di umili origini, ogni volta che si siedono a tavola divorano quantità (e qualità) di cibo da far invidia a un principe. Per colazione si rimpinzano di «schiacciatine, una delizia a base di sfoglia, burro fresco e miele di Melantha», strudel, biscotti, torte al limone, cioccolate calde e latte; per pranzo o cena si passa poi a pollo arrosto, patate fritte al rosmarino, panini imbottiti, ravanelli, acciughe, gelatina di fave, idromele&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa assurda è che per tutto il romanzo non viene spiegato come sia possibile una tale ricchezza di cibarie. Prendiamo la famiglia di Arthur: la madre non si sa che faccia in casa durante il giorno tranne cucinare e fare le pulizie, il padre sarebbe in effetti un agricoltore (o almeno così fa credere), ma per tutto il romanzo non è mai una volta nei campi, impegnato invece a difendere di nascosto la quiete del villaggio, e lo stesso Arthur o va a scuola (l’analfabetismo non esiste a Empyrea) o a giocare con gli amici. Arrivati a questo punto ci si chiede: ma come diamine fanno a permettersi tutto sto bendiddio? Forse che a Empyrea il cibo piove dal cielo? Come sempre in questi casi, la risposta latita.</p>
<h3>Stile e ritmo</h3>
<p style="text-align: justify;">Sebbene <em>Arthur e lo stregone nero</em> sia un romanzo di semplice lettura e leggero nei contenuti, mi viene difficile definire lo stile di Tassitano come buono. Alcuni problemi sono già stati evidenziati, a partire dalle continue interruzioni alla trama causate da descrizioni culinarie o citazioni troppo invasive. In verità, però, è l’intero ritmo dato al volume a risultare disomogeneo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nello specifico, dopo una prima parte di circa un centinaio di pagine caratterizzata dalla pressoché totale assenza di punti morti (abbuffate e prologo a parte), seguono infatti la bellezza di quasi duecento pagine di quasi assoluto nulla. Fatta infatti eccezione per le scene dell’incontro con Cicada (personaggio che comunque, all’interno della trama, ha l’utilità di un peperoncino nel deserto), dell’ammissione all’accademia e del viaggio a Yedet, durante tutte queste pagine il romanzo non fa altro che girare attorno a se stesso, continuando a ripetere i soliti concetti (riassumibili in “quanta paura fa Suleymane” e “quanto stronzo è diventato Hugo”). Numerosi sono infatti i capitoli privi di qualsiasi utilità (primo fra tutti quello ambientato nella casa stregata, il quale, tra l’altro, si risolve con il più becero dei deus ex machina) o dalle descrizioni sempre uguali a se stesse.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, a cinquanta pagine dalla fine, l’autore sembra essersi ricordato di avere una storia da portare avanti ed ecco che succede di tutto di più: fughe “rocambolesche” (dove grazie alla presenza di Roddy il livello di tensione è sotto zero), rivelazioni alla “Luke, sono tuo padre” oltre a uno dei finali più stiracchiati che mi sia mai capitato di leggere (una sorta di riassunto del riassunto del riassunto di un riassunto).</p>
<p style="text-align: justify;">Viene da chiedersi di fronte a una simile struttura narrativa se l’autore si sia mai creato una scaletta degli eventi vista la totale disarmonia tra le sezioni. Abbiamo infatti un’introduzione decisamente ispirata (almeno nel ritmo), una parte centrale dalla lentezza snervante e un finale raffazzonato, quasi che sia stato scritto in fretta e furia.</p>
<p style="text-align: justify;">A conferma di questo dubbio ci sono alcune incongruenze nella trama. Ad esempio, a pagina 75 Dorothea, madre di Arthur e Hugo, accenna a un sogno fatto dal primo dei due figli. Peccato che proprio Arthur non ne abbia mai parlato alla madre! Per non parlare del fatto che l’Accademia sembra essere priva di militari adulti al suo interno, tanto che i protagonisti si aggirano di giorno e notte tra le sue mura senza che nessuno li becchi mai (solo in paio di occasioni sono costretti a nascondersi, e ovviamente in entrambi i casi le guardie si mettono a parlare a voce alta rivelando ai protagonisti tutte le informazioni di cui questi hanno bisogno).<br />
E potevamo forse farci mancare qualche bella incoerenza dal punto di vista delle relazioni fra personaggi? Certo che no. Ecco allora a pagina 267 un luogotenente porre una domanda ai tre protagonisti:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Bella, vero?» sentirono Zebulon chiedere alle loro spalle, con voce ironica.<br />
Arthur fissò il volto marmoreo di Navarro e vide che anche questa volta lo scultore aveva catturato perfettamente l’essenza della persona: lo sguardo magnetico e il sorriso inquietante del generale erano lì, impressi nella pietra. Gli operai si avvicinarono e cominciarono a imbracare la statua con delle spesse funi, per trascinarla nella sua nuova sede. Arthur fece un cenno a Roddy e Sarah; senza rispondere alla domanda del luogotenente, si voltarono e ripresero il loro cammino.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Cosa? Si voltano e se ne vanno come se nulla fosse? Diamine, ma se davvero ci trovassimo in una società militarizzata come quella descritta da Tassitano, di fronte a un simile comportamento i tre sarebbero stati presi a frustate, come minimo. Invece qua non succede nulla! Cazzo, datemi un biglietto per Empyrea che ci vado subito!</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche giorno fa, giusto per vedere se le mie impressioni su Arthur e lo stregone nero fossero frutto o meno di allucinazioni del qui presente, ho fatto un giro su internet alla ricerca di altrui recensioni. Su di un blog ho letto una lode alla “coerenza” del romanzo di Tassitano. Coerenza? Ma dove sta la coerenza in simili passaggi “troisiani”? Io sinceramente non la trovo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">A peggiorare il tutto ci sono anche alcune scelte lessicali a dir poco infelici (tra cui espressioni gergali del tipo “come butta?”). Tra queste, le peggiori però risiedono nell’uso degli avverbi. Stephen King in <em>On writing</em> ripete più e più volte quanto sia pericoloso l’uso degli avverbi (riferendosi, nello specifico, a quelli terminanti per “–ly”, equivalenti ai nostri avverbi in “–mente”), in quanto la loro presenza rallenta il ritmo di lettura, oltre ad avere una musicalità non proprio eccelsa (il che è vero anche per l’italiano). Ovvio, con ciò lo scrittore americano non intende affermare che gli avverbi siano da bandire, ma solo di limitarne l’uso ai casi strettamente necessari.</p>
<p style="text-align: justify;">Così non accade in <em>Arthur e lo stregone nero</em>. Non solo gli avverbi in “–mente” sono numerosissimi, ma spesso e volentieri usati anche al posto degli aggettivi. Un paio di esempi:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">[…] rispose lei, enigmaticamente. […] (pag. 85)<br />
[…] concluse Tyllander, sibillinamente. […] (pag. 134)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Esiste poi anche un altro grave errore dal punto di vista lessicale, ma su questo ci tornerò nel prossimo capitolo.</p>
<h3 style="text-align: left;">Una nota che poteva essere positiva: l&#8217;ambientazione</h3>
<p style="text-align: justify;">Per una volta tanto un romanzo Fantasy non è ambientato nel classico mondo alieno popolato però dalle solite razze (elfi, nani, folletti ecc.). Infatti, dopo pochi capitoli, il lettore scoprirà che il mondo di Empyrea altri non è che la Terra di un lontano futuro, tornata a uno stato medievale in seguito a una non meglio precisata catastrofe. L’idea, intendiamoci, non è certo rivoluzionaria (ci aveva già pensato Terry Brooks, il quale è tutto tranne che uno scrittore dalla grande originalità), ma fa comunque piacere vedere uno scrittore italiano scostarsi un po’ dai suoi colleghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovvio che una simile ambientazione necessita di parecchie cure da parte dell’autore al fine di renderla quanto più viva possibile. Purtroppo anche in questo caso i risultati non sono proprio esaltanti. Tassitano, quando si tratta di creare un legame tra la nostra Terra e quella del suo futuro, si limita al classico giochetto del personaggio che vede un oggetto per noi comune (un automobile, un megafono ecc.) e ne rimane meravigliato. Peccato che a non rimanerne meravigliato è proprio il lettore. Certo, all’inizio questa idea può risultare divertente, ma già alla terza occasione in cui all’oggetto (per noi) più comune del mondo vengono dedicate dieci righe di descrizione la noia comincia a prendere il sopravvento.</p>
<p style="text-align: justify;">E le descrizioni culturali, sociali, storiche, politiche? Ovvio: del tutto assenti. Non avrei mai creduto di poterlo dire, ma ho trovato una “fantastoria” più complessa nei romanzi della Troisi, il che è dire tutto.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/TN-The_Great_Tree_at_Caras_Galadhon.jpg" rel="lightbox"><img class="size-medium wp-image-1323  aligncenter" title="TN-The_Great_Tree_at_Caras_Galadhon" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/TN-The_Great_Tree_at_Caras_Galadhon-256x300.jpg" alt="" width="256" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em> Ecco invece l&#8217;ambientazione del mio prossimo romanzo. Non la trovate così elficamente elfica? ^_^</em></p>
<p style="text-align: justify;">Oltre all’aspetto tecnologico, ce n’è però un altro che merita attenzione, ed è quello linguistico. Sempre nel mondo immaginato da Tassitano, le attuali lingue sembrano essere scomparse, sostituite da un nuovo idioma. Nello specifico, l’Inglese non esiste più (sorvoliamo pure sul fatto che la lingua più parlata e conosciuta al mondo abbia fatto la fine dei dinosauri), tanto da venire indicato come “Lingua Antica”. A far intuire ciò, ci sono alcune scene, come quella in cui i protagonisti si trovano di fronte a un’automobile (una Hummer) e non sono in grado (tranne Sarah) di leggerne il nome. Peccato che alcuni capitoli più avanti i termini di matrice inglese fiocchino come funghi in Autunno nella lingua parlata su Empyrea. Ecco allora un’azienda chiamarsi “Tyllander Inc.” e un casinò “Azureland”, popolato da procaci “hostess” e dove gli imbonitori parlano francese (che il francese, parlato da meno di un decimo di persone rispetto l’inglese, sia sopravvissuto?).</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno, di fronte a simili errori, magari chiuderà un occhio, indicandole come semplici sviste. A mio avviso, invece, tali magagne (a cui se ne sommano altre, oltre a quelle da me indicate) sono così vistose da annullare di fatto qualsiasi sospensione d’incredulità. E come sempre, la domanda è: ma gli editor esistono oppure sono ormai assimilabili a figure mitiche come centauri e gnomi?</p>
<h3>Ucci ucci, sento odor di Fanucci</h3>
<p style="text-align: justify;">Dedico quest’ultimo capitolo all’editore del romanzo qui trattato.</p>
<p style="text-align: justify;">Fanucci è senz’altro, assieme a Nord, il più importante editore italiano nel campo della narrativa fantastica e fantasy in particolare. All’interno del suo catalogo sono presenti nomi di primissimo livello del panorama internazionale come China Mieville, Robert Jordan, Philip K. Dick, Michael Moorckock, Richard Matheson, Marion Zimmer Bradley, Harry Turtledove, David Gemmel, Terry Goodkind, Neil Gaiman, Steve Erickson e moltissimi altri. Molti direttori editoriali si farebbero stuprare le figlie per avere anche solo un paio di questi autori tra le proprie fila.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se il nome “Fanucci” è noto tra i lettori italiani, ciò non è dovuto esclusivamente al suo catalogo, quanto anche per una questione decisamente meno nobile: la scarsa cura riposta nell’oggetto-libro. Partiamo dalla considerazione che spesso e volentieri i volumi editi da Fanucci sono assemblati con materiali di scarsa qualità. L’esempio più recente e assurdo è senz’altro <em>Il cuore dell’Inverno</em>, ultimo romanzo di Robert Jordan tra quelli tradotti in Italia. Il libro in questione (venduto per la modica cifra di 25 – dico 25! – Euro) non solo è una versione priva di copertina rigida, ma soprattutto le pagine paiono essere state tagliate con una motosega e incollate fra loro con la Coccoina.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/2848075706_e29fb1237c.jpg" rel="lightbox"><img class="size-medium wp-image-1324  aligncenter" title="2848075706_e29fb1237c" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/2848075706_e29fb1237c-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em> Uno degli addetti alla rilegatura dei libri di Fanucci.</em></p>
<p style="text-align: justify;">E magari fossero solo questi i problemi! Se ciò non bastasse, le pagine dei romanzi “made in Fanucci” presentano il più alto tasso di errori di battitura presente sul mercato: parole mancanti, lettere invertite, punteggiatura assente e chi più ne ha più ne metta. Aggiungiamo, come ciliegina sulla torta, che quando si parla di autori stranieri il più delle volte i traduttori cambiano tra un volume e l’altro, con tutte le annesse difficoltà per il lettore, e il gioco è fatto (e chi ha letto la trilogia del Bas Lag di China Mieville sa bene a cosa mi riferisco, e lo stesso vale anche per il già citato Jordan).</p>
<p style="text-align: justify;">E con <em>Arthur e lo stregone nero</em> com’è andata? Ad essere sincero, almeno sotto questo punto di vista, la situazione è meno tragica del previsto, sebbene i problemi non manchino, anzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo dal “guscio esterno”. Il romanzo di Tassitano è protetto da una copertina rigida di buona qualità, rivestita a sua volta da una sovra-copertina plastificata decisamente resistente (certo, rimane sempre carta, mica acciaio). Unico difetto della copertina in cartone è l’assenza sul bordo del nome dell’autore e del titolo del romanzo. Quindi, qualora la sovra-copertina dovesse danneggiarsi, preparatevi a tenervi un libro senza titolo esterno. A questo piccolo difetto fa da contraltare la bellissima mappa presente sui fogli di guardia e disegnata dallo stesso autore, a cui non possono che andare i miei migliori complimenti (perché anche l’occhio vuole la sua parte), soprattutto considerando il costo del libro. Peccato solo per l’assenza di un indice (così come praticamente su tutti i libri di Fanucci). Ma dico io: ci vuole tanto a realizzare un indice? Forse che il costo di un foglio di carta in più farebbe fallire la casa editrice? Forse che per realizzarne uno serve un master in “indiciologia”? Mah&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Capitolo decisamente più doloroso quello dedicato agli errori di battitura. Se ancora ce ne fosse stato bisogno, <em>Arthur e lo stregone nero</em> è la dimostrazione che alla Fanucci come correttore di bozze hanno una scimmia urlatrice. Ecco allora formule come «alto quando dieci uomini» (pag. 27) o «ehm, io avrei di fame» (pag. 77), frasi che finiscono senza il punto alla fine (pag. 102, riga 20) e improvvisi usi del corsivo (con conseguente abbandono poche righe dopo) privi di logica (pag. 110), parole che vanno a capo senza rispettare le più basilari regole di sillabazione («scorda-rmelo», pag. 121) o senza il trattino (pag. 259), parole mancanti («se andò» al posto di “se ne andò”, pag. 133), punteggiatura sbarazzina e così via. Intendiamoci, non è certo colpa dell’autore se il volume dato alla stampa è infarcito di errori di battitura, ma ciò non toglie che la cosa dia parecchio fastidio. È poi altrettanto vero che errori simili li si può riscontrare in ogni libro, ma ciò che colpisce di Fanucci è la quantità spropositata di disattenzioni. In fondo non mi pare di chiedere chissà cosa: pago 15 Euro perché mi sia fornito un servizio e pretendo che tale servizio, almeno dal punto di vista formale, sia ineccepibile. È come quando si va al ristorante e si nota che il proprio bicchiere è scheggiato. Forse non è lecito far notare la cosa al cameriere e chiedere che ci venga portato un altro bicchiere? Peccato che tal tipo di richiesta non sia possibile anche con i libri.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/scimmia.gif" rel="lightbox"><img class="size-full wp-image-1325  aligncenter" title="scimmia" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/scimmia.gif" alt="" width="275" height="274" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em> Uno dei correttori di bozze di Fanucci.</em></p>
<h3>Conclusioni</h3>
<p style="text-align: justify;">Mi spiace dirlo, ma <em>Arthur e lo stregone nero</em> è una profonda delusione. Già dal punto di vista stilistico le pecche sono palesi, soprattutto quando l’autore vorrebbe contraddistinguere dal punto di vista verbale i suoi personaggi (in alcune scene sembrano più falsi di un mafioso a un processo). I contenuti, poi, sono un mezzo disastro: situazioni prevedibili, soggetti stereotipati oltre che creati ad hoc per muovere i fili della trama (leggasi “Roddy”), sovrabbondanza di scene inutili (e considerando che gli infodump non sono poi così numerosi, almeno rispetto a certa concorrenza, la cosa diventa ancora più tragica), finale inconcludente&#8230; Pur considerando il pubblico a cui è rivolto questo romanzo, anzi <em>proprio</em> considerando il pubblico a cui è rivolto questo romanzo, il mio giudizio non può che essere negativo. Il problema maggiore di questo libro è che, una volta concluso, non lascia nulla. Anche i romanzi della Troisi sono degli orrori (anche peggiori di quello di Tassitano secondo me), ma quanto meno la scrittrice romana ha il pregio di saper infondere alle sue opere il giusto ritmo. Ancora oggi, a distanza di tre anni dalla lettura della sua prima orribile trilogia, se mi metto a pensare alle minchiate di Nihal mi ribolle il sangue nelle vene, segno che comunque qualcosa quel romanzo ha lasciato. Già il giorno dopo che avevo letto <em>Arthur e lo stregone nero</em>&#8230; il nulla. E questo credo che sia il peggior difetto per un romanzo.</p>


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		<title>Racconto: Identità</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Dec 2008 14:34:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Opere personali]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Canella]]></category>
		<category><![CDATA[Urban Fantasy]]></category>

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		<description><![CDATA[Tre giorni fa sono usciti i risultati inerenti il concorso Sanctuary e, come già mi aspettavo, il mio nome non rientra nemmeno tra i finalisti. Non scrivo ciò per un eccesso di falsa modestia, quanto a conferma delle ragioni che hanno portato alla nascita del mio racconto, già espresse in un precedente articolo. Che partecipare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://img192.imageshack.us/img192/6344/identita6kz.jpg" alt="" width="200" height="248" />Tre giorni fa sono usciti i risultati inerenti il concorso Sanctuary e, come già mi aspettavo, il mio nome non rientra nemmeno tra i finalisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non scrivo ciò per un eccesso di falsa modestia, quanto a conferma delle ragioni che hanno portato alla nascita del mio racconto, già espresse in un precedente articolo. Che partecipare con un brano facente palesemente parte di un universo più ampio (con tanto di obbligo a dover tagliare o comunque accorciare alcune scene) fosse rischioso già lo sapevo. Questa è stata semplicemente la conferma. Ma in fondo alle volte bisogna saper anche rischiare.</p>
<p style="text-align: center;"><em>(a completezza di cronaca, aggiungo che ieri, a distanza di un paio di mesi dall’ultima rilettura, mi sono accorto anche di un paio di ripetizioni e di altrettanti errori di battitura)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, visto che sono venute a cadere le ragioni per cui <em>Identità</em> non poteva essere pubblicato su questo sito, ecco che lo propongo al vostro giudizio.</p>
<p style="text-align: justify;">Approfitto di queste ultime righe solo per fare i complimenti agli organizzatori del concorso, Luca Azzolini in primis. Anche qui nessuna coda di paglia. Chi frequenta Fantasy Magazine sa benissimo che in più di un’occasione mi sono scontrato con Luca in merito a diversi argomenti (recensioni da lui scritte o, più in generale, approccio verso un certo tipo di letteratura). Tuttavia bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, ragion per cui non posso dire altro se non che in questa occasione la sua disponibilità è stata massima e le tempistiche rispettate alla perfezione (vabbé, i risultati sono usciti con 24 ore di ritardo, a voler essere pignoli&#8230; e anche un po’ stronzi). Quindi, almeno in questa occasione e riguardo gli aspetti sin qui esposti, complimenti a Luca e all’Asengard in generale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora attendo con ansia l’uscita dell’antologia per poter smontare gli altrui racconti uno a uno ^_^</p>
<p style="text-align: justify;">PS: Per la gioia di Gamberetta, in questo racconto compaiono alcuni elfi X3</p>


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		<title>Sanctuary, ultimo atto</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Oct 2008 21:08:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Concorsi]]></category>
		<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
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		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Sanctuary]]></category>
		<category><![CDATA[Urban Fantasy]]></category>

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		<description><![CDATA[In questi giorni sono impegnato negli ultimi ritocchi al racconto con il quale ho intenzione di partecipare al concorso Sanctuary. Per quei pochi che non sapessero di cosa sto parlando, li informo che si tratta di un progetto organizzato dalla casa editrice Asengard che prevede la pubblicazione nei primi mesi del 2009 di una raccolti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In questi giorni sono impegnato negli ultimi ritocchi al racconto con il quale ho intenzione di partecipare al concorso Sanctuary. Per quei pochi che non sapessero di cosa sto parlando, li informo che si tratta di un progetto organizzato dalla casa editrice Asengard che prevede la pubblicazione nei primi mesi del 2009 di una raccolti di racconti ad ambientazione Urban Fantasy. La particolarità è che a fianco di opere di autori professionisti (sui cui nomi nelle ultime settimane c’è stato un piccolo balletto) sarà pubblicato il racconto di un esordiente.</p>
<p style="text-align: justify;">A dirla tutta, come ricordai un paio di mesi fa nel primo articolo su Sanctuary, la struttura del concorso non è poi così originale. O almeno non lo è all’estero. Ma si sa: noi italiani arriviamo sempre dopo. Va detto però che a rendere il tutto più interessante è la presenza all’interno del progetto delle figure di Alan D. Altieri e Valerio Evengelisti, anche se sul loro peso all’interno del progetto si sa ben poco (il primo dovrebbe occuparsi dell’introduzione all’opera, il secondo&#8230; boh). È comunque significativo che due tra i maggiori (ma soprattutto migliori) rappresentanti della narrativa fantastica italiana siano, seppur in maniera minima, interessati al progetto, i cui ricavati, è sempre bene ricordarlo, saranno devoluti in beneficenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora siamo agli sgoccioli. Il 31 di questo mese scadranno i termini per spedire il proprio racconto e, come al solito, il sottoscritto si trova a dover ancora finire il lavoro di rifinitura. Già decidere quale storia presentare è stata una piccola impresa.</p>
<p style="text-align: justify;">All’inizio avevo pensato di proporre una versione “ridotta” di un romanzo breve Steam Punk mai scritto, ma il cui soggetto gira da anni nella mia testolina: tale Il trono degli dei, trasformatosi per l’occasione in La città di sangue e acciaio. L’idea di dover però ridurre le (ipotizzate) duecento pagine dell’originale in meno di venti fogli mi ha fatto desistere. Troppi i tagli che avrei dovuto apportare alla trama, la cui componente d’azione avrebbe finito per prevaricare sulle tematiche sociali e filosofiche (omosessualità, impossibilità di sfuggire al proprio destino e così via). Così, alla prima rilettura mi sono reso conto che quella non era la via da seguire.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho così deciso di estrapolare dall’ambientazione originaria un singolo evento, o meglio tema, e attorno ad esso sviluppare una storia più omogenea. Il risultato finale è Identità, titolo per il momento provvisorio di un racconto di cui già sento di poter andare fiero. La principale differenza rispetto al precedente racconto sta nell’universo descritto, molto più intimo e raccolto.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché tale scelta? Diciamo da una riflessione. La struttura di Sanctuary (intesa come raccolta e non come la città dove è ambientata la storia) prevede un prologo e un epilogo. Ergo le storie che presenterà dovranno, nei limiti del possibile, seguire un andamento più o meno coerente con quella che è la trama (o forse lo spirito) ideato dai responsabili della Asengard, o chi per loro. Il problema è che La città di sangue e pietra prevedeva un finale di stampo apocalittico che, molto probabilmente, avrebbe cozzato contro l’epilogo dell’opera. Insomma, alla fine la storia che avevo in mente si è palesata per quello che effettivamente era: la trama di un romanzo e non di un racconto da inserire in una raccolta a più mani. Al contrario, Identità non prevede al suo interno alcun tipo di finale a sorpresa, facendo invece leva sui dialoghi e sull’atmosfera. Non lo nascondo: Identità non è un’opera che punta tutto sulla spettacolarità delle scene, tanto che potrebbe benissimo essere ambientato (fatte le dovute modifiche) nell’Europa del Nazismo e del Fascimo. Ma allo stesso tempo è un racconto più ordinato, omogeneo. Insomma, scrivendo quest’opera ho dovuta fare delle scelte, ponendo gli accenti della mia narrazione su alcuni punti specifici. Mi auguro solo che siano quelli giusti&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">PS: Questa settimana ho ricevuto un paio di racconti da leggere, entrambi di partecipanti a Sanctuary. Al fine di non venire influenzato dalle opere altrui, ho deciso di commentare (ovviamente in maniera privata) tali scritti solo dopo aver spedito il mio. Inoltre, a mo’ di scambio “culturale” a queste due persone permetterò di leggere in anteprima il mio racconto. Inutile dire che Identità non verrà mai pubblicato su questo sito per via del regolamento del concorso Sanctuary, a meno ovviamente che venga scartato dalla giuria.</p>


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		<title>Finalmente un&#8217;iniziativa interessante: Sanctuary</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jul 2008 15:06:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Concorsi]]></category>
		<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
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		<description><![CDATA[Ogni tanto anche per il Fantasy italiano arrivano buone notizie. È questo il caso di Sanctuary, raccolta in uscita a inizio 2009 che accoglierà al suo interno i racconti di dieci scrittori professionisti nel campo del fantastico nostrano: Pierdomenico Baccalario, Solomon Troy Cassini, Mariangela Cerrino, Franco Clun, Francesco Falconi, Michele Giannone, Cecilia Randall, Fabiana Redivo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2008/07/sanctuary2_1.jpg" rel="lightbox"><img class="size-full wp-image-1243 alignleft" title="sanctuary2_1" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2008/07/sanctuary2_1.jpg" alt="" width="250" height="191" /></a>Ogni tanto anche per il Fantasy italiano arrivano buone notizie. È questo il caso di <span style="font-style: italic;">Sanctuary</span>, raccolta in uscita a inizio 2009 che accoglierà al suo interno i racconti di dieci scrittori professionisti nel campo del fantastico nostrano: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pierdomenico_Baccalario">Pierdomenico Baccalario</a>, Solomon Troy Cassini, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mariangela_Cerrino">Mariangela Cerrino</a>, Franco Clun, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Falconi">Francesco Falconi,</a> Michele Giannone, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cecilia_Randall">Cecilia Randall</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fabiana_Redivo">Fabiana Redivo</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Egle_Rizzo">Egle Rizzo</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Antonia_Romagnoli">Antonia Romagnoli</a>. La cosa interessante non è però la selezione di artisti che si occuperanno della scrittura delle varie parti dell&#8217;opera, quanto il fatto che a costoro sarà aggiunto un undicesimo partecipante, rigorosamente esordiente, scelto tramite un concorso prossimo a partire e bandito dalla casa editrice Asengard. Se a ciò aggiungiamo che l&#8217;opera vedrà anche la collaborazione di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alan_D._Altieri">Alan D. Altieri </a>e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Valerio_Evangelisti">Valerio Evangelisti</a>, le ragioni per essere ottimisti ci sono tutte. Ah, dimenticavo un particolare non indifferente. I guadagni saranno devoluti in beneficenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Per i lettori di lungo corso il nome &#8220;Santuary&#8221; non risulterà certo ignoto. Già nel 1978 Robert Asprin e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lynn_Abbey">Lynn Abbey</a> realizzarono una raccolta analoga chiamata <span style="font-style: italic;">Thieve&#8217;s World</span>, ambientata proprio in una città di nome Sanctuary. Ciò ha generato alcune polemiche al riguardo (un esempio su <a href="http://www.blogger.com/strategieevolutive.wordpress.com/2008/07/15/avranno-pagato-i-diritti/">Strategie Evolutive</a>). Ma mi chiedo io: dove starebbe il problema nello sfruttare un nome già noto, visto anche l&#8217;obbiettivo benefico della raccolta? Senza contare che qui non viene sfruttato il nome della precedente opera (sul quale vigono i diritti d&#8217;autore), bensì sul nome (e non sul tipo) dell&#8217;ambientazione (esente invece da diritti d&#8217;autore, particolare, quest&#8217;ultimo, omesso sul sito sopra citato). Io stesso, che talvolta non mi sono trovato d&#8217;accordo con alcune &#8220;scelte editoriali&#8221; di Fantasy Magazine, in questa occasione non posso che appoggiarla in toto.</p>
<p style="text-align: justify;">Fuor di polemica, il progetto è da tenere sott&#8217;occhio, soprattutto vista la volontà di creare un&#8217;opera organica e con una storia di fondo che farà da ponte di collegamento tra i singoli racconti. Non ci resta che aspettare il bando di concorso. Da parte mia, sono ancora incerto se partecipare o meno. Ammetto di non essere particolarmente portato alla narrativa breve di ambito fantastico. Tuttavia nel cassetto ho un mio vecchio racconto Steam Punk che potrebbe fare all&#8217;occasione. Ovviamente tutto dipenderà da quelle che saranno le richieste contenute nel bando d&#8217;iscrizione. Per ora si sa solo che i partecipanti avranno a disposizione 30.000 caratteri (una quindicina di pagine circa, non poche quindi). Tutte le notizie al riguardo saranno disponibili su <a href="http://www.fantasymagazine.it/">Fantasy Magazine</a> (portale da cui è partita la notizia) e sul sito della casa editrice <a href="http://www.asengard.it/">Asengard</a>.</p>


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