Archivi per la categoria ‘Horror’

Alma

In giro per la rete si trovano letteralmente migliaia di cortometraggi animati. Ma quando un lavoro è fatto non bene, ma divinamente, credo sia giusto condividerlo con gli altri. Se poi siete tra coloro che si domandano se in appena 5 minuti sia possibile creare una bella storia a metà strada tra una favola per bambini e un horror per adulti, beh, perché non provate a chiedere ad Alma?

SITO UFFICIALE DEL FILM

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Pallottola n°2: Marionette e marionettisti

440px-Panneau_marionette.svgA distanza di un paio di mesi, rieccomi con una nuova puntata delle mie (dis)avventure in campo letterario, e per la precisione con il secondo racconto scritto per il concorso “Minuti contati” indetto dalla Edizioni XII. Destino ha voluto che in questa edizione mi sia piazzato secondo, nonostante reputi il brano da me scritto (Marionette e marionettisti) inferiore a quello di due mesi fa (Giochi di guerra). Ma dopotutto è noto come spesso le intenzioni dell’autore non collimino con quelle del pubblico (vabbé, diciamo anche che in questa edizione la concorrenza era in numero inferiore rispetto alla prima edizione ^_^).

Comunque, senza entrare nei dettagli della trama – vista anche la brevità del racconto – informo che si tratta di un classico racconto Horror in stile anni ‘80, e questo per volontà dell’Aguzzino, ovvero l’organizzatore della tenzone, nonché ideatore del tema; o meglio, dei temi, visto che quest’edizione, organizzata per la serata di Venerdì 17 Luglio, era in qualche modo particolare. Infatti, invece di proporre un solo tema, ne sono stati consegnati ben 3, tutti da rispettare contemporaneamente e, giusto per complicare ancor di più i giochi, rivelati con tempistiche diverse. In particolare, per il primo tema avevamo a disposizione 50 minuti, per il secondo 30 e e per il terzo 20. Una vera sfida, ma in fondo il bello di “Minuti contati” è proprio questo.

Concludo dicendo che a partire da quest’oggi, così come per la raccolta “sorella” Sono solo piccole gocce di sangue, tutti i racconti saranno disponibili anche all’interno di un unico file PDF. A tal proposito ringrazio Daniele Bonfanti, ideatore del logo di “Minuti contati”, il quale mi ha concesso il privilegio di rielaborare il suo disegno per la copertina del mio e-book, oltre alla possibilità di sfruttare il logo della Edizioni XII. Come sempre trovate il tutto nella sezione “Romanzi e racconti”. Buona lettura.

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Repubblica colpisce ancora

Ricordate il video-delirio passato da Repubblica TV nel mese di Marzo? Ma sì, dai, quello in cui venivano sbandierati dati sulla vendita della narrativa fantastica in Italia falsi come Berl… ehm, come un mafioso a un processo ^_^ Ne avevo parlato in QUESTO articolo.

Bene, a distanza di 3 mesi circa, il canale telematico del famoso quotidiano italiano ha deciso di lasciare spazio alla legittima erede di Licia Troisi: Chiara Strazzulla. E lo ha fatto addirittura in due forme: prima un articolo dedicato tutto a lei (QUESTO) e poi addirittura con un video dove “Chiava pvopone un vomanzo da leggeve sotto l’ombvellone” (QUESTO).

Che dire dell’articolo? Oh, beh, ci sarebbe tanto da dire, ma preferisco partire dal dato più eclatante: le presunte 40000 (quarantamila!) copie vendute de Gli eroi del crepuscolo. Non so voi, ma questo dato mi puzza tremendamente di marchetta in vista dell’uscita del nuovo romanzo della Strazzulla. Non fosse che Repubblica si è già dimostrata avvezza a gonfiare i numeri (vedi quanto detto sopra) potrei anche credere nella loro buona fede, ma l’esperienza mi ha insegnato a dubitare di simili dati. E poi non scordiamoci alcuni particolari:

  1. Gli eroi del crepuscolo è quel famoso libro venduto in versione incelofanata e di cui in molte librerie era impedita la lettura dei capitoli (alla Feltrinelli di Milano mi fu esplicitamente detto che il rivestimento non poteva essere scartato).
  2. Alcune persone di mia conoscenza che lavorano in librerie dell’area milanese (librerie anche belle grosse, non parlo di locali a gestione famialiare) mi hanno detto che il libro della Strazzulla si è rivelato un flop (le copie rimaste nei magazzini superavano di gran lunga quelle vendute). Non che i pochi librai che conosco possano ergersi a rappresentanti dell’intero suolo italiano, ma è comunque un dato indicativo.
  3. In un anno di vendite su Internet, a differenza di altri romanzi come quello di Ghirardi (15ooo copie vendute a detta dell’autore), de Gli eroi del crepuscolo se ne è sentito parlare veramente poco, e quel poco era per la maggior parte dai toni negativi.

Fatte queste premesse, quanto possono corrispondere al vero le parole di quell’articolo? A mio avviso veramente poco.

Ma passiamo avanti. Altro momento esilarante è quello sul poco amore della scrittrice siciliana verso il romanticismo. “Temo di essere poco romantica”, ha scritto. Allora perché cazzo hai incentrato il tuo romanzo d’esordio su una pseudo storia d’amore, dico io?

Ma il passaggio più delirante è a mio avviso quello che riporta le parole di Severino Cesari, responsabile assieme a Paolo Repetti della collana Einaudi Stile Libero:

Chiara è arrivata da noi al momento giusto. Volevamo aprirci ai fantasy per young adults e lo vogliamo ancora: l’anno prossimo cominceremo a pubblicare la trilogia Leviathan dell’americano Scott Westerfeld. Ci interessa seguire questo genere in continua evoluzione, che suscita dibattiti in rete e crea tendenze. Optammo subito per la Strazzulla riconoscendo un vero talento narrativo e anche per la sua cifra originale nel delineare le categorie di Bene e Male: negli Eroi del crepuscolo i vincenti erano una “sporca dozzina”. Non gli Eterni, immortali e prediletti dagli dei, ma gli ibridi e i mezzosangue. Non la stirpe degli alti e biondi, ma i neri.

La prima frase è la conferma che all’Einaudi, così come in molte case editrici, della qualità se ne fregano. L’importante per loro era trovare qualcuno da sbattere nel mercato il più in fretta possibile. Il resto lo avrebbero fatto i beoti, pardon, i lettori. Torna poi ’sta storia della compagnia formata da mentecatti. Signor Cesari, ma l’ha letto il libro o apre la bocca solo per passatempo? Tranne Lyannen (che poi ha solo i capelli scuri, mica è nero), tutti gli altri sono di nobili origini, e tutti, e sottolineo TUTTI (Lyannen compreso), sono immortali. Senza contare che Lyannen se la fa con la figlia del re ed è il figlio del più grande condottiero del popolo degli Eterni. E questa sarebbe la sua concezione di “sporca dozzina”? Ma mi faccia il piacere e prenda per il culo qualcun altro. Oppure legga il libro, cosa che temo non abbia fatto. Se invece l’ha fatto, significa che non ha capito una sega di quelle pagine.

Sul video non mi dilungherò (anche se per tutta la durata mi sono chiesto: ma cosa sta guardando, Chiara?). Dico solo che lo rivedrei all’infinito. Non so voi, ma a me la R moscia fa letteralmente impazzire. Sarà che mi ricorda gli eterni Monty Python?

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Concorso: Nella Tela! 2009

Nuovo mese, nuovo concorso.

È stato infatti rilasciato il bando dell’edizione 2009 di Nella Tela!, organizzato come sempre dal sito La Tela Nera. Il concorso è aperto a tutti i racconti di genere Horror, Thriller e Fantastico (con tutte le relative sfumature: Giallo, Hard Boiled, Dark Fantasy, Dark Sci-Fi ecc.).

Tre le sezioni previste per quest’anno, suddivise non per genere, ma per lunghezza:

  • 666 Passi nel Delirio, dove la lunghezza degli elaborati non dovrà superare le 666 parole.
  • Racconti, dove la lunghezza degli elaborati dovrà essere compresa tra i 10.000 e i 20.000 caratteri (spazi inclusi).
  • Novelle, dove la lunghezza degli elaborati dovrà essere compresa tra i 20.000 e i 40.000 caratteri (spazi inclusi).

Ogni autore può partecipare a più di una sezione (anche a tutte e tre, volendo), proponendo un massimo di cinque racconti per sezione. Il costo dell’iscrizione è fissato a €15,00 per il primo racconto inviato (indipendentemente dalla sezione in cui viene iscritto) e a €2,00 per ogni ulteriore racconto (non importa se iscritto o meno in una sezione differente). Le iscrizioni potranno essere pagate tramite bonifico bancario, Paypal, vaglia postale, assegno bancario non trasferibile o versamento su conto corrente postale (trovate i dettagli sul bando ufficiale del premio).

Ah, dimenticavo la cosa più importante: il primo classificato per ogni singola sezione vincerà 200€ messi in palio da Edizioni XII, e considerando che un concorrente può anche aggiudicarsi più di un premio, il piatto si presenta davvero ricco.

Per ulteriori informazioni, è possibile consultare il BANDO UFFICIALE

(EDIT DEL 16/04/2009 A SEGUITO DI CORREZIONI NEL BANDO DI GARA)

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Recensione multipla: Io sono leggenda

Parte oggi una serie di recensioni per così dire un po’ particolari. Invece di soffermarmi soltanto su opere singole e ultime uscite, ho infatti deciso di trattare di alcuni classici della letteratura fantastica confrontandoli con le rispettive trasposizioni cinematografiche.

Va subito detto che una trasposizione non è tanto migliore quanto maggiore è la sua vicinanza con gli eventi descritti nell’archetipo. Letteratura e cinema sono strumenti narrativi completamente diversi e come tali vanno sempre considerati. Anzi, spesso tanto più un film è vicino al libro da cui nasce, tanto minore è la sua qualità, anche se questa non è una regola ferrea, come vedremo. È però certo che tali due mezzi di comunicazione sfruttano meccaniche e stratagemmi diversissimi e difficilmente omologabili. Ragion per cui critiche del tipo “questo film non mi è piaciuto perché troppo diverso dall’originale” sono da considerarsi prive di alcun valore. Una trasposizione non ha, infatti, il compito di riproporre in maniera pedissequa la trama di un libro (altrimenti non ci sarebbe ragione per andare a vedere il film), bensì di riproporne lo spirito, anche attraverso una diversa chiave di lettura. Ma di questo se ne parlerà più approfonditamente in sede di recensione vera e propria.

Prima vittima sacrificale che ho deciso d’immolare sull’altare del grande dio della narrativa fantastica è Io sono leggenda, romanzo scritto da Richard Matheson nel 1954 e di cui sono state realizzate ben tre trasposizioni cinematografiche (a conferma del grandissimo interesse che ha suscitato e che ancora suscita questo libro). La ragione per cui ho scelto di cominciare da questa opera dipende esclusivamente dal mio affetto verso di essa (non lo nascondo: è il più bel libro che abbia mai letto), tanto da aver deciso di basarci la mia tesi di laurea.
Faccio presente che in questa, così come nelle future recensioni (anche se in verità si tratta più di analisi testuali che di recensioni vere e proprie), è presente un gran numero di particolari sulle trame delle opere trattate, tra cui anche l’enunciazione dei finali, il tutto senza che la cosa debba essere sempre anticipata dal sottoscritto

Io sono leggenda

DI RICHARD MATHESON

TITOLO ORIGINALE: I Am Legend

AUTORE: Richard Matheson

PAGINE: 184

ANNO: 1954

GENERE: romanzo del Terrore

EDITORE: Fanucci

Probabilmente il nome di Richard Matheson non dirà granché a molte persone. In effetti non si tratta di uno degli scrittori più famosi di sempre (quanto meno a livello popolare). Se si pensa alla fantascienza i primi nomi che vengono in mente sono Philip K. Dick o Frank Herbert, di certo non Richard Matheson. Eppure egli rappresenta una delle figure più geniali della narrativa fantastica del Novecento. La sua straordinarietà risiede nel grandissimo valore e dei suoi romanzi (ricordo titoli come Io sono Helen Driscoll e Tre millimetri al giorno) e dei suoi racconti brevi (primi fra tutti, gli straordinari Nato di uomo e di donna e Duel). Soltanto scrittori come Dick o Jean Ray possono vantare un’altrettanta alta qualità sia nella prosa breve che in quella lunga.

Capolavoro indiscusso di Matheson è appunto il romanzo Io sono leggenda. In esso si narra della strenua lotta per la sopravvivenza di Robert Neville, ultimo uomo sulla Terra sopravvissuto a un virus capace di trasformare le persone in vampiri (scordatevi però i vampiri raziocinanti dei romanzi di Bram Stoker o Anne Rice; i vampiri di Matheson, tranne per il fatto di nutrirsi di sangue e per il loro scarso amore per la luce del sole, sono più simili a degli zombie). Una trama semplice e – verrebbe da pensare, vista la presenza di un solo personaggio – incapace di qualsiasi mordente o colpo di scena. Ma se c’è una qualità che distingue Matheson dalla stragrande maggioranza degli scrittori di Fantascienza e del Terrore è proprio la sua capacità di saper creare tensione proprio all’interno della quotidianità. Per usare le parole di Morando Morandini, Matheson è un «maestro dell’horror ordinario».

Ma allora in che modo, con quali stratagemmi Matheson è in grado di tenere il lettore incollato alla pagina? La prima qualità risiede senz’altro nella ritmica che l’autore è in grado d’infondere alla sua opera. Invece di procedere in ordine cronologico, Matheson compie continui balzi temporali, ognuno avente lo scopo di spiegare un aspetto diverso del protagonista. Ecco allora scoprire che quello che sembra essere il leader dei vampiri era in origine il migliore amico di Neville, o che la moglie, una volta ammalatasi, è stata uccisa dallo stesso marito (anche se questo particolare viene solo fatto intuire). I salti tra presente e passato, va detto, non sono certo un’invenzione di Matheson. Tuttavia in Io sono leggenda il loro equilibro è pressoché perfetto, tanto da farci dimenticare che per quasi 200 pagine ci troveremo a che fare con (quasi) un solo personaggio. Si tratta, inoltre, di una tecnica che Matheson propone anche in altri suoi romanzi, come i già citati Tre millimetri al giorno e Io sono Helen Driscoll (anche se qui i balzi temporali vengono proposti per lo più come visioni). La seconda caratteristica che salta subito all’occhio del lettore è lo stile adottato dall’autore: secco, essenziale, privo di qualsiasi guizzo descrittivo che non sia fondamentale per la trama; eppure mai banale. Matheson sa bene che se vuole davvero creare un “horror ordinario” dovrà allora adottare anche uno stile ordinario. Scrive di lui Valerio Evangelisti:

«Gli strumenti di cui Matheson si serve per perturbarci sono in apparenza tra i più semplici. Non si cerchi in lui lo stilista: ha un fraseggio secco e addirittura scarno, riduce tutto all’osso, non si perde mai in divagazioni. Suona paradossale chiamare ciò maestria, però è così.»

Siamo quindi lontani dallo stile barocco di maestri quali Edgar Allan Poe o H.P. Lovercraft; anzi, siamo all’esatto opposto. Descrivo una scena per rendere ancor meglio l’idea. A un certo punto della storia Robert Neville incrocia un cane miracolosamente scampato all’epidemia, sebbene gravemente ferito (anche gli animali, infatti, non sono immuni al virus). Ovviamente all’inizio il cane non si fida di Robert e per un intero capitolo ci vengono descritti i tentativi del protagonista di conquistare la fiducia del randagio. E alla fine ci riesce. Ora immaginate un romanzo dove il protagonista vive senza alcun contatto umano da anni, dopo che egli è stato pure costretto a uccidere la moglie per sopravvivere e a veder morire la figlioletta. E finalmente arriva il primo barlume di luce. La tensione, anche nel lettore, finalmente si smorza per un attimo. Ma ecco come si conclude il capitolo:

«Il cane sollevò su di lui il suo sguardo spento e malato e poi sporse la lingua ruvida e umida per leccargli il palmo. Qualcosa nella gola di Neville si spezzò. Sedette in silenzio mentre le lacrime gli scorrevano lente sulle guance.
Una settimana dopo il cane morì.»

Sei parole, trentadue caratteri. Tanto basta a Matheson per far ripiombare il lettore nell’angoscia più cupa. Se non è puro genio questo?

Ma al di là dei discorsi tecnici, in cosa Io sono leggenda si distingue dalle altre centinaia di romanzi di Terrore? Ho poco fa usato il termine “angoscia” per descrivere le sensazioni che scaturiscono dalla lettura di questo romanzo. E in effetti è proprio l’angoscia la sensazione che traspare maggiormente dalle pagine di questo libro. È questa sostanzialmente la ragione per cui Io sono leggenda è un romanzo del Terrore e non un Horror. Matheson non fa mai leva su descrizioni o scene truculente. È invece la tensione a muovere le fila della storia. Spesso si confonde Horror e Terror, pensando si tratti di sinonimi. Nulla di più sbagliato. Se l’Horror fa leva soprattutto sul senso della vista, sino ad arrivare all’estremo dello Splatter, il Terror invece si fonda maggiormente sul senso dell’udito. Non è quindi un caso che nel primo capitolo i vampiri vengano presentati solo attraverso le loro voci e il baccano da loro fatto attorno alla casa del protagonista. Matheson dimostra anche qui di essere un ottimo conoscitore delle tecniche narrative, capace come pochi altri di saperle sfruttare al meglio a seconda della situazione che egli vuole creare.

L’ultimo uomo della Terra

DI UBALDO RAGONA

TITOLO ALTERNATIVO: Vento di montagna

REGIA: Ubaldo Ragona

CAST: Vincent Price, Franca Bettoja, Giacomo Rossi Stuart, Umberto Raho, Emma Danieli

DURATA: 88’

ANNO: 1954

GENERE: film del Terrore

La prima delle tre trasposizioni realizzate sulla base del capolavoro di Matheson è L”ultimo uomo della terra, film italiano diretto da Ubaldo Ragona ma con un cast internazionale, primo fra tutti il bravissimo Vincent Price, la cui notevole interpretazione è ancora oggi capace di rivaleggiare ad armi pari con quella di Will Smith in Io sono leggenda. Il film, diretto nel quartiere romano dell’EUR (spettrale nella sua desolazione), è senz’altro il più fedele alla trama originale, anzi, per certi aspetti lo è sin troppo.

Così come il libro, anche qui troviamo continui balzi temporali, tutti gestiti con ottima tempistica, merito di una sceneggiatura quasi priva di sbavature (almeno nella prima metà). Unici netti cambiamenti rispetto al romanzo è la già citata scena del cane (qui ucciso sempre dal protagonista perché infetto) e il finale, sul quale però tornerò più avanti. A parte questi dettagli la trama ricalca in maniera precisa quella ideata da Matheson. Ma dicevo prima che lo fan sin troppo. Uno dei difetti di questo film è infatti il voler trasportare per immagini quelle che sono le meccaniche del romanzo. Non a caso, per riuscire a descrivere al meglio le sensazioni del protagonista viene sfruttata la tecnica della voce fuoricampo (artificio che, personalmente, non ho mai particolarmente apprezzato, e che qui risulta in alcuni punti sin troppo invadente.

Ma l’errore peggiore (che sarà poi quello in cui ricadranno anche le due trasposizioni successive) risiede nell’ambientazione. Nel romanzo di Matheson non viene mai citato il nome della piccola città in cui si svolgono le vicende del protagonista (anche se, secondo alcuni, si tratterebbe dell’area periferica di Los Angeles). Può sembrare un dettaglio da poco, ma trasferire il luogo dell’azione in una metropoli fa sì che la tragedia della collettività finisca per prevaricare su quella del singolo, andando così a rompere il senso di terrore quotidiano che invece è il punto focale del romanzo.

Questo cambio di prospettiva lo si ritrova anche nel finale del film. In esso, a differenza del libro, il protagonista riesce a trovare una cura per la malattia che porta alla vampirizzazione. Egli però non viene ascoltato, tanto da essere ucciso dagli stessi vampiri. Viene quindi descritto il dramma di una società incapace di cogliere la verità nel momento in cui le si para di fronte. Il capovolgimento finale non è più quello ideato da Matheson. Si tratta, invece, di un capovolgimento di punto di vista. Più che la fine di Robert Neville, lo spettatore assiste alla fine di un mondo, fine causata dalla cecità dell’uomo inteso come razza e non come singolo. Per essere più chiari, alla fine del romanzo il protagonista viene catturato da un gruppo di vampiri “evoluti” (ovvero capaci di resistere al lato animalesco del virus), con l’intento di giustiziarlo (Neville infatti rappresenta il passato, un’umanità ormai in via d’estinzione e che come tale va annientata). Ma poco prima dell’esecuzione è lo stesso Neville a suicidarsi, accettando la sua condizione di ultimo vero uomo sulla Terra. Quindi, anche nel finale, Matheson pone l’accento sul protagonista, sul singolo, e non, come invece fa Ragona, sulla massa. Alla fine come si può facilmente notare i due errori commessi dal regista italiano sono sostanzialmente lo stesso, ovvero l’aver voluto dare un senso globale a quello che invece è il dramma di un solo uomo (per quanto all’interno del singolo risieda proprio una visione globale).

1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra

DI BORIS SAGAL

TITOLO ORIGINALE: The Omega Man

REGIA: Boris Sagal

CAST: Charlton Heston, Rosalind Cash, Anthony Zerbe, Paul Koslo

DURATA: 98’

ANNO: 1971

GENERE: film Horror

Quasi diciassette anni dopo il buon film di Ubaldo Ragona, Boris Sagal, regista statunitense di origini sovietiche, ci riprova con risultati non proprio esaltanti. Va subito detto che, almeno dal punto di vista della trama, The Omega Man (scusate, ma il titolo italiano è veramente orribile) è il più distante dall’opera di Matheson. Allo stesso tempo, però, il film di Sagal è quello più ambizioso nelle tematiche tra le tre trasposizioni

Partiamo dalla trama. In The Omega Man Robert Neville, interpretato da un Charlton Heston un po’ giù di corda, è un medico che vive in un mondo devastato dalle conseguenze di una guerra batteriologica tra U.S.A. e U.R.R.S. (idea oggi banale, ma ai tempi non ancora inflazionata); guerra che ha portato alla quasi totale estinzione del genere umano, a vantaggio degli infettati, mutanti albini (anche negli occhi, da cui il pessimo titolo italiano) che si riuniscono sotto il nome di “Famiglia”. Questo gruppo, raziocinante e molto distante dai goffi vampiri descritti da Matheson, si fa portatore di una dottrina che vede la tecnologia come causa del male sulla Terra. Il Robert Neville di Sagal, quindi, rappresenta proprio l’immagine di un mondo capace soltanto di portare dolore. Lo spettatore non si trova ad assistere, come nel romanzo di Matheson, allo strenuo tentativo di un uomo di riportare ordine in una realtà incapace di essere spiegata e compresa, bensì alla lotta tra due diversi pensieri: da una parte Neville, (quasi) ultimo rappresentante del vecchio mondo, tecnologico e progressista, dall’altra la Famiglia, austera e fautrice di un nuovo ordine più vicino all’antico stato di natura.
Come idea di base, seppur lontana dall’originale, non è malvagia, anzi. Purtroppo, a causa di una sceneggiatura non proprio eccelsa, la storia procede in maniera poco sicura, con tanto di alcune incongruenze davvero pacchiane. Ad esempio, se i vampiri di Sagal odiano tanto il progresso, perché indossano tutti occhiali da sole di marca?Inoltre, e questo è il difetto maggiore del film, il sostrato per così dire i ntellettuale lascia presto lo spazio ad una serie continua di scene d’azione ricche di dettagli macabri (ma questo è un difetto di buona parte del cinema popolare, non necessariamente statunitense). Ciononostante proprio le scene d’azione risultano efficaci (almeno considerando il target a cui il film si rivolge), aiutate da una fotografia innovativa per i tempi (con macchina da presa in movimento sulla spalla e inquadrature lunghissime capaci di riprendere New York in un’irreale desolazione).

Altro pregio di questo film è l’essere stato tra i primi a proporre figure di colore presentate più come vittime della società che come carnefici (ricordo che il film è del 1971, e a tempi simili discorsi erano tutto fuorché scontati). Nello specifico, mi riferisco al personaggio di Lisa, ben caratterizzato, tanto che il suo dramma personale risulta alla fine più efficace persino di quello di Neville. Che tale sostrato sociale non sia casuale lo si evince anche nella citazione del film Woodstock – Tre giorni di pace, amore e musica (1970) di Michael Wadleigh, film che il protagonista vede al cinema e che rappresenta l’anelito verso un modello sociale ormai impossibile da raggiungere.

Per concludere, The Omega Man è un film che promette tanto, ma mantiene poco, il che è un vero peccato, viste le ottime idee di partenza (seppur lontanissime dal romanzo di Matheson). Forse, se affidata a un regista più capace, ne sarebbe potuta uscire una pellicola più matura, capace soprattutto di dare il giusto spessore ai suoi tratti più sociali, anziché alle sole scene d’azione.

Io sono leggenda

DI FRANCIS LAWRENCE

6943_bigTITOLO ORIGINALE: I am legend

REGIA: Francis Lawrence

CAST: Will Smith, Alice Braga, Dash Mihok, Charlie Tahan, Salli Richardson, Willow Smith, Tea Leoni

DURATA: 111’

ANNO: 2007

GENERE: film d’Azione

Ultima delle trasposizioni cinematografiche del capolavoro di Richard Matheson è Io sono leggenda, diretto da Francis Lawrence. La scelta di questa regia ha sin da subito fatto storcere il naso a molti estimatori del romanzo originale, tra cui il sottoscritto. La paura (poi, purtroppo, rivelatasi in buona parte fondata) era che, visti i precedenti di Lawrence (ovvero il discutibile Costantine del 2004), potesse uscirne fuori nulla più che un film tutto effetti speciali e sceneggiatura zero. E in effetti in buona parte la “creatura” di Lawrence è proprio questo. Sarò sincero: se non fosse per la magistrale interpretazione di Will Smith e alcune buone trovate nella sceneggiatura, questo film sarebbe una schifezza senza paragoni.

Già, Will Smith. Chi ha letto il romanzo di Matheson molto difficilmente avrebbe visto l’attore afroamericano come il candidato ideale per interpretare il ruolo di Robert Neville. Non nascondo che dopo aver letto praticamente tutti i testi di Matheson, ho cominciato a nutrire il sospetto che lo scrittore statunitense nutrisse una discreta simpatia per un certo dittatore con i baffetti, o quanto meno con alcuni dei “principi” da lui predicati. Non è un mistero, in fondo, che i protagonisti dei suoi libri siano quasi sempre descritti con le fattezze tipiche del Superuomo nazista (biondi, alti e prestanti). Per non parlare delle battute a sfondo misogino. Le donne di Matheson (e in particolare le mogli dei suoi personaggi) sono spesso e volentieri un po’ stupide, incapaci di cogliere la realtà delle cose e abituate a vivere soltanto all’ombra dei mariti (addirittura, nel racconto Sogni a occhi aperti Matheson fa ragionare uno dei suoi personaggi sulla possibilità di “far sua” una ragazzina di appena sedici anni, e una scena analoga è presente persino in Tre millimetri al giorno). Ovviamente le eccezioni esistono, e sorprende vedere come il personaggio femminile forse più affascinante e maturo dell’universo mathesoniano sia una nana costretta a lavorare in un circo (personaggio presente sempre in Tre millimetri al giorno). Più che l’esaltazione del Superuomo, Matheson sembra voler rappresentare il fallimento della società umana attraverso il punto di vista del singolo. I suoi protagonisti sono degli sconfitti, uomini che, pur nella loro grandezza (lo stesso Neville, nella sua immunità al virus, rappresenta un essere umano superiore), risultano incapaci di porre ordine in un mondo ormai sull’orlo dello sfacelo. Da questo punto di vista Io sono leggenda è l’opera di Matheson che meglio rappresenta tale sentimento, ma analoghe sensazioni vengono suscitate in Tre millimetri al giorno, dove il protagonista, in seguito all’esposizione ad una misteriosa sostanza, comincia a rimpicciolire, diventando vittima di un mondo incapace di accoglierlo e che, anzi, lo sovrasta e si fa sempre più minaccioso. Ma è questo un discorso molto ampio e che esula in parte con l’opera di Lawrence.

Tornando sul film, è indubbio che Smith, almeno dal punto di vista fisico, non assomigli per niente al Neville del romanzo. Eppure, quello che sarebbe potuto sembrare uno dei tanti difetti di questo film si rivela essere invece il suo punto di forza. Che fosse un attore capace, Smith lo aveva già dimostrato in pellicole quali Alì, Alla ricerca della felicità o La leggenda di Bagger Vance. Ma è con Io sono leggenda che egli dimostra davvero la sua malleabilità. È raro vedere film in cui un attore è capace con altrettanta potenza interpretativa di cambiare stile recitativo a seconda dell’evoluzione del suo personaggio. Smith però ci riesce, e pure con ottimi risultati. In ciò è aiutato anche da alcune pregevoli trovate da parte degli sceneggiatori. Penso ad esempio alla scena in cui recita a memoria un passaggio di Shrek (a sottolineare la ripetitività della sua vita “post epidemia”), o quando si mette a parlare con i manichini che lui stesso ha sparso per la città per ricreare uno sfondo di normalità là dove non c’è nulla di normale (tanto che proprio a causa di questo folle tentativo egli perderà il suo cane).

Peccato che, attenzione verso il protagonista a parte, il film proponga una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti. Partiamo dalla “giustificazione” di partenza. Nel libro, così come nel film di Ragona, l’origine del morbo non viene spiegata in alcun modo, così da aumentare ancor di più il senso di angoscia e d’impotenza di fronte agli eventi che si susseguono. Con grande originalità gli sceneggiatori del film hanno invece deciso che a provocare l’epidemia è stato un esperimento volto a trovare una nuova cura contro il cancro e non andato a buon fine (e quando mai gli esperimenti nei film vanno a buon fine?). Chissà quante notti insonni avranno passato per immaginare una tale genialata!

Uno scienziato pazzo. Se non esistessero gli sceneggiatori non saprebbero più come giustificare qualsiasi boiate nelle loro trame.

Uno scienziato pazzo. Se non esistessero gli sceneggiatori non saprebbero più come giustificare qualsiasi boiate nelle loro trame.

Inoltre, a differenza del libro e del film di Ragona, non viene data pressoché alcuna spiegazione su come Neville sia in grado di dare energia alla sua casa o come sia possibile che non ci sia un filo di polvere nella videoteca o negli appartamenti da lui visitati alla ricerca di cibo (che il virus sia in grado di uccidere pure gli acari?). Ma l’errore (perché qui di errore si tratta) più grave si trova nella parte conclusiva dell’opera.

Ora, nel film il morbo sembrerebbe avere origine dall’isola di Manhattan, isola che però è stata messa in quarantena facendo crollare tutti i ponti (azione che comunque non sortisce gli effetti sperati). Insomma, il nostro Neville è letteralmente isolato dal mondo. Peccato che ad un certo punto il nostro baldo eroe, dopo aver perso il suo amato cane (scena su cui tornerò), decide di farla finita facendosi ammazzare da un’orda di zombie (eh sì, qua di vampiresco i mostri non hanno proprio nulla), quando, sfruttando il più becero dei deus ex machina, in suo soccorso arrivano una donna e un ragazzino a bordo di un’automobile. Sì sì, avete capito bene: a bordo di un’automobile! A questo punto sorge spontanea la domanda: ma come cazzo ci sono arrivati questi due a Manhattan se tutti i ponti sono crollati? Ovviamente non aspettatevi una risposta, perché tanto il film non la dà.

Il centro di Manhattan. Lultima volta che ho controllato era ancora unisola.

Il centro di Manhattan. L'ultima volta che ho controllato era ancora un'isola.

Visto che però voglio essere buono, alterno in quest’ultima parte di recensione un aspetto negativo del film con uno positivo. Ho poco prima citato la scena della morte del cane di Neville. A differenza del libro, l’animale è presente sin dalle prime battute (era il cucciolo della figlia). Va così a farsi benedire tutta la parte inerente i tentativi di Neville di conquistare la fiducia del quadrupede. La ragione di questa scelta è semplice e in parte condivisibile. Smith in più scene dialoga con il cane, così da evitare due ore di film quasi muto (flashback e finale a parte), ma soprattutto per evitare lo stratagemma della voce fuoricampo adottato invece da Ragona. Al pari dei precedenti lavori, pure in questa versione di Io sono leggenda il cane è destinato a lasciarci le cuoia. Ad ucciderlo è però lo stesso Neville, dopo che il suo adorato animale domestico è stato infettato. Seppur completamente differente da quanto scritto nel romanzo, tale scena è efficace, oltre che ben interpretata. Ma soprattutto essa può essere intesa come il punto focale dell’intero film, oltre il quale esso precipita verso una banalità imbarazzante.

Come già detto prima, nell’opera originale non è presente la benché minima spiegazione sull’origine dell’epidemia (si accenna soltanto al fatto che viene trasportata dal vento). Nessun esperimento fallito, nessuna punizione divina, invasione aliena o che altro. Insomma, Matheson dalla prima all’ultima pagina parla del dramma di un uomo, di un singolo, senza sovraccaricarlo di significati simbolici. Al contrario Lawrence ficca nel suo film un sostrato filosofico-maccheronico alla New Age, il cui fondo viene toccato nella scena in cui la donna spiega a Neville il perché lei sapesse dove trovarlo pochi attimi prima del suo tentativo di suicidio. Semplice: glielo aveva detto dio. Quando al cinema sentii tale giustificazione mi venne voglia di uscire dalla sala, prendere un aereo per gli U.S.A., andare a casa di Lawrence e prenderlo a schiaffi, in perfetto stile Stewie Griffin.

Tale buonismo da New Age dei poveri lo si ritrova anche nel completo ribaltamento del senso finale dell’opera di Matheson. Se nel libro Neville diventava leggenda in quanto ultimo rappresentante di un’umanità ormai estinta, nel film di Lawrence egli lo diventa in quanto scopritore del vaccino contro il morbo. Bravissimo Francis: tu si che sai come mandare a puttane il senso di qualsiasi opera che tocchi!

A completare il desolante quadro c’è l’ambientazione. Ormai non se ne può più di New York. Quanti altri film catastrofici dovranno essere ambientati nella Grande Mela? Ormai ho perso il conto: Godzilla, L’alba del giorno dopo, Cloverfield, i vari Die Hard, per non parlare di alcune delle scene più famose Indipendence Day, Armageddon e Deep Impact. Se fossi un newyorkese all’uscita di ogni nuovo film catastrofico mi toccherei le palle. In questo caso la scelta di New York ha due significati: il primo è la vicinanza del film di Lawrence all’opera di Sagal (non a caso l’auto utilizzata da Smith nella prima scena è analoga, anche per colore, a quella che compare in The Omega Man); il secondo è il rimando all’America post 11 Settembre 2001 (un po’ come aveva fatto a suo tempo Cloverfield, anche se in maniera molto più intelligente).

Riassumendo, titolo e nome del protagonista a parte, da cosa film e libro sono accomunati? Assolutamente nulla, nada, zero. Ciò che innervosisce maggiormente è il titolo di questo film. Scegliendo di adottare il titolo originale, Lawrence è come se si fosse voluto affibbiare il privilegio (inesistente) di aver rappresentato l’unica e vera trasposizione del romanzo di Matheson (anche se, molto più probabilmente, nelle intenzioni sue e dei produttori c’era la volontà di sfruttare il titolo del libro come mero specchietto per le allodole). Tale bieca operazione commerciale è a mio avviso da condannare con tutte le forze, in quanto non solo irrispettosa dell’opera originale e del suo autore, ma anche di coloro che avevano letto il libro e che sono andati al cinema con la speranza di poter rivivere le stesse angoscianti emozioni del romanzo. È vero: anche L’ultimo uomo della Terra e The Omega Man si allontanavano, chi più chi meno, dal romanzo di Matheson, ma almeno Ragona e Sagal hanno avuto l’umiltà di adottare titoli alternativi, a voler rimarcare la loro interpretazione delle pagine dello scrittore statunitense. Lawrence, ancora una volta, non ha dimostrato altrettanta intelligenza, dimostrandosi un regista interessato soltanto a sfruttare licenze di sicuro impatto come meglio gli aggrada.

Concludo questo lungo articolo con le immagini del finale alternativo di Io sono leggenda. A voi giudicare se sono migliori o peggiori del finale originale.

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