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Wunderkind: la presentazione del libro alla fiera del libro di Torino
Come al solito sono in ritardo. Questo articolo sarebbe dovuto essere pronto per almeno una settimana fa, ma impegni vari e imprevisti tecnologici mi hanno impedito di caricarlo sul sito prima di oggi. Ma andiamo con ordine.
Il 17 Maggio sono stato alla Fiera del Libro di Torino, dove, armato di telecamera, ho filmato la presentazione del romanzo d’esordio di d’Andrea G.L., Wunderkind, presentato da Licia Troisi. In realtà le riprese riguardavano anche gli stand e altre chicche, ma una delle cassette ha deciso di suicidarsi. In seguito ho pure scoperto che l’audio della cassetta sopravvissuta faceva alquanto pena (colpa del fatto che la presentazione era in un’area aperta, il che significa rumore di fondo a non finire), ragion per cui sono stato costretto a inserire dei sottotitoli, e che al momento del “trasloco” videocamera-computer le immagini avevano una frequenza diversa rispetto all’audio. Ce l’ho messa davvero tutta per risolvere tutte queste magagne (soprattutto per pulire l’audio), ma alla fine mi sono arreso, e così ho optato per una soluzione drastica: montare il video-articolo con delle foto anziché delle immagini in movimento. Alla fine il risultato è meno malvagio del previsto, ma lascio a voi giudicare.
Riguardo le mie impressioni sulle parole di d’Andrea e Troisi, rimando all’ultima parte dell’articolo. Per ora mi limito a dire che il video che segue riporta la quasi totalità della presentazione (durata una mezz’oretta buona). Le uniche parti che ho tagliato riguardano passaggi dove l’audio risultava incomprensibile (o dove d’Andrea sussurrava davanti al microfono), la digressione sulla musica Metal e alcuni passaggi dove i due scrittori ripetevano concetti già espressi, oltre ad alcuni momenti di silenzio. Per il resto, chi si trovava alla presentazione (tra cui il buon duca Carraronan che ho avuto il piacere di conoscere di persona) potrà confermare l’assenza di tagli significativi che possano portare a un ribaltamento delle parole dei padroni di casa. Tra l’altro, visto che mi piace essere una persona corretta, all’interno dei sottotitoli ho indicato esplicitamente quando ho effettuato un taglio, anche se minimo.
E ora, buona visione.
PRIMA PARTE
SECONDA PARTE
TERZA PARTE
Bene, e ora possiamo passare alle considerazioni del caso.
Parto da una premessa: il qui presente non ha letto il romanzo di d’Andrea nella sua interezza. Mi sono bastati i primi due capitoli in libreria per capire che non è fatto per me, e sottolineo per me. Non posso quindi dire se tale opera, presa nella sua interezza, sia un capolavoro oppure un’emerita cagata. Anche per tale ragione avevo deciso di assistere alla presentazione presso la Fiera del Libro. Purtroppo, sarò sincero, tale presentazione non mi ha per nulla convinto, tutt’altro. Certo, d’Andrea è spigliato e sa come tenere il “palco”, ma ciò non toglie che buona parte delle sue riflessioni (così come quelle della Troisi) fossero delle emerite idiozie. E qui non parlo a titolo personale: si tratta di idiozie a livello oggettivo.
Parto da quella più vistosa: quella sul realismo. Riprendo le parole del diretto interessato:
Se avete tre ore potrei spiegarvi perché secondo me, in realtà, io e Licia, su due paralleli completamente diversi, in realtà siamo due scrittori realisti. […] Io sono convinto che la scrittura veramente realista è quella che distorce, che deforma completamente la realtà. Allora, tu (Licia, ndr) puoi farlo con i draghi, io posso farlo con… posso farlo con la violenza, tu puoi farlo con un tipo di violenza. Perché da sempre io sono convinto che l’arte in generale sia un’operazione violenta che tu fai nei confronti della realtà, assolutamente. Tu prendi dalla tua delle cose e dei luoghi e li violenti per cercare di capirne l’essenza. Poi, se ci riesci bravo, però ci provi. Questo è secondo me il motivo per cui in realtà noi siamo molto più realisti.
Dove sta l’errore? È molto semplice: d’Andrea confonde due concetti tanto semplici quanto distanti, ovvero quello di realismo con quello di attualità. Con “realismo” s’intende infatti un «senso concreto della realtà di chi si basa sull’esperienza pratica e non cede a idealismi, fantasie, illusioni». Se si volesse poi allargare tale discorso al campo artistico, scopriremmo che, nelle arti figurative e nella letteratura, è una «corrente che si prefigge una rappresentazione obiettiva della realtà» (fonte: dizionario Zingarelli). Come si può facilmente vedere, nessun romanzo Fantasy potrà mai soddisfare simili requisiti, e questo perché si tratta di un suo limite naturale. Sarebbe come scrivere un romanzo storico su Napoleone dove compaiono gli alieni. È semplicemente impossibile.
È tuttavia vero che più volte si è tentato di fondere reale e fantastico, allo scopo d’interpretare (e non semplicemente mostrare) il primo attraverso l’uso del secondo. Basti pensare alla corrente del Realismo Magico, diffusasi intorno agli anni Venti del secolo scorso e che «propugnava un’arte che conciliasse le opposte esigenze del realismo e della trasfigurazione» (fonte: dizionario De Mauro). Tuttavia tale corrente, in particolare per quanto riguarda la narrativa, prevedeva la presenza di elementi magici all’interno di un contesto realistico. Domanda: il Mondo Emerso della Troisi risponde a tutto ciò? Certo che no, anche un bambino se ne renderebbe conto. Qualcuno potrebbe però obiettare dicendo che ambientazioni come quelle della Ragazza Drago o del Wunderkind, proprio per la loro posizione “mediana” sarebbero combacianti. E invece no, in quanto il Fantasy (ma il discorso si può allargare anche alla Fantascienza), inteso in senso lato, ovvero comprendendo tutti i diversi sottogeneri, descrive una realtà o pienamente indipendente e alternativa alla nostra (è il caso del Mondo Emerso) oppure tratta dell’influenza di un elemento esterno, generalmente magico, sul nostro mondo (ne avevo parlato in un mio vecchio articolo, QUESTO). Al contrario il Realismo Magico descrive una realtà in cui i personaggi, pur venendo a contatto con uno degli elementi esterni di cui sopra, non lo mettono in discussione (un ottimo esempio, in questo senso, è La scacchiera davanti allo specchio di Massimo Bontempelli). Tra l’altro nel Realismo Magico la realtà non viene assolutamente distorta o deformata, per usare le parole di d’Andrea.
Forse che allora d’Andrea pensava a qualcosa più vicino al Surrealismo? Peccato che pure qua insorgano dei problemi, a partire dal fatto che i surrealisti avevano come obiettivo la descrizione di ciò che è superiore al reale (e pure qua ci troviamo in un campo lontanissimo da quello descritto da d’Andrea). Tra l’altro sia i surrealisti che i realisti magici erano perfettamente coscienti che le loro opere non potevano in alcun modo essere comparate con le correnti Realiste propriamente dette. Tale lontananza tra fantastico e realistico pare però sfuggire a d’Andrea.
(PICCOLA NOTA D’APPENDICE: IL DISCORSO SUL LEGAME TRA REALE E FANTASTICO È OVVIAMENTE MOLTO PIÙ AMPIO DELLA BOZZA DA ME PRESENTATA, VISTO CHE OCCORREREBBE PARLARE ANCHE DI SCAPIGLIATURA, NATURALISMO ECC.)
Ma non finisce qua. Poco più tardi d’Andrea si lascia andare a un’altra affermazione a dir poco ridicola:
La letteratura fantastica cerca delle domande che abbiano… cerca le risposte che siano maiuscole. Cos’è la violenza? Cos’è la memoria? Che cos’è questo o quello che mi pare? La letteratura realista cerca in questo momento, a Roma, lì, chi c’è? Bello, bellissimo, ma non è la risposta.
Non sentivo una vaccata di simili proporzioni da quando Bush ha detto che Saddam Hussein possedeva l’atomica ^_^
La famosa bomba atomica di Saddan Hussein
Ora, questa affermazione è un’idiozia per due ragioni. La prima nasce sempre da una confusione di d’Andrea, ovvero il mettere a confronto una corrente letteraria (il Realismo) con un genere letterario (il Fantasy). Non bisogna essere dei geni per capire che è un’operazione errata già in partenza. Ma non solo: d’Andrea dimostra di non sapere una beneamata mazza di Realismo, altrimenti saprebbe che se il Realismo ha uno scopo, quello è proprio l’indagine del reale. Pensare che il Realismo equivalga a mera descrizione di un luogo o di un evento è quanto di più ingenuo e sbagliato possa esserci. Ma queste, caro signor d’Andrea, sono le basi della storia letteraria! E lo stesso discorso lo rivolgo alla signora Troisi, alla quale non è nemmeno passato per l’anticamera del cervello di obiettare a simili scemate, confermandole anzi.
Ma dicevo prima che d’Andrea confonde il realismo con l’attualità. Sul fatto che i suoi romanzi, così come quelli della Troisi, non siano per nulla realistici è stato appena detto. Ora voglio soffermarmi sul perché invece le loro opere possano comunque essere considerate come volte a discutere d’attualità (pur limitatamente a certi argomenti).
In più di un’occasione Licia Troisi ha ricordato come le vicende di Nihal si sarebbero potute ambientare nel nostro mondo, fatti i doverosi mutamenti alla trama; il che è vero. Nihal, così come anche Sennar, Dubhe e compagnia bella, non agisce o pensa come l’abitante di un ipotetico mondo medievale, bensì come una ragazza del nostro di mondo. A mio avviso già questo è un difetto, in quanto l’ambientazione dovrebbe sempre avere una forte influenza sulle azioni e i pensieri dei personaggi, altrimenti non ha senso descriverla, ma sorvoliamo su tale opinione. Quello che m’interessa sottolineare è il legame tra la realtà fantastica ideata dalla Troisi e il nostro mondo. Tale legame esiste? Certo. Fa riferimenti alla nostra realtà contemporanea, ovvero è attuale, almeno in riferimento alle psicologie dei personaggi? Di nuovo sì, anche se il discorso non vale per tutti i personaggi. Ma è anche realistico? Giammai. Per comprendere meglio questo passaggio prendo un altro romanzo, questa volta non Fantasy: Ho voglia di te (e relativi seguiti) di Federico Moccia. È un romanzo che tratta di attualità (o almeno si sforza di farlo)? Certo. Ma i suoi personaggi sono realistici? Beh, direi proprio di no, e sfido chiunque ad affermare il contrario. Hanno una parvenza di realismo, ma non per questo sono davvero realistici. Al contrario, si limitano a essere della macchiette, stereotipi privi di spessore. I personaggi della Troisi sono uguali: la loro evoluzione psicologica è ridotta ai minimi termini e, anzi, spesso e volentieri agiscono in maniera illogica se non addirittura incoerente con loro azioni precedenti (preciso: parlo della Troisi perché, come ho già detto, non ho letto il Wunderkind; e comunque è stato d’Andrea ad affiancare il suo libro a quello della scrittrice romana, quindi non prendetevela con me ^_^).
A fronte di tale discorso, come si può affermare che scrittori come la Troisi o d’Andrea sono realisti se i loro personaggi, o quantomeno quelli della scrittrice romana, non sono per nulla realistici né all’interno dell’ambito in cui si muovono né in riferimento alla nostra realtà? Certo, durante una presentazione, soprattutto se ci si trova davanti a un pubblico inesperto, simili frasi fanno di sicuro effetto. Ma come ho già detto in più di un’occasione, qui e su altri lidi, gli scrittori, così come gli editori, hanno una grandissima responsabilità, in particolare quando si rivolgono a un pubblico giovane; ragion per cui, piuttosto che lasciarsi andare a discorsi per i quali non si dispone della necessaria conoscenza di base, è meglio stare zitti. Si fa più bella figura.
Lasciamo da parte l’ignoranza (nel senso etimologico del termine) di d’Andrea e passiamo a quanto detto invece dalla nostra Licia nazionale. È difficile scegliere un passaggio specifico tra le tante idiozie affermate, anche se forse il discorso più “importante” è quello inerente la fiaba.
Al pari del suo collega, anche la Troisi dimostra di avere una cultura letteraria alquanto limitata. L’errore di partenza nasce da un tipico fraintendimento: il pensare che le fiabe siano da associarsi direttamente a un pubblico giovane, anzi giovanissimo. Nulla di più sbagliato. Buona parte delle fiabe giunte a noi oggi, infatti, erano in origine rivolte agli adulti, i quali se le raccontavano durante l’orario di lavoro per combattere la noia e la ripetitività delle azioni. È il caso soprattutto di quei mestieri dove un gran numero di lavoratori convivevano in spazi ridotti, come i filatoi. Infatti la fiaba nasce dalla tradizione orale, caratteristica che la distingue dalla favola, la cui tradizione è stata scritta sin dagli inizi (non mi stancherò mai di ripetere che fiaba e favola NON sono sinonimi). Tra l’altro, è proprio la favola, e non la fiaba, a rivolgersi maggiormente all’educazione dei più piccoli. A ulteriore dimostrazione di quanto ho appena scritto, basti pensare ai fratelli Grimm, i quali, è noto (o almeno si spera), non inventarono nessuna delle fiabe che portano il loro nome, limitandosi invece a riportare su carta quella che invece era una tradizione orale.
Bambine intente a leggersi l’autobiografia di Rocco Siffredi (sempre meglio di una fiaba brutta e violenta, non trovate? ^_^)
A dire il vero ci sarebbe tanto, troppo di cui parlare. Si potrebbero riempire pagine a pagine su ognuna delle idiozie dette durante la presentazione, sia da parte della Troisi (l’inesistente polemica inerente la divisione tra letteratura per l’infanzia e letteratura per adulti a seconda del grado di violenza è a dir poco ridicola) che di d’Andrea (chi mi segue da un po’ sa bene come il sottoscritto sia un grandissimo fautore della teoria dei generi). Ma forse è meglio chiudere qui. Non ho voglia di sprecare altro tempo per correggere ogni idiozia del magico duo. Concludo dicendo che d’Andrea mi ha dato l’impressione di una persona di media cultura che si fa forte di frasi a effetto e della sua spigliatezza, ma che – ahimè – dimostra anche una profonda ignoranza in campo letterario. E visto che è buona regola scrivere di ciò che si conosce, non oso immaginare quali scempiaggini possano essere contenute nel suo romanzo.
Recensione: l’acchiapparatti di Tilos
ATTENZIONE!!!
QUESTA RECENSIONE FA RIFERIMENTO ALL’EDIZIONE ORIGINALE DEL LIBRO. DA MARZO 2010 ESISTE UNA NUOVA EDIZIONE PUBBLICATA DA BALDINI CASTOLDI DALAI. PER CONOSCERE LE DIFFERENZE TRA LE DUE EDIZIONI, E’ POSSIBILE CONSULTARE QUESTO ARTICOLO.
TITOLO: L’acchiapparatti di Tilos
AUTORE: Francesco Barbi
GENERE: Fantasy
ANNO: 2007
EDITORE: Campanila
PREZZO: 18,90€
PAGINE: 424
ETA’ CONSIGLIATA: 16+
Esistono libri che cominciano a far notare la loro presenza con effetto ritardato; libri che passano inosservati, in silenzio, nonostante spesso celino al loro interno delle piccole perle. L’acchiapparatti di Tilos è uno di questi. Sebbene infatti la sua pubblicazione risalga a più di un anno fa, il romanzo d’esordio di Francesco Barbi rappresenta una delle più belle e inaspettate sorprese nel panorama del Fantasy italiano; un’opera capace di proporre la giusta miscela di umorismo e azione, di avventura e personaggi fuori da ogni schema, e che, per una volta tanto, non è il primo capitolo di una saga di ventotto volumi. Ma quali sono gli ingredienti di questo cocktail così ben riuscito?
C’era una volta, tanto tempo fa…
…un becchino gobbo di nome Ghescik che coltivava la passione per tutto quanto fosse in qualche modo legato all’occulto. Un bel giorno, però, al buon Ghescik si presentò l’occasione per trucc… ehm, vincere in un’“onesta” scommessa il diario di un antico negromante. Peccato solo che tale azione porterà con sé una serie d’imprevisti, tra cui la liberazione del boia di Giloc, un essere mostruoso e dall’animo decisamente poco incline all’amore fraterno. Così, accompagnato dal suo unico amico (?), lo scemo del villaggio Zaccaria, da una prostituta, un cacciatore di taglie sfigurato e un gigante incapace di comunicare se non attraverso proverbi, il nostro “prode” Ghescik tenterà di rimettere a nanna il demone, sfuggendo al tempo stesso dai tanti, troppi nemici che ha saputo crearsi a causa del suo modo di agire decisamente poco incline al rispetto delle leggi.
Quella appena presentata è, a grandi linee, la trama de L’acchiapparatti di Tilos. La prima cosa che si nota è il deciso cambio di rotta rispetto a pressoché tutti gli altri scrittori italiani di Fantasy classico, non necessariamente esordienti. Infatti:
A) Non ci sono ragazzini dotati di superpoteri.
B) Non ci sono stregoni o demoni pazzi che “folere konqviztare monto” (le stesse ragioni che portano il boia di Giloc a seminare “Morte & Distruzione S.P.A.” si riveleranno essere meno banali di quanto appaia all’inizio).
C) Non ci sono elfi, folletti, fatine, vampiri, mylittlepony™ o creaturine sbarluccicose e patatose che tanto sembrano andare di moda negli ultimi anni.
Già per tali “illustri” assenze il romanzo di Barbi meriterebbe l’acquisto, ma si sa: una trama quantomeno interessante non è necessariamente sinonimo di “buon romanzo”. Occorre quindi vedere come l’autore ha deciso (saputo?) far muovere i fili della storia.
Storia che, va detto, scorre via liscia come l’olio soprattutto per merito della perfetta alchimia tra i protagonisti. Va infatti reso merito a Barbi di sapere caratterizzare ottimamente, soprattutto grazie al brio dei dialoghi, buona parte dei personaggi da lui inventati. Tale discorso vale soprattutto per i due protagonisti principali, Ghescik e Zaccaria, anche se, in generale, sono i “diversi” a rappresentare il cuore pulsante del romanzo. Ciò che colpisce maggiormente dei personaggi di Barbi è il modo in cui l’autore è in grado di tratteggiarne i caratteri con non comune sensibilità, senza però risultare mai affettato o, peggio ancora, a cadere in toni forzatamente tragici.
Proprio tale capacità rappresenta però anche uno dei suoi difetti. Infatti, quando si parla di comparse capita di trovare alcune frasi abbastanza inusuali (verrebbe da dire tipiche del linguaggio proprio di ogni singolo individuo) dette da personaggi diversi in maniera identica. A titolo d’esempio, cito i personaggi di Ulvo e Benjam, i quali in più occasioni si trovano a usare le medesime espressioni (come “e di questi tempi poi” o “miseriaccia ladra”). L’impressione è che tali formule appartengano più all’autore che ai personaggi.
In generale, comunque, i personaggi di Barbi colpiscono per la loro profonda umanità, oltre che singolarità, lontanissima dal concetto classico di eroe tutto muscoli e azione (unica piccola eccezione è il personaggio di Gamara, il quale però non viene presentato come un vendicatore invincibile, bensì come un cacciatore di taglie perfettamente addestrato). È inoltre difficile, per non dire impossibile, trovare ne L’acchiapparatti di Tilos un personaggio privo di una certa dose di ambiguità. Tutti, dal primo all’ultimo, agiscono per i propri fini, oltretutto senza alcun buonismo risolutore nel finale, il quale, anzi, nella sua malinconia di fondo è stato capace di emozionarmi come non mi capitava da tempo.
No, i personaggi di Barbi non assomigliano
decisamente al buon vecchio Chuck.
Infodump? No, grazie
Tanti sono i nemici dello scrittore, ancor più se esordiente: il riciclo delle idee, le citazioni troppo “marcate” (ciao Christopher, da quanto tempo! ^_^), il fulmine che ti manda in pappa la tua saga da un gigalione di pagine nel giro di un nanosecondo… Esistono poi anche nemici nascosti tra le pagine della propria creatura e che rispondono al nome di deus ex machina, stereotipizzazione dei personaggi, ripetizioni… infodump!
Per “infodump” s’intende qualsiasi descrizione o spiegazione superflua ai fini soprattutto della storia (e specifico della storia, non solo della trama). Il problema è che il genere Fantasy, anche se in verità ci si potrebbe allargare alla narrativa fantastica tout court, è quello più incline a tale tipo di passaggi. Come si può infatti rendere vivo un mondo, se non ci si lascia andare a qualche bella pagina di “fantastoria”?
La questione verte tutta sull’equilibrio che l’autore è in grado di dare alla sua opera. Suo compito è saper fondere a dovere descrizione con narrazione, spiegazione con azione. Non è compito facile (alla faccia di chi pensa che per scrivere Fantasy basti lasciar correre la fantasia), e questo Barbi sembra saperlo molto bene, visto che per gran parte del romanzo adotta, a mio avviso abilmente, uno stratagemma allo stesso tradizionale e funzionale. In pratica la prima pagina o al massimo le prime due di alcuni capitoli sono dedicate alla descrizione di un particolare aspetto delle Terre di Confine. Alcuni esempi: il primo capitolo comincia con la sepoltura di un cadavere presso il cimitero della cittadina di Tilos, ed ecco che Barbi da il LA alla narrazione facendola precedere da un breve commento sulla cultura religiosa del luogo; oppure, il quarto capitolo vede l’introduzione del personaggio di Zaccaria, che di mestiere fa l’acchiapparatti (da lui stesso orgogliosamente inventato), ed ecco allora il narratore parlarci, senza però perdersi in inutili dettagli, di quella che è la struttura sociale delle Terre di Confine; e così via. Una struttura semplice, dicevamo, per non dire quasi scolastica, ma che Barbi sa sfruttare con la giusta abilità; tanto che al sottoscritto spesso capitava di non vedere l’ora di arrivare alla fine di un capitolo, soltanto per leggere l’introduzione di quello successivo, segno che a volte i vecchi metodi possono ancora funzionare; basta sapere come usarli a dovere.
Soltanto in un capitolo Barbi si lascia andare a una ventina abbondante di pagine di infodump, ma lo fa in maniera ironica. A parlare è infatti un bibliotecario particolarmente incline a perdersi in lunghi discorsi inutili, tanto da venire spesso interrotto dagli altri personaggi, sempre più spazientiti di fronte a un simile atteggiamento e desiderosi di giungere al succo della questione. Insomma, anche in questa occasione Barbi dimostra di sapere bene quali sono i rischi del mestiere, tanto da permettersi addirittura di scherzarci sopra, rendendo di fatto un capitolo potenzialmente noioso in un divertente scambio di battute.
La maestria con cui Barbi dimostra di saper aggirare gli infodump (sebbene sia da rilevare come talvolta gli scambi verbali tra Ghescik e Zaccaria, per quanto divertenti, appaiano un po’ troppo diluiti), mi da l’occasione per focalizzarmi un attimo su uno dei pochi possibili difetti de L’acchiapparatti di Tilos, ovvero l’ambientazione. È indubbio che lo scrittore toscano, nel momento in cui si è messo a portare su carta le Terre di Confine, avesse ben in mente la struttura da dare al mondo da lui ideato. Tuttavia proprio tale mondo appare forse un po’ troppo simile a quello che è stato il reale Alto Medioevo europeo. Certo, sono da lodare il realismo e la coerenza delle Terre di Confine, di certo frutto di un buona documentazione di base, ma forse proprio tale impostazione rischia di lasciare l’amaro in bocca a chi, leggendo un romanzo Fantasy, cerca anche (e talvolta soprattutto) ambientazioni più esotiche.
La torre del Negromante Ar-Gular.
A partire da qui cominceranno le sventure del povero Ghescik.
Stile e ritmo
Per come sono solito leggere un libro, a prescindere dal genere, due sono i punti su cui presto la mia attenzione primaria, ovvero trama e stile, a cui seguono poi aspetti altrettanto importanti quali la coerenza interna, la costruzione dei personaggi e così via. Credo che ciò dipenda dal semplice fatto che quando ci si trova in una libreria a dover scegliere su quale romanzo investire i propri soldi (e il proprio tempo), trama e stile sono i soli aspetti su cui si può avere una prima reale impressione.
Parlando di stile, parto da una considerazione molto semplice: Francesco Barbi sa scrivere e pure molto bene. Tale affermazione può sembrare quasi superflua (dopotutto viene naturale supporre che chiunque venga pubblicato da una casa editrice, ovviamente di quelle non a pagamento, sappia quantomeno tenere in mano una penna), eppure non lo è. L’esperienza mi ha insegnato che spesso, con lo scopo di sfruttare soltanto la moda del momento, a venire pubblicati sono anche autori privi di qualsiasi estro artistico. E purtroppo tale discorso vale anche, e forse soprattutto, per la narrativa Fantasy degli ultimi anni, la quale ha visto sfornare a ripetizione una serie di “giovani talenti” talvolta afflitti da gravi lacune in materia grammaticale o sintattica (dopotutto, perché affiancare a costoro editor seri, quando per vendere basta basare tutta la campagna pubblicitaria sulla giovane età dell’autore?).
Ma perché lo stile di Barbi sarebbe degno di nota? Innanzitutto perché scorrevole. Su oltre quattrocento pagine di romanzo, non c’è stato un solo punto in cui mi sia perso senza riuscire a capire cosa intendesse dire l’autore. La scrittura di Barbi è limpida, semplice, ma non per questo banale. Anzi, lo scrittore toscano dimostra non solo di saper sempre infondere alle sue pagine il giusto ritmo (i punti morti si contano sulle dita di una mano), ma soprattutto di possedere un’ottima proprietà di linguaggio, soprattutto quando è costretto a cadere nel tecnicismo. Volendo parafrasare proprio un passaggio del libro, si potrebbe dire che ne L’achiapparatti di Tilos «tutto è finalizzato all’efficacia».
Paradossalmente, proprio al ritmo è legato uno dei pochi aspetti stilistici che meno mi hanno convinto. Per infondere maggiore dinamicità alle scene d’azione, Barbi usa infatti in queste occasioni il presente al posto del passato remoto. Il problema, a mio modo di vedere, è che comunque L’acchiapparatti di Tilos è un romanzo che non fa tanto leva sull’azione, quanto più sui personaggi, tanto che questi cambi temporali, proprio per via dello spazio ridotto ad essi dedicato, stonano parecchio con lo stile generale. Senza contare che non tutte le scene d’azione prevedono al loro interno il presente al posto del passato remoto, così da far sospettare che tale stratagemma sia stato introdotto in corso d’opera, piuttosto che elaborato a inizio lavoro.
Altro piccolo difetto stilistico di Barbi, anche se qua ci troviamo più nel campo del gusto soggettivo, è l’uso a volte troppo invasivo degli avverbi anche laddove sarebbero facilmente sostituibili da un più comune aggettivo, a cui si aggiunge il passaggio in alcuni capitoli dal “tu” al “voi” (e viceversa) nel modo di rivolgersi l’un l’altro di alcuni personaggi.
Discorso a parte lo merita il tipo di narratore adottato da Barbi, il quale si presenta come espressione del mondo da lui stesso descritto: tra narratore e mondo narrato si percepisce una profonda affinità sociale e culturale (ovviamente impossibile da attuarsi con l’autore), sino a inglobare nella sua voce, ottica e linguaggio quelli che sono i pensieri dei singoli personaggi. Allo stesso tempo, però, il narratore è conscio che il suo destinatario non fa parte della realtà descritta, tanto da rendere necessarie alcune spiegazioni esterne alla narrazione vera e propria, sebbene in nessuna occasione egli si metta a dialogare apertamente con il lettore. Ci troviamo quindi di fronte a un narratore sì onnisciente, ma che talvolta oscilla tra impersonalità ed eccessiva vicinanza con la realtà descritta.
Alla ricerca dell’errore perduto
Questo capitoletto sarà quanto più breve possibile, e non perché lo ritenga poco importante (tutt’altro!), quanto perché L’acchiapparatti di Tilos è un romanzo che dà veramente poco spazio a quelli che, nel linguaggio cinematografico, sono noti come “bloopers”, ovvero gli errori che, volenti o nolenti, affliggono qualsiasi opera.
Ora, quando leggo un libro o guardo un film non è che mi metto lì con penna e taccuino a caccia di errori. Però, capita talvolta che tali magagne siano così pacchiane da non poter passare inosservate. Due sono le categorie di bloopers: da una parte abbiamo quelli innocui, ovvero che non intaccano, se non in maniera minima, la coerenza dell’opera (oggetti che svaniscono e ricompaiono all’improvviso, automobili che cambiano di modello da una scena all’altra ecc.); dall’altra abbiamo le vere e proprie incongruenze, errori così marcati da far crollare improvvisamente qualsiasi sospensione d’incredulità (il mostro immune al fuoco ma che muore a causa di un incendio, il protagonista a cui hanno sparato a una gamba ma che continua a saltare a destra e a manca neache fosse un circense ecc.).
Per fortuna, L’acchiapparatti di Tilos presenta soltanto due veri e propri bloopers (o almeno questi sono quelli che ho riscontrato io).
Parto da quello meno grave. A pagina 302 Ghescik si lamenta dell’assenza di un coltello durante un frugale pasto. Peccato solo che a pagina 310, dove la presenza di una lama diventa fondamentale alla riuscita del piano del protagonista, ecco il narratore scrivere, sempre riferendosi a Ghescik:
[...]Poi, in punta di piedi, scavalcò il capoccione di Nardo, prese il coltello che era appartenuto all’orbo e si allontanò tra i cespugli.[...]
Ma allora questo coltello c’é o non c’é? Troppo comodo farlo spuntare fuori solo quando serve.
Decisamente più grave l’ingenuità (perché così la reputo, più che un errore vero e proprio) commessa nel capitolo in cui boia di Giloc si libera dalla sua prigionia. Senza svelare troppo della trama, basti sapere che una delle guardie della prigione, pur di salvarsi dalla furia del mostro, decide di aprire una delle celle in cui sono rinchiusi i prigionieri umani e di barricarsi all’interno. Peccato per un particolare: le porte in acciaio delle prigioni non hanno la serratura nel lato interno, proprio al fine d’impedire ai carcerati di scassinarle. E questo non lo dice soltanto la realtà storiografica, ma lo fa intuire lo stesso Barbi a pag. 135, quando il criminale che era rinchiuso nella cella sopra citata racconta ai compagni quanto accaduto quella notte.
[...]«ho udito come dei rumori di lotta. Sono scattato in piedi e sono andato alla porta. Ho appoggiato l’orecchio e mi sono messo a origliare.»[...]
Se ci fosse stata una serratura anche sul lato interno della porta, perché appoggiare l’orecchio alla superficie metallica, quando sarebbe stato più semplice guardare attraverso la toppa? Questo secondo errore è decisamente più grave del primo, in quanto da tale (impossibile) azione dipende una serie di eventi che segneranno in maniera marcata il procedere della trama. Va comunque detto che questo è l’unico vero blooper di ambito tecnico che mi sia capitato di trovare in tutto il romanzo di Barbi e, per quanto grave, inficia solo in piccola parte il piacere generale provato nel leggere l’opera.

Piccole case editrici crescono
Dedico queste ultime righe al “vestito” con cui il romanzo di Barbi si presenta ai suoi lettori.
Prima però una doverosa premessa. È opinione di molti che solo le grandi case editrici siano in grado di garantire un’ottima qualità dal punto di vista estetico e dei materiali nella realizzazione di un libro. Nulla di più falso. Fanucci, ad esempio, è un grande editore, che però se ne frega della qualità dell’oggetto-libro. Al contrario la Gargoyle, piccola casa editrice specializzata nel campo dell’Horror, offre sempre ai suoi lettori libri curatissimi in ogni particolare (escludendo solo le immagini di copertina, decisamente povere), con carta di primissima qualità e accompagnando le storie proposte con brevi saggi introduttivi, il tutto mantenendo dei prezzi davvero competitivi. Quindi l’equazione “grande editore = libro molto curato” è falsa, o quantomeno non applicabile a tutti i casi.
Ora, come già accennato a inizio recensione, L’acchiapparatti di Tilos è il primo romanzo edito da Campanila che il qui presente abbia mai letto. Mi è quindi impossibile fare un paragone tra questo libro e il resto della produzione della suddetta casa editrice. Posso solo giudicare il romanzo che ho tra le mani, e tale giudizio è ottimo.
Com’è giusto che sia, parto dalla copertina. Dico subito che Internet non rende grazie alla sua reale qualità artistica (ammetto che quando la vidi sullo schermo la considerai un fotomontaggio fatto male; nulla di più sbagliato). Oltretutto la custodia esterna è davvero solida. Il libro me lo sono fatto arrivare via corriere e nonostante fosse stato inserito in una scatolina di cartone pressoché priva d’imballaggio, la sovracopertina non ne ha minimamente risentito. Ottima anche la solidità della copertina rigida in cartone, anche se sul bordo mancano il titolo e il nome dell’autore (grave mancanza, visto che, qualora la sovra copertina si dovesse malauguratamente strappare, si è costretti a tenersi un libro privo di titolo esterno). Menzione speciale la merita invece la mappa stampata sui fogli di guardia, realizzata a mano da un’amica dell’autore. Ciò che rende davvero pregevole tale disegno, e per certi aspetti quasi inusuale, è la totale assenza di ritocchi al computer, caratteristica, questa, che rende la mappa ancora più realistica e concreta. Altro pregio è infine la presenza, una volta tanto, di un indice.
Ma a convincermi maggiormente riguardo la realizzazione tecnica di questo romanzo è stata la cura riposta nell’uniformazione grafica dei singoli capitoli. Infatti, quando vengono riportate le parole di un epitaffio, piuttosto che di un cartello o altro, il carattere tipografico cambia forma, adattandosi alla situazione. Un piccolo particolare, è vero, ma che denota il grande impegno riversato su tale libro da parte di Campanila, e questo è un dettaglio da non sottovalutare, soprattutto tenendo a mente che Barbi è un esordiente. Aggiungiamo il fatto che di errori di battitura ce ne sono davvero pochissimi (ho trovato meno di una decina di sviste) e il quadro è completo.
Insomma, non fosse per l’assenza del titolo e del nome dell’autore sul bordo esterno della copertina rigida, ci troveremmo di fronte al perfetto modello di come andrebbe realizzato un romanzo cartaceo. E brava Campanila!
Conclusioni
L’acchiapparatti di Tilos è un buon libro. Non un capolavoro, ma comunque uno dei migliori esordi nella narrativa fantastica italiana degli ultimi anni (soltanto Pan di Francesco Dimitri era stato capace di convincermi con altrettanta forza). Pregi principali di quest’opera sono l’ottima caratterizzazione dei personaggi e una trama solida, pur nella sua semplicità, il tutto condito da uno stile scorrevole, ma per nulla banale, per quanto il sottoscritto non abbia particolarmente amato alcune scelte come l’uso del presente nelle scene d’azione. Difetti veri e propri il libro non ne ha (fatta eccezione per l’ingenuità inerente la fuga del Mietitore); semmai delle debolezze, le quali dipendono almeno in parte dai gusti del lettore, come l’ambientazione, non molto originale, ma molto ben costruita nel suo realismo. Insomma, un libro che mi sento di consigliare caldamente, e non soltanto agli amanti del Fantasy. L’acchiapparatti di Tilos è la dimostrazione (e se ne sentiva davvero il bisogno) di come si possa scrivere anche in Italia un romanzo Fantasy esplicitamente rivolto a un pubblico adulto, privo di buonismi d’alcun tipo e soprattutto che non ponga l’accento sugli “effetti speciali” a scapito della trama.
INTERVISTA
A FRANCESCO BARBI
Alessandro Canella: Cominciamo dalla più ovvia, ma anche doverosa delle domande: chi è Francesco Barbi?
Francesco Barbi: Per dare una qualche risposta, potrei fare un tentativo all’insegna della sintesi: Francesco Barbi è nato nel 1975 a Pisa, si è laureato in Scienze Fisiche, e insegna matematica e fisica nelle scuole superiori. Ha una figlia di un anno e mezzo che adora e il sogno, divenuto quasi un’esigenza, di riuscire a scrivere. Tanto. Per tutta la vita.
Oppure potrei rispondere con un estratto (lievemente modificato) da un racconto a cui sto lavorando proprio in questo momento e che, sebbene contenga una descrizione fisica, forse la dice più lunga riguardo al sottoscritto:
«Ho un volto “patibolare”. Almeno così lo descriveva mia madre, nella mia tarda adolescenza. Nonostante l’apparente accezione negativa che questo termine sembrava evocare, a me piaceva. Forse perché pensavo che nell’espressione patibolare fosse insita una certa peculiarità, un certo mistero. Sarà stato per la bocca, labbra carnose e denti grandi. O forse per il naso, che già all’epoca aveva cambiato le sue fattezze. Un’appendice di carne disossata che schiaccia il mio profilo. Gli occhi, piuttosto piccoli, marroni. Contornati dalle sopracciglia, e con quel loro taglio, riescono ad avere un’espressione profonda e penetrante, a quanto mi si dice.»
AC: Le Terre di Confine da te immaginate sono un’ambientazione che definirei quasi storica, per via della loro verosimiglianza e vicinanza con quello che è stato l’Alto Medioevo europeo. Da dove è nata la decisione di non abbandonarsi a un’ambientazione troppo fantastica e quale ruolo ha per te la precisione storiografica?
FB: Sono sempre stato affascinato dalla storia Alto Medioevale, soprattutto dagli aspetti più cupi e grotteschi di quell’epoca. Mi considero piuttosto pignolo e attento ad aspetti quali coerenza e plausibilità, e dunque volevo una base solida per la costruzione delle Terre di Confine. Spinto dal bisogno di verosimiglianza, ricordo di aver letto o riletto numerosi saggi sul periodo medioevale. Agli inizi della stesura, ho addirittura pensato alla possibilità di cimentarmi in un romanzo storico.
Ho poi deciso di scrivere un romanzo fantasy non solo per la personale predilezione per il genere, ma anche perché questa scelta mi garantiva più libertà: credo che al tempo il bisogno di coerenza, realismo e credibilità sarebbe potuto rivelarsi una difficoltà insormontabile nell’affrontare un romanzo propriamente storico.
E in effetti, per non venir meno a certe mie esigenze, tendo spesso a cercare espedienti che mi facciano sentire più libero, meno vincolato. Anche la scelta di ambientare le vicende dell’acchiapparatti in terre di confine è stata probabilmente dettata da questo mio bisogno. Pur ricordando vividamente atmosfere medioevali, quei territori, coacervo di razze e culture diverse, mi hanno garantito quella libertà creativa di cui avevo bisogno nella scelta dei nomi, delle credenze e dei tessuti economici e sociali.
L’acchiapparatti rimane comunque un libro low-fantasy, in cui compare fondamentalmente un unico elemento magico-fantastico, incarnato nella creatura ancestrale rinchiusa nelle prigioni di Giloc. Anche la stregoneria nelle Terre di Confine è ormai ridotta ad un eco dei tempi andati.
AC: L’acchiapparatti di Tilos, caso quasi più unico che raro per quanto riguarda la narrativa fantastica, è un romanzo autoconclusivo. Sebbene infatti l’epilogo faccia immaginare un futuro per alcuni dei personaggi, la storia ha un inizio e un finale ben marcati, tanto che giunto all’ultima pagina non ho provato alcuna sensazione di vuoto. Quanto di questo finale così equilibrato si trovava già nel progetto iniziale e quanto invece è giunto solo in corso d’opera?
FB: Ho sofferto come un cane per “vedere” un finale soddisfacente. E assolutamente non ho saputo dove sarei andato a parare fino ai tre quarti della prima stesura. D’altra parte sono convinto che un libro dovrebbe sempre essere in qualche modo autoconclusivo e quindi sentivo il forte bisogno di un finale che fosse un finale.
Ho scritto l’acchiapparatti “per situazioni”, almeno per ciò che riguarda le prime due parti, ovvero inventando e immaginando strada facendo ciò che sarebbe accaduto in seguito sulla base di quanto già narrato. Non avrei saputo fare altrimenti: l’essere vincolato ad una trama già delineata con precisione avrebbe messo a repentaglio l’intero progetto. Dunque avevo molte idee, note e appunti, ma soltanto una pittura molto vaga della struttura globale.
Quando sono arrivato a metà del libro e sentivo di dover iniziare a tirare le fila per convergere verso il finale, ho rallentato il ritmo di scrittura, impaurito dal fatto che scegliere una strada a quel punto avrebbe implicato l’impossibilità di sceglierne altre. Ho iniziato a passeggiare e a ragionare. Ho dovuto superare varie crisi, tagliare alcuni capitoli, riscriverne altri, e rinunciare a numerose idee. Pensavo molto e scrivevo ben poco. Mi sono poi bloccato per diversi mesi, prima di riuscire a stendere l’ultima parte. Quando finalmente ho intravisto il finale, ho scritto la quarta parte spedito, con facilità e godimento.
AC: Leggendo L’acchiapparatti di Tilos ho avuto la sensazione che Campanila credesse davvero nel tuo libro. Tutto, dal bassissimo numero di errori di battitura all’attenzione verso i più piccoli dettagli grafico-tipografici, dà l’idea di un progetto gestito con grandissima passione, cosa che spesso non si trova nei volumi di case editrici ben più blasonate. Magari tutto ciò è solo frutto della mia immaginazione, ma mi chiedevo come è stato il tuo rapporto con Campanila.
FB: Il mio rapporto con Campanila è stato molto “facile”. Senza dubbio la casa editrice ha creduto in me e nell’acchiapparatti. Mi hanno dato fiducia, hanno lasciato che decidessi pressoché tutto in merito al libro: dalla scelta dell’artista che avrebbe illustrato la copertina, alla duplice mappa delle “Terre di Confine”, dall’impaginazione alla grammatura delle pagine, superiore a quella preventivata. Anche l’editor, sebbene mi abbia affiancato nell’opera di revisione nel corso di molteplici riletture, non ha mai imposto il suo punto di vista e ha mostrato grande rispetto per le mie scelte.
AC: Spesso si sente dire, in riferimento a ogni nuovo romanzo (non necessariamente Fantasy), che “l’importante è leggere”, come a voler dire che un brutto libro è meno nocivo di un libro non letto. Qual è il tuo pensiero al riguardo e come credi che possa (o debba) evolvere il Fantasy in Italia?
FB: Sì, leggere è senz’altro molto importante. Un brutto libro è meno nocivo di un libro non letto? Non saprei. Ad ogni modo leggere un brutto libro potrebbe implicare il non leggerne uno bello. E ci sono moltissimi bei libri al mondo: perché allora leggerne di brutti?
A dir la verità, capita anche a me alle volte di leggere un brutto libro. Devo però dire che quando mi rendo conto di avere tra le mani un bel libro, la mia lettura si fa automaticamente più concentrata, attenta ai dettagli. Voglio pensare che i bei libri ti lascino sempre qualcosa in più rispetto agli altri e quindi abbiano un maggior peso. Forse, e lo spero ardentemente, ciò accade anche quando il lettore non ha una solida capacità critica.
Per quanto concerne la seconda parte della domanda, non me la sento di affrontare un discorso così ampio. Mi limito a dire che, nel mio piccolo, ce la metto e ce la metterò tutta per dare un qualche contributo.
AC: Credi che le scelte fatte negli ultimi anni si muovano nella direzione corretta per la crescita della narrativa fantastica italiana oltre che verso la domanda di tutte le fasce di lettori?
FB: Non credo di avere le competenze e le informazioni per rispondere alla domanda con cognizione di causa. Ad ogni modo non mi porrei il problema delle fasce di lettori: un libro può e dovrebbe essere un libro di qualità, qualsiasi sia il target. In tal senso, mi sembra di poter dire che le scelte nell’editoria del fantasy in Italia non siano unicamente dettate dalla volontà di una reale crescita, di un incremento nella qualità delle pubblicazioni… Operazioni commerciali ed economia la fanno da padrone… Un po’ come nella politica mondiale, o nella vita di molti di noi. Si tende a pensare al proprio orticello, all’immediato futuro, e non si riflette sulle questioni nel più largo respiro.
AC: Francesco, tu hai 34 anni e, considerando che buona parte degli esordienti degli ultimi anni nel campo del Fantasy in Italia sono minorenni e comunque giovanissimi, si potrebbe scherzare dicendo che sei quasi un rudere. Ma, fuor di battuta, come interpreti il fenomeno del cosiddetto “Fantasy Baby Boom”?
FB: Sulla questione il mio punto di vista è chiaro. Posso comprendere le motivazioni economiche che spingono qualche casa editrice ad investire sui giovanissimi, ma una tale operazione mi intristisce. Sono convinto che un adolescente non possa scrivere, salvo rarissime eccezioni, un bel libro. Di nessun genere. Anzi, a maggior ragione nella narrativa per ragazzi, che spesso si rivolge a lettori alle prime armi e dunque maggiormente vulnerabili e soggetti all’influenza di un cattivo romanzo. Un adolescente è una persona non ancora matura e non nel pieno delle potenzialità, che ha vissuto, letto ed è “cresciuta”, nel senso più ampio del termine, poco: ritengo improbabile che possa scrivere un buon libro.
AC: E concludiamo con un’altra domanda tipica: quali sono i tuoi futuri progetti?
FB: Al momento sono appena riuscito a riprendere a scrivere. Sono nell’ennesima, e spero stavolta ultima, fase di revisione di un libro di racconti di fantascienza distopica dal titolo Marchi indelebili. Si tratta di una serie di storie che si intrecciano quasi impercettibilmente, ambientate in un futuro tetro e apocalittico, dominato dal totalitarismo e dall’alienazione. La società, protagonista di questa raccolta, che viene rappresentata ricorda alcune opere di Orwell, Huxley, Bradbury, ma naturalmente essa è immaginata da un individuo immerso nelle problematiche del ventunesimo secolo.
Una volta completato il libro di racconti, penso che mi dedicherò anima e corpo alla stesura del seguito dell’acchiapparatti. Ho un gran desiderio e molte idee, note e spunti che mi attendono su una mezza dozzina di quadernetti.



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