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	<title> &#187; Interviste</title>
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		<title>A volte il mondo è piccolo: intervista a Luca Tarenzi</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 22:06:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Asengard]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/Tarenzi-3.jpg" rel="lightbox"><img class="alignleft size-full wp-image-1692" title="Tarenzi 3" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/Tarenzi-3.jpg" alt="" width="200" height="274" /></a>A volte, girando sui siti personali di alcuni scrittori (non solo italiani), ho come l&#8217;impressione che tra le tante ragioni per cui questi continuano a sfornare opere c&#8217;è anche il desiderio di rimanere sotto i riflettori. Riflettori piccoli, è vero, per nulla paragonabili a quelli delle arti più &#8220;pop&#8221;, ma forse proprio per questo ancor più pericolosi, visto che rischiano di alimentare una dimensione da elite o, peggio ancora, da genio incompreso. Ora mi si dirà che un simile discorso è applicabile non solo agli artisti, ma anche (soprattutto?) a quei lettori che la rete la sfruttano non solo per cercare informazioni, ma anche per <em>fare</em> informazione. Nulla in contrario al riguardo, anzi.</p>
<p>Proprio per tali ragioni, è sempre più raro trovare persone per nulla sedotte dall&#8217;idea di crearsi un proprio angolo di piazza virtuale da cui improvvisare qualche bel comizio.</p>
<p>Ma esistono. E una di queste è Luca Tarenzi.</p>
<p>In effetti, se si cerca in giro per Internet, si troveranno pochissimi suoi interventi diretti. Al massimo qualche intervista o poco più. Anche per questa ragione ero curioso di fare quattro chiacchiere con lui, e non solo per l&#8217;aver molto apprezzato il suo ultimo romanzo, <em>Il sentiero di legno e sangue</em>.</p>
<p>Così, circa tre settimane fa comincio a cercarlo (dopotutto mi hanno accusato di essere uno stalker, quindi ho una reputazione da difendere, eccheccazzo!). Parto ovviamente dalla rubrica del telefono, ma niente: non compare. Scrivo allora un&#8217;e-mail all&#8217;Asengard e dopo una manciata di minuti ricevo risposta da tale Edoardo (suppongo lo stesso Edo di cui parla Luca durante l’intervista), il quale fa gentilmente da ponte. Intanto provo a guardare la scheda dell’autore sul retro del libro (non sia mai che sia presente l&#8217;indirizzo tanto agognato) e leggendola i quattro neuroni ancora funzionanti nel mio cervello hanno un’illuminazione: moglie veterinaria di nome Erica, casa piena di animali&#8230; Non sarà mica che in verità Luca Tarenzi è il mio vicino di casa e non me ne sono mai accorto? E invece è proprio così.</p>
<p>Due i successivi pensieri: da una parte l&#8217;esultazione per il risparmio in termini di benzina (e chiunque ricopra il ruolo di umile collaboratore per una qualsivoglia rivista sa bene come questo è un dettaglio per nulla irrilevante); dall’altra la presa di coscienza che ciò annulla di fatto qualsiasi mia futura possibilità di essere pubblicato (brutta statistica, brutta!).</p>
<p>Cazzate a parte, pochi giorni più tardi mi ritrovo con Luca a chiacchierare in riva al lago, in compagnia di un buon gelato e di qualche piccione curioso (che bella immagine Yaoi; mancano solo le bolle di sapone di strazzulliana memoria ^_^). Quanto segue è quindi la cronaca della nostra chiacchierata, durante la quale si è parlato di New Weird e Steampunk, di editoria e giochi di ruolo, di “rotellosità” e provincialismo, di anarchia artistica e politica&#8230; Insomma, non ci siamo fatti mancare proprio niente.</p>
<p>Lo so, lo so, questo articolo è terribilmente lungo, ma fidatevi: ne vale la pena. Anche perché, come scrivevo all&#8217;inizio, simili occasioni con Luca sono rare. Quindi leggete, anche lentamente; e poi riflettete, dite la vostra, obbiettate, incazzatevi. In qualsiasi caso, buona lettura.</p>
<h1 style="text-align: center;">˜</h1>
<p><strong>Partiamo dal tuo ultimo libro: perché <em>Pinocchio</em>?<a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/IlSentieroDiLegnoESangue.jpg" rel="lightbox"><img class="alignright size-full wp-image-1693" title="IlSentieroDiLegnoESangue" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/IlSentieroDiLegnoESangue.jpg" alt="" width="200" height="292" /></a></strong></p>
<p>Mi viene da citare Dimitri quando ha detto “io ho letto <em>Alice</em> da adulto perché da bambino mi terrorizzava, e quando l’ho letto ho pensato: ma questo romanzo è una roba <em>terrificante</em>”. Per me è stato simile. Ho letto <em>Pinocchio</em> circa un paio di anni fa, e ci sono rimasto come preso da una martellata, perché non c’entra un cazzo con l’immaginario comune. La versione che il pubblico che non ha letto la fiaba ha di <em>Pinocchio</em> è <em>incredibilmente</em> distorta. È come quando si chiede a una persona qualsiasi come faceva il dottor Frankenstein ad animare la sua creatura; e tutti fanno un gran sorriso e rispondono “eh eh, con il fulmine”. E invece no! Nel film della Hammer con il fulmine, ma nel libro il dottore non dice come fa, e ne tace volutamente perché non vuole che il lettore del suo diario scopra come ha fatto, altrimenti qualcuno potrebbe imitarlo. Ecco, <em>Pinocchio</em> mi ha ricordato <em>Frankenstein</em>: mitologie errate vecchie di decenni che si sono sostituite al dato originario. Perché in verità anche <em>Pinocchio</em> è una storiella terrificante, piena di scene di violenza, di notti apocalittiche fatte di pioggia e lampi; con la figura della Fata Turchina, che noi percepiamo come una sorta di mamma quando invece viene rappresentata come poco più di una bambina, che chiede a Pinocchio di essere la sua sorellina – e questo è un dato molto importante secondo me, perché la pone su un piano differente – e che è descritta come uno spirito dell’oltretomba: parla quasi sempre di morti, appare in congiunzione con loro ed è presentata come una figura diafana (i suoi capelli sono turchini perché sembrano quelli di un cadavere). Quando ho letto tutto ciò, al di là della morale molto tipica della sua epoca e contro cui bercia Dimitri nell&#8217;introduzione al <em>Sentiero</em>, mi sono trovato davanti a una fiaba nera, terrificante, e mi sono detto: ma questa è una storia New Weird!</p>
<p>Poi capita che l’anno scorso, a Torino, Edo di Asengard mi dice: “Mi piacerebbe iniziare questa collana. Non è che tu&#8230;?” &#8220;Sì. C’è tempo?&#8221; &#8220;C’è tempo.&#8221; Così mi sono fatto tutta l’estate scorsa a fare il pieno di New Weird, più di quanto avessi fatto in passato, e per un colpo di fortuna – ma chiamiamolo pure con il suo nome: culo – mi capita in mano <em>The Alchemy of Stone</em> di Ekaterina Sedia, un libro che mi lascia senza parole. Vedi, il problema del New Weird e dello Steampunk – del New Weird in generale e dello Steampunk in particolare – è che sono generi estetici, e l’estetica si mangia tutto: storia, personaggi&#8230; È per questo che, tutto sommato, non mi piacciono così tanto. Mi piacciono come concept, ma le realizzazioni pratiche anche quando sono dei begli oggetti estetici rimangono <em>solo</em> dei begli oggetti estetici. Quello che invece mi ha fulminato di <em>The Alchemy of Stone</em> è che è una storia Steampunk – spiccatamente Steampunk (la protagonista è un automa!) –, ma è fottutamente commuovente. Quando ho letto questo libro mi è tornata alla mente la lettura che avevo fatto di <em>Pinocchio</em>, le due cose hanno colliso e mi sono detto: devo scrivere il <em>Pinocchio</em> New Weird. Da lì me lo sono riletto per l’ennesima volta, cercando se qualcuno ne aveva già parlato come una fiaba oscura, e scopro che un testo c’è: <em>Pinocchio: un libro parallelo</em>, di Giorgio Manganelli, dove lui interpreta la favola come una storia iniziatica. Da tutto ciò e da mesi e mesi di rimuginamento e riletture è uscito fuori <em>Il sentiero</em>. Che poi è stato scritto molto in fretta, appena sei settimane, anche se alle spalle avevo sei mesi di ragionamento.</p>
<p><strong>Prima hai ricordato come la visione tipica di <em>Pinocchio</em> è completamente diversa rispetto a quella reale, accennando in particolare al rapporto “paritario” tra la Fata Turchina e Pinocchio. È da qua che è nata l’idea di trasformarla nella compagna del protagonista del tuo libro?</strong></p>
<p>Esattamente, anche se si tratta di una compagna metaforica visto che i due non arrivano ad avere alcun contatto. Apro una parentesi: è in avanzata fase di studio un secondo libro che non è proprio il seguito di questo, ma una storia indipendente: la storia della “madrina”. Questo libro si svolgerà dopo gli eventi del <em>Sentiero</em>, e quindi avrà per protagonisti “loro” che la vanno a cercare, ma sarà lei a raccontare tutto ciò. E questa volta l’opera di riferimento sarà <em>La bella addormentata nel bosco</em>.</p>
<p><strong><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/le_due_lune.jpg" rel="lightbox"><img class="alignleft size-full wp-image-1695" title="le_due_lune" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/le_due_lune.jpg" alt="" width="200" height="250" /></a></strong><strong>Sarebbe la prima volta che lavori su di un seguito.</strong></p>
<p>Vero, anche se presto ci sarà un’eccezione per <em>Le due lune</em>. Pur essendo un libro autoconclusivo, ha lasciato alcuni buchi aperti, e questo perché era una storia troppo grossa. Per cui ho deciso volontariamente di dividerlo in due. Ma non sarà un seguito o il secondo volume di una saga: semplicemente un secondo libro per chiudere la storia e che scriverò questo Autunno per farlo uscire – si spera – l’anno prossimo. Ecco, io francamente preferisco molto di più la formula usata da Dimitri: libri che magari presentano collegamenti l’uno con l’altro, ma ognuno autoconclusivo. Le saghe fiume non sono nelle mie corde.</p>
<p><strong>Tornando al tuo “<em>Pinocchio</em>”, la vera figura protettrice del protagonista in verità è il sonnambulo, Pellegrino, piuttosto che la dea <em>(la versione “alternativa” della fata turchina, nd Okamis)</em>, e questo nonostante egli sia la controparte di Lucignolo.</strong></p>
<p>Sì, Pellegrino è Lucignolo, ma ho voluto ribaltarlo. Ho voluto creare un Lucignolo che guida verso la luce anziché verso le tenebre. Nel mio libro l’ho chiamato Pellegrino non a caso, ma perché lo stesso Lucignolo è un soprannome. Il vero nome del personaggio nel libro di Collodi è Romeo, chiamato appunto Lucignolo perché alto e sottile come lo stoppino di una candela. Il mio riferimento va invece ai Pellegrini Romei, coloro che andavano in pellegrinaggio a Roma. E siccome il New Weird è ribaltamento, ho trasformato la madrina in una compagna e Lucignolo in guida della luce, per non parlare di Mangiafuoco, da personaggio tutto sommato positivo nella storia originale a mostro. Per tornare un attimo alla figura della dea del caos, devi sapere che io ho una smodata e insana passione per la Società Discordiana, ragion per cui l’ho tratteggiata come Eris, la dea della discordia, così come percepita dai Discordiani, tanto che nel romanzo c’è più di una citazione dei principi della discordia nelle chiacchiere del tarlo. Quando poi scriverò la sua storia mi piacerebbe enfatizzare questo suo aspetto.</p>
<p><strong>A proposito di ribaltamento, una cosa che mi capita spesso di dire è che quando si realizza narrativa occorre porsi dei limiti in equilibrio tra loro. A tal proposito, ho notato come in questo libro siano presenti due forze contrastanti ma, appunto, in perfetto equilibrio. Da una parte, come accenna lo stesso Dimitri nell’introduzione, un Pinocchio che non sa qual è il suo ruolo nell’universo, eppure mosso da una forza fatale (nel senso etimologico del termine) che lo porta a compiere la sua missione, quasi non esista il libero arbitrio; dall’altra però abbiamo un mondo dominato da un caos onirico – Dimitri usa un termine che qui calza a pennello: anarchico – dove ai Dormienti è lasciata pressoché totale libertà, data anche la loro condizione “divina”. Mi chiedevo quindi: quanto è difficile equilibrare due forze tanto antitetiche?</strong></p>
<p>Per un meraviglioso caso fortuito. A volte ci lavori tantissimo sulle cose e poi queste non funzionano, altre volte invece l’intuizione buona fa scoccare la scintilla. Francesco a Torino diceva sul palco che magari tu passi notti intere su un passaggio che ti piace tantissimo e poi vedi il tuo lavoro scomparire in un click perché l’editor giustamente ti fa notare che il tutto non funziona. Quindi sul quanto è difficile, è difficile rispondere. La materia trattata nel mio libro, in verità, offriva il fianco a miti che avevano già raccontato questa storia, grandi figure e grandi archetipi già mossi nella medesima direzione. Quindi io in verità ho copiato, saccheggiato, fatto una sorta di collage. Ti dirò di più. Io sono laureato in storia delle religioni. Un mio amico che studia religioni del mondo classico quando ha letto <em>Il sentiero</em> mi fa: “Tu hai scritto un racconto gnostico”. In quel momento è come se mi avessero dato un&#8217;altra martellata, perché la mia tesi di laurea era sullo gnosticismo e non me n’ero minimamente accorto. Eppure&#8230; Porca puttana, aveva ragione! <span style="text-decoration: underline;"><em>(ATTENZIONE! Le righe che seguono contengono spoiler sul finale, quindi consiglio a chi non ha ancora letto il libro di passare direttamente alla domanda successiva, nd Okamis)</em></span></p>
<p><a href='http://infinitisentieri.com/2010/06/30/a-volte-il-mondo-e-piccolo-intervista-a-luca-tarenzi/#SID1684_1_tgl' title='Visit blog to check out this spoiler'>[[Visit blog to check out this spoiler]]</a></p>
<p><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/Tarenzi-1.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-1694" title="Tarenzi 1" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/Tarenzi-1.jpg" alt="" width="500" height="374" /></a><strong>Ma secondo te i miti o, più in generale, la narrativa fantastica del passato quanto ancora possono insegnarci, visto anche e considerato che sia tu che Dimitri attingete a piene mani da tale materiale?</strong></p>
<p><em>(Luca sorride, nd Okamis)</em> Tutto.</p>
<p><strong>E cosa invece noi possiamo aggiungere loro?</strong></p>
<p>Possiamo raccontarli di nuovo come alla loro epoca li avevano raccontati in una forma che era nuova rispetto al passato. Possiamo raccontarli in altre vesti e altre forme. Quando a Torino al Salone Off è saltato fuori l’argomento “realismo” – argomento che su Francesco ha lo stesso effetto di una scarica elettrica – a me era venuto in mente Borges. Mi capita spesso di citare Borges, soprattutto quando lui diceva che le storie del mondo sono soltanto quattro. Ora, se io racconto queste storie nell’ambito del fantastico nella maniera più ampia del termine, è come se avessi un guardaroba lungo chilometri, come se avessi tutte le maschere, tutti gli attori immaginabili. Se invece scelgo la via del realismo, mi ritrovo con un armadio, talvolta addirittura solo un cassetto con quattro stracci. Possono bastare, per carità – c’è gente che ha scritto roba meravigliosa usando quegli stracci –, ma io non ce la faccio. Quindi cosa possiamo fare noi per raccontare le storie del passato, visto che alla fine sono sempre quelle? Possiamo vestirle di nuovo, come il medioevo le ha vestite attingendo all’età classica, come l’età classica le ha vestite attingendo a un’antichità preistorica e via dicendo. Noi oggi abbiamo una fortuna mai avuto prima nella storia del mondo, che è la circolazione immediata e massiccia dell’informazione. Possiamo assimilare un quantitativo d’informazioni in un mese che nessuno del passato poteva assimilare in una vita intera. Il problema di cent’anni fa era reperire conoscenze, il nostro problema è selezionarle.</p>
<p><strong>Questa è però anche una responsabilità in più per l’autore.</strong></p>
<p>Una responsabilità immensa. Come insegna lo zio di Peter Parker, da grandi poteri derivano grandi responsabilità, frase estremamente saggia. Noi abbiamo un potere letterario enorme, mai esistito in passato. Facciamo un esempio: ho scritto un romanzo, ma nessuno vuole pubblicarlo. Ecco allora che faccio un bel Creative Commons, un bel PDF e sparo il tutto su Internet. Questo libro potrebbe benissimo essere letto da migliaia di persone, anche solo qui in Italia. Se poi parliamo del mondo anglosassone possiamo moltiplicare tale numero per cento se non mille. E chi ce l’aveva prima una tale potenzialità nel diffondere le proprie storie? Si tratta di una diffusione anarchica, perché Internet <em>è</em> uno strumento anarchico. Come si può anche solo pensare di controllarlo? Non ce la fai, anche se in Italia, che è un paese retrogrado, ci si tenta. Senza successo però, perché è un po’ come cercare di controllare le maree. La nostra è un’epoca di enorme anarchia incipiente, e questo fa più paura di qualsiasi altra cosa, da cui il tentativo di arginarla con mezzi inadeguati. Perché come dice la dea del caos nel libro: io sono cambiamento, e contro questo non si può combattere. Quindi, se tu mi parli di responsabilità, io ti rispondo di sì. Una responsabilità enorme: la responsabilità di essere i nuovi araldi del caos, nel bene e nel male. Possiamo cavalcare quest’onda o possiamo farci sommergere, ma succederà inevitabilmente.</p>
<p><strong><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/pentar_tarenzi_350.jpg" rel="lightbox"><img class="size-full wp-image-1698 alignright" title="pentar_tarenzi_350" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/pentar_tarenzi_350.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a></strong><strong>Secondo te chi ha più paura di questa spinta anarchica? Molto spesso infatti, leggendo narrativa fantastica e soprattutto commenti alla medesima, ho l’impressione che ad averne paura siano gli stessi lettori, o quanto meno un certo tipo di lettori (a cui aggiungo anche certi editori). A farla da padrone negli ultimi anni io vedo un’estetica sempre uguale a se stessa e che propone sempre le stesse storie, se non addirittura <em>la</em> stessa storia. E così il genere che più di ogni altro dovrebbe essere vitale e, appunto, anarchico si è trasformato nell’esatto opposto: un genere rassicurante e manieristico. Ritorno quindi alla domanda: chi ha più paura della <em>vera</em> narrativa fantastica?</strong></p>
<p>Ti do due risposte, una generale e una particolare. La risposta generale è che coloro che hanno paura del fantastico e della sua anarchia sono coloro che non sanno adattarsi, coloro che hanno paura del cambiamento. E non ci si sa adattare per un milione di ragioni: perché non si è stati educati a ciò, perché non si ha l’indole giusta, perché sottomessi a una logica d’imitazione&#8230; Nel mondo naturale il cambiamento ha un nome ben preciso che è evoluzione, ed è uno strumento essenziale perché l’alternativa è la morte, punto.</p>
<p>Riguardo editori e lettori&#8230;</p>
<p><strong>E ci aggiungiamo anche gli scrittori?</strong></p>
<p>Certo. Anche perché da autore pubblicato non vorrei fare il “crociato”. Partiamo però da una banalità: l’editoria non è un’associazione di beneficenza. È un’industria a scopo di lucro dove l’editore vuole guadagnare non poco, ma il più possibile. Quindi s’innesca un procedimento in stile uroboro, il serpente che si morde la coda, o, meglio ancora, di profezia che si autoavvera. Poniamo che io voglio vendere tante copie del mio libro. Quindi diamo al pubblico quello che vuole. Ma cosa vuole il pubblico? Beh, cos’ha comprato l’ultima volta? Ha comprato tante copie di “questo”. Quindi io <em>questo</em> gli do. Vedi, come m’insegna mia moglie, che fa la veterinaria, se tu a un gatto da piccolo dai sempre la stessa pappa, lui crescendo non mangerà più nient’altro. Se tu dai al pubblico sempre la stessa cosa, pensando che è quello che il pubblico vuole, alla fine il pubblico non vorrà più avere altro, perché non ha alternative. Ma è la sua mente a non averne, e questa è una prigione per la sua psiche. Il meccanismo alla fine è: l’editore propone sempre lo stesso perché pensa di soddisfare la richiesta del cliente, il lettore legge sempre lo stesso perché in verità non è educato alla “diversità”, e lo scrittore scrive sempre lo stesso perché vuole essere pubblicato, perché a sua volta è quello che chiedono le case editrici.</p>
<p><strong><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/sanctuarycover.jpg" rel="lightbox"><img class="size-full wp-image-1699 alignleft" title="sanctuarycover" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/sanctuarycover.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a></strong><strong>Un meccanismo malato.</strong></p>
<p>Certamente. È un circolo vizioso terribile, un uroboro che divora se stesso. Ed è un lavoro finto, perché appena si esce da questo meccanismo si scoprono cose pazzesche. Un anno fa Francesco insisteva su questa cosa con me e io storcevo la bocca non molto convinto e gli dicevo: “Sei sicuro, Francesco? Tu hai una fiducia nel pubblico che io personalmente non ho”. E lui mi rispondeva: “Non è vero. Guarda che può succedere”. Faccio l’esempio di quello che abbiamo davanti al naso non perché sono io, ma perché è un esempio che conosciamo tutti e due. Appena tu offri al pubblico un’alternativa, il pubblico ci si lancia. <em>Il sentiero</em> sta vendendo tantissimo e di ciò sono rimasto senza parole. All’inizio pensavo che questo libro sarebbe stato considerato un trascurabile divertissement letterario, una bizzarria, soprattutto in Italia dove non esiste una scena New Weird. E invece lo stanno divorando, nel suo piccolo ovviamente. E mi ritrovo così a dire che Francesco aveva ragione. Se tu offri al pubblico un’alternativa, poi il pubblico te la prende. Ma non è solo una responsabilità degli editori. Troppo facile dire che è sempre colpa loro, delle loro idee su come fare soldi, del loro marketing o del pensiero secondo cui se un libro non viene presentato su Repubblica allora non venderà. È anche una responsabilità nostra.</p>
<p><strong>Che poi il pubblico del Fantasy non è quel pubblico che cerca informazioni letterarie su Repubblica&#8230;</strong></p>
<p>Appunto! Ma è un concetto difficile da far capire. Ma la responsabilità, come dicevamo prima, è anche di noi scrittori. Uno scrittore quanti libri scrive all’anno? Uno, se va bene. Due proprio a esagerare e se non sono grandissimi. Ma quanti ne leggiamo? Un lettore forte in media legge un libro alla settimana, quindi diciamo sui cinquanta in un anno. Quindi siamo lettori cinquanta volte di più di quanto siamo scrittori. Ed è qui la responsabilità del lettore, nel leggere certi tipi di cose. È come un grosso circolo vizioso a cui partecipiamo colpevolmente tutti, ma dove possiamo anche decidere di fermarci.</p>
<p><strong>Tornando al tuo libro, c’è un passaggio che ha mi obbligato a fermarmi e andare a ricontrollare il nome dell’autore. È all’inizio del capitolo 8, dopo che Pinocchio si è trovato di fronte al primo Sognatore e chiede <em>(il sottolineato è mio; il primo personaggio che parla è Pinocchio, il secondo il Tarlo, nd Okamis)</em>:</strong></p>
<blockquote><p>«Dunque è così che è fatto un <span style="text-decoration: underline;">Sognatore</span>.»</p>
<p>«Quello è solo l’<span style="text-decoration: underline;">aspetto</span> che ha voluto mostrarti: il suo vero corpo, il suo corpo umano, giace addormentato da qualche parte nel palazzo, ma la sua mente non è prigioniera della <span style="text-decoration: underline;">carne</span>.»</p></blockquote>
<p><strong>Ora, senza sminuire il tuo lavoro, tutti questi termini (sogno, aspetto, carne) sembrano presi di peso da Dimitri. E da lì, rimuginandoci un po’ su, ho pensato come un discorso simile fosse applicabile anche alle tre categorie di personaggi da te descritte. Abbiamo infatti i Sognatori (Sogno), i Desti (Carne) e in mezzo ci sono i Sonnambuli, anche se il loro caso non è assolutamen</strong><strong>te assimilabile all’Incanto di Dimitri. E qui arriva la domanda: quanto secondo te ti ha dato Dimitri e quanto invece pensi di aver dato tu a Dimitri.</strong></p>
<p>Bella domanda&#8230; Premessa: non pensavo coscientemente a Dimitri quando ho scritto quel passaggio. Però potrebbe essere inconscio visto che il nostro cervello lavora al 90 per cento senza che ce ne accorgiamo. Io e Francesco abbiamo due formazioni molto simili: di curriculum scolastico (io arrivo da storia delle religioni e lui da antropologia), di letture (ogni volta che parliamo scopriamo di aver letto sempre le stesse cose, a volte addirittura in parallelo, tanto che quando riesco a consigliargli un libro mi metto a esultare)&#8230; Quindi, probabilmente, io e lui siamo cresciuti con immaginari molto simili. Non lo dico per vantarmi, anche se è una cosa che mi lusinga immensamente, ma ci sento sempre più spesso paragonati; anche se, come dico sempre, è un po’ come paragonare un’aquila a una quaglia: uccelli sono tutti e due, ma Dimitri è un’aquila e io una quaglia. Quindi, per rispondere alla tua domanda, Francesco mi ha di sicuro dato tanto. Quando ho letto <em>Pan</em> la prima volta ho pensato: porca puttana, Luca, questo è il libro che tu avresti voluto scrivere.</p>
<p><strong><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/Tarenzi-21.jpg" rel="lightbox"><img class="size-full wp-image-1697 alignright" title="Tarenzi 2" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/Tarenzi-21.jpg" alt="" width="200" height="264" /></a></strong><strong>Che è il più bel complimento che si possa fare a un libro.</strong></p>
<p>Vero, però non l’ho fatto. Perché? Uno: perché non ne avevo le capacità. Le conoscenze sì. Il genere di cultura che Francesco ha usato in <em>Pan</em> ce l’ho anch’io. Quando vedevo il suo personaggio dell’antropologo, Giovanni, che citava di Martino ed Eliade, dentro di me pensavo “cazzo, ma pure io ho letto di Martino!”. Quindi le conoscenze, modestamente, le avevo; ma, ripeto, non avrei mai potuto scrivere un libro così, perché appunto non ne avevo la capacità e, due, il coraggio. Perché <em>Pan</em> è un libro mostruosamente coraggioso, soprattutto considerando il momento della narrativa fantastica italiana in cui è uscito. Una delle cose che dico spesso a Francesco è che lui ha fegato letterario, cosa che io forse sto cercando di farmi venire adesso. Ti dico: io sono stato come illuminato da <em>Pan</em>, così come in tanti. Era una bomba, una granata, una testata nucleare.</p>
<p>Quanto io ho dato a Francesco&#8230; Non ne ho la benché minima idea. Nel mio piccolo mi sono limitato a consigliargli un paio di web-comic e qualche romanzo. Il giorno in cui si vedrà qualcosa di mio nelle sue storie offrirò la cena a tutti. Comunque nel libro che sto scrivendo adesso, dopo la citazione inconscia che tu hai trovato, ci sarà una bella citazione conscia di Francesco. Questi sono letterariamente i nostri rapporti, per come li vedo io. Io da lui posso ancora prendere tanto, ma che lui prenda da me&#8230; In Italia siamo tutti “sotto” di lui.</p>
<p><strong>Ma Dimitri può ancora essere considerato un autore “italiano”?</strong></p>
<p>Il punto è che allo stato attuale della letteratura fantastica italiana dire a qualcuno che il suo libro sembra scritto da uno straniero, e in particolare da un anglosassone, è fargli un complimento. Alla fine, di quale letteratura fantastica si è nutrito Francesco? Di quella italiana? Certo che no. Siamo quel che mangiamo, ed è quello che ho cercato di fare pure io con <em>Le due lune</em> e, ancora di più, con il libro che sto scrivendo ora: presentare la versione fantastica delle proprie città, ma con quell’occhio di chi lo fa a casa sua. Ora come ora, solo gli anglosassoni e pochi altri ci riescono, piaccia o non piaccia. Ma se vogliamo dar vita allo “scrittore del futuro” occorre acquisire quell’occhio lì, altrimenti la nostra narrativa si trasformerà in semplice provincialismo, e questo non va bene. Pensa a un autore anglosassone qualsiasi che decide di ambientare il suo romanzo nel paesino più sfigato del Sussex. Parleresti di provincialismo? No. E infatti è rarissimo sentir accusare autori anglosassoni di provincialismo. Anzi, sembra quasi che loro non abbiano questa categoria, mentre noi non facciamo altro che fare questo con i nostri libri. Magari quella scelta da Francesco, consciamente o inconsciamente, è una via per uscire da tale inquadratura. Io ci credo abbastanza da essermi orientato proprio in quella direzione.</p>
<p><strong>Tornando al discorso precedente, dal fantastico internazionale cosa pensi di aver “preso in prestito”?</strong></p>
<p>Dal fantastico in generale o specificatamente dal New Weird?</p>
<p><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/libropeccati_tarenzi_350.jpg" rel="lightbox"><img class="alignleft size-full wp-image-1700" title="libropeccati_tarenzi_350" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/libropeccati_tarenzi_350.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a><strong>Anche dal fantastico in generale.</strong></p>
<p>Tu lo sai che a fare una domanda del genere rischi che non mi fermi più, vero? Scherzi a parte, così come per molti altri, sono cresciuto con l’Heroic Fantasy. Ma ormai il “Fantasy con la cartina” ha fatto la sua epoca per “quelli come noi”. Non che siano tutti brutti libri – tu mi dici ad esempio che <em>L’acchiapparatti</em> è bello, eppure ha la cartina <em>(per evitare fraintedimenti, al momento dell&#8217;intervista Luca non aveva ancora letto il libro di Barbi, nd Okamis)</em> –, ma ripeto: hanno fatto il loro tempo. Io, ancor più del New Weird, dello Steampunk e delle cose più bizzarre, amo lo Urban Fantasy, quello classico, ambientato proprio nelle nostre città. In particolare ho un amore viscerale per Jim Butcher, che però in Italia non è pubblicato. Lui negli Stati Uniti è molto famoso. È un autore fiume, di quelli che pubblicano un libro all’anno (mi pare sia arrivato al dodicesimo volume della sua serie). Ora, non troverai nulla di nuovo in un libro di Butcher. Il suo protagonista è un mago, vive a Chicago, ha a che fare con vampiri, lupi mannari, creature fatate&#8230; Insomma, Urban Fantasy da manuale, classicissimo. Ma lo scrive così bene, è così ironico, così divertente, così emozionante, con trame così ferree a cui non toglieresti una fottuta virgola, che se tu cominci a leggerlo diventa come una droga. Una volta Francesco mi ha detto: “Butcher è originale come la chiappa sinistra”. Però averne! Si potrebbero spazzare via migliaia di autori e lasciare solo Butcher. Questo è lo Urban Fantasy che mi piace di più e che ho cercato di fare, pur con tutte le limitazioni che mi sono state date, con <em>Le due lune</em>, e che ora sto cercando di fare con il nuovo romanzo per Salani, che è molto più ironico, molto più veloce. Se poi sarà anche molto più bello non lo so; quello lo deciderà il pubblico. Io però mi sto divertendo a scriverlo.</p>
<p>Riguardo New Weird e Steampunk, il problema è quello che ti dicevo prima: l’estetica. Pur essendomi trovato davanti a esempi estetici belli, se non bellissimi, io ne patisco l’eccesso. Un mio amico, grande creatore di neologismi, ha creato una definizione bellissima. Lui diceva: ma cos’è lo Steampunk? Lo Steampunk è la rotellosità. Ed è vero, ma dopo ch un romanzo di ottocento pagine ti ha fatto vedere tutta la rotellosità, tu alla fine quella ti ricordi, ma ti dimentichi i personaggi, ti dimentichi la storia e soprattutto ti dimentichi le emozioni. E questo pur con delle notevoli eccezioni, come appunto Ekaterina Sedia. Recentemente ho letto <em>The affinity bridge</em> di Gerge Mann, un bello Steampunk pulito, fatto di superfici d’ottone e di rotelle in numero giusto. Non c’è una sovrabbondanza tecnologica nel suo romanzo, sebbene siano presenti automi e macchine volanti; e questo mette in evidenza la trama da giallo, senza invece nasconderla come in altri libri. Ecco, questo è lo Steampunk che mi piace.</p>
<p><strong>A</strong><strong>nche perché spesso – e questo è un discorso che vale soprattutto ora che questo genere sta diventando di moda – c’è il rischio che dietro la maschera da ambientazione un po’ fuori dal comune si nasconda sempre la solita storia già letta centinaia di volte, vedi l’esempio di <em>Steamed</em> di Katie MacAlister.</strong></p>
<p>Certo, così come recentemente, non so per quale colpo di testa, a Einaudi è venuto in mente di pubblicare <em>Leviathan</em>. Io al solo leggere il riassunto mi sono detto: ma che minchia di storia è? Durante una cena fatta con Francesco all’inizio di quest’anno, lui diceva che il New Weird alla fin fine è una scatola dove puoi ficcare qualsiasi cosa; ma un contenitore pensato per contenere qualunque cosa alla fine è un contenitore pensato per non contenere niente. Poi, figurati, lui odia ancor più di me le etichette. Il problema però è proprio questo: quando tu non sai tanto bene come definire una cosa, senti il bisogno di darle un nome. Il New Weird, così come lo Steampunk, è un genere ad altissimo rischio di autoreferenzialità. Ma se noi prendiamo una definizione come può essere quella (orrenda) data da VanderMeer, arriviamo a dire che il Mieville della trilogia del Bas Lag è New Weird perché non parla del nostro mondo, mentre il Mieville di <em>Unlundun</em> piuttosto che di <em>Kraken</em>, che sono ambientati a Londra, invece è Urban Fantasy con influenze weird. Ma che cazzo stiamo dicendo? <em>(ride, nd Okamis)</em></p>
<p>Quando si ha a che fare con questi generi molto estetici bisogna sempre stare molto attenti. Che è poi la ragione per cui non mi piace VanderMeer, tanto che nella versione originaria della postfazione l’avevo scritto, anche un po’ da “cattivo”. Edo poi mi ha consigliato di togliere quella frase, dove scrivevo che VanderMeer è un creatore di grandi immagini, ma un pessimo scrittore, un pessimo costruttore di storie e un fottuto plagiario (e io becco da dove copia sebbene lui non lo dica). Ecco, VanderMeer secondo me è il New Weird come non dovrebbe essere: una meravigliosa costruzione estetica al servizio di una meravigliosa costruzione estetica; e a volte nemmeno quella, vedi <em>Veniss Underground</em>.</p>
<p><strong><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/sciamana.jpg" rel="lightbox"><img class="alignright size-full wp-image-1718" title="sciamana" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/sciamana.jpg" alt="" width="200" height="302" /></a></strong>Prendi invece Swanwick. Tu leggi <em>The iron dragon’s daughter</em> e poi dici: ma io non vado a fare lo scrittore, vado a fare il pizzaiolo. Perché <em>questo</em> è uno scrittore. Uno come Swanwick ti spazza via. I dettagli (mai letto un libro con così tanti dettagli meravigliosi), i personaggi montanti così bene e in così poche righe, la storia incredibilmente coraggiosa, che prima sembra femminista, poi maschilista, poi&#8230; Ecco, Swanwick è l’opposto di VanderMeer, la dimostrazione che tu puoi usare qualcosa che forse non è proprio New Weird ma comunque molto Weird per dar vita a personaggi grandiosi e a una storia pazzesca.</p>
<p><strong>Invece tra gli autori che hai tradotto o di cui ti sei occupato dell’editing, c’è mai stato qualcuno da cui senti di aver imparato qualcosa?</strong></p>
<p>Non è bello da dire, ma non ho mai editato un libro italiano da cui mi sono sentito d’imparare qualcosa. Al massimo qualche bel libro, ma pur sempre una minoranza, e non solo nel fantastico. Ecco, io editerei volentieri un libro di Dimitri. Lì sì che avrei qualcosa da imparare.</p>
<p>Dagli stranieri invece sì. Due anni fa, per Salani, ho tradotto <em>La valle degli eroi</em> di Jonathan Stroud, che in Italia ho notato essere piaciuto poco, forse perché da noi lui è noto solo per il personaggio di Bartimeus, mentre in madrepatria c’è tutto uno Stroud che noi non conosciamo e che è lo Stroud autore per bambini, a cui <em>La valle degli eroi</em> è senz’altro più vicino. Probabilmente molti acquistando questo libro si aspettavano un clima alla Bartimeus. Un peccato, anche perché a me e alle ragazze di Mondi Fantastici il romanzo era piaciuto esageratamente, perché è un libro scritto bene, accattivante, pulito nella scrittura&#8230; bello.</p>
<p><strong>Un’ultima domanda, volutamente banale e generica per lasciarti il più ampio margine d’azione: visto lo stato del fantastico in Italia, cosa pensi possano e debbano fare gli autori per “migliorare la scena”?</strong></p>
<p>Ma guarda, in verità la risposta è di sole due parole: scrivere bene. Il che vuol dire leggere tanto e con attenzione, scrivere, ragionare, informarsi, farsi criticare (cosa che per gli autori italiani è una delle più grandi fatiche); insomma, fare tutto il necessario per scrivere bene. E per scrivere bene occorre anche capire cos’è la bella scrittura; e questo non te lo dice il giudizio del pubblico, altrimenti autori che vendono tantissimo dovrebbero essere Artisti con la A maiuscola, quando sappiamo bene che così non è. Nel mio libro Pellegrino cita una frase che lui dice di aver sentito a sua volta dal suo maestro, e che recita “fai bene quel che stai facendo in questo momento”. Stai facendo anche solo un aeroplanino di carta? Fallo bene. Se invece pensi di scrivere per diventare famoso o fare soldi, allora non hai capito proprio nulla.</p>


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		<title>Wunderkind: la presentazione del libro alla fiera del libro di Torino</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 20:28:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[d'Andrea G.L.]]></category>

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		<description><![CDATA[Come al solito sono in ritardo. Questo articolo sarebbe dovuto essere pronto per almeno una settimana fa, ma impegni vari e imprevisti tecnologici mi hanno impedito di caricarlo sul sito prima di oggi. Ma andiamo con ordine. Il 17 Maggio sono stato alla Fiera del Libro di Torino, dove, armato di telecamera, ho filmato la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Come al solito sono in ritardo. Questo articolo sarebbe dovuto essere pronto per almeno una settimana fa, ma impegni vari e imprevisti tecnologici mi hanno impedito di caricarlo sul sito prima di oggi. Ma andiamo con ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 17 Maggio sono stato alla Fiera del Libro di Torino, dove, armato di telecamera, ho filmato la presentazione del romanzo d’esordio di d’Andrea G.L., Wunderkind, presentato da Licia Troisi. In realtà le riprese riguardavano anche gli stand e altre chicche, ma una delle cassette ha deciso di suicidarsi. In seguito ho pure scoperto che l’audio della cassetta sopravvissuta faceva alquanto pena (colpa del fatto che la presentazione era in un’area aperta, il che significa rumore di fondo a non finire), ragion per cui sono stato costretto a inserire dei sottotitoli, e che al momento del “trasloco” videocamera-computer le immagini avevano una frequenza diversa rispetto all’audio. Ce l’ho messa davvero tutta per risolvere tutte queste magagne (soprattutto per pulire l’audio), ma alla fine mi sono arreso, e così ho optato per una soluzione drastica: montare il video-articolo con delle foto anziché delle immagini in movimento. Alla fine il risultato è meno malvagio del previsto, ma lascio a voi giudicare.</p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo le mie impressioni sulle parole di d’Andrea e Troisi, rimando all’ultima parte dell’articolo. Per ora mi limito a dire che il video che segue riporta la quasi totalità della presentazione (durata una mezz’oretta buona). Le uniche parti che ho tagliato riguardano passaggi dove l’audio risultava incomprensibile (o dove d’Andrea sussurrava davanti al microfono), la digressione sulla musica Metal e alcuni passaggi dove i due scrittori ripetevano concetti già espressi, oltre ad alcuni momenti di silenzio. Per il resto, chi si trovava alla presentazione (tra cui il buon duca Carraronan che ho avuto il piacere di conoscere di persona) potrà confermare l’assenza di tagli significativi che possano portare a un ribaltamento delle parole dei padroni di casa. Tra l’altro, visto che mi piace essere una persona corretta, all’interno dei sottotitoli ho indicato esplicitamente quando ho effettuato un taglio, anche se minimo.</p>
<p style="text-align: justify;">E ora, buona visione.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>PRIMA PARTE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/GgSGnx5kzDM&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube-nocookie.com/v/GgSGnx5kzDM&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p style="text-align: center;"><strong>SECONDA PARTE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/i21ze0LCz3Q&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube-nocookie.com/v/i21ze0LCz3Q&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p style="text-align: center;"><strong>TERZA PARTE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/ROpDRbmz_hg&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube-nocookie.com/v/ROpDRbmz_hg&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;">Bene, e ora possiamo passare alle considerazioni del caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Parto da una premessa: il qui presente non ha letto il romanzo di d’Andrea nella sua interezza. Mi sono bastati i primi due capitoli in libreria per capire che non è fatto per me, e sottolineo <em>per me</em>. Non posso quindi dire se tale opera, presa nella sua interezza, sia un capolavoro oppure un’emerita cagata. Anche per tale ragione avevo deciso di assistere alla presentazione presso la Fiera del Libro. Purtroppo, sarò sincero, tale presentazione non mi ha per nulla convinto, tutt’altro. Certo, d’Andrea è spigliato e sa come tenere il “palco”, ma ciò non toglie che buona parte delle sue riflessioni (così come quelle della Troisi) fossero delle emerite idiozie. E qui non parlo a titolo personale: si tratta di idiozie a livello oggettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Parto da quella più vistosa: quella sul realismo. Riprendo le parole del diretto interessato:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se avete tre ore potrei spiegarvi perché secondo me, in realtà, io e Licia, su due paralleli completamente diversi, in realtà siamo due scrittori realisti. […] Io sono convinto che la scrittura veramente realista è quella che distorce, che deforma completamente la realtà. Allora, tu (Licia, ndr) puoi farlo con i draghi, io posso farlo con&#8230; posso farlo con la violenza, tu puoi farlo con un tipo di violenza. Perché da sempre io sono convinto che l’arte in generale sia un’operazione violenta che tu fai nei confronti della realtà, assolutamente. Tu prendi dalla tua delle cose e dei luoghi e li violenti per cercare di capirne l’essenza. Poi, se ci riesci bravo, però ci provi. Questo è secondo me il motivo per cui in realtà noi siamo molto più realisti.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dove sta l’errore? È molto semplice: d’Andrea confonde due concetti tanto semplici quanto distanti, ovvero quello di realismo con quello di attualità. Con “realismo” s’intende infatti un «senso concreto della realtà di chi si basa sull’esperienza pratica e non cede a idealismi, fantasie, illusioni». Se si volesse poi allargare tale discorso al campo artistico, scopriremmo che, nelle arti figurative e nella letteratura, è una «corrente che si prefigge una rappresentazione obiettiva della realtà» (fonte: dizionario Zingarelli). Come si può facilmente vedere, nessun romanzo Fantasy potrà mai soddisfare simili requisiti, e questo perché si tratta di un suo limite naturale. Sarebbe come scrivere un romanzo storico su Napoleone dove compaiono gli alieni. È semplicemente impossibile.</p>
<p style="text-align: justify;">È tuttavia vero che più volte si è tentato di fondere reale e fantastico, allo scopo d’interpretare (e non semplicemente mostrare) il primo attraverso l’uso del secondo. Basti pensare alla corrente del Realismo Magico, diffusasi intorno agli anni Venti del secolo scorso e che «propugnava un’arte che conciliasse le opposte esigenze del realismo e della trasfigurazione» (fonte: dizionario De Mauro). Tuttavia tale corrente, in particolare per quanto riguarda la narrativa, prevedeva la presenza di elementi magici all’interno di un contesto realistico. Domanda: il Mondo Emerso della Troisi risponde a tutto ciò? Certo che no, anche un bambino se ne renderebbe conto. Qualcuno potrebbe però obiettare dicendo che ambientazioni come quelle della Ragazza Drago o del Wunderkind, proprio per la loro posizione “mediana” sarebbero combacianti. E invece no, in quanto il Fantasy (ma il discorso si può allargare anche alla Fantascienza), inteso in senso lato, ovvero comprendendo tutti i diversi sottogeneri, descrive una realtà o pienamente indipendente e alternativa alla nostra (è il caso del Mondo Emerso) oppure tratta dell’influenza di un elemento esterno, generalmente magico, sul nostro mondo (ne avevo parlato in un mio vecchio articolo, <a href="http://infinitisentieri.com/2009/02/08/e-tu-di-che-genere-sei/">QUESTO</a>). Al contrario il Realismo Magico descrive una realtà in cui i personaggi, pur venendo a contatto con uno degli elementi esterni di cui sopra, non lo mettono in discussione (un ottimo esempio, in questo senso, è La scacchiera davanti allo specchio di Massimo Bontempelli). Tra l’altro nel Realismo Magico la realtà non viene assolutamente distorta o deformata, per usare le parole di d’Andrea.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse che allora d’Andrea pensava a qualcosa più vicino al Surrealismo? Peccato che pure qua insorgano dei problemi, a partire dal fatto che i surrealisti avevano come obiettivo la descrizione di ciò che è superiore al reale (e pure qua ci troviamo in un campo lontanissimo da quello descritto da d’Andrea). Tra l’altro sia i surrealisti che i realisti magici erano perfettamente coscienti che le loro opere non potevano in alcun modo essere comparate con le correnti Realiste propriamente dette. Tale lontananza tra fantastico e realistico pare però sfuggire a d’Andrea.</p>
<p style="text-align: center;">(PICCOLA NOTA D’APPENDICE: IL DISCORSO SUL LEGAME TRA REALE E FANTASTICO È OVVIAMENTE MOLTO PIÙ AMPIO DELLA BOZZA DA ME PRESENTATA, VISTO CHE OCCORREREBBE PARLARE ANCHE DI SCAPIGLIATURA, NATURALISMO ECC.)</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non finisce qua. Poco più tardi d’Andrea si lascia andare a un’altra affermazione a dir poco ridicola:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">La letteratura fantastica cerca delle domande che abbiano&#8230; cerca le risposte che siano maiuscole. Cos’è la violenza? Cos’è la memoria? Che cos’è questo o quello che mi pare? La letteratura realista cerca in questo momento, a Roma, lì, chi c’è? Bello, bellissimo, ma non è la risposta.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Non sentivo una vaccata di simili proporzioni da quando Bush ha detto che Saddam Hussein possedeva l’atomica ^_^</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-395" title="Atomica" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/06/Atomica.jpg" alt="Atomica" width="400" height="400" /><em>La famosa bomba atomica di Saddan Hussein</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ora, questa affermazione è un’idiozia per due ragioni. La prima nasce sempre da una confusione di d’Andrea, ovvero il mettere a confronto una corrente letteraria (il Realismo) con un genere letterario (il Fantasy). Non bisogna essere dei geni per capire che è un’operazione errata già in partenza. Ma non solo: d’Andrea dimostra di non sapere una beneamata mazza di Realismo, altrimenti saprebbe che se il Realismo ha uno scopo, quello è proprio l’indagine del reale. Pensare che il Realismo equivalga a mera descrizione di un luogo o di un evento è quanto di più ingenuo e sbagliato possa esserci. Ma queste, caro signor d’Andrea, sono le basi della storia letteraria! E lo stesso discorso lo rivolgo alla signora Troisi, alla quale non è nemmeno passato per l’anticamera del cervello di obiettare a simili scemate, confermandole anzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma dicevo prima che d’Andrea confonde il realismo con l’attualità. Sul fatto che i suoi romanzi, così come quelli della Troisi, non siano per nulla realistici è stato appena detto. Ora voglio soffermarmi sul perché invece le loro opere possano comunque essere considerate come volte a discutere d’attualità (pur limitatamente a certi argomenti).</p>
<p style="text-align: justify;">In più di un’occasione Licia Troisi ha ricordato come le vicende di Nihal si sarebbero potute ambientare nel nostro mondo, fatti i doverosi mutamenti alla trama; il che è vero. Nihal, così come anche Sennar, Dubhe e compagnia bella, non agisce o pensa come l’abitante di un ipotetico mondo medievale, bensì come una ragazza del nostro di mondo. A mio avviso già questo è un difetto, in quanto l’ambientazione dovrebbe sempre avere una forte influenza sulle azioni e i pensieri dei personaggi, altrimenti non ha senso descriverla, ma sorvoliamo su tale opinione. Quello che m’interessa sottolineare è il legame tra la realtà fantastica ideata dalla Troisi e il nostro mondo. Tale legame esiste? Certo. Fa riferimenti alla nostra realtà contemporanea, ovvero è attuale, almeno in riferimento alle psicologie dei personaggi? Di nuovo sì, anche se il discorso non vale per tutti i personaggi. Ma è anche realistico? Giammai. Per comprendere meglio questo passaggio prendo un altro romanzo, questa volta non Fantasy: <em>Ho voglia di te</em> (e relativi seguiti) di Federico Moccia. È un romanzo che tratta di attualità (o almeno si sforza di farlo)? Certo. Ma i suoi personaggi sono realistici? Beh, direi proprio di no, e sfido chiunque ad affermare il contrario. Hanno una parvenza di realismo, ma non per questo sono davvero realistici. Al contrario, si limitano a essere della macchiette, stereotipi privi di spessore. I personaggi della Troisi sono uguali: la loro evoluzione psicologica è ridotta ai minimi termini e, anzi, spesso e volentieri agiscono in maniera illogica se non addirittura incoerente con loro azioni precedenti (preciso: parlo della Troisi perché, come ho già detto, non ho letto il Wunderkind; e comunque è stato d’Andrea ad affiancare il suo libro a quello della scrittrice romana, quindi non prendetevela con me ^_^).</p>
<p style="text-align: justify;">A fronte di tale discorso, come si può affermare che scrittori come la Troisi o d’Andrea sono realisti se i loro personaggi, o quantomeno quelli della scrittrice romana, non sono per nulla realistici né all’interno dell’ambito in cui si muovono né in riferimento alla nostra realtà? Certo, durante una presentazione, soprattutto se ci si trova davanti a un pubblico inesperto, simili frasi fanno di sicuro effetto. Ma come ho già detto in più di un’occasione, qui e su altri lidi, gli scrittori, così come gli editori, hanno una grandissima responsabilità, in particolare quando si rivolgono a un pubblico giovane; ragion per cui, piuttosto che lasciarsi andare a discorsi per i quali non si dispone della necessaria conoscenza di base, è meglio stare zitti. Si fa più bella figura.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciamo da parte l’ignoranza (nel senso etimologico del termine) di d’Andrea e passiamo a quanto detto invece dalla nostra Licia nazionale. È difficile scegliere un passaggio specifico tra le tante idiozie affermate, anche se forse il discorso più “importante” è quello inerente la fiaba.</p>
<p style="text-align: justify;">Al pari del suo collega, anche la Troisi dimostra di avere una cultura letteraria alquanto limitata. L’errore di partenza nasce da un tipico fraintendimento: il pensare che le fiabe siano da associarsi direttamente a un pubblico giovane, anzi giovanissimo. Nulla di più sbagliato. Buona parte delle fiabe giunte a noi oggi, infatti, erano in origine rivolte agli adulti, i quali se le raccontavano durante l’orario di lavoro per combattere la noia e la ripetitività delle azioni. È il caso soprattutto di quei mestieri dove un gran numero di lavoratori convivevano in spazi ridotti, come i filatoi. Infatti la fiaba nasce dalla tradizione orale, caratteristica che la distingue dalla favola, la cui tradizione è stata scritta sin dagli inizi (non mi stancherò mai di ripetere che fiaba e favola NON sono sinonimi). Tra l’altro, è proprio la favola, e non la fiaba, a rivolgersi maggiormente all’educazione dei più piccoli. A ulteriore dimostrazione di quanto ho appena scritto, basti pensare ai fratelli Grimm, i quali, è noto (o almeno si spera), non inventarono nessuna delle fiabe che portano il loro nome, limitandosi invece a riportare su carta quella che invece era una tradizione orale.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-396" title="libri-bambini" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/06/libri-bambini.jpg" alt="libri-bambini" width="354" height="300" /><em>Bambine intente a leggersi l&#8217;autobiografia di Rocco Siffredi (sempre meglio di una fiaba brutta e violenta, non trovate? ^_^)</em></p>
<p style="text-align: justify;">A dire il vero ci sarebbe tanto, troppo di cui parlare. Si potrebbero riempire pagine a pagine su ognuna delle idiozie dette durante la presentazione, sia da parte della Troisi (l&#8217;inesistente polemica inerente la divisione tra letteratura per l’infanzia e letteratura per adulti a seconda del grado di violenza è a dir poco ridicola) che di d’Andrea (chi mi segue da un po’ sa bene come il sottoscritto sia un grandissimo fautore della teoria dei generi). Ma forse è meglio chiudere qui. Non ho voglia di sprecare altro tempo per correggere ogni idiozia del magico duo. Concludo dicendo che d’Andrea mi ha dato l’impressione di una persona di media cultura che si fa forte di frasi a effetto e della sua spigliatezza, ma che – ahimè – dimostra anche una profonda ignoranza in campo letterario. E visto che è buona regola scrivere di ciò che si conosce, non oso immaginare quali scempiaggini possano essere contenute nel suo romanzo.</p>


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		<title>Recensione: l&#8217;acchiapparatti di Tilos</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 08:20:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Barbi]]></category>

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		<description><![CDATA[ATTENZIONE!!! QUESTA RECENSIONE FA RIFERIMENTO ALL&#8217;EDIZIONE ORIGINALE DEL LIBRO. DA MARZO 2010 ESISTE UNA NUOVA EDIZIONE PUBBLICATA DA BALDINI CASTOLDI DALAI. PER CONOSCERE LE DIFFERENZE TRA LE DUE EDIZIONI, E&#8217; POSSIBILE CONSULTARE QUESTO ARTICOLO. TITOLO: L’acchiapparatti di Tilos AUTORE: Francesco Barbi GENERE: Fantasy ANNO: 2007 EDITORE: Campanila PREZZO: 18,90€ PAGINE: 424 ETA’ CONSIGLIATA: 16+ Esistono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: center;">ATTENZIONE!!!</h4>
<h6 style="text-align: center;">QUESTA RECENSIONE FA RIFERIMENTO ALL&#8217;EDIZIONE ORIGINALE DEL LIBRO. DA MARZO 2010 ESISTE UNA NUOVA EDIZIONE PUBBLICATA DA BALDINI CASTOLDI DALAI. PER CONOSCERE LE DIFFERENZE TRA LE DUE EDIZIONI, E&#8217; POSSIBILE CONSULTARE <a href="http://infinitisentieri.com/2010/03/10/recensione-lacchiapparatti/" target="_blank">QUESTO ARTICOLO</a>.</h6>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-142" title="copertina-romanzo" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/copertina-romanzo.jpg" alt="copertina-romanzo" width="200" height="283" />TITOLO: L’acchiapparatti di Tilos</p>
<p>AUTORE: Francesco Barbi</p>
<p>GENERE: Fantasy</p>
<p>ANNO: 2007</p>
<p>EDITORE: Campanila</p>
<p>PREZZO: 18,90€</p>
<p>PAGINE: 424</p>
<p>ETA’ CONSIGLIATA: 16+</p>
<p style="text-align: justify;">Esistono libri che cominciano a far notare la loro presenza con effetto ritardato; libri che passano inosservati, in silenzio, nonostante spesso celino al loro interno delle piccole perle. <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è uno di questi. Sebbene infatti la sua pubblicazione risalga a più di un anno fa, il romanzo d’esordio di Francesco Barbi rappresenta una delle più belle e inaspettate sorprese nel panorama del Fantasy italiano; un’opera capace di proporre la giusta miscela di umorismo e azione, di avventura e personaggi fuori da ogni schema, e che, per una volta tanto, non è il primo capitolo di una saga di ventotto volumi. Ma quali sono gli ingredienti di questo cocktail così ben riuscito?</p>
<h3>C’era una volta, tanto tempo fa&#8230;</h3>
<p style="text-align: justify;"><em>…un becchino gobbo di nome Ghescik che coltivava la passione per tutto quanto fosse in qualche modo legato all’occulto. Un bel giorno, però, al buon Ghescik si presentò l’occasione per trucc&#8230; ehm, vincere in un’“onesta” scommessa il diario di un antico negromante. Peccato solo che tale azione porterà con sé una serie d’imprevisti, tra cui la liberazione del boia di Giloc, un essere mostruoso e dall’animo decisamente poco incline all’amore fraterno. Così, accompagnato dal suo unico amico (?), lo scemo del villaggio Zaccaria, da una prostituta, un cacciatore di taglie sfigurato e un gigante incapace di comunicare se non attraverso proverbi, il nostro “prode” Ghescik tenterà di rimettere a nanna il demone, sfuggendo al tempo stesso dai tanti, troppi nemici che ha saputo crearsi a causa del suo modo di agire decisamente poco incline al rispetto delle leggi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Quella appena presentata è, a grandi linee, la trama de <em>L’acchiapparatti di Tilos</em>. La prima cosa che si nota è il deciso cambio di rotta rispetto a pressoché tutti gli altri scrittori italiani di Fantasy classico, non necessariamente esordienti. Infatti:</p>
<p style="text-align: justify;">A) Non ci sono ragazzini dotati di superpoteri.</p>
<p style="text-align: justify;">B) Non ci sono stregoni o demoni pazzi che “folere konqviztare monto” (le stesse ragioni che portano il boia di Giloc a seminare “Morte &amp; Distruzione S.P.A.” si riveleranno essere meno banali di quanto appaia all’inizio).</p>
<p style="text-align: justify;">C) Non ci sono elfi, folletti, fatine, vampiri, mylittlepony™ o creaturine sbarluccicose e patatose che tanto sembrano andare di moda negli ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Già per tali “illustri” assenze il romanzo di Barbi meriterebbe l’acquisto, ma si sa: una trama quantomeno interessante non è necessariamente sinonimo di “buon romanzo”. Occorre quindi vedere come l’autore ha deciso (saputo?) far muovere i fili della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Storia che, va detto, scorre via liscia come l’olio soprattutto per merito della perfetta alchimia tra i protagonisti. Va infatti reso merito a Barbi di sapere caratterizzare ottimamente, soprattutto grazie al brio dei dialoghi, buona parte dei personaggi da lui inventati. Tale discorso vale soprattutto per i due protagonisti principali, Ghescik e Zaccaria, anche se, in generale, sono i “diversi” a rappresentare il cuore pulsante del romanzo. Ciò che colpisce maggiormente dei personaggi di Barbi è il modo in cui l’autore è in grado di tratteggiarne i caratteri con non comune sensibilità, senza però risultare mai affettato o, peggio ancora, a cadere in toni forzatamente tragici.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio tale capacità rappresenta però anche uno dei suoi difetti. Infatti, quando si parla di comparse capita di trovare alcune frasi abbastanza inusuali (verrebbe da dire tipiche del linguaggio proprio di ogni singolo individuo) dette da personaggi diversi in maniera identica. A titolo d’esempio, cito i personaggi di Ulvo e Benjam, i quali in più occasioni si trovano a usare le medesime espressioni (come “e di questi tempi poi” o “miseriaccia ladra”). L’impressione è che tali formule appartengano più all’autore che ai personaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">In generale, comunque, i personaggi di Barbi colpiscono per la loro profonda umanità, oltre che singolarità, lontanissima dal concetto classico di eroe tutto muscoli e azione (unica piccola eccezione è il personaggio di Gamara, il quale però non viene presentato come un vendicatore invincibile, bensì come un cacciatore di taglie perfettamente addestrato). È inoltre difficile, per non dire impossibile, trovare ne <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> un personaggio privo di una certa dose di ambiguità. Tutti, dal primo all’ultimo, agiscono per i propri fini, oltretutto senza alcun buonismo risolutore nel finale, il quale, anzi, nella sua malinconia di fondo è stato capace di emozionarmi come non mi capitava da tempo.</p>
<p class="wp-caption-dt" style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="chuck-norris" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/chuck-norris.jpg" alt="chuck-norris" width="250" height="356" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>No, i personaggi di Barbi non assomigliano </em><em>decisamente al buon vecchio Chuck.</em></p>
<h3>Infodump? No, grazie</h3>
<p style="text-align: justify;">Tanti sono i nemici dello scrittore, ancor più se esordiente: il riciclo delle idee, le citazioni troppo “marcate” <em>(ciao Christopher, da quanto tempo! </em>^_^<em>)</em>, il fulmine che ti manda in pappa la tua saga da un gigalione di pagine nel giro di un nanosecondo&#8230; Esistono poi anche nemici nascosti tra le pagine della propria creatura e che rispondono al nome di deus ex machina, stereotipizzazione dei personaggi, ripetizioni&#8230; infodump!</p>
<p style="text-align: justify;">Per “infodump” s’intende qualsiasi descrizione o spiegazione superflua ai fini soprattutto della storia (e specifico della <em>storia</em>, non solo della trama). Il problema è che il genere Fantasy, anche se in verità ci si potrebbe allargare alla narrativa fantastica tout court, è quello più incline a tale tipo di passaggi. Come si può infatti rendere vivo un mondo, se non ci si lascia andare a qualche bella pagina di “fantastoria”?</p>
<p style="text-align: justify;">La questione verte tutta sull’equilibrio che l’autore è in grado di dare alla sua opera. Suo compito è saper fondere a dovere descrizione con narrazione, spiegazione con azione. Non è compito facile (alla faccia di chi pensa che per scrivere Fantasy basti lasciar correre la fantasia), e questo Barbi sembra saperlo molto bene, visto che per gran parte del romanzo adotta, a mio avviso abilmente, uno stratagemma allo stesso tradizionale e funzionale. In pratica la prima pagina o al massimo le prime due di alcuni capitoli sono dedicate alla descrizione di un particolare aspetto delle Terre di Confine. Alcuni esempi: il primo capitolo comincia con la sepoltura di un cadavere presso il cimitero della cittadina di Tilos, ed ecco che Barbi da il LA alla narrazione facendola precedere da un breve commento sulla cultura religiosa del luogo; oppure, il quarto capitolo vede l’introduzione del personaggio di Zaccaria, che di mestiere fa l’acchiapparatti (da lui stesso orgogliosamente inventato), ed ecco allora il narratore parlarci, senza però perdersi in inutili dettagli, di quella che è la struttura sociale delle Terre di Confine; e così via. Una struttura semplice, dicevamo, per non dire quasi scolastica, ma che Barbi sa sfruttare con la giusta abilità; tanto che al sottoscritto spesso capitava di non vedere l’ora di arrivare alla fine di un capitolo, soltanto per leggere l’introduzione di quello successivo, segno che a volte i vecchi metodi possono ancora funzionare; basta sapere come usarli a dovere.</p>
<p style="text-align: justify;">Soltanto in un capitolo Barbi si lascia andare a una ventina abbondante di pagine di infodump, ma lo fa in maniera ironica. A parlare è infatti un bibliotecario particolarmente incline a perdersi in lunghi discorsi inutili, tanto da venire spesso interrotto dagli altri personaggi, sempre più spazientiti di fronte a un simile atteggiamento e desiderosi di giungere al succo della questione. Insomma, anche in questa occasione Barbi dimostra di sapere bene quali sono i rischi del mestiere, tanto da permettersi addirittura di scherzarci sopra, rendendo di fatto un capitolo potenzialmente noioso in un divertente scambio di battute.</p>
<p style="text-align: justify;">La maestria con cui Barbi dimostra di saper aggirare gli infodump (sebbene sia da rilevare come talvolta gli scambi verbali tra Ghescik e Zaccaria, per quanto divertenti, appaiano un po’ troppo diluiti), mi da l’occasione per focalizzarmi un attimo su uno dei pochi possibili difetti de <em>L’acchiapparatti di Tilos</em>, ovvero l’ambientazione. È indubbio che lo scrittore toscano, nel momento in cui si è messo a portare su carta le Terre di Confine, avesse ben in mente la struttura da dare al mondo da lui ideato. Tuttavia proprio tale mondo appare forse un po’ troppo simile a quello che è stato il reale Alto Medioevo europeo. Certo, sono da lodare il realismo e la coerenza delle Terre di Confine, di certo frutto di un buona documentazione di base, ma forse proprio tale impostazione rischia di lasciare l’amaro in bocca a chi, leggendo un romanzo Fantasy, cerca anche (e talvolta soprattutto) ambientazioni più esotiche.</p>
<p class="wp-caption-dt" style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="torre-di-ar-gular" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/torre-di-ar-gular.jpg" alt="La torre del Negromante Ar-Gular. A partire da qui cominceranno le sventure del povero Ghescik." width="250" height="235" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>La torre del Negromante Ar-Gular. </em><em>A partire da qui cominceranno le sventure del povero Ghescik.</em></p>
<h3>Stile e ritmo</h3>
<p style="text-align: justify;">Per come sono solito leggere un libro, a prescindere dal genere, due sono i punti su cui presto la mia attenzione primaria, ovvero trama e stile, a cui seguono poi aspetti altrettanto importanti quali la coerenza interna, la costruzione dei personaggi e così via. Credo che ciò dipenda dal semplice fatto che quando ci si trova in una libreria a dover scegliere su quale romanzo investire i propri soldi (e il proprio tempo), trama e stile sono i soli aspetti su cui si può avere una prima reale impressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlando di stile, parto da una considerazione molto semplice: Francesco Barbi sa scrivere e pure molto bene. Tale affermazione può sembrare quasi superflua (dopotutto viene naturale supporre che chiunque venga pubblicato da una casa editrice, ovviamente di quelle non a pagamento, sappia quantomeno tenere in mano una penna), eppure non lo è. L’esperienza mi ha insegnato che spesso, con lo scopo di sfruttare soltanto la moda del momento, a venire pubblicati sono anche autori privi di qualsiasi estro artistico. E purtroppo tale discorso vale anche, e forse soprattutto, per la narrativa Fantasy degli ultimi anni, la quale ha visto sfornare a ripetizione una serie di “giovani talenti” talvolta afflitti da gravi lacune in materia grammaticale o sintattica (dopotutto, perché affiancare a costoro editor seri, quando per vendere basta basare tutta la campagna pubblicitaria sulla giovane età dell’autore?).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma perché lo stile di Barbi sarebbe degno di nota? Innanzitutto perché scorrevole. Su oltre quattrocento pagine di romanzo, non c’è stato un solo punto in cui mi sia perso senza riuscire a capire cosa intendesse dire l’autore. La scrittura di Barbi è limpida, semplice, ma non per questo banale. Anzi, lo scrittore toscano dimostra non solo di saper sempre infondere alle sue pagine il giusto ritmo (i punti morti si contano sulle dita di una mano), ma soprattutto di possedere un’ottima proprietà di linguaggio, soprattutto quando è costretto a cadere nel tecnicismo. Volendo parafrasare proprio un passaggio del libro, si potrebbe dire che ne <em>L’achiapparatti di Tilos</em> «tutto è finalizzato all’efficacia».</p>
<p style="text-align: justify;">Paradossalmente, proprio al ritmo è legato uno dei pochi aspetti stilistici che meno mi hanno convinto. Per infondere maggiore dinamicità alle scene d’azione, Barbi usa infatti in queste occasioni il presente al posto del passato remoto. Il problema, a mio modo di vedere, è che comunque <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è un romanzo che non fa tanto leva sull’azione, quanto più sui personaggi, tanto che questi cambi temporali, proprio per via dello spazio ridotto ad essi dedicato, stonano parecchio con lo stile generale. Senza contare che non tutte le scene d’azione prevedono al loro interno il presente al posto del passato remoto, così da far sospettare che tale stratagemma sia stato introdotto in corso d’opera, piuttosto che elaborato a inizio lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro piccolo difetto stilistico di Barbi, anche se qua ci troviamo più nel campo del gusto soggettivo, è l’uso a volte troppo invasivo degli avverbi anche laddove sarebbero facilmente sostituibili da un più comune aggettivo, a cui si aggiunge il passaggio in alcuni capitoli dal “tu” al “voi” (e viceversa) nel modo di rivolgersi l’un l’altro di alcuni personaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Discorso a parte lo merita il tipo di narratore adottato da Barbi, il quale si presenta come espressione del mondo da lui stesso descritto: tra narratore e mondo narrato si percepisce una profonda affinità sociale e culturale (ovviamente impossibile da attuarsi con l’autore), sino a inglobare nella sua voce, ottica e linguaggio quelli che sono i pensieri dei singoli personaggi. Allo stesso tempo, però, il narratore è conscio che il suo destinatario non fa parte della realtà descritta, tanto da rendere necessarie alcune spiegazioni esterne alla narrazione vera e propria, sebbene in nessuna occasione egli si metta a dialogare apertamente con il lettore. Ci troviamo quindi di fronte a un narratore sì onnisciente, ma che talvolta oscilla tra impersonalità ed eccessiva vicinanza con la realtà descritta.</p>
<h3>Alla ricerca dell’errore perduto</h3>
<p style="text-align: justify;">Questo capitoletto sarà quanto più breve possibile, e non perché lo ritenga poco importante (tutt’altro!), quanto perché <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è un romanzo che dà veramente poco spazio a quelli che, nel linguaggio cinematografico, sono noti come “bloopers”, ovvero gli errori che, volenti o nolenti, affliggono qualsiasi opera.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, quando leggo un libro o guardo un film non è che mi metto lì con penna e taccuino a caccia di errori. Però, capita talvolta che tali magagne siano così pacchiane da non poter passare inosservate. Due sono le categorie di bloopers: da una parte abbiamo quelli innocui, ovvero che non intaccano, se non in maniera minima, la coerenza dell’opera (oggetti che svaniscono e ricompaiono all’improvviso, automobili che cambiano di modello da una scena all’altra ecc.); dall’altra abbiamo le vere e proprie incongruenze, errori così marcati da far crollare improvvisamente qualsiasi sospensione d’incredulità (il mostro immune al fuoco ma che muore a causa di un incendio, il protagonista a cui hanno sparato a una gamba ma che continua a saltare a destra e a manca neache fosse un circense ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna, <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> presenta soltanto due veri e propri bloopers (o almeno questi sono quelli che ho riscontrato io).</p>
<p style="text-align: justify;">Parto da quello meno grave. A pagina 302 Ghescik si lamenta dell’assenza di un coltello durante un frugale pasto. Peccato solo che a pagina 310, dove la presenza di una lama diventa fondamentale alla riuscita del piano del protagonista, ecco il narratore scrivere, sempre riferendosi a Ghescik:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">[...]Poi, in punta di piedi, scavalcò il capoccione di Nardo, prese il coltello che era appartenuto all’orbo e si allontanò tra i cespugli.[...]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ma allora questo coltello c’é o non c’é? Troppo comodo farlo spuntare fuori solo quando serve.</p>
<p style="text-align: justify;">Decisamente più grave l’ingenuità (perché così la reputo, più che un errore vero e proprio) commessa nel capitolo in cui boia di Giloc si libera dalla sua prigionia. Senza svelare troppo della trama, basti sapere che una delle guardie della prigione, pur di salvarsi dalla furia del mostro, decide di aprire una delle celle in cui sono rinchiusi i prigionieri umani e di barricarsi all’interno. Peccato per un particolare: le porte in acciaio delle prigioni non hanno la serratura nel lato interno, proprio al fine d’impedire ai carcerati di scassinarle. E questo non lo dice soltanto la realtà storiografica, ma lo fa intuire lo stesso Barbi a pag. 135, quando il criminale che era rinchiuso nella cella sopra citata racconta ai compagni quanto accaduto quella notte.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">[...]«ho udito come dei rumori di lotta. Sono scattato in piedi e sono andato alla porta. Ho appoggiato l&#8217;orecchio e mi sono messo a origliare.»[...]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se ci fosse stata una serratura anche sul lato interno della porta, perché appoggiare l&#8217;orecchio alla superficie metallica, quando sarebbe stato più semplice guardare attraverso la toppa? Questo secondo errore è decisamente più grave del primo, in quanto da tale (impossibile) azione dipende una serie di eventi che segneranno in maniera marcata il procedere della trama. Va comunque detto che questo è l’unico vero blooper di ambito tecnico che mi sia capitato di trovare in tutto il romanzo di Barbi e, per quanto grave, inficia solo in piccola parte il piacere generale provato nel leggere l’opera.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-146  aligncenter" title="talismano" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/talismano.jpg" alt="talismano" width="200" height="108" /></p>
<h3>Piccole case editrici crescono</h3>
<p style="text-align: justify;">Dedico queste ultime righe al “vestito” con cui il romanzo di Barbi si presenta ai suoi lettori.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima però una doverosa premessa. È opinione di molti che solo le grandi case editrici siano in grado di garantire un’ottima qualità dal punto di vista estetico e dei materiali nella realizzazione di un libro. Nulla di più falso. Fanucci, ad esempio, è un grande editore, che però se ne frega della qualità dell’oggetto-libro. Al contrario la Gargoyle, piccola casa editrice specializzata nel campo dell’Horror, offre sempre ai suoi lettori libri curatissimi in ogni particolare (escludendo solo le immagini di copertina, decisamente povere), con carta di primissima qualità e accompagnando le storie proposte con brevi saggi introduttivi, il tutto mantenendo dei prezzi davvero competitivi. Quindi l’equazione “grande editore = libro molto curato” è falsa, o quantomeno non applicabile a tutti i casi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, come già accennato a inizio recensione, <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è il primo romanzo edito da Campanila che il qui presente abbia mai letto. Mi è quindi impossibile fare un paragone tra questo libro e il resto della produzione della suddetta casa editrice. Posso solo giudicare il romanzo che ho tra le mani, e tale giudizio è ottimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Com’è giusto che sia, parto dalla copertina. Dico subito che Internet non rende grazie alla sua reale qualità artistica (ammetto che quando la vidi sullo schermo la considerai un fotomontaggio fatto male; nulla di più sbagliato). Oltretutto la custodia esterna è davvero solida. Il libro me lo sono fatto arrivare via corriere e nonostante fosse stato inserito in una scatolina di cartone pressoché priva d’imballaggio, la sovracopertina non ne ha minimamente risentito. Ottima anche la solidità della copertina rigida in cartone, anche se sul bordo mancano il titolo e il nome dell’autore (grave mancanza, visto che, qualora la sovra copertina si dovesse malauguratamente strappare, si è costretti a tenersi un libro privo di titolo esterno). Menzione speciale la merita invece la mappa stampata sui fogli di guardia, realizzata a mano da un’amica dell’autore. Ciò che rende davvero pregevole tale disegno, e per certi aspetti quasi inusuale, è la totale assenza di ritocchi al computer, caratteristica, questa, che rende la mappa ancora più realistica e concreta. Altro pregio è infine la presenza, una volta tanto, di un indice.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma a convincermi maggiormente riguardo la realizzazione tecnica di questo romanzo è stata la cura riposta nell’uniformazione grafica dei singoli capitoli. Infatti, quando vengono riportate le parole di un epitaffio, piuttosto che di un cartello o altro, il carattere tipografico cambia forma, adattandosi alla situazione. Un piccolo particolare, è vero, ma che denota il grande impegno riversato su tale libro da parte di Campanila, e questo è un dettaglio da non sottovalutare, soprattutto tenendo a mente che Barbi è un esordiente. Aggiungiamo il fatto che di errori di battitura ce ne sono davvero pochissimi (ho trovato meno di una decina di sviste) e il quadro è completo.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, non fosse per l’assenza del titolo e del nome dell’autore sul bordo esterno della copertina rigida, ci troveremmo di fronte al perfetto modello di come andrebbe realizzato un romanzo cartaceo. E brava Campanila!</p>
<h3>ConclusionI</h3>
<p style="text-align: justify;"><em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è un buon libro. Non un capolavoro, ma comunque uno dei migliori esordi nella narrativa fantastica italiana degli ultimi anni (soltanto <em>Pan</em> di Francesco Dimitri era stato capace di convincermi con altrettanta forza). Pregi principali di quest’opera sono l’ottima caratterizzazione dei personaggi e una trama solida, pur nella sua semplicità, il tutto condito da uno stile scorrevole, ma per nulla banale, per quanto il sottoscritto non abbia particolarmente amato alcune scelte come l’uso del presente nelle scene d’azione. Difetti veri e propri il libro non ne ha (fatta eccezione per l’ingenuità inerente la fuga del Mietitore); semmai delle debolezze, le quali dipendono almeno in parte dai gusti del lettore, come l’ambientazione, non molto originale, ma molto ben costruita nel suo realismo. Insomma, un libro che mi sento di consigliare caldamente, e non soltanto agli amanti del Fantasy. <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è la dimostrazione (e se ne sentiva davvero il bisogno) di come si possa scrivere anche in Italia un romanzo Fantasy esplicitamente rivolto a un pubblico adulto, privo di buonismi d’alcun tipo e soprattutto che non ponga l’accento sugli “effetti speciali” a scapito della trama.</p>
<h4 style="text-align: center;">INTERVISTA<br />
A FRANCESCO BARBI</h4>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-145 alignleft" title="francesco-barbi" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/francesco-barbi.jpg" alt="francesco-barbi" width="200" height="266" /><strong>Alessandro Canella: Cominciamo dalla più ovvia, ma anche doverosa delle domande: chi è Francesco Barbi?</strong><br />
Francesco Barbi: Per dare una qualche risposta, potrei fare un tentativo all’insegna della sintesi: Francesco Barbi è nato nel 1975 a Pisa, si è laureato in Scienze Fisiche, e insegna matematica e fisica nelle scuole superiori. Ha una figlia di un anno e mezzo che adora e il sogno, divenuto quasi un’esigenza, di riuscire a scrivere. Tanto. Per tutta la vita.<br />
Oppure potrei rispondere con un estratto (lievemente modificato) da un racconto a cui sto lavorando proprio in questo momento e che, sebbene contenga una descrizione fisica, forse la dice più lunga riguardo al sottoscritto:<br />
«Ho un volto “patibolare”. Almeno così lo descriveva mia madre, nella mia tarda adolescenza. Nonostante l’apparente accezione negativa che questo termine sembrava evocare, a me piaceva. Forse perché pensavo che nell’espressione patibolare fosse insita una certa peculiarità, un certo mistero. Sarà stato per la bocca, labbra carnose e denti grandi. O forse per il naso, che già all’epoca aveva cambiato le sue fattezze. Un’appendice di carne disossata che schiaccia il mio profilo. Gli occhi, piuttosto piccoli, marroni. Contornati dalle sopracciglia, e con quel loro taglio, riescono ad avere un’espressione profonda e penetrante, a quanto mi si dice.»</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: Le Terre di Confine da te immaginate sono un’ambientazione che definirei quasi storica, per via della loro verosimiglianza e vicinanza con quello che è stato l’Alto Medioevo europeo. Da dove è nata la decisione di non abbandonarsi a un’ambientazione troppo fantastica e quale ruolo ha per te la precisione storiografica?</strong><br />
FB: Sono sempre stato affascinato dalla storia Alto Medioevale, soprattutto dagli aspetti più cupi e grotteschi di quell’epoca. Mi considero piuttosto pignolo e attento ad aspetti quali coerenza e plausibilità, e dunque volevo una base solida per la costruzione delle Terre di Confine. Spinto dal bisogno di verosimiglianza, ricordo di aver letto o riletto numerosi saggi sul periodo medioevale. Agli inizi della stesura, ho addirittura pensato alla possibilità di cimentarmi in un romanzo storico.<br />
Ho poi deciso di scrivere un romanzo fantasy non solo per la personale predilezione per il genere, ma anche perché questa scelta mi garantiva più libertà: credo che al tempo il bisogno di coerenza, realismo e credibilità sarebbe potuto rivelarsi una difficoltà insormontabile nell’affrontare un romanzo propriamente storico.<br />
E in effetti, per non venir meno a certe mie esigenze, tendo spesso a cercare espedienti che mi facciano sentire più libero, meno vincolato. Anche la scelta di ambientare le vicende dell’acchiapparatti in terre di confine è stata probabilmente dettata da questo mio bisogno. Pur ricordando vividamente atmosfere medioevali, quei territori, coacervo di razze e culture diverse, mi hanno garantito quella libertà creativa di cui avevo bisogno nella scelta dei nomi, delle credenze e dei tessuti economici e sociali.<br />
L’acchiapparatti rimane comunque un libro low-fantasy, in cui compare fondamentalmente un unico elemento magico-fantastico, incarnato nella creatura ancestrale rinchiusa nelle prigioni di Giloc. Anche la stregoneria nelle Terre di Confine è ormai ridotta ad un eco dei tempi andati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: <em>L’acchiapparatti di Tilos</em>, caso quasi più unico che raro per quanto riguarda la narrativa fantastica, è un romanzo autoconclusivo. Sebbene infatti l’epilogo faccia immaginare un futuro per alcuni dei personaggi, la storia ha un inizio e un finale ben marcati, tanto che giunto all’ultima pagina non ho provato alcuna sensazione di vuoto. Quanto di questo finale così equilibrato si trovava già nel progetto iniziale e quanto invece è giunto solo in corso d’opera?</strong><br />
FB: Ho sofferto come un cane per “vedere” un finale soddisfacente. E assolutamente non ho saputo dove sarei andato a parare fino ai tre quarti della prima stesura. D’altra parte sono convinto che un libro dovrebbe sempre essere in qualche modo autoconclusivo e quindi sentivo il forte bisogno di un finale che fosse un finale.<br />
Ho scritto l’acchiapparatti “per situazioni”, almeno per ciò che riguarda le prime due parti, ovvero inventando e immaginando strada facendo ciò che sarebbe accaduto in seguito sulla base di quanto già narrato. Non avrei saputo fare altrimenti: l’essere vincolato ad una trama già delineata con precisione avrebbe messo a repentaglio l’intero progetto. Dunque avevo molte idee, note e appunti, ma soltanto una pittura molto vaga della struttura globale.<br />
Quando sono arrivato a metà del libro e sentivo di dover iniziare a tirare le fila per convergere verso il finale, ho rallentato il ritmo di scrittura, impaurito dal fatto che scegliere una strada a quel punto avrebbe implicato l’impossibilità di sceglierne altre. Ho iniziato a passeggiare e a ragionare. Ho dovuto superare varie crisi, tagliare alcuni capitoli, riscriverne altri, e rinunciare a numerose idee. Pensavo molto e scrivevo ben poco. Mi sono poi bloccato per diversi mesi, prima di riuscire a stendere l’ultima parte. Quando finalmente ho intravisto il finale, ho scritto la quarta parte spedito, con facilità e godimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: Leggendo <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> ho avuto la sensazione che Campanila credesse davvero nel tuo libro. Tutto, dal bassissimo numero di errori di battitura all’attenzione verso i più piccoli dettagli grafico-tipografici, dà l’idea di un progetto gestito con grandissima passione, cosa che spesso non si trova nei volumi di case editrici ben più blasonate. Magari tutto ciò è solo frutto della mia immaginazione, ma mi chiedevo come è stato il tuo rapporto con Campanila.</strong><br />
FB: Il mio rapporto con Campanila è stato molto “facile”. Senza dubbio la casa editrice ha creduto in me e nell’acchiapparatti. Mi hanno dato fiducia, hanno lasciato che decidessi pressoché tutto in merito al libro: dalla scelta dell’artista che avrebbe illustrato la copertina, alla duplice mappa delle “Terre di Confine”, dall’impaginazione alla grammatura delle pagine, superiore a quella preventivata. Anche l’editor, sebbene mi abbia affiancato nell’opera di revisione nel corso di molteplici riletture, non ha mai imposto il suo punto di vista e ha mostrato grande rispetto per le mie scelte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: Spesso si sente dire, in riferimento a ogni nuovo romanzo (non necessariamente Fantasy), che “l’importante è leggere”, come a voler dire che un brutto libro è meno nocivo di un libro non letto. Qual è il tuo pensiero al riguardo e come credi che possa (o debba) evolvere il Fantasy in Italia?</strong><br />
FB: Sì, leggere è senz’altro molto importante. Un brutto libro è meno nocivo di un libro non letto? Non saprei. Ad ogni modo leggere un brutto libro potrebbe implicare il non leggerne uno bello. E ci sono moltissimi bei libri al mondo: perché allora leggerne di brutti?<br />
A dir la verità, capita anche a me alle volte di leggere un brutto libro. Devo però dire che quando mi rendo conto di avere tra le mani un bel libro, la mia lettura si fa automaticamente più concentrata, attenta ai dettagli. Voglio pensare che i bei libri ti lascino sempre qualcosa in più rispetto agli altri e quindi abbiano un maggior peso. Forse, e lo spero ardentemente, ciò accade anche quando il lettore non ha una solida capacità critica.<br />
Per quanto concerne la seconda parte della domanda, non me la sento di affrontare un discorso così ampio. Mi limito a dire che, nel mio piccolo, ce la metto e ce la metterò tutta per dare un qualche contributo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: Credi che le scelte fatte negli ultimi anni si muovano nella direzione corretta per la crescita della narrativa fantastica italiana oltre che verso la domanda di tutte le fasce di lettori?</strong><br />
FB: Non credo di avere le competenze e le informazioni per rispondere alla domanda con cognizione di causa. Ad ogni modo non mi porrei il problema delle fasce di lettori: un libro può e dovrebbe essere un libro di qualità, qualsiasi sia il target. In tal senso, mi sembra di poter dire che le scelte nell’editoria del fantasy in Italia non siano unicamente dettate dalla volontà di una reale crescita, di un incremento nella qualità delle pubblicazioni&#8230; Operazioni commerciali ed economia la fanno da padrone&#8230; Un po’ come nella politica mondiale, o nella vita di molti di noi. Si tende a pensare al proprio orticello, all’immediato futuro, e non si riflette sulle questioni nel più largo respiro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: Francesco, tu hai 34 anni e, considerando che buona parte degli esordienti degli ultimi anni nel campo del Fantasy in Italia sono minorenni e comunque giovanissimi, si potrebbe scherzare dicendo che sei quasi un rudere. Ma, fuor di battuta, come interpreti il fenomeno del cosiddetto “Fantasy Baby Boom”?</strong><br />
FB: Sulla questione il mio punto di vista è chiaro. Posso comprendere le motivazioni economiche che spingono qualche casa editrice ad investire sui giovanissimi, ma una tale operazione mi intristisce. Sono convinto che un adolescente non possa scrivere, salvo rarissime eccezioni, un bel libro. Di nessun genere. Anzi, a maggior ragione nella narrativa per ragazzi, che spesso si rivolge a lettori alle prime armi e dunque maggiormente vulnerabili e soggetti all’influenza di un cattivo romanzo. Un adolescente è una persona non ancora matura e non nel pieno delle potenzialità, che ha vissuto, letto ed è “cresciuta”, nel senso più ampio del termine, poco: ritengo improbabile che possa scrivere un buon libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: E concludiamo con un’altra domanda tipica: quali sono i tuoi futuri progetti?</strong><br />
FB: Al momento sono appena riuscito a riprendere a scrivere. Sono nell’ennesima, e spero stavolta ultima, fase di revisione di un libro di racconti di fantascienza distopica dal titolo Marchi indelebili. Si tratta di una serie di storie che si intrecciano quasi impercettibilmente, ambientate in un futuro tetro e apocalittico, dominato dal totalitarismo e dall’alienazione. La società, protagonista di questa raccolta, che viene rappresentata ricorda alcune opere di Orwell, Huxley, Bradbury, ma naturalmente essa è immaginata da un individuo immerso nelle problematiche del ventunesimo secolo.<br />
Una volta completato il libro di racconti, penso che mi dedicherò anima e corpo alla stesura del seguito dell’acchiapparatti. Ho un gran desiderio e molte idee, note e spunti che mi attendono su una mezza dozzina di quadernetti.</p>


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