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Ringraziamenti e saluti

Non mi perderò in lunghi discorsi e smancerie. Quelli, semmai, seguiranno in maniera privata, come è più giusto che sia. Dico solo questo: grazie di tutto. Ma soprattutto arrivederci, perché oggi quando si parla di narrativa fantastica non si può non pensare anche a te, e quando deciderai di tornare – e ho fiducia al riguardo – noi saremo lì ad aspettarti.

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Quale critica? Atto terzo: il ritorno der Monnezza del monnezzone

L’articolo che segue è probabilmente quello che ha subito il maggior numero di rimaneggiamenti nella storia di Infiniti Sentieri. All’inizio avevo in mente di scrivere un pezzo con alcune considerazioni generali sul panorama della narrativa fantastica nel 2009. Poi, però, negli stessi giorni in cui buttavo giù le idee per quell’articolo, ecco scoppiare il “caso Monnezzone”, partito pressoché in contemporanea dai siti di Loredana Lipperini e d’Andrea G.L., a cui si sono poi aggiunti una serie di articoli che con quell’argomento hanno poco o nulla a che fare, ma con il rapporto lettore-critica ne hanno eccome. In questa sede vorrei mettere in luce alcuni aspetti a mio avviso rimasti un po’ nell’ombra nelle discussioni di cui sopra, seppur meritevoli d’attenzione. Ne consegue che non intendo proporre un’argomentazione esaustiva, quanto degli spunti di riflessione, mediati, inutile dirlo, dal mio personalissimo punto di vista.

No, Thomas, non si sta parlando di te.

CAPITOLO I: Un brutto biglietto da visita

Partirò alla lontana, vi avviso.

A volte, entrando in certe librerie e avvicinandomi al reparto Fantasy, vengo colto da un terribile senso di vergogna. E non perché reputi quei libri figli di un dio minore, ma per il modo in cui il genere che tanto amo viene trattato. Non mi sorprendo, quindi, se la maggior parte delle persone non avvezze al Fantastico colleghi la parola “fantasy” a draghi ed elfi, se non addirittura a storie smaccatamente rivolte a un pubblico giovane o, peggio ancora, infantile; insomma, nulla più di una letteratura d’evasione sempre uguale a se stessa.

A volte entrando in una libreria mi sento come Antonio Albanese ne “L’uomo d’acqua dolce”, con una sola differenza: io ballo molto peggio.

Ahimé, capisco simili posizioni, pur non giustificandole. Dopotutto è innegabile che buona parte del Fantasy venga presentato proprio attraverso i soliti cliché: amazzoni vestite di tanga in pelo d’orso con in mano spadoni tre volte più grandi di loro, draghi che s’azzannano, maghi perennemente vestiti con saio e cappuccio e con l’immancabile bastone di legno… In effetti a guardare le copertine di certi volumi pare di trovarsi di fronte più a dei poster, magari bellissimi, ma pur sempre semplici poster. Una copertina, pardon, una buona copertina dovrebbe infatti riassumere in sé non solo ciò di cui il libro parla, ma anche l’essenza del medesimo. Disegnare copertine è un lavoro difficilissimo e non basta ficcarci dentro i soliti stereotipi. Ecco perché, per fare un esempio, le copertine realizzate da un Paolo Barbieri o un Keith Parkinson, per quanto di pregevolissima fattura, mi lasciano un po’ indifferente (non tutte, sia chiaro), al contrario, non so, di quelle di un Federico Aliberti o un John Jude Palencar (ma anche qui vale il discorso di prima, seppur al contrario, vedi i libri di Paolini).

Due copertine di John Jude Palencar. La prima è come se recitasse “Questo è un romanzo Fantasy modello standard n° 364359/B”. La seconda, invece, “Donne nude e tanto sesso”, che è già di per sé più originale ^_^

Perché parto dalle copertine? Semplice: perché esse rappresentano il primo contatto che il genere crea con i possibili lettori, ne sono una sorta di biglietto da visita. Ora, è indubbio che se il 99% delle copertine sono tutte uguali la gente finirà per pensare che lo siano anche i romanzi al loro interno. Non ci credete? Provate a passare davanti al settore Harmony e poi ditemi se automaticamente non vi viene da pensare alla medesima cosa. Che dite? Harmony è una collana e come tale non può essere raffrontata con un genere? Giustissimo, e infatti è proprio qui che vi volevo. Perché il rischio – che a giudicare dai commenti dei vari Cortellessa & Company non è tanto campato in aria – è che un genere come il Fantasy venga ridotto a livello di percezione come una collana, una serie di libri caratterizzati tutti dalla medesima struttura narrativa. Insomma, detto in poche parole, la prima immagine che il Fantasy crea attorno a sé è quella di una letteratura da “catena di montaggio”, puramente manieristica e carente di elementi innovativi. Non sorprendiamoci quindi se poi Cortellessa afferma che «il 95% della comunicazione libraria e il 95% dello spazio espositivo privilegiato nei punti vendita è militarmente appaltato a “draghi, complotti, maghetti”?», il tutto portando al collegamento – errato, lo sottolineo – maghetto = letteratura di serie B. Ma questo è solo un dettaglio. Il discorso, lo accennavo in fase introduttiva, è molto più ampio e coglie molteplici aspetti.

CAPITOLO II: Esiste il monnezzone?

Alcuni giorni fa scrivevo sul blog di Francesco Dimitri che l’attenzione di noi appassionati di narrativa fantastica dovrebbe rivolgersi più verso le case editrici piuttosto che nei confronti di critici o giornalisti dotati magari di una vastissima cultura, ma con scarsa dimestichezza con il genere da noi tanto amato. La ragione si collega a quanto sopra scritto: se vogliamo che la narrativa fantastica tout court si lasci alle spalle l’immagine da catena di montaggio dobbiamo essere noi i primi a fare ciò. Se una casa editrice basa tutta la sua campagna sugli stereotipi o proponendo le sue giovani leve sempre come i novelli Tolkien, beh, allora significa che a loro questa situazione va benissimo. Quindi, se già i nostri “esperti del settore” hanno scarso rispetto per quanto da loro pubblicato, come possiamo aspettarci una maggiore intelligenza da parte dei non addetti? Facciamo un altro esempio, altrimenti queste rimangono parole al vento prive di appigli con la realtà. Poche settimane fa Intermezzi editore ha pubblicato un bando, (QUESTO). Bene, leggetelo e poi ditemi se non è un agglomerato di mancanza di rispetto verso il genere da lei stessa pubblicato. Altro esempio di scarsa lungimiranza? Che ne dite del fatto che uno scrittore sulla bocca di tutti come China Miéville non viene ristampato da Fanucci? O dell’assenza in Italia di un certo Sapkowski? Ecco, questo è il potere delle case editrici, un potere tale da veicolare non solo quello viene o non viene pubblicato, ma anche il come viene pubblicato, andando, pertanto, ad influenzare l’opinione che la gente si farà riguardo il contenuto della narrativa fantastica. Un lettore occasionale che vede 9 libri su 10 presentare sostanzialmente la stessa trama (e sono già molto ottimista), che voglia pensate possa avere di mettersi a cercare quell’unico libro davvero originale?

Sdoganare la narrativa fantastica significa anche questo: sottolineare le differenze al suo interno, far capire che a fianco di elfi e draghi ci sono libri dove ditte di demolizioni aliene, a causa di qualche “disguido” burocratico, causano l’estinzione della razza umana, dove uomini che si risvegliano da un malore scoprono che il proprio figlio in verità non è mai esistito, dove donne che possiedono il “dono” di provare un piacere immenso dal dolore vengono addestrate come spie puttane, e molto altro ancora.

Il problema, però, è che molto spesso è lo stesso fruitore di narrativa fantastica a storcere il naso quando gli si propone qualcosa di davvero originale e lontano dai soliti cliché. Racconto di vita: tempo fa mi ero messo a parlare di Steampunk e New Weird a un conoscente, lettore anche lui di Fantasy. La sua reazione è stata – parole testuali – “Ma questo non è Fantasy!”. Ohibò, e io che pensavo che un libro Fantasy avesse il privilegio di poter uscire da qualsiasi schema precostituito! A quanto pare mi sbagliavo.

Spiacente, amico, ma sei troppo originale per diventare un personaggio fantasy.

Il medesimo discorso va poi applicato agli altri operatori, come quei siti che sostengono di non recensire opere pubblicate dietro pagamento, ma che poi fanno l’esatto contrario. O ancora, che dire di quegli autori come Ghirardi che affermano di scrivere Fantasy perché lo considerano un genere facile? Io non dico che i vari Cortellessa siano da ignorare (dopotutto già il titolo di questo articolo dovrebbe far intuire che non è la prima volta che mi soffermo sull’argomento), dico solo che non sono loro la priorità. Prima le cose vanno cambiate dall’interno.

“Come mai un Fantasy?” “Beh, perché un Fantasy mi sembra più, cioè, più semplice”. Rabbrividiamo…

Quindi, per tornare alla domanda che dà il titolo a questa prima parte, esiste il monnezzone? Per quanto mi riguarda la risposta è: sì, esiste, e rappresenta anche più del 90% della narrativa fantastica (ma non solo) presente nelle librerie. L’unica differenza tra me e Cortellessa è che io non lo identifico in un genere narrativo piuttosto che un altro, bensì nei singoli volumi.

CAPITOLO III: Difendere cosa?

Sia chiaro: quando io sento definire la narrativa fantastica, presa nella sua interezza – che è già di per sé un errore di metodo – come un genere minore, un ammasso di storielle sceme per bamboccioni o peggio ancora, beh, in quei casi m’incazzo. Tuttavia non intendo in alcun modo difendere il genere.

No, non è un paradosso. Come già accennato nel precedente capitolo, io preferisco distinguere tra buoni e brutti libri (o film), e giammai tra buoni e brutti generi, distinzione che ripudio con tutte le mie forze. Difendere un intero genere significherebbe infatti difendere anche quei libri che non godono del mio piacere, ovvero la mia personalissima lista di monnezzoni.

Prima una precisazione: io non sono tra quelli che ritiene che in un mondo perfetto i monnezzoni non dovrebbero esistere. Tuttavia sono anche dell’opinione che un monnezzone vada trattato per quello che è: un libro di scarsa qualità artistica e che nulla aggiunge al panorama letterario/cinematografico. Insomma, in questa categoria io c’infilo sia i libri/film veramente brutti che quelli scritti/diretti in maniera onesta, da autori che magari sono pure consci dei propri limiti.

Ciò che invece non mi va giù è quando un autore di monnezzoni viene elevato a nuovo astro nascente del mondo della narrativa o come grande innovatore del panorama. Ecco, purtroppo la situazione in Italia, per come la vedo io, è molto simile a questa seconda posizione. Sebbene il nostro mercato conti una netta, nettissima prevalenza di monnezzoni, in giro si leggono un sacco di commenti entusiasti sullo stato del fantastico in Italia. E la cosa assume tratti ancora più grotteschi nel vedere come moltissimi di questi autori si diano continue pacche sulle spalle per sostenersi a vicenda, perché tanto l’importante è che il mercato cresca, e chi se ne frega se si muove nella direzione sbagliata.

Tale situazione nasce soprattutto da una scarsa presa di coscienza da parte degli autori stessi, molti dei quali non hanno stimoli a migliorare proprio per il fatto di essere stati pubblicati (Strazzulla docet). Insomma, manca l’onestà intellettuale propria di un genuino autore di monnezzone.

Prendiamo di nuovo gli Harmony. Chi scrive per Harmony sa benissimo che il suo libro sarà catalogato come letteratura marginale, per usare la classificazione di Spinazzola. In questo caso, è la pubblicazione medesima a determinare il livello qualitativo dell’opera agli occhi del lettore. E sia chiaro: io provo grandissimo rispetto per un autore di Harmony, perché è uno scrittore conscio dei propri limiti, uno scrittore che non si erge sopra nessun piedistallo (e come potrebbe, dopotutto?), insomma uno scrittore onesto. Invece con gli autori italiani (molti, non tutti) ciò non accade. Anzi, alcuni autori di monnezzoni, di fronte alle parole di Cortellessa, si sono pure indignati (sia chiaro, giusto per evitare sterili polemiche: qui mi riferisco solo a coloro che ho letto integralmente; su tutti gli altri non mi esprimo).

Tutto ciò, lo dico in tutta sincerità, mi fa sorridere, in quanto significa che costoro non hanno nemmeno coscienza dello stato penoso in cui si trova la narrativa italiana, fossilizzata com’è su topoi vecchi di decenni e che non aggiungono assolutamente nulla al panorama artistico, anzi, non fanno altro che svilirlo. Ecco perché trovo inutile l’iniziativa partita dal blog di Eleas volta a recensione libri non di ambito fantastico per dimostrare la propria “elasticità mentale”. Come ho già scritto sul blog di Francesco Dimitri, non sento alcun bisogno di dimostrare di leggere anche altro nella vita. Lo so e questo mi basta. Ma soprattutto non vedo perché dovrei mettermi sullo stesso piano di chi sbaglia (e qui mi riferisco a Cortellessa) per dimostrare la mia veridicità. Ma grazie al cielo non sono l’unico a pensarla così, come dimostra il link di cui sopra.

Insomma, prima di mettersi a difendere a spada tratta il fantastico in Italia, sarebbe il caso di fermarsi e riflettere sugli errori che stanno commettendo i nostri “esperti del settore”. Altri esempi? Il fatto che molti libri vengano pubblicati dopo editing penosi, l’assoluta mancanza di voglia di migliorare da parte di alcuni autori, il continuo paragone con scrittori di un passato ormai morto (leggasi Tolkien)… Devo continuare?

Ripeto quanto già scritto: io a difendere il Fantasy italiano non ci penso proprio, e questo perché sono dell’idea che il Fantasy italiano non esista. A me che un libro sia italiano, inglese, cileno o austro-ungarico non importa un fico secco. A me interessa solo leggere buoni libri, senza bisogno di legittimazioni di alcuni tipo, per riprendere sempre le parole di Dimitri. E se si vuole dimostrare il valore della narrativa fantastica, allora c’è una sola cosa da fare: cominciare a scrivere buoni libri, anziché continuare a lamentarsi dei critici.

CAPITOLO IV: Quale speranza?

Alcune settimane fa stavo facendo colazione a base di latte (rigorosamente freddo, mai riscaldato), yogurt (causa stramaledettissimo dente del giudizio che m’impediva di mangiare qualsiasi così con una consistenza superiore) e giornale (dio, che immagine snob…). Disquisizioni a parte su pasti e problemi dentali, la mia attenzione finisce su un articolo di Nicola Langioia intitolato “aNobii: critici addio, la recensione la facciamo noi”. Per la cronaca, lo potete leggere QUI. C’è un passaggio, nel finale, che riassume alla perfezione il mio pensiero riguardo l’importanza della critica di mestiere al giorno d’oggi.

I commentatori italiani di aNobii, al contrario – troppo numerosi per non rompere il recinto di intellettuali, scrittori e aspiranti tali in cui spesso sono chiusi anche i lit blog – sono lettori accaniti e disinteressati, e mostrano di avere attraversato l’intera esperienza di un libro: hanno speso soldi per acquistarlo, e tempo per leggerlo, lo hanno davvero amato o detestato, e spesso con competenza e senza inutili puzze sotto al naso restituiscono una passione e un’intelligenza che risultano contagiose.

Motivo per cui preferiscono consigliarsi i libri tra di loro piuttosto che aspettare l’ennesima recensione capace di accostarsi a un libro come a un topo morto. Forse, per una volta, i soloni di cui sopra potrebbero mettersi in discussione davanti a un’esperienza come questa. A meno che non preferiscano morire comodamente sotto il crollo delle torri d’avorio e di risentimento dentro cui si addormentano ogni sera.

Con parole senz’altro migliori delle mie, Langioia coglie nel segno: buona parte dei critici oggi in circolazione non dispone né degli strumenti né dell’apertura mentale per cogliere quanto di buona offra la narrativa contemporanea, anche di ambito fantastico.

Altro racconto di vita. Alcuni anni fa ho sostenuto un esame di Comunicazione letteraria nell’Italia novecentesca. Finita l’interrogazione sulla parte monografica e in attesa di passare dall’assistente, intento a torturare un mio malcapitato collega, mi metto a chiacchierare con il docente su di un testo di Luciano Bianciardi, La vita agra, e da lì si deraglia sulla figura del critico letterario. Quanto mi disse il professore si collega con la posizione sopra espressa. Mi disse infatti che la figura del critico “classico” sarebbe morta nel giro di pochi anni per far posto a una nuova generazione. E questo non perché le vecchie metodologie non andassero più bene, ma per un’ignoranza di fondo nei confronti dei nuovi media. In pratica, un critico per così dire “anziano” non sarebbe mai riuscito a cogliere eventuali riferimenti di un opera al mondo dei fumetti, dei videogiochi o quant’altro; e un critico che non dispone di una base culturale tale da cogliere qualsivoglia riferimento non potrà svolgere il proprio lavoro al pieno delle forze.

Il ragionamento non fa una grinza. Ed è proprio per questa ragione che ritengo un’inutile spreco di forze l’iniziativa descritta nel precedente capitolo. Non si può creare un dialogo quando mancano le basi per comprenderlo. E attenzione: questo lo dico senza alcuna supponenza, in quanto è un discorso che vale in entrambe le direzioni.

Ciò che invece dobbiamo fare, e lo ripeto ancora una volta, è rivolgerci a chi invece dispone (o almeno dovrebbe) degli strumenti tali per smuovere davvero le acque, ovvero gli editori. Cortellessa fa benissimo a incazzarsi dell’assenza di libri che hanno fatto la Storia della letteratura nelle librerie per far spazio ai vari Paolini e Mayer, perché è vero. Così come noi lettori di narrativa fantastica ci dovremmo incazzare per essere trattati come bamboccioni capaci di seguire solo le mode, altrimenti anche noi correremo il rischio di veder sparire i grandi classici del passato; rischio che tra l’altro non è nemmeno così distante (giusto ieri sera il buon Duca mi raccontava di come una grossa libreria della sua zona fosse sprovvista di Fanteria dello spazio; QUI invece Lara Manni aggiunge altri libri). Non ha quindi senso scannarci tra di noi, perché equivarrebbe a una guerra tra poveracci. Anche se non sembra, le posizioni di Cortellessa e dei suoi detrattori sono infatti le medesime: lui si lamenta dell’assenza di narrativa di qualità nelle librerie, noi di una percezione errata di quello che è realmente il fantastico.

Che mondo sarebbe senza Nutella? E senza Heinlein, Pratchett, Radcliff, Ray, Adams…?

Non ha invece senso continuare con questo un muro contro muro dove nessuna delle due parti riesce a cogliere – o vuole cogliere – quanto di buono è sostenuto dall’altro. L’ho già scritto in fase introduttiva: il qui presente non approva la posizione assolutistica di Cortellessa. Eppure le sue parole esprimono anche una tragica realtà: il predominio assoluto non tanto della cattiva letteratura, quanto di una cattiva letteratura che oltretutto viene presentata come di alta qualità e si crede pure tale (non ci credete? andatevi allora a leggere alcune affermazioni della Meyer su Shakespeare). Ed è proprio su questo aspetto che l’attenzione di noi tutti si deve concentrare. Se vogliamo davvero che la narrativa fantastica si sviluppi in Italia, non serve a nulla difenderlo a spada tratta nella sua interezza. Gli e ci faremmo solo del male.

Appendice: Lettera aperta a G.L. d’Andrea

Prima alcune doverose precisazioni. La prima: ciò che segue ha a che vedere solo parzialmente con quanto scritto sopra, tanto da essere stato incerto sino all’ultimo se creare o meno due articoli separati. Alla fine ho optato per l’accorpamento in quanto l’idea era nata in contemporanea e non a seguito dello scambio di battute avuto sul blog di Dimitri (e questa è la seconda precisazione). Ultima nota: ho deciso di scrivere questa “appendice” anziché un’e-mail perché A) non ritengo di aver nulla da nascondere e B) questa storia è nata in rete e credo sia giusto che muoia in rete. L’obiettivo, comunque, è soltanto quello di chiarire alcune mie posizioni.

Detto questo, passo al nocciolo della questione, ma per farlo permettimi di tornare un po’ indietro nel tempo.

Parto con il dire che, a differenza di quanto si possa pensare, la mia presenza alla fiera del libro di Torino dell’anno scorso non aveva l’obiettivo di sputtanare poi chicchessia. Al contrario ero sinceramente curioso di ascoltare la presentazione di Wunderkind, soprattutto visto e considerato che la lettura dei primi due capitoli del romanzo non mi aveva convinto al 100%.

Ora, sempre a differenza di quanto molti pensano, io non sono uno a cui piace sparare a zero sugli autori italiani, e una certa recensione presente su questi lidi oltre al fatto di aver più volte citato autori a mio avviso validi (a partire da Dimitri) credo lo possa ampiamente dimostrare. Se quindi dico che un libro non mi piace o non mi ha convinto all’acquisto, significa proprio che quel libro non mi piace o non mi ha convinto all’acquisto.

Ma cosa non mi ha convinto? Tu, d’Andrea, parli spesso di deformare la realtà, di violentarla. Ecco, questo è uno dei punti focali. Per quanto la tua sia una posizione accettabilissima, quando leggo un libro di ambito fantastico, la deformazione della realtà non mi affascina, o quanto meno lo fa meno di altre tecniche narrative. Quello che invece mi attrae è il ribaltamento della realtà. Non è un caso, quindi, che il mio autore preferito sia un certo Richard Matheson, uno che sul ribaltamento ne sa parecchio. Prendiamo la descrizione dei palazzi nel primo capitolo di Wunderkind. Come scrissi a suo tempo al buon duca in chat – entrambi avevamo letto da poco le pagine presenti in rete e ci stavamo scambiando alcune impressioni –, l’idea di presentarli come creature dotate di vita mi aveva lasciato perplesso, ma non per l’idea in sé. Avrei infatti gradito di più, per via di una sana voglia di sense of wonder, trovarmi di fronte a dei veri palazzi-mostri, ovvero a un ribaltamento di una situazione altrimenti prevedibile, al pari della scena iniziale che si rivela poi essere solo un sogno che, senza offesa, è uno dei cliché più abusati dalla narrativa. Tuttavia lo stile non mi era dispiaciuto (l’immagine del temporale che “rotola da lontano” la trovo evocativa al punto giusto). Insomma, in quelle pagine c’erano aspetti positivi e negativi, da cui la mia voglia di vedere la presentazione.

Non solo. Visto che mi piace informarmi sui libri che in qualche modo solleticano la mia curiosità, in quello stesso periodo lessi una tua intervista a Panorama (QUESTA). Anche lì stesso discorso di sopra: alcune affermazioni mi avevano portato ad applaudire, altro mi avevano lasciato perplesso, come la risposta alla penultima domanda dove  affermi di non leggere libri pubblicati da case editrici a pagamento perché lo ritieni “immorale” (pensiero che condivido), ma allo stesso tempo lodi Meridiano Zero, che è un editore a pagamento (per quanto sia d’accordo con te che ha un ottimo catalogo, tanto che in questo stesso articolo cito indirettamente un libro da loro pubblicato: L’uomo che credeva di essere se stesso di David Ambrose).

Scrivo tutto ciò è per ribadire che ogni mia affermazione qui o su altri lidi nasce da motivazioni coerenti con quanto ho sempre espresso in passato, senza alcun accanimento, che non vedo nemmeno come possa esserci, visto ti ho “dedicato” un solo articolo in due anni di vita del sito e sugli altrui forum/blog ho sempre specificato di aver letto solo le prime pagine.

Comunque, a prescindere di quanto detto durante la presentazione e di quanto da me poi scritto sul famoso articolo, c’è una cosa che però mi preme sottolineare. Ogni mia affermazione è sempre stata giustificata, e mi piacerebbe che altrettanto sia fatto nei miei confronti. Quando su FM mi hai dato dell’imbecille la tua motivazione sul fatto che io stessi sbagliando è stata, parole testuali: «Attenzione: il solito imbecille armato di blog e di terza elementare potrebbe obiettare che sto facendo confusione con la corrente del Realismo in voga negli anni che furono… non è così…» Un po’ poco, non trovi? Visto che io ho scritto che è errato fare un confronto tra una corrente letteraria e un genere letterario (che è diverso da quello che hai scritto tu), mi piacerebbe sapere nei dettagli in cosa io erri.

Sia chiaro: se scrivo tutto ciò è solo perché sono dell’idea che le regole debbano essere uguali per tutti. Cosa intendo? Ci arrivo subito. Al termine del mio articolo su Infiniti Sentieri scrissi che mi avevi dato l’impressione (e sottolineo l’impressione) di una persona con una “profonda ignoranza in campo letterario”. Parole che confermo, perché quella fu proprio l’impressione che mi creai. Ecco, ora leggiamo un po’ la seguente citazione:

Ora: a parte una serie di sproloqui molto ben argomentati con fuffa al sapor di calzino sporco, io non ho letto UNA tua sola motivazione per cui il fantastico (salvo Landolfi! Salvo Borges – per favore, vai a vedere il Libro di Sabbia e leggi nelle dediche, grazie) sia monnezza. Simpaticamente parlando questo significa essere ignoranti. Simpaticamente, le ventimila battute di cui sopra, ti portano a ricevere il premio di Arrampicata Sugli Specchi 2009. Complimenti.

Riconosci queste parole? Dovresti, visto che sono tue. Le hai scritte sul blog di Loredana Lipperini e sono riferite ad Andrea Cortellessa (e dubito che anche lui possa essere accusato di essere arrivato appena alla terza elementare). Parole dure, anche più delle mie, visto che qui non c’è nessuna “apparenza”. Ecco, è questo quello che intendo quando dico che le regole devono essere uguali per tutti. Non puoi accusarmi di essere uno che non fa altro che insultare gli altri (cosa tutta da dimostrare) e poi fare la stessa cosa. E sia chiaro: io non critico le tue parole, perché, in riferimento al discorso che si stava tenendo in quella sede, le ritengo in buona parte corrette. Ma esattamente come tu puoi avere l’impressione che una tal persona sia ignorante in una tal materia, perché non potrebbero averla pure altri nei tuoi confronti? Perché io divento automaticamente uno che insulta a raffica e uno stalker (anche questa cosa non veritiera, e tu lo sai benissimo, visto che non sono mai venuto a romperti le scatole né per e-mail, né sul tuo sito, né altrove) e tu una vittima pur mandandomi a fottere o scrivendo e-mail a terzi in cui offendi il sottoscritto (già, sono a conoscenza di quelle e-mail)?

Come già scritto, io quando scrivo o dico qualcosa lo motivo. Mi piacerebbe che quando mi vengono lanciate delle accuse, si faccia altrettanto. Ma soprattutto, come accennato anche nell’articolo vero e proprio, mi piacerebbe che la si finisse con questo muro contro muro. Difficilmente due come noi andrebbero a bersi una *inserire bevanda a caso* insieme. Ma ciò non toglie che all’interno di una discussione ci si possa quantomeno rispettare, senza dover mandare affanculo l’altro solo perché, in un’occasione completamente diversa, ha osato esprimere un pensiero diverso dal proprio. Come accennato sul blog di Dimitri, io sono uno che al termine di una qualsivoglia chiacchierata, anche di quelle aspre, resetta il tutto; e se dopo una settimana rincontra quella tal persona, ascolta quanto ella abbia da dire in riferimento al nuovo argomento, senza preconcetti basati sul passato. Ma forse sono io a essere strano.

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Progetto segreto n°2: è ora di trattenere il respiro

E infine eccoci qua.

A distanza di poco meno di due mesi dal suo annuncio, è giunto il momento di svelare cosa si cela dietro il progetto Apnea, per quanto lo ritenga un segreto di Pulcinella, visto che navigando un po’ per questo sito si potevano trovare molti “indizi” al riguardo.

Prima però una notizia di servizio. Come accennato nel topic dedicato alla sezione Cine-Sentieri, ieri avrei dovuto caricare un articolo sul sito. Nello specifico, si tratta di articolo inerente la (sterile? solo fino a un certo punto) polemica riguardante i cosiddetti “monezzoni”, partita dal blog di Loredana Lipperini e poi diffusasi a macchia d’olio (e anche un po’ a macchia di leopardo, per rimanere in tema) per la rete. Trattandosi di un pezzo a cui tengo in particolar modo – soprattutto perché al suo interno metterò i puntini sulle I riguardo una certa questione che mi riguarda personalmente – ho preferito posticiparlo a lunedì prossimo, così da dargli il risalto che merita.

Detto questo, torniamo alla discorso principale: che cos’è Apnea? Come i più attenti sapranno, con il marchio “Edizioni Apnea” (fittizio, è sempre bene precisarlo) sono solito firmare tutte le opere per le quali mi occupo dell’impaginazione e dell’uniformazione grafica, argomenti a cui sono molto legato, basti vedere l’attenzione che dedico all’argomento nelle mie recensioni e non solo. Ora, da qui a circa due anni, ragioni lavorative mi hanno portato a stare a stretto contatto con il mondo della grafica editoriale, vuoi per via delle mie collaborazioni con alcune riviste (Vorrei, prima, ed Eco Risveglio, oggi), vuoi per richieste di lavori di altre ditte. Fatta eccezione per l’attuale collaborazione con Eco, si è però sempre trattato di rapporti per così dire “occasionali” (traduzione: a progetto/tempo determinato); e visto che in qualche modo la pagnotta ce la si deve guadagnare, ho deciso di mettere in pratica l’esperienza sin qui accumulata per cominciare l’attività di graphic designer free lance.

Preciso: in verità il free lance lo faccio praticamente già da quasi un anno. Fino ad oggi non avevo però pubblicizzato la cosa (almeno sulla rete) per il semplice motivo che non disponevo di un vero portfolio. In queste settimane ho tuttavia cominciato a porre la parola fine a una serie di progetti, così da poter ovviare a tale problema.

Ma, a livello pratico, cosa comporterà tutto ciò per Infiniti Sentieri? Diciamo un paio di novità.

La prima è che, almeno per qualche mese, sarò costretto a sfruttare tale piattaforma anche come postazione di lavoro. Con ciò non intendo dire che mi metterò a parlare delle funzioni di Illustrator piuttosto che lanciarmi in dissertazioni sulle potenzialità del web 2.0. Più che altro ritaglierò un angolino del sito per pubblicizzare i miei lavori, oltre a scrivere ogni tanto qualche articolo inerente l’argomento grafica, ma farò il possibile perché tali deviazioni abbiano sempre dei legami con l’anima d’Infiniti Sentieri. Questo almeno fino a che non avrò realizzato un sito indipendente, al quale sto già lavorando, ma che richiederà alcuni mesi di lavoro, visto che la mia formazione è di grafico e non di coder, per quanto abbia già due siti da me programmati all’attivo.

La seconda novità toccherà più da vicino gli utenti d’Infiniti Sentieri. Ho infatti deciso d’offrire la mia consulenza gratuita per qualsiasi lavoro di uniformazione grafica (racconti, romanzi, guide…). Tale decisione nasce dal fatto che da una parte i principi della corretta impaginazione sono sconosciuti ai più (basta vedere certi PDF sparsi in giro per la rete) e dall’altra non è un’attività tale da rubarmi troppo tempo; e comunque fa sempre comodo un po’ di allenamento. In cambio chiedo solo la presenza sull’opera di un rimando al mio sito, qualora questa sia dedicata a diventare un’autopubblicazione di qualsiasi tipo. Se invece sarà rivolta a un concorso o quant’altro, assolutamente nulla.

Bene, almeno per quanto riguarda le questioni principali, credo di aver detto tutto. Aggiungo solo un’ultima nota. Nei prossimi giorni – diciamo fino alla fine di questa settimana – apporterò un leggerissimo restyling a Infiniti Sentieri, così da implementare al meglio le nuove sezioni che nasceranno all’interno del progetto Apnea, a partire da quella del portfolio, la quale sarà attivata domani. Per qualsiasi domanda, rimango come sempre a piena disposizione.

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Dove sta scritto? (alcune mie considerazioni al riguardo)

La base di questo articolo risale a circa un mese fa. In un primo momento il pezzo si sarebbe dovuto intitolare Ma tanto è Fantasy. Le recenti letture di alcuni messaggi di Carraronan, Angra e Uriele (che ringrazio per gli involontari spunti) mi hanno tuttavia portato ad ampliarne l’ottica, sino a giungere a questa sorta di breve F.A.Q. del luogo comune.

1. Dove sta scritto che l’importante è che i giovani leggano, anche se si tratta di brutti libri?

Questo assunto presenta un errore interno.

Dire che non importa il livello qualitativo di un’opera (sottintendendo che tanto, con il tempo, le capacità critiche del lettore non potranno che migliorare) equivale a pensare che non esistono opere di qualità rivolte ai lettori alle prime armi; il che, è inutile ricordarlo, è una grandissima stupidata. Se si vuole forgiare un lettore consapevole di ciò che davvero è la buona narrativa, allora si deve partire proprio dalla buona narrativa. Immaginate di voler imparare a parlare l’inglese in maniera sciolta. A chi vi rivolgerete? Alla CEPU o a un professore madrelingua? E se volete imparare la matematica? Meglio gli appunti del vicino di banco – da tutti soprannominato “O’ Capadura” – o l’aiuto dell’insegnante? O ancora: volete imparare a giocare a calcio? Come vi allenate? Giocando a FIFA sulla Playstation (con la speranza che l’uso dei pollici vi faccia sciogliere anche quei bei novanta chili di lardo di primissima qualità) o iscrivendovi in una squadra? Vabbé, mi fermo qua; penso che il concetto sia chiaro.

Ora, passando al mondo dei libri, se io fossi un libraio a cui si rivolge un genitore alla ricerca di un libro per il proprio pargolo, cosa consiglierei? Il bambino è in fascia elementare? Bene, c’è Roald Dahl che lo aspetta. Ha qualche anno in più? Nessun problema: ci sono qui dei bellissimi volumi di Lyman Frank Baum freschi di stampa. E poi abbiamo Il signore delle mosche, La fattoria degli animali, La storia infinita, Dalla terra alla luna, Alice nel paese delle meraviglie… così sta a vedere che oltre a leggere libri stilisticamente mille volte migliori di una Troisi o Strazzulla qualsiasi il giovanotto non impari pure qualcosa, che non fa mai male. Insomma, è solo approcciandosi al bello sin da subito che si può coltivare un genuino senso estetico, e non partendo da opere mediocri.

A questo punto solitamente segue l’obiezione (prevedibile) secondo cui, ogni tanto, è anche bene abbandonarsi a opere più leggere e che non c’è niente di male in tutto ciò. A parte il fatto che tale obiezione non c’entra nulla con il punto di partenza (eppure, non si sa perché, compare quasi sempre), pure qua troviamo un errore interno, ovvero l’accostare le opere di qualità con la pesantezza della prosa. Primo: un’opera per essere buona non deve essere necessariamente capolavoro. Il mondo è pieno di libri incapaci di stravolgere la storia della letteratura, eppure di buona qualità è dotati di un’invidiabile leggerezza. Secondo: un buon libro (o film) non è necessariamente un mattone. Opere come quelle di David Ambrose, Nick Hornby o Douglas Adams, leggerissimi alla lettura, ma densi nei contenuti, sono esempi lampanti di come si possano accostare le considerazioni sin qui esposte.

Matilda, ovvero il primo libro che abbia mai letto da solo. Grazie, Roald, per averlo scritto.

2. Dove sta scritto che chi critica un libro, magari anche aspramente, è per forza invidiosa dell’oggetto dei propri attacchi?

INVIDIA: Sentimento di rancore e di astio per la fortuna, la felicità o le qualità altrui, spesso unito al desiderio che tutto si trasformi in male.

Dizionario Zanichelli

Ormai la storia dell’invidia è diventata tanto di moda da assurgere al ruolo di vero e proprio luogo comune. La domanda che deve porsi chi riceve tale obiezione è: invidioso di cosa? Della “fortuna” dello scrittorucolo di turno di essere stato pubblicato, bruciandosi così qualsiasi futura credibilità a livello di vera narrativa? Del “talento” che non esiste e che si riduce al solo fatto di aver messo in ordine delle parole prima dei trent’anni (superata questa soglia – ma anche prima – sei considerato un rudere “ke nn può komunikare kon il linguaggio dei gggiovani”)? Talento, tra l’altro, che nella stragrande maggioranza dei casi* non è stato coltivato a dovere, visto che i seguiti si sono dimostrati di qualità addirittura inferiore alle già pessime opere prime (dopotutto, chi te lo fa fare di migliorare, se già scrivendo da cani vendi migliaia e migliaia di copie?). Davvero, invidia di cosa? Se io sono invidioso di qualcosa, sono invidioso dello stile asciutto e privo di inutili virtuosismi di Richard Matheson, sono invidioso delle invenzioni fantastiche di China Mieville o Michael Swanwick, sono invidioso delle trame perfettamente orchestrate di Steven Erikson… Come si può, invece, essere invidiosi di un poveretto che nemmeno si accorge di essere solo una pedina nelle mani del suo editore?

* Ho scritto “nella stragrande maggioranza dei casi” solo perché, per ovvie ragioni, non ho letto (integralmente o parzialmente) i seguiti di tutti i giovani “talenti” italiani, ma se dovessi basarmi sua mia personale esperienza potrei benissimo mutare quell’espressione con un categorico “in tutti i casi”.


Mmh, non so se essere più invidioso delle assurde invenzioni di Mieville o del suo look.

3. Dove sta scritto che chi viene pubblicato ne sa, a prescindere, di più di uno che ancora non è stato pubblicato (magari anche per volontà sua)?

Su questo punto non ho intenzione di perdere troppo tempo, e la ragione è semplice: un autore pubblicato rimane pur sempre un essere umano e come tale può dire sia cose giuste, quanto emerite cretinate. Purtroppo il mondo è pieno di gente piena di sé che ritiene la pubblicazione il traguardo della propria vita artistica, quando invece è solo un passaggio. Questi soggetti, dispensatori di affermazioni altisonanti alla «perché io so’ io e voi nun siete un cazzo», il più delle volte sono anche quelli che sparano le peggio boiate; non solo cattivi consigli tecnici (i manuali di scrittura? ma vaaa, i gegni come loro non ne hanno bisogno), ma anche semplici nozioni culturali completamente errate. Statene alla larga e ricordatevi che non sono le medaglie sul petto a mostrare l’esperienza di una persona, ma le conoscenze conservate nella testa e poi riversate sul campo.

Agiungo però una breve considerazione. Spesso quando un comune mortale osa esprimere un’opinione su come si potrebbe migliorare un’opera, subito gli si rinfaccia il classico: “Ma se tu sei così bravo, perché non realizzi un prodotto migliore invece di startene lì a criticare?”.

Ora, questa obiezione, così come molte altre segnalate in questo articolo, presenta un paradosso. Poniamo il caso che davvero chi non è ingrado di produrre libri qualitativamente superiori non possa al contempo dispensare consigli su come migliorare i passaggi incriminati delle opere altrui. Ma, a questo punto, il medesimo discorso dovrebbe valere anche in caso di giudizio positivo. Dopotutto, se non sono in grado di riconoscere gli errori, non dovrei nemmeno riuscire a riconoscere i passaggi corretti, o sbaglio? Ma qui ci colleghiamo alla quinta domanda…

Non so perchè, ma l’autore di questo libro mi da l’impressione di sapere il fatto suo…

4. Quattro.

Ahimè, almeno qui non ho risposte. La comprensione del Quattro va oltre le mie possibilità. Che dico! Va oltre le possibilità di qualunque uomo! C’è solo una cosa da fare di fronte alla magnificenza del Quattro: inchinarsi e mostrare eterna devozione.

Ammirate la perfezione del Quattro e provate vergogna per non essere come lui!

5. Dove sta scritto che se ci si trova di fronte a un libro non brutto, ma che ispira proprio ribrezzo, non si possa dire “questo libro fa schifo”?

Dire che un’opera d’arte fa schifo non solo è legittimo, ma pure liberatorio. E poi fa bene all’umore, all’equilibrio interiore e pure alla flora batterica (altro che Actimel ^_^).

Non ci credete? Facciamo allora questo giochino, tanto per cominciare: entrate sul sito personale di un autore a caso; ora inserite un commento positivo, anche breve (anzi, più breve è, meglio è) su una sua opera. FFFatto? Ok, aspettate qualche giorno. Successo qualcosa? Che dite? L’autore o non vi ha detto nulla oppure si è dimostrato addirittura felice nel leggere quanto da voi scritto? Ottimo! Seconda fase: sempre sullo stesso sito inserite un altro commento lapidario, ma questa volta in senso opposto, insomma una stroncatura. Che succede stavolta? Cooosa? L’autore vi chiede le motivazioni di quanto scritto? Ma scusate, perché se il giudizio lapidario è positivo allora va tutto bene, mentre se è negativo no? Non è un po’ ipocrita come atteggiamento? Più logico sarebbe un ragionamento di questo tipo: o si spiega il perché di ogni affermazione, positiva o negativa, oppure si è liberi di non farlo. Troppo comoda la mezza misura, e oltretutto solo quando fa comodo…

Tuttavia, il nocciolo della questione non sta tanto nel giudizio lapidario o meno, quanto nel tono. Chi usa espressioni cosidette “forti” all’interno delle proprie argomentazioni viene sempre additato come maleducato, e come tale non meritevole di attenzione. Ecco, questo è il punto su cui focalizzarsi. Personalmente, che uno si esprima mostrandosi carino e coccoloso o come il fratello cattivo di Charles Manson non fa differenza. Quello che m’interessa è il contenuto! Espressioni come “questo libro mi fa schifo” e “questo libro non mi piace” esprimono lo stesso identico contenuto, solo in maniera diversa. La critica che si può e si deve fare a simili affermazioni (oltre ai corrispettivi positivi) è di non essere motivate. Un giudizio non è buono o cattivo da come si presenta, ma da quello che presenta!

Questo libro fa schifo!
(e poi non dite che me la prendo sempre con i soliti nomi)

6. Dove sta scritto che un libro non si possa giudicare dalla prima pagina?

Onde pieno di mal talento contro quel Galateo lo apersi, ed alla vista di quel primo, Conciosiacosachè, a cui poi si accorda quel lungo periodo cotanto pomposo e sì poco sugoso, mi prese un tal impeto di collera, che scagliato per la finestra il libro gridai: «Ella è pur dura e stucchevole necessità, che per iscrivere tragedie all’età di venzett’anni, mi convenga ingoiare di nuovo queste baie fanciullesche, e prosciugarmi il cervello con sì fatte pendanterie».

Vittorio Alfieri, “Vita di Vittorio Alfieri

C’è bisogno di aggiungere altro? Sì, forse una cosa sì: se la prima pagina, quella che più di ogni altra dovrebbe invogliare il lettore all’acquisto, mostra sciatteria se non peggio, perché mai dovrei aspettarmi che la situazione migliori nei capitoli successivi?

Per maggiori delucidazioni rimando a QUESTO ARTICOLO di Angra, già esauriente di suo.

Vittorio Alfieri. Uno che aveva capito tutto e che non si faceva problemi a dirlo. Peccato solo che quel “tutto” cambiasse una settimana sì e l’altra pure ^_^

7. Dove sta scritto che per scrivere Fantasy servano per contratto maghi, draghi ed elfi, il tutto condito da un’ambientazione medievale?

Mi è capitato in più di un’occasione di descrivere le ambientazioni di alcune mie opere e di ricevere in cambio sguardi perplessi e obiezioni secondo cui quello non sarebbe Fantasy. Le ragioni? Una su tutte: non vi sono elementi medievaleggianti. E perché mai dovrebbero esserci? Se il genere Fantasy si chiama così, non è forse perché tra i suoi elementi fondanti vi è l’amore per l’invenzione fantastica, per il bizzarro, per l’insolito? Invece no. Siamo giunti al paradosso secondo cui il genere che più di tutti (dovrebbe) lascia(re) carta bianca all’autore su quanto raccontare, si è ridotto a un mero gioco di rimandi, citazioni e scopiazzature. E oggi mi trovo a dire che con Tolkien il Fantasy non ha vissuto una seconda giovinezza, ma ha cominciato il suo lento declino, tramutandosi in puro manierismo. Non è però, questo, un problema con cui solo il Fantasy deve fare i conti. Anche nell’Horror si assiste da anni alla medesima degenerazione, e solo gente come Matheson, King, Barker e pochi altri se n’è accorta.

Ma qui lo dico e qui lo sottolineo: se il genere Fantasy vuole liberarsi dall’aura fiabesca che da anni ne tarpa le ali, occorre che i suoi autori si rendano conto che esistono miliardi di soluzioni non ancora esplorate. Se invece continueremo a parlare sempre dei soliti eroi che fanno le solite cose nei soliti mondi non faremo altro che uccidere questo genere (già sulla strada del decesso) prima ancora che abbia mostrato al mondo tutte le sue potenzialità.


Ormai al solo intravedere un’ambientazione simil medievale vengo colto da istinti suicidi

8. Dove sta scritto che in un romanzo di ambito fantastico non sia necessario documentarsi?

Molti – troppi – pensano che scrivere narrativa fantastica (e Fantasy in particolare) significhi poter scrivere qualsiasi boiata passi per la testa. Pura follia. Scrivere Fantasy significa parlare di realtà dove sia presente un elemento sovrannaturale, non importa in quale quantità e di quale tipo. L’errore che però i dilettanti di questo genere fanno è porre l’accento sul termine “sovrannaturale”. Invece, è bene ficcarselo nella zucca, il termine su cui occorre concentrarsi è “realtà”. Scrivere narrativa fantastica significa creare realtà alternative alla nostra, ma che siano perfettamente coerenti con se stesse, e non piene d’incongruenze e che crollino al primo alito di vento come un castello di carte. Poi quest’ambientazione potrà farsi portatrice di un messaggio sociale, filosofico o fare da semplice sfondo per le avventure dei personaggi; non importa. L’importante è che il tutto sia perfettamente coerente e verosimile (altra parola magica)! Ma per farlo occorre essere coscienti di quanto si sta descrivendo. Se descrivo un castello, non posso limitarmi alle mura e alle torri; al contrario, dovrò anche sapere cosa sia una bertesca o il maschio o la postierla o il barbacane o… Invece le ambientazioni moderne si limitano ai pochi elementi conosciuti da tutti. Ma a questo punto mi domando: se il Fantasy è solo evocazioni di nozioni conosciute a tutti, dove sta il suo fascino?

Uno degli elementi che più mi affascinano di questo genere è il poter anche apprendere nozioni tecniche mimetizzate all’interno della narrazione. Robert Jordan ne è un esempio lampante (ma non certo l’unico, né tanto meno il migliore in questo campo). Nei suoi romanzi è presente una costruzione minuziosa (in alcuni passaggi forse persino troppo) degli ambienti descritti, tanto che grazie a lui molti possono dire – o almeno si spera – di aver imparato cos’è l’agone, il basto, la pastoia, il sartiame… Anche questo è Fantasy. E lo stesso discorso vale non solo per gli oggetti materiali, ma anche per le relazioni sociali. Sempre per fare un esempio, se nella società da me descritta l’istruzione quasi non esiste, non potrò far filosofeggiare anche i pecorari!

A questo punto segue di solito l’obiezione secondo cui, trattandosi di narrativa fantastica, tutti questi legami con la nostra realtà non sono necessari. Errore. Prima ho evidenziato un concetto, quello di verosimiglianza. Ecco, se si vuole creare un mondo verosimile, e come tale credibile (e non si commetta l’errore di confondere versomiglianza con realismo), allora tutti gli elementi descritti dovranno essere perfettamente incastrati gli uni con gli altri. Le condizioni atmosferiche e geografiche del mio mondo ne influenzeranno l’economia; l’economia ne influenzerà la politica interna ed estera; la politica ne influenzerà la componente psicologica e culturale; la componente psicologica e culturale ne influenzerà la morale; la morale BLA BLA BLA… Chiaro il concetto? Questo è l’unico modo per creare libri degni di questo mondo, non vomitando effetti speciali a ogni pagina.


Questa è una biblioteca. È un posto maaagico pieno di libri grandi grandi con tante informazioni utili con cui documentarsi. Forza, ripetiamo insieme: DO-CU-MEN-TAR-SI

9. Dove sta scritto che anche in caso d’incongruenze nell’ambientazione, si può soprassedere con un’alzata di spalle al motto di «Ma tanto è fantasy»?

Fino a non troppo tempo fa esisteva l’espressione scherzosa, ma neanche troppo, «Perché sì! Perché è Fantasy!», volta a giustificare qualsiasi boiata contenuta in un libro appartenente a tale genere. Oggi, in maniera subdola e strisciante, si è passati al «Ma tanto è Fantasy». La differenza può sembrare minima, ma non lo è. La prima formula indica una certezza. Una certezza erronea, su questo non ci piove, ma sulla quale si può pur sempre lavorare al fine di mutare l’ottica di chi se ne fa portatore. Con il «Ma tanto è Fantasy» la storia si fa più complicata. Questa frase, infatti, indica scarsa fiducia verso il genere, come a ritenerlo incapace di elevarsi al rango di Letteratura con la L maiuscola (scarsa fiducia che, paradossalmente, viene mostrata da coloro che più di tutti difendono il Fantasy a spada tratta, soprattutto nella sua italica versione). L’ho definita “subdola e strisciante” in quanto rischia (e con molti giovani “talenti” l’ha già fatto) di entrare nelle teste di questa nuova generazione di scrittori, presentando loro il Fantasy come un genere semplice, alla portata di tutti, e dove non importa quanto ampia sia la propria cultura o quanto impegno ci si metta per realizzare la propria opera, perché tanto, anche se colto in fallo da chi ne sa di più, potrai sempre pararti il culo alzando le spalle e dicendo «Ma tanto è fantasy». Ma tanto è Fantasy un corno! Invece di trovare giustificazioni per ogni errore, sarebbe il caso di mettersi a capo chino sui libri e cominciare a studiare, perché gli errori oggettivi (e le incongruenze lo sono!) esistono. Punto.

Anche a Chernobyl dicevano che si trattava solo di una piccola incongruenza, e guardate il risultato!

10. Dove sta scritto che la narrativa fantastica italiana gode di ottima salute?

Se davvero fosse così, perché i nostri romanzi sono così poco esportati? Perché siamo perennemente costretti a inseguire le mode lanciate all’estero? Perché da anni non abbiamo un solo autore non dico che abbia vinto premi come il Bram Stoker, il Nebula o l’Hugo, ma che vi sia stato almeno nominato?

Stabilire la salute di un genere in un determinato paese basandosi sul numero di autori pubblicati equivale a determinare il successo di uno scrittore basandosi sulle copie vendute. Io non dico che in Italia non esistano autori capaci. Dico solo che si tratta di una minoranza infinitesimale. A livello generale, all’estero contiamo ancora come il due di picche… in una partita di scopone scientifico. Grazie al cielo, ciò non significa che la situazione non possa migliorare (anche perché precipitare più in basso di dove ci troviamo ora la vedo dura), ma la strada da fare è ancora lunga, terribilmente lunga.


Che si parli di politica, sport o arte, il risultato non cambia: questa è e rimane la nostra immagine all’estero (oh, le rare eccezioni esistono, sia chiaro, ma si tratta di eccezioni, appunto)

CONCLUSIONI

Di argomenti su cui discutere ce ne sarebbero a iosa. Le stesse risposte da me date ai quesiti elencati una settimana e mezzo fa risultano alla fin fine più che altro delle linee generali. Se dovessi entrare nel dettaglio, dovrei scrivere un articolo su ognuno dei 10 punti qui esposti (fatta eccezione per la questione del Quattro: lì non basterebbe nemmeno un’enciclopedia). Ma non è questo l’obiettivo del suddetto articolo. Mi premeva, piuttosto, sottolineare le principali ipocrisie e incongruenze interne (sì, sempre loro) che avvelenano qualsiasi seria discussione sulla narrativa fantastica. Per farla breve, quanto avete letto è il mio pensiero al riguardo. Che siate o meno d’accordo non è affare che mi riguarda ^_^

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Quale critica? (interludio)

Per quest’oggi avevo pronto un articolo, uno di quelli belli lunghi, a cui lavoravo da un po’ di settimane nelle pause dallo studio. Ma quell’articolo dovrà attendere ancora un po’, giusto un paio di giorni, non di più;  e non perché non sia riuscito a terminarlo in tempo, ma per altre – e ben più tristi – ragioni.

La questione è questa. Pochi minuti fa sono tornato a casa dopo una “divertente” sessione d’esame risoltasi oltretutto nel migliore dei modi. Insomma, una di quelle giornate dove tutto sembra andare nel verso giusto. O meglio, quasi tutto. Entrato in camera mia mi metto infatti a scartabellare i feed e leggo QUESTA NOTIZIA. Per chi fosse troppo pigro per aprire il link, questo è il sunto: la giornalista Loredana Lipperini è stata querelata per via di una sua recensione. E attenzione, qua arriva il bello. Non è stata querelata dall’autore del libro, ma dall’oggetto di discussione del libro.

L’opera in questione è Navi a perdere di Carlo Lucarelli, edito per la collana VerdeNero, meritevole iniziativa editoriale nata dalla collaborazione tra Edizioni Ambiente e Legambiente. Si tratta di un libro inchiesta su uno dei tanti, troppi misteri che circondano le navi italiane. Ma le navi affondate, quelle finite giù in fondo al mare per ragioni mai chiarite del tutto. Nello specifico, il tutto ruota attorno alla Jolly Rosso, imbarcazione arenatasi su una spiaggia calabrese il 14 dicembre 1990 e che secondo alcune indagini nasconderebbe al suo interno un carico di veleni.

Ora, la domanda è: perché querelare l’autore di una recensione e non quello del libro? Le ipotesi sono tante. Una potrebbe essere che Lucarelli, che piaccia o non piaccia, è uno degli scrittori italiani più noti a livello internazionale. Citare in giudizio lui avrebbe sollevato un polverone mediatico difficilmente gestibile. Loredana Lipperini è invece, non me ne voglia, un pesce più piccolo; o forse questo è quello che pensa il mandatario della denuncia, ovvero Paolo Messina, armatore della Jolly Rosso. La notizia sta infatti cominciando a fare il giro della rete. E così come altri prima di me, ho voluto segnalare il fatto. Perché puoi fermarne uno, magari anche due o tre, ma non migliaia. Quindi, diffondete anche voi.


APPROFONDIMENTI

La recensione di Navi a vendere di Loredana Lipperini

La storia della Jolly Rosso sul sito di VerdeNero

Le principali date relative alla questione Jolly Rosso

Paolo Messina, armatore della Jolly Rosso, querela il giornalista Francesco Cirillo per un suo articolo sulla vicenda

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