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Recensione: L’acchiapparatti
TITOLO: L’acchiapparatti
AUTORE: Francesco Barbi
GENERE: Low Fantasy
EDITORE: Baldini Castoldi Dalai
PAGINE: 460
ANNO: 2010 (edizione originale: 2007)
PREZZO: 18,50€
ETÀ CONSIGLIATA: 16+
Innanzitutto una precisazione. A dispetto del titolo, il presente articolo non è una vera e propria recensione, quanto un compendio al quasi omonimo articolo di un anno fa circa (QUESTO). Se uso tale denominazione è soltanto per venire in aiuto dei motori di ricerca.
Altra precisazione che ritengo doverosa. Se ho deciso di non scrivere una nuova recensione, ciò dipende da due ragioni principali. La prima è che, nella sostanza, il mio giudizio sul romanzo d’esordio di Francesco Barbi non è mutato. La seconda è che in questa nuova edizione sono presenti alcune correzioni da me suggerite all’autore durante un fitto scambio di e-mail. Sia chiaro, con ciò non intendo arrogarmi alcun merito, visto che tali suggerimenti, ne sono certo, non sono giunti da me soltanto; solo non ritengo di disporre della necessaria oggettività per disquisire nuovamente e in maniera approfondita del libro.
Da qui la mia decisione di limitarmi ad elencare le principali differenze tra i due libri, così da rendere più semplice il compito a chiunque fosse incerto su quale edizione acquistare.
Aggiorna e riavvia il sistema
Rileggere a distanza di un anno o poco più L’acchiapparatti mi ha fatto una strana sensazione. Quando a fine 2008 venni contattato da Barbi, ero in piena fase di trasloco dal Fantasy classico a generi più weird. Oggi, che i miei gusti sono definitivamente migrati verso i lidi della Bizarro Fiction e dei vari “X-Punk”, L’acchiapparatti mi appare ancor più distante. Non solo: sapendo di trovarmi di fronte a un’edizione riveduta e corretta l’occhio si è fatto involontariamente più critico.
Eppure…
Specchio specchio delle mie brame, qual è la copertina più bella del reame?
Eppure L’acchiapparatti è riuscito per la seconda volta a stregarmi, con i suoi dialoghi surreali, i suoi folli personaggi e il suo misto di umorismo e malinconia. Per quanto i margini di miglioramento siano ancora ampi – ma esiste un’opera per cui non valga un simile discorso? – mi ha fatto grande piacere vedere come molte delle richieste dei lettori (quanto meno quelle più sensate) abbiano trovato soddisfazione. Vediamole nel dettaglio.
- IL PROLOGO: Se esiste una parte del libro originale che è stata criticata da quasi tutti, questa era proprio il prologo. I difetti risiedevano nella presenza di molti personaggi stereotipati (a partire dai classici briganti in cerca di bisboccia) e da uno stile forse un po’ acerbo rispetto al resto del volume. Detto, fatto. Invece di mandare a fanculo i criticoni e accusarli d’Invidia™, come avrebbero fatto buona parte degli italici “gegni”, Barbi si è tirato su le maniche e ha riscritto il capitolo praticamente da zero. Per quanto la situazione generale sia rimasta pressoché inalterata, a cambiare sono tanti piccoli dettagli, quali la psicologia dei briganti e l’evento scatenante la rissa. Il risultato è molto buono e, pur continuando a non brillare per originalità, risulta decisamente più accattivante della versione originale.
- I PUNTI ESCLAMATIVI: Come aveva fatto notare Gamberetta nella SUA RECENSIONE, ne L’acchiapparatti di Tilos si aveva la sensazione che tutti i personaggi urlassero a causa dell’altissimo numero di punti esclamativi. Ora il loro numero è decisamente più basso, merito di una sana sezione di potatura.
- L’USO DEL PRESENTE: Un’altra questione che aveva lasciato perplessi i più riguardava l’uso del presente al posto del passato remoto in buona parte delle scene d’azione. Il problema non risiedeva tanto nella tecnica in sé, quanto nel fatto che il passaggio tra i due tempi verbali avveniva all’improvviso, finendo così per confondere soltanto il lettore. Bene, nella nuova edizione Barbi ha optato per una soluzione più ordinata. Il presente continua sì a comparire, ma soltanto quando il POV è fisso sul Boia di Giloc, sottolineando ulteriormente il tutto con l’isolamento grafico di tali paragrafi. Una scelta felice, visto che l’effetto di straniamento viene pressoché azzerato, lasciando così l’attenzione del lettore fissa là dove deve stare: sul prosieguo della trama.
- I BLOOPERS: Qui c’è poco da dire, se non che quelli che riscontrai un anno fa sono stati entrambi risolti.
- I PERSONAGGI SECONDARI: Altra cosa fatta notare a più riprese da molti lettori del romanzo originale era la scomparsa improvvisa del personaggio di Isotta. Barbi ha così deciso di dedicarle un piccolo cameo nella parte finale del libro, per quanto la sua figura rimanga forse ancora un po’ troppo sullo sfondo, facendola apparire come forse l’unico “personaggio deus ex machina” del libro.
- GLI INFODUMP: Per quanto gli infodump de L’acchiapparatti di Tilos non mi avessero dato particolare fastidio (anzi, li trovai persino ben strutturati per via delle scelte stilistiche insite in essi), questa nuova edizione mostra una loro netta diminuzione. Si può quasi dire che Barbi abbia acquisito il dono della sintesi, limitando le digressioni storico-culturali allo stretto necessario. Tra le poche eccezioni, il capitolo intitolato Il resoconto di Melzo, una sorta di grosso infodump dai toni però ironici, il quale è stato diviso in due parti, passando dalle 22 pagine originali alle attuali 24. La divisione del dialogo in due capitoli, oltre a un migliorato ritmo delle battute, rendono tuttavia il doppio capitolo ancora godibilissimo.
- IL CAPITOLO BONUS: Dando un’occhiata all’indice, si nota subito come, rispetto all’edizione originale, sia presente un capitolo in più (o meglio, due capitoli in più, di cui uno nasce però dalla suddivisione del resoconto di Melzo di cui ho già parlato). Tale capitolo ci riporta alle spalle del Boia di Giloc, mostrandoci un altro dei suoi simpatici massacri. Ora, ammetto di essere un po’ combattuto su questo capitolo. Da una parte è vero che è posizionato in modo tale da far ricomparire un personaggio lasciato in disparte per troppe pagine. Dall’altra risulta però essere tra i meno originali, vista le fondamenta un po’ banalotte. Non un capitolo inutile, quindi, quanto decisamente sottotono rispetto agli altri in cui compare il Boia.
- L’INDICE DEI PERSONAGGI: Una delle aggiunte più gradite della nuova edizione riguarda l’indice dei personaggi situato a fondo libro. Per quanto L’acchiapparatti non presenti un altissimo numero di personaggi, si tratta comunque di uno strumento utile. Peccato solo per l’adozione di un ordine basato sull’apparizione, anziché alfabetico, ma è un difetto di poco conto.
Edizione BCD a sinistra e Campanila a destra. Sulla qualità della rilegatura BCD vince a mani basse. Tra l’altro, anche se non si nota per via del flash, la carta usata per la nuova edizione è nettamente più chiara rispetto a quella vecchia.
Queste le note principali. Elencare infatti tutte le variazioni al testo sarebbe cosa ben più ardua, e comunque questo non è un articolo di filologia. Concludo dicendo che a livello generale lo stile del libro è decisamente migliorato. Soprattutto, appare più omogeneo, a differenza del volume originale, la cui prima parte risultava un filo peggiore della seconda. Certo, rimangono ancora quelli che reputo piccoli difetti, quali D eufoniche di troppo o personaggi che adottano formule verbali identiche tra loro, ma come opera prima L’acchiapparatti è e rimane uno dei migliori testi di narrativa fantastica italiana.
(non che ci voglia poi molto ^_^)
Carta canta
Come faccio sempre quando si tratta di parlare di libri, dedico un capitoletto a parte alla realizzazione materiale del medesimo. Va subito detto che la missione della Baldini Castoldi Dalai non era delle più facili. L’edizione Campanila è infatti di qualità eccellente sotto ogni punto di vista (pochi refusi, buoni materiali, bella grafica…). Ciononostante, la casa editrice milanese ha svolto un lavoro a mio avviso esemplare.
Partiamo dalla copertina. A dispetto del file JPEG mostrato qualche settimana addietro, la resa finale è decisamente migliorata, a partire dall’effetto “copia-incolla” del topo. Meno convincente è invece la silhouette di Ghescik, sia per via di un’illuminazione troppo marcata, che di un mancato rispetto delle proporzioni. In questo senso, la copertina originale mostrava un’attenzione ai dettagli decisamente superiore. Dove invece la BCD vince a mani basse è nella qualità dei materiali. Il rivestimento del libro è infatti passato dal tessuto (tipologia di materiale che si sporca come niente) a una protezione nero-plastificata e riflettente, apparentemente più povera, ma in verità più resistente e meno propensa a catturare le particelle di sporco, il tutto con tanto di titolo sul bordo, grossa mancanza dell’edizione Campanila.
Passando alla grafica interna, la situazione è di sostanziale parità. Se Campanila aveva mostrato una scelta dei font più originale, dall’altra BCD opta per caratteri più tradizionali ma dalla maggiore leggibilità. Scelte legittime e che denotano in entrambi i casi una grande attenzione anche per questo campo spesso bistrattato.
Unica nota dolente dell’edizione BCD è l’impaginazione dei dialoghi. Pur mantenendo inalterato l’uso delle virgolette uncinate, si nota infatti come a seconda dei capitoli venga adottato o meno l’uso della virgola durante le intromissioni del narratore, tanto da sospettare che ad occuparsi dell’impaginazione ci siano state più persone. Si tratta tuttavia del classico pelo nell’uovo, roba che viene colta solo dai malati di mente come il sottoscritto.
A livello generale, BCD ha svolto un ottimo lavoro, riuscendo a tenere testa all’edizione Campanila, per quanto forse la mia asticella del gusto personale tenda leggermente più verso quest’ultima.
…ed edizione Baldini Castoldi Dalai
Conclusioni
Come già scritto in fase introduttiva, il mio giudizio sul romanzo d’esordio di Francesco Barbi non è mutato. L’acchiapparatti difficilmente sarà uno di quei libri che vi cambierà per sempre la vita, e nemmeno penso voglia esserlo. Si tratta tuttavia di un buon libro, dalla trama interessante e priva di punti morti, ma soprattutto con personaggi veri, non le solite macchiette che – ahimé – ammorbano buona parte della narrativa fantastica italiana e non solo. È un romanzo che, pur privo di elementi innovativi, riesce a divertire quanto basta e a distinguersi dalla concorrenza. Barbi ha il merito di essere uno dei pochi scrittori italiani ad aver capito che non ha senso creare realtà alternative che scimmiottano Tolkien, quando poi storia e personaggi sono profondi quanto una pozzanghera. È proprio questo il paradosso che sta dietro a L’acchiapparatti: risultare originale all’interno del mercato italiano pur tralasciando gli “effetti speciali”, ma soffermandosi invece su quegli aspetti davvero importanti, quali caratterizzazione dei personaggi e brio nei dialoghi. Vista la scarsissima qualità del Fantasy nostrano, il libro di Barbi, pur con tutti i suoi nei, rappresenta una vera ventata d’aria fresca. La speranza, inutile dirlo, è che questo libro rappresenti un primo gradino. Ecco perché, tra tutti gli autori italiani, Barbi è tra quelli di cui attendo con maggiore curiosità la seconda prova.
La fine è solo l’inizio
Infine ci siamo (o quasi).
Seppur con un ritardo di circa un mese, pochi minuti fa è stata conclusa la prima stesura de La fine e l’inizio. Per tutti coloro che non hanno la più pallida idea di cosa stia parlando, rimando a QUESTO ARTICOLO.
È tempo, dunque, di aggiornare la situazione. La prima notizia è che abbiamo trovato il titolo definitivo per il romanzo. La scelta è dipesa da una serie di ragioni. Volevamo infatti qualcosa che rispondesse a determinate caratteristiche:
- Dare subito un’idea generale di quanto trattato dal libro. Può sembrare una cosa banale, ma se guardate in libreria noterete che il 90% dei libri ha titoli assurdi e che non c’entrano una beneamata mazza con trama o essenza del medesimo.
- Attirare l’attenzione, con una formula breve e d’impatto.
- Essere fondamentalmente “weird”, ovvero che rispecchiasse l’anima del libro.
La ricerca è sembrata non portare a nulla per alcune settimane, fino a quando una delle autrici, Cinzia Bettineschi, ha avuto un’illuminazione: Amsterdamnation. Ed è stato amore a prima vista. Il lettore viene infatti subito a contatto con l’ambientazione, ma anche con il fatto che quella con cui si troverà a che fare non è l’Amsterdam che si è soliti immaginare. Inoltre il titolo è breve, rimane impresso nella memoria con grande facilità ed è pressoché impossibile che venga confuso con un altro. Infine, cosa non meno importante, esso rispecchia alla perfezione la genesi del romanzo: così come il testo nasce dalla fusione di sette stili diversi, così fa lo stesso il titolo.
Ora però ci aspetta la parte più difficile: la revisione. Nella precedente “puntata” avevo indicato come possibile data di pubblicazione gli inizi di Giugno. Tre mesi non sono moltissimi per un romanzo di quasi duecentocinquanta pagine (quasi un quinto in più rispetto a Le nozze d’Inverno, dettaglio da non sottovalutare considerando che gli autori quest’anno sono di meno). Ciononostate faremo del nostro meglio per rispettare quella data, se non addirittura anticiparla.
Io per primo dovrò ritoccare parecchio i miei capitoli, visto che presentano molti alti e bassi (soprattutto il penultimo, eccessivamente infodumpato). Altra cosa che dovrò fare sarà rivedere la psicologia del mio “avatar”, Claus, il quale nei primi due capitoli presenta caratteristiche diverse rispetto a quelle successive. All’inizio infatti avevo adottato un tratteggio sostanzialmente realistico, molto vicino a quello delle Nozze. Tuttavia, con mia grande gioia, Amsterdamnation pagina dopo pagina ha assunto connotati sempre più weird e bizzarri, portandomi di conseguenza a rivedere la psicologia di Claus e di suo fratello Adam.
La difficoltà più grande, tuttavia, al di là di risolvere le piccole incongruenze tra i vari capitoli, riguarderà a mio avviso uno dei personaggi: Kristanna. La ragione è principalmente una. La sua autrice ha purtroppo dovuto abbandonare il progetto quasi subito, lasciandoci un personaggio che fino a quel momento non aveva praticamente compiuto alcuna azione significativa. La cosa purtroppo si nota, ma sono certo che una soluzione la si troverà.
Intanto, almeno per qualche giorno, ci godiamo un meritato riposo, prima di rimetterci sotto con la revisione. Seguiranno aggiornamenti.
Progetto segreto n° 1: La Fine e l’Inizio (più qualche coniglio ^_^)
Nelle ultime settimane – ahimè – ho un po’ latitato sul blog, e questo non perché abbia deciso di abbandonarlo, ma per una serie d’impegni accavallatisi, alcuni dei quali riguardano proprio Infiniti Sentieri. È giunto però il momento di cominciare a svelarne qualcuno.
Il primo progetto riguarda un romanzo che sto scrivendo; e preciso subito: no, non si tratta de L’impero dei corvi. Il titolo (provvisorio) di questo progetto parallelo, finora rimasto nell’ombra, è La Fine e l’Inizio. In verità dire che lo “sto scrivendo” è improprio, visto che si tratta di un’opera a più mani. Ma andiamo con ordine.
Circa sette mesi fa su questi lidi ho pubblicato un romanzo dal titolo Le nozze d’Inverno. Si trattava di un progetto nato come gioco letterario e che prevedeva di scrivere la prima bozza di un romanzo completo nell’arco di un mese, il tutto aiutato da una serie di buontemponi. Le modalità furono le seguenti: a turno, ognuno di noi elaborava un capitolo; capitolo da scrivere rigorosamente in prima persona (ogni autore, infatti, interpretava un personaggio diverso). Il tutto senza una trama prestabilita, se non in alcuni dettagli generici.
Il risultato finale non fu, a ben vedere, dei migliori. A fronte, infatti, di una prima parte fresca e con parecchi spunti originali, faceva da contraltare una sezione finale un po’ troppo “D&Desca”. Non rimpiango tuttavia quell’esperienza, anzi. Innanzitutto perché mi sono divertito, il che non è un dettaglio da sottovalutare, e in secondo luogo perché proprio quegli errori mi hanno permesso d’imparare molto riguardo le strutture narrative.
Oggi, a distanza di un anno, ci riproviamo, anche se la squadra è mutata. Dei dieci autori originari ne sono sopravvissuti cinque, ai quali si sono aggiunte due new entry. La procedura di lavoro è rimasta pressoché invariata. A cambiare è invece l’approccio. Se infatti Le nozze d’Inverno era un romanzo che si prendeva molto sul serio (pur non mancando momenti comici come la parodia della canzone dei Loacker cantata nel Valhalla), così non sarà per La Fine e l’Inizio, e questo perché nostro obiettivo non è solo divertirci tra di noi, ma anche e soprattutto divertire i futuri lettori. Abbiamo quindi deciso di abbandonare del tutto qualsiasi ambientazione simil fantasy classico, a favore di una più urban e bizzarra. Teatro dell’azione sarà una Amsterdam del futuro corrotta e abitata da ogni sorta di bizzarria della natura.
Diversa anche la tipologia di personaggi. Niente più sentinelle e valchirie armate di spada, sacerdotesse e sciamani pazzi o eteree divinità. No, questa volta il libro annovererà veri e propri fenomeni da baraccone come bambole voodoo dotate di vita propria, donne che in verità sono licantropi che in verità sono zombie, nerd con la faccia del fratello che gli spunta da sotto l’ascella o “comuni” uomini d’affari afflitti però da uno strano morbo che un giorno causa loro forti “perdite nasali”, l’altro gli fa perdere tutta la pelle per strada.
Sulla trama, come è ovvio, non posso ancora scendere nei particolari, visto che è in continuo divenire. Per il momento posso solo affermare che, giunti alla fine della seconda parte, la trovo decisamente più accattivante di quella de Le nozze d’Inverno.
Rimane a questo punto un solo quesito a cui rispondere: a quando la pubblicazione? Innanzitutto va detto che il termine che ci siamo dati per la conclusione dei lavori della bozza iniziale è il 31 Gennaio 2010, a cui seguiranno almeno tre mesi di attenta rilettura e impaginazione. Ora come ora, la data di rilascio dell’e-book (ovviamente gratuito) è il 6 Giugno 2010, ma faremo il possibile per anticipare il più possibile tale data.
Nel frattempo, giusto per dare un assaggio delle stramberie che La Fine e l’Inizio offrirà ai suoi lettori, vi propongo uno stralcio. La scelta è stata dura, ma alla fine, in onore del buon Duca, ho optato a una scena in cui compaiono alcuni deliziosi coniglietti desiderosi d’affetto ^_^ Buona lettura. Ci si rivede il giorno di Natale con un articolo molto “kattivo” per smorzare un po’ il clima da paresi facciale.
ESTRATTO DALLA SECONDA PARTE DE “LA FINE E L’INIZIO”
Gli specchi lungo le pareti cominciano a tintinnare, riempiendosi di sottili crepe. Impassibile, Rebecca si gira ed esce dalla stanza, seguita dalla sua corte di nanerottoli.
Mi volto verso Adam e lo prendo per le spalle. Sembra imbambolato. «Dobbiamo andarcene!»
«E i soldi?»
«Fanculo i soldi!»
Non mi va di lasciarci le pelle per quello stronzo di Adam. Lo afferro per un braccio e lo trascino verso l’uscita del salone, seguito a ruota dal colletto bianco. Ma non facciamo in tempo a raggiungere la porta che questa si chiude da sola.
«Nessuno esce di qua!» grida la zingara alle nostre spalle.
Tutti e tre ci voltiamo, ma la nostra attenzione si concentra sulla cameriera, immobile in un angolo. La vediamo sfilarsi uno spillone dai capelli e piantarselo nel petto, all’altezza del cuore. Dalla sua bocca non esce però nessun urlo; sorride, anzi.
A imprecare è invece lo Ierofante, la coscia sinistra divelta dal corpo, il collo squartato e il torace contratto in uno spasmo innaturale.
«Ferma!»
Attorno alla zingara prende a vorticare una luce sanguigna. Ci mancava solo la strega in versione Super Sayan. Come se non bastasse, dal suo ventre fuoriesce una braccio scheletrico che affonda nel petto della cameriera, sollevandola come se niente fosse. Il corpo della giovane colpisce con violenza il soffitto, provocando una pioggia di schegge di vetro, per poi precipitare sul pavimento priva di sensi. Senza mollare la presa, la zingara fa per avvicinarsi alla vittima, ma proprio in quel momento la lupa le salta addosso, atterrandola.
«Credo sia il caso di approfittarne per scappare» dico ad Adam e al colletto bianco.
«Aspetta» fa quest’ultimo, correndo verso la cameriera e caricandosela sulle spalle. «Non possiamo lasciarla qui.»
Lancio qualche bestemmia a un paio di divinità a caso e lo vado ad aiutare. Poi, tutti insieme usciamo di corsa dal salone, ripercorrendo il corridoio erboso al contrario.
«A proposito, io mi chiamo Arthur» si presenta il colletto bianco.
«Claus, e lui è mio fratello Adam.» Non so nemmeno perché gli rispondo. Ormai il mio corpo reagisce da solo agli stimoli.
Raggiungiamo l’uscita senza che nessuno tenti di seguirci, ma qui troviamo qualcuno ad aspettarci. Disposti in fila uno di fianco all’altro, i conigli ci guardano, agitando le loro codine e i baffetti.
«E ora questi che cazzo vogliono?» domanda Adam.
Come a volergli rispondere, i conigli si mettono a ringhiare, mostrando una serie di dentini degni di un piranha. Il dubbio se i conigli possano ringhiare mi passa per la testa, ma alla fine giungo alla conclusione che logica e buon senso non sono di queste parti.
Proprio in quel momento un batuffolo bianco balza in avanti a fauci spalancate, andandomi a mordere a una coscia.
Lancio un urlo e aiutato da Adam strappo via il bastardo e lo scaglio contro il muro al grido di: «Figlio di puttana!»
I coniglietti girano tutti insieme la testolina verso il compagno, per poi tornare a rivolgersi a noi e avanzare a balzelli in perfetto sincrono.
«Lasciate fare a me» dice Arthur, passandomi il corpo della cameriera. «Ah, vi conviene starmi ai lati.»
L’uomo – uomo? – si mette a grattarsi la punta del naso. Il petto comincia ad avere piccoli spasmi e la bocca a sbuffare. Il tempo che i coniglietti abbiano fatto altri tre balzi e un poderoso starnuto fa decollare Arthur all’indietro, mentre dalle sue narici fuoriesce un getto di muco verdastro che inonda i coniglietti-piranha, impiastricciandoli contro il pavimento e le pareti.
Con un sorriso orgoglioso, Arthur si rialza. «Visto? Che vi avevo detto?»
«Tu lo sai di avere dei problemi, vero?» gli dico mentre mi passa di fianco. «Ma problemi belli grossi.»
Per quanto ci è possibile, attraversiamo gli ultimi metri che ci dividono dall’uscita cercando di non mettere i piedi sopra il viscidume lasciato dal super starnuto.
«State tranquilli. Con me al vostro fianco non avete nulla di che temere» ride Arthur, spalancando la porta sulla massa di scherzi della natura che circonda il palazzo.
I mostri ci guardano. Noi guardiamo i mostri. E per alcuni secondi nessuno dice niente.
Arthur si volta verso di me. Il suo sorriso si è trasformato in una smorfia non proprio rassicurante. «Beh, forse ora un po’ nella merda lo siamo.»
Segnalazione: “Perdido Street Station” aggratis
Ormai Perdido Street Station, primo volume della trilogia del Bas Lag ideata dallo scrittore inglese China Mieville, è noto a buona parte di coloro che s’interessano di narrativa fantastica. O meglio, più che il libro è noto il titolo.
Già, perché Perdido Street Station fa parte di quella categoria di volumi di cui tutti parlano, ma che ben pochi hanno effettivamente letto; e non perché sia un testo tanto fondamentale quanto noioso – beh, in alcuni punti un po’ noiosetto lo è – che nessuno ammetterebbe di non averlo gustato (un po’ come succede con Il signore degli anelli; dai che lo so che molti lo comprano ma non vanno oltre al terzo capitolo ^_^). Semplicemente, Perdido Street Station è pressoché introvabile in Italia, al pari dei due volumi successivi. Persino io, che l’ho “scoperto” ben prima che il nome di China Mieville cominciasse a girare sui vari forum di letteratura italiani, sono in possesso solo de La città delle navi (sì, lo so che su aNobii li ho segnati tutti, ma solo perché si tratta di volumi letti grazie a un’amica e che acquisterò… appena li trovo). Ecco il problema sta tutto qua: come dicevo Perdido Street Station è quasi irreperibile, e tutto per merito della furbizia del reparto vendite della Fanucci, i cui responsabili hanno pensato bene di distribuirlo in pochissime copie per poi non ristamparlo più non appena il romanzo ha cominciato a guadagnare fama sempre maggiore. Geniale, non trovate? Ma dopotutto Fanucci in questi anni ci ha abituato a questo e altro, quindi non mi stupisco più di nulla.
Fortuna vuole che all’estero siano un po’ più “sgamati” (dio come sono gggiovane ^_^), tanto da aver cominciato a distribuire Perdido Street Station via internet come e-book in maniera totalmente gratuita e – udite udite – legale. Eh già, perché è notizia di questi giorni che il romanzo di Mieville può essere finalmente scaricato in versione integrale da Suvudu. Purtroppo, come è facile intuire, il testo è disponibile solo in lingua originale, il che, considerando che lo stile di Mieville non è proprio dei più semplici e scorrevoli, potrebbe mettere in difficoltà coloro che l’inglese non lo masticano proprio benissimo.
China Mieville, non proprio il classico ragazzo che le mamme vorrebbero presentare alle proprie bambine
Per quei pochi che non lo sapessero, Perdido Street Station appartiene al cosiddetto New Weird, genere che fa della descrizione del bizzarro il suo punto di forza, abbandonando tutti o quasi i vecchi cliché e razze del Fantasy classico. Quindi niente fatine con la bacchetta, niente unicorni rosa, niente gnometti da giardino e soprattutto niente elfi dai denti bianchi e perfetti! Riguardo l’ambientazione, ci troviamo nella città di New Crobuzon, megalopoli a metà tra il periodo vittoriano e un futuro dai toni cupi e marci.
Ecco la quarta di copertina:
La metropoli di New Crobuzon si estende al centro di un mondo sbalorditivo. Umani, mutanti e razze arcane si accalcano nell’oscurità fra le ciminiere, lungo fiumi indolenti alimentati da rivoli innaturali, tra fabbriche e fonderie che pulsano nella notte. Per più di mille anni il Parlamento e la sua brutale milizia hanno governato su una moltitudine di operai e artisti, spie e maghi, ubriachi e prostitute. Ma uno straniero è giunto con le tasche piene d’oro e ha imposto una richiesta inverosimile, scatenando l’incredibile.
Perdido Street Station, va detto, non è un romanzo esente da difetti. Mieville tende infatti in alcune occasioni a gigioneggiare un po’ troppo con le parole. Fortuna vuole che il più delle volte se lo possa permettere grazie a un’inventiva non comune. A titolo di esempio, vi lascio con uno dei passaggi che preferisco: la descrizione di Mr. Motley (per la cronaca, la Lin a cui si accenna è una donna insetto, quindi non stupitevi troppo della seconda frase).
Mr. Motley stood and pushed the screen to the floor.
Lin got half to her feet, her headlegs bristling with astonishment and terror. She gazed at him.
Scraps of skin and fur and feathers swung as he moved; tiny limbs clutched; eyes rolled from obscure niches; antlers and protrusions of bone jutted precariously; feelers twitched and mouths glistened. Many-coloured skeins of skin collided. A cloven hoof thumped gently against the wood floor. Tides of flesh washed against each other in violent currents. Muscles tethered by alien tendons to alien bones worked together in uneasy truce, in slow, tense motion. Scales gleamed. Fins quivered. Wings fluttered brokenly. Insect claws folded and unfolded.
Lin backed away, stumbling, feeling her terrified way away from his slow advance. Her chitinous headbody was twitching neurotically. She shook.
Mr. Motley paced towards her like a hunter.
“So,” he said, from one of the grinning human mouths. “Which do you think is my best side?”
Bene, qualora la vostra curiosità fosse stata solleticata a dovere, potete scaricare il libro cliccando QUI. Buona lettura.
L’impero dei corvi: premesse
Nelle ultime settimane ho lavorato all’elaborazione della scaletta dell’ormai ex Il Guanto d’Argento, trasformatosi, si può dire in maniera definitiva, in L’impero dei corvi. Poiché del vecchio romanzo sopravvivrà davvero poco (per non dire quasi nulla), credo sia giusto fare una panoramica su tale progetto.
Prima però una premessa alla premessa. Questo articolo, così come quelli successivi, i quali tratteranno i singoli capitoli, ha principalmente lo scopo di fungere da diario di bordo personale. Posso quindi capire che alla stragrande maggioranza delle persone tale topic possa fregare quanto un dibattito sull’evoluzione linguistica del sanscrito. Tuttavia, può sempre tornare utile per chiunque volesse concedere il suo apporto a tale avventura.
E ora possiamo partire con le premesse vere e proprie.
Cosa essere tu?
Un po’ di tempo fa parlai di una svolta in chiave Steam Punk per il romanzo (per la felicità del buon Duca). In verità, tale denominazione è riduttiva. Infatti L’impero dei corvi è (sarà) più vicino al New Weird, soprattutto perché al suo interno coesisteranno più componenti, tra cui un po’ di Diesel Punk e di Clock Punk. Il problema, in questi casi, è far coesistere il tutto mantenendo in equilibrio la struttura. Ciò che vorrei evitare è infatti di creare una grande macedonia in cui i singoli elementi risultino alla fine in contrasto l’uno con l’altro.
Sorge però anche una domanda: perché creare delle fondamenta così diversificate? La ragione principale risiede nell’ambientazione stessa e in alcune scelte di trama.
Parto dalla prima. Quando mi sono messo al lavoro su “Darsian 2.0”, volevo creare qualcosa di non convenzionale, ma che potesse comunque risultare verosimile. La parte non convenzionale risiede in alcune sue caratteristiche, a partire dal clima: nella nuova versione di Darsian il cielo è perennemente coperto dalle nuvole; sole e stelle sono del tutto sconosciuti agli abitanti del mio mondo. Ciò ha portato alcune conseguenze. La prima riguarda sempre il clima: su Darsian fa freddo, terribilmente freddo, tanto che la stragrande maggioranza del pianeta è coperta dalla neve. Perché non la totalità? Semplice: perché esistono alcune aree, chiamate per il momento bolle climatiche, dove vige un clima temperato. Tali aree non sono casuali, ma si trovano entro un raggio di alcuni chilometri dalle Colonne, costruzioni che reggono letteralmente il cielo e attorno alle quali sono sorti i principali insediamenti urbani di Darsian (chi a questo punto obiettasse che simili costruzioni necessiterebbero di un livello tecnologico più che fantascientifico, rispondo di stare tranquilli: ci ho già pensato, il tutto senza introdurre complotti alieni di alcuna sorta ^_^). Questa scelta non è casuale. Essa comporta infatti a sua volta delle conseguenze: la prima è di mero “arredamento”, ovvero non creare un mondo tutto uguale; la seconda è che in questo modo avrei dato ai miei cari popolani una ragione di conflitto: il controllo territoriale delle bolle climatiche, appunto (e qua si vede come ambiente e trama siano fra loro collegati).
Ma attenzione, perché non finisce qua. Il fatto che il cielo sia perennemente coperto da uno strato nuvoloso comporta anche l’impossibilità alle normali piante di crescere. Come fare? In teoria basta immaginare un tipo di vegetazione diversa dalla nostra e capace di svilupparsi anche in condizioni così particolari. Già, ma con i nomi come la mettiamo? Dando un nome nuovo a ogni singolo fiore, albero o frutto, non si rischia di confondere inutilmente il lettore? Ecco quindi la soluzione da me scelta: i nomi rimarranno per la maggiore gli stessi della nostra realtà, ma farò subito intuire che quanto associato ad essi non coincide perfettamente con la sua controparte “terrestre”. Per fare un esempio, nel primo capitolo descriverò uno stormo di corvi (gli stessi che compaiono nel vecchio primo capitolo del Guanto d’Argento; uno dei pochi dettagli rimasti pressoché uguali); tuttavia, non si tratterà degli stessi animali che siamo abituati a conoscere. Questa scelta, almeno nelle intenzioni, vuole da una parte alleggerire il carico di lavoro al lettore, e dall’altra incrementare ancor di più la soglia di “alienità” di Darsian.
Ci sarebbero molti altri aspetti di cui parlare, come ad esempio l’assenza di un campo magnetico unitario, il che porta all’inutilità delle bussole tradizionali a vantaggio degli uomini-bussola o la questione della nebbia di confine, ma si tratta di aspetti che verranno esposti abbastanza in là nel libro e sui cui mi soffermerò a tempo debito.
Anche una comune paperetta può trasformarsi in qualcosa d’insolito con un poco di fantasia ^_^
Uno steam Martini con una scorza di diesel e qualche cubetto di clock, agitato, non mescolato
Ho sopra accennato alle diverse componenti weird di Darsian. Il problema è però come farle coesistere evitando che si prendano a mozzicate sulle orecchie ogni due pagine.
Partiamo dall’anno di riferimento. Sotto l’aspetto puramente “visivo”, Darsian è un misto tra le architetture di fine Ottocento e il design degli anni ‘30, per quanto siano presenti alcune tecnologie futuribili, quali automi meccanizzati (ma privi di chip; e qui siamo nel lato Clock Punk, anche se un po’ particolare), aeoronavi e quant’altro. Ciononostante, a seconda che un popolo abiti nelle bolle climatiche o nelle proibitive lande ghiacciate, questi disporrà di un livello tecnologico diverso. Senza contare un particolare che potremmo definire quasi storico: l’avvento delle tecnologie a combustione diesel non hanno portato a un’immediata scomparsa delle tecnologie a vapore sulla Terra, quindi non vedo perché ciò dovrebbe accadere in un mondo di fantasia ^_^
Buona parte delle tecnologie fantastiche che descriverò si baseranno su quelli che per il momento ho chiamato “liquidi sonori”, i cui principi di funzionamento saranno introdotti nel capitolo terzo o quinto al massimo. L’obiettivo rimane quello di non trasformare tali tecnologie in elementi in grado di tirar fuori dagli impicci i personaggi a ogni occasione. La loro presenza dovrà apparire funzionale, ma non preponderante, soprattutto per non creare una disequilibrio con gli elementi più sovrannaturali (ah, a tal proposito, ho pressoché eliminato l’elemento magico, ora ridotto a ben più blande capacità insite in alcuni individui).
Se vi state chiedendo se è possibile far coesistere nazisti, navicelle spaziali e commedia, la risposta è sì
Sul sense of wonder
Come spero si sia intuito, Darsian non vuole essere il classico mondo fantasy n°238754/B. Ora, il problema è come presentare tutte queste trovate al lettore (a cui se ne aggiungono molte altre, come le città-insetto, i Mangiafango ecc.).
Tale problema mi è passato per la testa dopo la lettura di QUESTO TOPIC di Carraronan in merito al romanzo Leviathan di Scott Westerfeld. È infatti innegabile che chi legge letteratura “weird” lo fa non soltanto per trovare trame solide e personaggi credibili (che rimangono fondamentali per qualsiasi tipologia di romanzo), ma anche per soddisfare la propria fame di bizzarro, di insolito, di weird, appunto. L’importante è mantenere l’equilibrio citato a inizio articolo; fare in modo, cioè, che “l’effetto speciale” non finisca per sovrastare il messaggio. Non è compito facile, ma non è forse questo uno dei lati più divertenti dello scrivere?
Ma torniamo a quanto scritto da Carraronan nel suo articolo. Il nostro buon duca scrive infatti in merito alle prime pagine dell’opera di Westerfeld:
Dal punto di vista dello Steampunk è un “boh“, nel senso che l’ambientazione storica va anche bene, i riferimenti alla meccanica vanno bene (Otto Klopp, his master of mechaniks), i riferimenti allo zeppelin e alle walking machines vanno bene anche se sono “soltanto dei Diesel”, ma come livello di reale dettaglio è troppo scarso per attrarre un fanatico della divergenza tecnologica. Non è ottimizzato per gli amanti dello Steampunk. Non si vedono in azione le puttanate steam.
Troppo poco esplosivo e coinvolgente per un’opera che faceva della stramberia steampunk militare il suo cavallo di battaglia.
E poi ancora:
E nell’incipit non c’è nemmeno un accenno a macchinari da guerra con efficienti motori a vapore (col condensatore e che brucino kerosene, per favore…). Scott poteva sforzarsi a mettere un Mech a Vapore invece dei cosi Diesel e basta. O magari avrebbe potuto fingere una vera e propria scena di battaglia, giusto una paginetta di stramberie rocambolesche con il Mech gigante che avanza distruggendo coi lanciafiamme la ridotta dell’artiglieria Darwinista e mentre assapora la vittoria tra i cadaveri fumanti un mostro zannuto di venti tonnellate gli si scaglia contro una gamba e lo butta a terra… per poi farci scoprire che era solo una fantasia di Alek che giocava coi soldatini. Invece niente: non si è nemmeno sforzato di titillare le fantasie steam-strambe del pubblico. Che peccato.
Scott Westerfeld dopo aver letto l’articolo di Carraronan
La lettura di queste righe mi ha portato a chiedermi: e nell’incipit da me progettato quali possono essere le “fantasie steam-strambe” in grado di catturare il pubblico?
Ora, per pararmi un po’ il culo potrei dire che nel mio libro, essendo due i protagonisti principali, si dovrebbero considerare i primi due capitoli, ma preferisco giocare pulito. Ecco dunque un breve elenco di ciò che promettono le prime pagine de L’impero dei corvi:
- Un’introduzione alle bolle climatiche e, più in generale, al particolare clima di Darsian.
- La descrizione di una città-colonna.
- Un accenno alla divergenza tra i termini della nostra realtà e i corrispettivi di Darsian (mi riferisco alla descrizione dei corvi sopra menzionata).
- Mangiafango che si arrampicano sui muri delle case, sino a penetrarvi passando dalle finestre, solo per ripulire la città dai “prodotti di scarto” (anche se sono ancora un po’ incerto se introdurli sin da subito o meno).
- Aeronavi intente a rilasciare sulla città strane sostanze chimiche.
- La presentazione degli Hilsyt (ovvero i “cattivi” del libro, anche se si tratta di una banalizzazione), i quali però non verranno mostrati: il lettore potrà vedere attraverso gli occhi di uno dei personaggi gli effetti del loro passaggio.
- E ovviamente ci saranno un po’ di tecnologie miste (treni, automobili, armi…), giusto per rendere l’idea del livello di sviluppo su Darsian, oltre ai consueti “vari ed eventuali”.
Potrà bastare? Boh…
A questo punto sorgono però altri due pensieri: da una parte mi preoccupa il fatto che le prime stramberie (le bolle climatiche, la città-colonna e le aeronavi) arrivino solo intorno alla quinta/sesta pagina (ovvero fuori dal range tipico di chi sfoglia un romanzo in libreria); dall’altra però penso anche che moltissimi romanzi di qualità e colmi di stramberie varie non partono in quarta spiattellando in faccia al lettore chissà quali trovate. Un esempio, giusto per citare un romanzo a me caro, è Perdido Street Station di China Mieville, opera non certa perfetta, ma comunque degna di nota. L’inizio, per chi non l’avesse letto, è quanto mai lento e, per certi versi convenzionale (un personaggio entra in città passando per il fiume; segue descrizione, soprattutto basata sugli odori, del posto), tanto che il primo dettaglio Weird compare al capitolo successivo (Lin, ovvero la donna insetto fidanzata con il protagonista del libro, Isaac, uno scienziato umano e panzone).
Ma soprattutto, ha davvero senso preoccuparmi di tutto ciò quando il capitolo non è stato ancora completato?
Sui salti temporali
Una delle caratteristiche principali del vecchio romanzo erano i continui salti temporali all’interno della narrazione (questo prima che Lost rendesse la tecnica del flashback e del flashforward tanto di moda). Questi avevano lo scopo principale di spiegare al lettore alcuni retroscena dei personaggi, senza costringerli a parlare continuamente tra loro del proprio passato; inoltre ciò permetteva anche una certa varietà nell’azione e nelle ambientazioni, nonostante la trama fosse abbastanza lineare nella sua evoluzione.
Ora la situazione è leggermente cambiata. Ne L’impero dei corvi saranno infatti presenti due piani temporali che evolveranno di pari passi (ergo, i flashback, sostituiti in verità da dei flashforward, non saranno più subordinati alla linea temporale principale). Nel dettaglio, la storia si svilupperà nel seguente mondo: nella linea temporale “presente” un personaggio si occuperà di alcune indagini in merito a un non meglio specificato attentato; i vari personaggi che incontrerà (ma non solo) daranno poi il LA alle vicende ambientate nel passato. Questa struttura, che sarà evidenziata da una diversa impostazione grafica, avrà come scopo (almeno nelle intenzioni) quello di mostrare il futuro di alcuni dei personaggi principali, portando il lettore a chiedersi “Ma perché il personaggio X ha fatto questa fine?”. Insomma, delle anticipazioni (mai troppo esplicite) volte a spingere il lettore a continuare la lettura.
Lo ammetto senza problemi: sono dubbioso su questa scelta e sto ancora pensando di abbandonare la linea temporale presente a vantaggio di quella passata, che è poi quella principale. Tuttavia, in questo caso, gli effetti – positivi o deleteri che siano – si potranno vedere soltanto dopo alcuni capitoli. Almeno all’inizio, quindi, lasciatemi giocare con le sperimentazioni
Cari sceneggiatori di Lost, se entro l’ultima puntata non mi spiegate tutto, ma proprio tutto, giuro che vengo a prendervi e vi lascio dal mio amico Peppino u’ Shcannapolli!
Piccoli dettagli finali
Ed eccoci in fondo a questa prima puntata. Di carne al fuoco, penso si sia capito, ce n’è davvero tanta, e cucinarla a puntino non sarà facile. Almeno per il momento, sono comunque soddisfatto dell’operato preliminare, soprattutto a fronte del lavoro di sfoltimento dell’opera, la quale è passati dai 33 capitoli originari + prologo, agli attuali 23, il tutto a vantaggio del ritmo. In questo senso, ha giovato molto l’eliminazione di un sacco di trame e personaggi secondari. Questo, spero, dovrebbe portare anche a un rafforzamento del messaggio finale, teso più che mai sulle vicende “umane” dei due protagonisti.
Riguardo l’uscita del primo capitolo, ora che l’organizzazione del lavoro, almeno nelle sue linee principali, è fatta, si dovrebbe aggirare intorno alla prima metà di Settembre.
Ah, un’ultima cosa prima che mi scordi: la quarta del romanzo verrà resa nota nei suoi dettagli il più presto possibile. Tutto dipende da una e-mail…





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