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	<title> &#187; Romanzi</title>
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		<title>Amsterdamnation &#8211; Foto di gruppo</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jun 2010 22:59:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bizarro Fiction]]></category>
		<category><![CDATA[Opere personali]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Canella]]></category>
		<category><![CDATA[Amsterdamnation]]></category>
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		<category><![CDATA[Gabriella Mariani]]></category>
		<category><![CDATA[Mariateresa Botta]]></category>

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		<description><![CDATA[ATTENZIONE!!! 1. Se non capite un&#8217;acca del senso di questo articolo, conviene che leggiate QUI. 2. Il testo che segue NON è un estratto dal romanzo Amsterdamnation attualmente in fase di editing. L’altra sera mi chiama Arthur sul cellulare. Non ho idea di come abbia avuto il mio numero, ma tant’è. Mi chiede sbrigativamente come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: center;">ATTENZIONE!!!</h4>
<h5 style="text-align: justify;">1. Se non capite un&#8217;acca del senso di questo articolo, conviene che leggiate <a href="http://infinitisentieri.com/2010/03/04/la-fine-e-solo-linizio/" target="_self">QUI</a>.</h5>
<h5>2. Il testo che segue NON è un estratto dal romanzo Amsterdamnation attualmente in fase di editing.</h5>
<hr />
L’altra sera mi chiama Arthur sul cellulare.</p>
<p>Non ho idea di come abbia avuto il mio numero, ma tant’è. Mi chiede sbrigativamente come va, dopo di che propone d’incontrarci al Ragna Rock.</p>
<p>«Neky ha deciso di rilevare l’attività e stasera si terrà l’inaugurazione» mi fa. «Ci saranno tutti.»</p>
<p>Tutti.</p>
<p>Non so perché, ma dopo quanto successo ad Amsterdam quella parola mi fa un po’ di paura. Dopotutto, l’ultima volta non è che ci siamo salutati proprio a tarallucci e vino. E poi giusto la mattina mi è arrivato l’ultimo numero di <em>Berserk</em> (il 238) e non ho ancora trovato il tempo per leggerlo. Chi cazzo me lo fa fare di uscire?</p>
<p>«Ascolta, non che l’idea di rivedere la vecchia banda mi dispiaccia, sia chiaro&#8230; È solo che per stasera avevo altri progetti. Porgi comunque i miei migliori auguri a Neky e&#8230;»</p>
<p>Non faccio in tempo a finire la frase che da sotto la camicia arriva la voce di Adam. «Ehi, qualcuno ha nominato Neky? Per i peli del culo di Loki, Claus, passami quel telefono!»</p>
<p>Addio seratina a base di fumetti e patatine.</p>
<p>Slaccio la camicia, alzo il braccio destro e con il sinistro avvicino il telefono all’unico orecchio rimasto a mio fratello, la cui faccia spunta da sotto la mia ascella. Sembro un babbuino intento a spulciarsi. E fortuna che gli sceneggiatori avevano detto che a riprese finite saremmo tornati normali. Sì, col cazzo. Ma perché non ho firmato la liberatoria per le scene di nudo anziché quella sulle mutazioni pan-dimensionali?</p>
<p>«Arthur! Vecchio bastardo, come va? Ancora problemi con il raffreddore? Senti un po’, ma cos’è questa storia? Sì&#8230; Ah-ah&#8230; Ma davvero?&#8230; Fantastico!&#8230; Ok, perfetto, ci saremo. A dopo, allora. Ciao. Spegni pure, Claus.»</p>
<p>«Suppongo sarai soddisfatto.»</p>
<p>«Non dovrei? Gnocca e birra stasera! Cosa si può desiderare di più? Anzi, a tal proposito, vedi di farti una doccia e di metterti un po’ di deodorante, che qua sotto si muore.»</p>
<h2 style="text-align: center;">˜</h2>
<p>Arriviamo al Ragna Rock che è già stato fatto il taglio del nastro. Chissà perché la cosa non mi dispiace affatto.</p>
<p>All’entrata un paio di gorilla in jeans e maglietta giallo limone ci blocca.</p>
<p>«Siete sulla lista?»</p>
<p>«Credo.»</p>
<p>«Nome?»</p>
<p>«Claus Linhker e fratello.»</p>
<p>Il gorilla con il foglio degli invitati fa un paio di scarabocchi e si blocca. «Linhker? Voi siete i fratelli Linhker?»</p>
<p>«In carne e ascella» risponde mio fratello. Dall’umore sembrerebbe gradire molto la nuova camicia con taglio laterale.</p>
<p>«Davvero? Per gli dei, so che probabilmente ve lo sentirete dire tutti i giorni, ma io sono il vostro più grande fan! Avrò visto <em>Amsterdamnation</em> almeno sette volte! Sentite, non è che posso chiedervi un autografo? Sapete, per la mia bambina&#8230;»</p>
<p>Fantastico, pure il rompiballe esaltato ci mancava. «Basta che facciamo in fretta. Dove lo vuoi?»</p>
<p>Il gorilla mi passa la penna e tira fuori la maglietta dai pantaloni.</p>
<p>«Per la tua bambina, eh?»</p>
<p>Traccio qualche riga a caso e poi infilo la penna in bocca ad Adam. Quasi quasi la sua calligrafia è migliore della mia.</p>
<p>«Ehi, amiho, lo huoi un hehalo?» mugugna mio fratello con ancora la biro tra i denti.</p>
<p>Il gorilla annuisce con aria confusa.</p>
<p>Al che Adam lascia cadere la penna e sputa sulla maglietta.</p>
<p>«Mi raccomando: non lavarla; e domani mettila su E-Bay.»</p>
<h2 style="text-align: center;">˜</h2>
<p style="text-align: justify;">All’interno il Ragna Rock è rimasto esattamente come lo ricordavo: una vera merda. Neky non sembra aver voluto investire molto sul look. Spero solo che la qualità della carne sia migliorata.</p>
<p>Mi guardo attorno. Il locale è pieno. A quanto pare Arthur non mentiva: ci sono davvero tutti, da Kassél a Lucius, passando per il Padre, Rebecca, l’Uomo con la Valigetta, i soldati-rospo, Valeslav&#8230; In un angolo vedo persino quel pervertito di Frederik intento a farsi fare un servizietto da Clothilde, la vecchia “fiamma” di Luhy.</p>
<p>«Eccovi qua finalmente!»</p>
<p>Dal lato opposto del locale fa capolino Arthur. Anche lui non è cambiato di una virgola: stesso completo Zegna da impiegato perfettino di sempre. Almeno però questa volta non è sporco di sangue e interiora umane.</p>
<p>«Vi stavamo aspettando da più di un’ora! Ma dove eravate finiti?»</p>
<p>«Sai com’è, i fan.»</p>
<p>Arthur mi cinge le spalle e mi accompagna verso il bancone. «Guarda, non me ne parlare. Ormai tra spot di fazzoletti per il raffreddore e serate in discoteca la mia vita è diventata un inferno. Fortuna però che ci sono i vecchi amici, dico bene?»</p>
<p>«Eh, come no&#8230;»</p>
<p>«E a proposito di amici&#8230; <em>Tadaaan!</em>»</p>
<p>Appollaiato in equilibrio precario su di un minuscolo sgabello, vedo la sagoma pelosa di Luhy comparirmi di fronte. L’uomo-orso (o orso-uomo, non ho mai ben capito a chi assomigli di più) si gira e ci saluta alzando una mano, mentre tra le zanne gli spunta una piccola gamba. No, decisamente la qualità della carne non è migliorata.</p>
<p>«Noto con piacere che l’infante con patatine continua a essere il tuo piatto preferito.»</p>
<p>«Aushesji» mugugna Luhy in risposta, sputacchiando in giro pezzetti di carne umana. Credo di poterlo interpretare come una sorta di sì. O forse un vaffanculo; che poi per Luhy è lo stesso.</p>
<p>«E non solo il suo» fa una voce sorda proveniente dal basso.</p>
<p>Faccio scendere lo sguardo e trovo un grosso lupo dal pelo fulvo intento a sgranocchiare un osso. Il canide si passa un paio di leccate sulle zampe, quindi prende a mutare forma, fino ad assumere sembianze <em>quasi</em> umane.</p>
<p>«Ammetto che all’inizio ero un po’ scettica al riguardo, ma con il tempo ho cominciato ad apprezzare sempre più questa&#8230; <em>leccornia</em>.»</p>
<p>«Ksenja, da quanto tempo!» grida Adam, euforico, probabilmente per via del corpo nudo della donna, fatta eccezione per i tatuaggi che le ricoprono il torso. «Come sta la mia licantropa preferita?»</p>
<p>«Non sono una licantropa. Quante volte te lo devo ripetere? Sono una Upyrica-Vurdalachka, una strega non-morta dedita al licantropismo e al vampirismo.»</p>
<p>«Ah, giusto. Però ti voglio bene lo stesso. Dopotutto come non si può voler bene a una donna che racchiude in sé tutti i peggiori cliché horror?»</p>
<p>«E come si può non voler accoppare una testa di cazzo dalla lingua troppo lunga, ma non abbastanza per pulire l’ascella sotto cui vive.»</p>
<p>«Touché. E a proposito di vampiri, non vedo Kristanna.»</p>
<p>«Ah, lei non è potuta venire» risponde Arthur. «Aveva degli impegni di lavoro, o così almeno mi ha detto.»</p>
<p>«Capisco&#8230; Piuttosto, poi con quella storia del “tu-sai-cosa” com’è finita? Sai, Claus ed io non comparivamo in quelle scene, quindi ce ne siamo andati un po’ prima dal set&#8230;»</p>
<p>«Intendi con Jormi? Tutto risolto. Siamo giunti a un accordo sull’affidamento condiviso. Lui si tiene le pandimensioni dal lunedì al venerdì e io nel fine settimana.»</p>
<p>«E cosa pensi di farne?»</p>
<p>«Oh, beh, pensavo di costruirci qualche bel pianetucolo dove andare a pescare ogni tanto. Una robetta semplice&#8230;»</p>
<p>«Insomma, ci porti le fan per mostrare loro la tua “canna”.»</p>
<p>«Ehm&#8230; sì. Ma non ditelo a Neky, vi prego!»</p>
<p>«E perché non dovremmo dirlo a Neky?»</p>
<p>«Giusto, cos’è che non dovreste dirmi?»</p>
<p>Da dietro le nostre spalle vediamo spuntare la nostra cara vecchia Neky. Tra le mani regge un vassoio con cinque pinte di birra.</p>
<p>«Eh? Cosa?» Arthur finge di cadere dalle nuvole, cosa che non gli riesce benissimo. «Ah, nulla tesoro, nulla. Stavo giusto parlando ai ragazzi del regalo che ho comprato per il nostro primo anniversario.»</p>
<p>«Capisco&#8230;» fa Neky non molto convinta, mentre appoggia il vassoio sul bancone e passa una pinta  a ciascuno. «Spero almeno sia meglio di quello che mi hai fatto per l’ultimo mesiversario.»</p>
<p>«Perché? Non mi dirai che non ti è piaciuto?»</p>
<p>«Era un posacenere ricavato da muco indurito!»</p>
<p>«Beh, dici sempre che i regali devono venire da dentro di noi&#8230;»</p>
<p>«Non in quel senso!»</p>
<p>«Ma quindi voi due&#8230;» provo a intromettermi, giusto per evitare che la “festa” si trasformi in una lite tra semidei e bambole voodoo viventi.</p>
<p>«Eh già» conferma Arthur. «Sai com’è: da cosa nasce cosa&#8230; e alla fine abbiamo capito che eravamo fatti l’uno per l’altra, come lo starnuto e il fazzoletto.»</p>
<p>«Ma che bella metafora&#8230;» fa Neky alzando gli occhi verso il soffitto. «Piuttosto, perché non approfittare di quest’occasione per farci una bella foto tutti insieme?»</p>
<p>«Giusto! Che così la vado poi ad aggiungere al mio profilo su Facebook.»</p>
<p>Tutti ci giriamo verso Ksenja.</p>
<p>«Beh, che avete da guardare? Ora una strega non-morta mezza licantropo e mezza vampiro non può avere un account su Facebook?»</p>
<p>Segue sfilza di “ma va”, “figurati”, “posso mandarti un invito per Farmville?”, intervallati qua è là da qualche rutto di Luhy.</p>
<p>Nel frattempo Neky scompare dietro il bancone, per riemergere quasi subito con in mano una macchina fotografica. Così, con mia grande gioia, rieccomi in mezzo a questo “compagnia del macello”, stretto tra mostri dei tempi antichi e mutanti di quelli nuovi. Resta solo un problema.</p>
<p>«Scusate, ma chi la fa la foto?» chiede Ksenja.</p>
<p>«Me ne occupo io, se la cosa non vi crea problemi.»</p>
<p>Ecco, mi sembrava mancasse ancora qualcuno all’appello: la Principessa di Coppe. La vedo farsi largo tra i clienti del Ragna Rock, senza che abbia mai bisogno di toccare qualcuno. Sono gli altri ad allontanarsi, come mossi da una forza invisibile; o più probabilmente dal tanfo di topo morto che giunge da sotto i suoi stracci.</p>
<p>«E tu ti lamenti della mia igiene personale?» bisbiglio ad Adam. «Pensa se finivi fuso a quella lì.»</p>
<p>«Brrr, non dirlo neanche per scherzo.»</p>
<p>La zingara si posiziona esattamente nel centro e con una mano richiama a se un tavolino, su cui ordina alcuni tarocchi.</p>
<p>«A Luhy non piace quella roba» grugnisce l’uomo-orso. «L’ultima volta non è stato piacevole.»</p>
<p>«Tranquillo, Yogi. Servono solo a far scena. Sai, ho pur sempre una reputazione da mantenere.»</p>
<p>La zingara si fa passare la macchina fotografica e con il terzo braccio che le spunta dal petto la posiziona a qualche metro da noi.</p>
<p>«Secondo voi sto meglio di profilo, con un gioco di chiaro-scuri, oppure con un’espressione da “ehi, bimba, vuoi vedere il mio Chtulhu&#8221;?» chiede Adam.</p>
<p>«Tanto verresti da schifo in qualsiasi caso» risponde la Principessa di Coppe. «Ma tranquillo, vedrai che saprò renderti al meglio.»</p>
<p>«Ah sì? E in che modo?»</p>
<p>«Diciamo che ho sfruttato a dovere il tempo trascorso da dopo le riprese di <em>Amsterdamnation</em> per affinare le mie arti occulte.»</p>
<p>Adam non sembra convinto. «Potresti essere più chiara?»</p>
<p>La zingara lancia un sospiro. «Ho fatto un corso di Photoshop. E ora sta zitto e sorridi. <em>Cheeeeese!</em>»</p>
<p><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/fotoevolution.png" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-1630" title="fotoevolution" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/06/fotoevolution.png" alt="" width="500" height="358" /></a></p>


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		<title>Recensione: L&#8217;acchiapparatti</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 21:41:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Baldini Castoldi Dalai]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Barbi]]></category>
		<category><![CDATA[L'acchiapparatti]]></category>
		<category><![CDATA[L'acchiapparatti di Tilos]]></category>
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		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>

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		<description><![CDATA[TITOLO: L’acchiapparatti AUTORE: Francesco Barbi GENERE: Low Fantasy EDITORE: Baldini Castoldi Dalai PAGINE: 460 ANNO: 2010 (edizione originale: 2007) PREZZO: 18,50€ ETÀ CONSIGLIATA: 16+ Innanzitutto una precisazione. A dispetto del titolo, il presente articolo non è una vera e propria recensione, quanto un compendio al quasi omonimo articolo di un anno fa circa (QUESTO). Se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/02/Copertina-acchiapparatti.jpg" rel="lightbox"><img class="alignleft size-full wp-image-1148" title="Copertina acchiapparatti" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/02/Copertina-acchiapparatti.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a></p>
<p>TITOLO: L’acchiapparatti</p>
<p>AUTORE: Francesco Barbi</p>
<p>GENERE: Low Fantasy</p>
<p>EDITORE: Baldini Castoldi Dalai</p>
<p>PAGINE: 460</p>
<p>ANNO: 2010 (edizione originale: 2007)</p>
<p>PREZZO: 18,50€</p>
<p>ETÀ CONSIGLIATA: 16+</p>
<p>Innanzitutto una precisazione. A dispetto del titolo, il presente articolo non è una vera e propria recensione, quanto un compendio al quasi omonimo articolo di un anno fa circa (<a href="http://infinitisentieri.com/2009/03/11/recensione-lacchiapparatti-di-tilos/" target="_blank">QUESTO</a>). Se uso tale denominazione è soltanto per venire in aiuto dei motori di ricerca.</p>
<p>Altra precisazione che ritengo doverosa. Se ho deciso di non scrivere una nuova recensione, ciò dipende da due ragioni principali. La prima è che, nella sostanza, il mio giudizio sul romanzo d’esordio di Francesco Barbi non è mutato. La seconda è che in questa nuova edizione sono presenti alcune correzioni da me suggerite all’autore durante un fitto scambio di e-mail. Sia chiaro, con ciò non intendo arrogarmi alcun merito, visto che tali suggerimenti, ne sono certo, non sono giunti da me soltanto; solo non ritengo di disporre della necessaria oggettività per disquisire nuovamente e in maniera approfondita del libro.</p>
<p>Da qui la mia decisione di limitarmi ad elencare le principali differenze tra i due libri, così da rendere più semplice il compito a chiunque fosse incerto su quale edizione acquistare.</p>
<h3>Aggiorna e riavvia il sistema</h3>
<p>Rileggere a distanza di un anno o poco più <em>L’acchiapparatti</em> mi ha fatto una strana sensazione. Quando a fine 2008 venni contattato da Barbi, ero in piena fase di trasloco dal Fantasy classico a generi più weird. Oggi, che i miei gusti sono definitivamente migrati verso i lidi della Bizarro Fiction e dei vari “X-Punk”, <em>L’acchiapparatti</em> mi appare ancor più distante. Non solo: sapendo di trovarmi di fronte a un’edizione riveduta e corretta l’occhio si è fatto involontariamente più critico.</p>
<p>Eppure&#8230;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Confronto-copertine.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-1182" title="Confronto copertine" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Confronto-copertine.jpg" alt="" width="500" height="373" /></a><em>Specchio specchio delle mie brame, qual è la copertina più bella del reame?</em></p>
<p>Eppure <em>L’acchiapparatti</em> è riuscito per la seconda volta a stregarmi, con i suoi dialoghi surreali, i suoi folli personaggi e il suo misto di umorismo e malinconia. Per quanto i margini di miglioramento siano ancora ampi – ma esiste un’opera per cui non valga un simile discorso? – mi ha fatto grande piacere vedere come molte delle richieste dei lettori (quanto meno quelle più sensate) abbiano trovato soddisfazione. Vediamole nel dettaglio.</p>
<ul>
<li><strong>IL PROLOGO</strong>: Se esiste una parte del libro originale che è stata criticata da quasi tutti, questa era proprio il prologo. I difetti risiedevano nella presenza di molti personaggi stereotipati (a partire dai classici briganti in cerca di bisboccia) e da uno stile forse un po’ acerbo rispetto al resto del volume. Detto, fatto. Invece di mandare a fanculo i criticoni e accusarli d’Invidia™, come avrebbero fatto buona parte degli italici “gegni”, Barbi si è tirato su le maniche e ha riscritto il capitolo praticamente da zero. Per quanto la situazione generale sia rimasta pressoché inalterata, a cambiare sono tanti piccoli dettagli, quali la psicologia dei briganti e l’evento scatenante la rissa. Il risultato è molto buono e, pur continuando a non brillare per originalità, risulta decisamente più accattivante della versione originale.</li>
<li><strong>I PUNTI ESCLAMATIVI</strong>: Come aveva fatto notare Gamberetta nella <a href="http://fantasy.gamberi.org/2009/03/29/acchiapparatti-di-tilos/" target="_blank">SUA RECENSIONE</a>, ne <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> si aveva la sensazione che tutti i personaggi urlassero a causa dell’altissimo numero di punti esclamativi. Ora il loro numero è decisamente più basso, merito di una sana sezione di potatura.</li>
<li><strong>L’USO DEL PRESENTE</strong>: Un’altra questione che aveva lasciato perplessi i più riguardava l’uso del presente al posto del passato remoto in buona parte delle scene d’azione. Il problema non risiedeva tanto nella tecnica in sé, quanto nel fatto che il passaggio tra i due tempi verbali avveniva all’improvviso, finendo così per confondere soltanto il lettore. Bene, nella nuova edizione Barbi ha optato per una soluzione più ordinata. Il presente continua sì a comparire, ma soltanto quando il POV è fisso sul Boia di Giloc, sottolineando ulteriormente il tutto con l’isolamento grafico di tali paragrafi. Una scelta felice, visto che l’effetto di straniamento viene pressoché azzerato, lasciando così l’attenzione del lettore fissa là dove deve stare: sul prosieguo della trama.</li>
<li><strong>I BLOOPERS</strong>: Qui c’è poco da dire, se non che quelli che riscontrai un anno fa sono stati entrambi risolti.</li>
<li><strong>I PERSONAGGI SECONDARI</strong>: Altra cosa fatta notare a più riprese da molti lettori del romanzo originale era la scomparsa improvvisa del personaggio di Isotta. Barbi ha così deciso di dedicarle un piccolo cameo nella parte finale del libro, per quanto la sua figura rimanga forse ancora un po’ troppo sullo sfondo, facendola apparire come l’unico “personaggio deus ex machina” del libro.</li>
<li><strong>GLI INFODUMP</strong>: Per quanto gli infodump de <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> non mi avessero dato particolare fastidio (anzi, li trovai persino ben strutturati per via delle scelte stilistiche insite in essi), questa nuova edizione mostra una loro netta diminuzione. Si può quasi dire che Barbi abbia acquisito il dono della sintesi, limitando le digressioni storico-culturali allo stretto necessario. Tra le poche eccezioni, il capitolo intitolato <em>Il resoconto di Melzo</em>, una sorta di grosso infodump dai toni però ironici, il quale è stato diviso in due parti, passando dalle 22 pagine originali alle attuali 24. La divisione del dialogo in due capitoli, oltre a un migliorato ritmo delle battute, mantiene tuttavia il doppio capitolo ancora godibilissimo.</li>
<li><strong>IL CAPITOLO BONUS</strong>: Dando un’occhiata all’indice, si nota subito come, rispetto all’edizione originale, sia presente un capitolo in più (o meglio, due capitoli in più, di cui uno nasce però dalla suddivisione del resoconto di Melzo di cui ho già parlato). Tale capitolo ci riporta alle spalle del Boia di Giloc, mostrandoci un altro dei suoi simpatici massacri. Ora, ammetto di essere un po’ combattuto su questo capitolo. Da una parte è vero che è posizionato in modo tale da far ricomparire un personaggio lasciato in disparte per troppe pagine. Dall’altra risulta però essere tra i meno originali, viste le fondamenta un po’ banalotte. Non un capitolo inutile, quindi, quanto decisamente sottotono rispetto agli altri in cui compare il Boia.</li>
<li><strong>L’INDICE DEI PERSONAGGI</strong>: Una delle aggiunte più gradite della nuova edizione riguarda l’indice dei personaggi situato a fondo libro. Per quanto <em>L’acchiapparatti</em> non presenti un altissimo numero di personaggi, si tratta comunque di uno strumento utile. Peccato solo per l’adozione di un ordine basato sull’apparizione, anziché alfabetico, ma è un difetto di poco conto.</li>
</ul>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Bordo-superiore.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-1184" title="Bordo superiore" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Bordo-superiore.jpg" alt="" width="500" height="374" /></a><em>Edizione BCD a sinistra e Campanila a destra. Sulla qualità della rilegatura BCD vince a mani basse. Tra l&#8217;altro, anche se non si nota per via del flash, la carta usata per la nuova edizione è nettamente più chiara rispetto a quella vecchia.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Queste le note principali. Elencare infatti tutte le variazioni al testo sarebbe cosa ben più ardua, e comunque questo non è un articolo di filologia. Concludo dicendo che a livello generale lo stile del libro è decisamente migliorato. Soprattutto, appare più omogeneo, a differenza del volume originale, la cui prima parte risultava un filo peggiore della seconda. Certo, rimangono ancora quelli che reputo piccoli difetti, quali D eufoniche di troppo o personaggi che adottano formule verbali identiche tra loro, ma come opera prima <em>L’acchiapparatti</em> è e rimane uno dei migliori testi di narrativa fantastica italiana. (a voler essere cattivi si potrebbe dire che non ci voglia molto in Italia per riuscire in ciò, ma non è questo il caso)<em></em></p>
<h3>Carta canta</h3>
<p>Come faccio sempre quando si tratta di parlare di libri, dedico un capitoletto a parte alla realizzazione materiale del medesimo. Va subito detto che la missione della Baldini Castoldi Dalai non era delle più facili. L’edizione Campanila è infatti di qualità eccellente sotto ogni punto di vista (pochi refusi, buoni materiali, bella grafica&#8230;). Ciononostante, la casa editrice milanese ha svolto un lavoro a mio avviso esemplare.</p>
<p>Partiamo dalla copertina. A dispetto del file JPEG mostrato qualche settimana addietro, la resa finale è decisamente migliorata, a partire dall’effetto “copia-incolla” del topo. Meno convincente è invece la silhouette di Ghescik, sia per via di un’illuminazione troppo marcata, che di un mancato rispetto delle proporzioni. In questo senso, la copertina originale mostrava un’attenzione ai dettagli decisamente superiore. Dove invece la BCD vince a mani basse è nella qualità dei materiali. Il rivestimento del libro è infatti passato dal tessuto (tipologia di materiale che si sporca come niente) a una protezione nero-plastificata e riflettente, apparentemente più povera, ma in verità più resistente e meno propensa a catturare le particelle di sporco, il tutto con tanto di titolo sul bordo, grossa mancanza dell’edizione Campanila.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Bordo-laterale.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-1183" title="Bordo laterale" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Bordo-laterale.jpg" alt="" width="500" height="374" /></a></p>
<p>Passando alla grafica interna, la situazione è di sostanziale parità. Se Campanila aveva mostrato una scelta dei font più originale, dall’altra BCD opta per caratteri più tradizionali ma dalla maggiore leggibilità. Scelte legittime e che denotano in entrambi i casi una grande attenzione anche per questo campo spesso bistrattato.</p>
<p>Unica nota dolente, per così dire, dell’edizione BCD è l’impaginazione dei dialoghi. Pur mantenendo inalterato l’uso delle virgolette uncinate, si nota infatti come a seconda della tipologia delle frasi venga adottata o meno la virgola durante le intromissioni del narratore. Si tratta tuttavia del classico pelo nell’uovo, roba che viene colta solo dai malati di mente come il sottoscritto.</p>
<p>A livello generale, BCD ha svolto un ottimo lavoro, riuscendo a tenere testa all’edizione Campanila, per quanto forse la mia asticella del gusto personale tenda leggermente più verso quest’ultima.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Campanila.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1188" title="Campanila" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/Campanila-300x102.jpg" alt="" width="300" height="102" /></a><em>Edizione Campanila&#8230;</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/BCD.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1189" title="BCD" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2010/03/BCD-300x103.jpg" alt="" width="300" height="103" /></a><em>&#8230;ed edizione Baldini Castoldi Dalai</em></p>
<h3>Conclusioni</h3>
<p>Come già scritto in fase introduttiva, il mio giudizio sul romanzo d’esordio di Francesco Barbi non è mutato. <em>L’acchiapparatti</em> difficilmente sarà uno di quei libri che vi cambierà per sempre la vita, e nemmeno penso voglia esserlo. Si tratta tuttavia di un buon libro, dalla trama interessante e priva di punti morti, ma soprattutto con personaggi veri, non le solite macchiette che – ahimé – ammorbano buona parte della narrativa fantastica italiana e non solo. È un romanzo che, pur privo di elementi innovativi, riesce a divertire quanto basta e a distinguersi dalla concorrenza. Barbi ha il merito di essere uno dei pochi scrittori italiani ad aver capito che non ha senso creare realtà alternative che scimmiottano Tolkien, quando poi storia e personaggi sono profondi quanto una pozzanghera. È proprio questo il paradosso che sta dietro a <em>L’acchiapparatti</em>: risultare originale all’interno del mercato italiano pur tralasciando gli “effetti speciali”, ma soffermandosi invece su quegli aspetti davvero importanti, quali caratterizzazione dei personaggi e brio nei dialoghi. Vista la scarsissima qualità del Fantasy nostrano, il libro di Barbi, pur con tutti i suoi nei, rappresenta una vera ventata d’aria fresca. La speranza, inutile dirlo, è che questo libro rappresenti un primo gradino. Ecco perché, tra tutti gli autori italiani, Barbi è tra quelli di cui attendo con maggiore curiosità la seconda prova.</p>


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		<title>La fine è solo l&#8217;inizio</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 17:25:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantastico]]></category>
		<category><![CDATA[Opere personali]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Canella]]></category>
		<category><![CDATA[Amsterdamnation]]></category>
		<category><![CDATA[Bizarro Fiction]]></category>
		<category><![CDATA[La Fine e l'Inizio]]></category>

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		<description><![CDATA[Infine ci siamo (o quasi). Seppur con un ritardo di circa un mese, pochi minuti fa è stata conclusa la prima stesura de La fine e l’inizio. Per tutti coloro che non hanno la più pallida idea di cosa stia parlando, rimando a QUESTO ARTICOLO. È tempo, dunque, di aggiornare la situazione. La prima notizia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Infine ci siamo (o quasi).</p>
<p>Seppur con un ritardo di circa un mese, pochi minuti fa è stata conclusa la prima stesura de <em>La fine e l’inizio</em>. Per tutti coloro che non hanno la più pallida idea di cosa stia parlando, rimando a <a href="http://infinitisentieri.com/2009/12/21/progetto-segreto-n%C2%B0-1-la-fine-e-l%E2%80%99inizio-piu-qualche-coniglio-_/" target="_blank">QUESTO ARTICOLO</a>.</p>
<p>È tempo, dunque, di aggiornare la situazione. La prima notizia è che abbiamo trovato il titolo definitivo per il romanzo. La scelta è dipesa da una serie di ragioni. Volevamo infatti qualcosa che rispondesse a determinate caratteristiche:</p>
<ol>
<li><strong>Dare subito un’idea generale di quanto trattato dal libro</strong>. Può sembrare una cosa banale, ma se guardate in libreria noterete che il 90% dei libri ha titoli assurdi e che non c’entrano una beneamata mazza con trama o essenza del medesimo.</li>
<li><strong>Attirare l’attenzione</strong>, con una formula breve e d’impatto.</li>
<li><strong>Essere fondamentalmente &#8220;weird&#8221;</strong>, ovvero che rispecchiasse l’anima del libro.</li>
</ol>
<p>La ricerca è sembrata non portare a nulla per alcune settimane, fino a quando una delle autrici, Cinzia Bettineschi, ha avuto un’illuminazione: <em>Amsterdamnation</em>. Ed è stato amore a prima vista. Il lettore viene infatti subito a contatto con l’ambientazione, ma anche con il fatto che quella con cui si troverà a che fare non è l’Amsterdam che si è soliti immaginare. Inoltre il titolo è breve, rimane impresso nella memoria con grande facilità ed è pressoché impossibile che venga confuso con un altro. Infine, cosa non meno importante, esso rispecchia alla perfezione la genesi del romanzo: così come il testo nasce dalla fusione di sette stili diversi, così fa lo stesso il titolo.</p>
<p>Ora però ci aspetta la parte più difficile: la revisione. Nella precedente “puntata” avevo indicato come possibile data di pubblicazione gli inizi di Giugno. Tre mesi non sono moltissimi per un romanzo di quasi duecentocinquanta pagine (quasi un quinto in più rispetto a <em>Le nozze d’Inverno</em>, dettaglio da non sottovalutare considerando che gli autori quest’anno sono di meno). Ciononostate faremo del nostro meglio per rispettare quella data, se non addirittura anticiparla.</p>
<p>Io per primo dovrò ritoccare parecchio i miei capitoli, visto che presentano molti alti e bassi (soprattutto il penultimo, eccessivamente infodumpato). Altra cosa che dovrò fare sarà rivedere la psicologia del mio “avatar”, Claus, il quale nei primi due capitoli presenta caratteristiche diverse rispetto a quelle successive. All’inizio infatti avevo adottato un tratteggio sostanzialmente realistico, molto vicino a quello delle Nozze. Tuttavia, con mia grande gioia, <em>Amsterdamnation</em> pagina dopo pagina ha assunto connotati sempre più weird e bizzarri, portandomi di conseguenza a rivedere la psicologia di Claus e di suo fratello Adam.</p>
<p>La difficoltà più grande, tuttavia, al di là di risolvere le piccole incongruenze tra i vari capitoli, riguarderà a mio avviso uno dei personaggi: Kristanna. La ragione è principalmente una. La sua autrice ha purtroppo dovuto abbandonare il progetto quasi subito, lasciandoci un personaggio che fino a quel momento non aveva praticamente compiuto alcuna azione significativa. La cosa purtroppo si nota, ma sono certo che una soluzione la si troverà.</p>
<p>Intanto, almeno per qualche giorno, ci godiamo un meritato riposo, prima di rimetterci sotto con la revisione. Seguiranno aggiornamenti.</p>


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		<title>Progetto segreto n° 1: La Fine e l’Inizio (più qualche coniglio ^_^)</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 16:23:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantastico]]></category>
		<category><![CDATA[Opere personali]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Canella]]></category>
		<category><![CDATA[Bizarro Fiction]]></category>
		<category><![CDATA[La Fine e l'Inizio]]></category>

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		<description><![CDATA[Nelle ultime settimane – ahimè – ho un po’ latitato sul blog, e questo non perché abbia deciso di abbandonarlo, ma per una serie d’impegni accavallatisi, alcuni dei quali riguardano proprio Infiniti Sentieri. È giunto però il momento di cominciare a svelarne qualcuno. Il primo progetto riguarda un romanzo che sto scrivendo; e preciso subito: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/12/Locandina-3.jpg" rel="lightbox"><img class="alignleft size-full wp-image-1051" title="Locandina 3" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/12/Locandina-3.jpg" alt="Locandina 3" width="200" height="298" /></a>Nelle ultime settimane – ahimè – ho un po’ latitato sul blog, e questo non perché abbia deciso di abbandonarlo, ma per una serie d’impegni accavallatisi, alcuni dei quali riguardano proprio Infiniti Sentieri. È giunto però il momento di cominciare a svelarne qualcuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo progetto riguarda un romanzo che sto scrivendo; e preciso subito: no, non si tratta de <em>L’impero dei corvi</em>. Il titolo (provvisorio) di questo progetto parallelo, finora rimasto nell’ombra, è <em>La Fine e l’Inizio</em>. In verità dire che lo “sto scrivendo” è improprio, visto che si tratta di un’opera a più mani. Ma andiamo con ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">Circa sette mesi fa su questi lidi ho pubblicato un romanzo dal titolo <em>Le nozze d’Inverno</em>. Si trattava di un progetto nato come gioco letterario e che prevedeva di scrivere la prima bozza di un romanzo completo nell’arco di un mese, il tutto aiutato da una serie di buontemponi. Le modalità furono le seguenti: a turno, ognuno di noi elaborava un capitolo; capitolo da scrivere rigorosamente in prima persona (ogni autore, infatti, interpretava un personaggio diverso). Il tutto senza una trama prestabilita, se non in alcuni dettagli generici.</p>
<p style="text-align: justify;">Il risultato finale non fu, a ben vedere, dei migliori. A fronte, infatti, di una prima parte fresca e con parecchi spunti originali, faceva da contraltare una sezione finale un po’ troppo “D&amp;Desca”. Non rimpiango tuttavia quell’esperienza, anzi. Innanzitutto perché mi sono divertito, il che non è un dettaglio da sottovalutare, e in secondo luogo perché proprio quegli errori mi hanno permesso d’imparare molto riguardo le strutture narrative.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, a distanza di un anno, ci riproviamo, anche se la squadra è mutata. Dei dieci autori originari ne sono sopravvissuti cinque, ai quali si sono aggiunte due new entry. La procedura di lavoro è rimasta pressoché invariata. A cambiare è invece l’approccio. Se infatti <em>Le nozze d’Inverno</em> era un romanzo che si prendeva molto sul serio (pur non mancando momenti comici come la parodia della canzone dei Loacker cantata nel Valhalla), così non sarà per <em>La Fine e l’Inizio</em>, e questo perché nostro obiettivo non è solo divertirci tra di noi, ma anche e soprattutto divertire i futuri lettori. Abbiamo quindi deciso di abbandonare del tutto qualsiasi ambientazione simil fantasy classico, a favore di una più urban e bizzarra. Teatro dell’azione sarà una Amsterdam del futuro corrotta e abitata da ogni sorta di bizzarria della natura.</p>
<p style="text-align: justify;">Diversa anche la tipologia di personaggi. Niente più sentinelle e valchirie armate di spada, sacerdotesse e sciamani pazzi o eteree divinità. No, questa volta il libro annovererà veri e propri fenomeni da baraccone come bambole voodoo dotate di vita propria, donne che in verità sono licantropi che in verità sono zombie, nerd con la faccia del fratello che gli spunta da sotto l’ascella o “comuni” uomini d’affari afflitti però da uno strano morbo che un giorno causa loro forti “perdite nasali”, l’altro gli fa perdere tutta la pelle per strada.<a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/12/Locandina-2.jpg" rel="lightbox"><img class="alignright size-full wp-image-1052" title="Locandina 2" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/12/Locandina-2.jpg" alt="Locandina 2" width="200" height="298" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sulla trama, come è ovvio, non posso ancora scendere nei particolari, visto che è in continuo divenire. Per il momento posso solo affermare che, giunti alla fine della seconda parte, la trovo decisamente più accattivante di quella de Le nozze d’Inverno.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimane a questo punto un solo quesito a cui rispondere: a quando la pubblicazione? Innanzitutto va detto che il termine che ci siamo dati per la conclusione dei lavori della bozza iniziale è il 31 Gennaio 2010, a cui seguiranno almeno tre mesi di attenta rilettura e impaginazione. Ora come ora, la data di rilascio dell’e-book (ovviamente gratuito) è il 6 Giugno 2010, ma faremo il possibile per anticipare il più possibile tale data.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo, giusto per dare un assaggio delle stramberie che <em>La Fine e l’Inizio</em> offrirà ai suoi lettori, vi propongo uno stralcio. La scelta è stata dura, ma alla fine, in onore del buon Duca, ho optato a una scena in cui compaiono alcuni deliziosi coniglietti desiderosi d’affetto ^_^ Buona lettura. Ci si rivede il giorno di Natale con un articolo molto “kattivo” per smorzare un po’ il clima da paresi facciale.</p>
<hr />
<h6 style="text-align: center;">ESTRATTO DALLA SECONDA PARTE DE &#8220;LA FINE E L&#8217;INIZIO&#8221;</h6>
<p style="text-align: justify;">Gli specchi lungo le pareti cominciano a tintinnare, riempiendosi di sottili crepe. Impassibile, Rebecca si gira ed esce dalla stanza, seguita dalla sua corte di nanerottoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi volto verso Adam e lo prendo per le spalle. Sembra imbambolato. «Dobbiamo andarcene!»</p>
<p style="text-align: justify;">«E i soldi?»</p>
<p style="text-align: justify;">«Fanculo i soldi!»</p>
<p style="text-align: justify;">Non mi va di lasciarci le pelle per quello stronzo di Adam. Lo afferro per un braccio e lo trascino verso l’uscita del salone, seguito a ruota dal colletto bianco. Ma non facciamo in tempo a raggiungere la porta che questa si chiude da sola.</p>
<p style="text-align: justify;">«Nessuno esce di qua!» grida la zingara alle nostre spalle.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti e tre ci voltiamo, ma la nostra attenzione si concentra sulla cameriera, immobile in un angolo. La vediamo sfilarsi uno spillone dai capelli e piantarselo nel petto, all’altezza del cuore. Dalla sua bocca non esce però nessun urlo; sorride, anzi.</p>
<p style="text-align: justify;">A imprecare è invece lo Ierofante, la coscia sinistra divelta dal corpo, il collo squartato e il torace contratto in uno spasmo innaturale.</p>
<p style="text-align: justify;">«Ferma!»</p>
<p style="text-align: justify;">Attorno alla zingara prende a vorticare una luce sanguigna. Ci mancava solo la strega in versione Super Sayan. Come se non bastasse, dal suo ventre fuoriesce una braccio scheletrico che affonda nel petto della cameriera, sollevandola come se niente fosse. Il corpo della giovane colpisce con violenza il soffitto, provocando una pioggia di schegge di vetro, per poi precipitare sul pavimento priva di sensi. Senza mollare la presa, la zingara fa per avvicinarsi alla vittima, ma proprio in quel momento la lupa le salta addosso, atterrandola.</p>
<p style="text-align: justify;">«Credo sia il caso di approfittarne per scappare» dico ad Adam e al colletto bianco.</p>
<p style="text-align: justify;">«Aspetta» fa quest’ultimo, correndo verso la cameriera e caricandosela sulle spalle. «Non possiamo lasciarla qui.»</p>
<p style="text-align: justify;">Lancio qualche bestemmia a un paio di divinità a caso e lo vado ad aiutare. Poi, tutti insieme usciamo di corsa dal salone, ripercorrendo il corridoio erboso al contrario.</p>
<p style="text-align: justify;">«A proposito, io mi chiamo Arthur» si presenta il colletto bianco.</p>
<p style="text-align: justify;">«Claus, e lui è mio fratello Adam.» Non so nemmeno perché gli rispondo. Ormai il mio corpo reagisce da solo agli stimoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Raggiungiamo l’uscita senza che nessuno tenti di seguirci, ma qui troviamo qualcuno ad aspettarci. Disposti in fila uno di fianco all’altro, i conigli ci guardano, agitando le loro codine e i baffetti.</p>
<p style="text-align: justify;">«E ora questi che cazzo vogliono?» domanda Adam.</p>
<p style="text-align: justify;">Come a volergli rispondere, i conigli si mettono a ringhiare, mostrando una serie di dentini degni di un piranha. Il dubbio se i conigli possano ringhiare mi passa per la testa, ma alla fine giungo alla conclusione che logica e buon senso non sono di queste parti.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio in quel momento un batuffolo bianco balza in avanti a fauci spalancate, andandomi a mordere a una coscia.</p>
<p style="text-align: justify;">Lancio un urlo e aiutato da Adam strappo via il bastardo e lo scaglio contro il muro al grido di: «Figlio di puttana!»</p>
<p style="text-align: justify;">I coniglietti girano tutti insieme la testolina verso il compagno, per poi tornare a rivolgersi a noi e avanzare a balzelli in perfetto sincrono.</p>
<p style="text-align: justify;">«Lasciate fare a me» dice Arthur, passandomi il corpo della cameriera. «Ah, vi conviene starmi ai lati.»</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo – uomo? – si mette a grattarsi la punta del naso. Il petto comincia ad avere piccoli spasmi e la bocca a sbuffare. Il tempo che i coniglietti abbiano fatto altri tre balzi e un poderoso starnuto fa decollare Arthur all’indietro, mentre dalle sue narici fuoriesce un getto di muco verdastro che inonda i coniglietti-piranha, impiastricciandoli contro il pavimento e le pareti.</p>
<p style="text-align: justify;">Con un sorriso orgoglioso, Arthur si rialza. «Visto? Che vi avevo detto?»</p>
<p style="text-align: justify;">«Tu lo sai di avere dei problemi, vero?» gli dico mentre mi passa di fianco. «Ma problemi belli grossi.»</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto ci è possibile, attraversiamo gli ultimi metri che ci dividono dall’uscita cercando di non mettere i piedi sopra il viscidume lasciato dal super starnuto.</p>
<p style="text-align: justify;">«State tranquilli. Con me al vostro fianco non avete nulla di che temere» ride Arthur, spalancando la porta sulla massa di scherzi della natura che circonda il palazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">I mostri ci guardano. Noi guardiamo i mostri. E per alcuni secondi nessuno dice niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Arthur si volta verso di me. Il suo sorriso si è trasformato in una smorfia non proprio rassicurante. «Beh, forse ora un po’ nella merda lo siamo.»</p>


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		<title>Segnalazione: &#8220;Perdido Street Station&#8221; aggratis</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Sep 2009 22:12:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[China Mieville]]></category>
		<category><![CDATA[E-Book]]></category>
		<category><![CDATA[Perdido Street Station]]></category>

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		<description><![CDATA[EDIT: PURTROPPO IL ROMANZO IN QUESTIONE NON E&#8217; PIU&#8217; DISPONIBILE GRATUITAMENTE SU INTERNET. LASCIO COMUNQUE IL TESTO DELL&#8217;ARTICOLO INTATTO PER COLORO INTERESSATI A SAPERNE DI PIU&#8217; SU MIEVILLE. Ormai Perdido Street Station, primo volume della trilogia del Bas Lag ideata dallo scrittore inglese China Mieville, è noto a buona parte di coloro che s&#8217;interessano di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: center;">EDIT: PURTROPPO IL ROMANZO IN QUESTIONE NON E&#8217; PIU&#8217; DISPONIBILE GRATUITAMENTE SU INTERNET. LASCIO COMUNQUE IL TESTO DELL&#8217;ARTICOLO INTATTO PER COLORO INTERESSATI A SAPERNE DI PIU&#8217; SU MIEVILLE.</h5>
<p style="text-align: justify;"><a title="La copertina originale di Perdido Street Station" rel="lightbox" href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/09/large_perdido_street_station_us.jpg"><img class="alignleft" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/09/large_perdido_street_station_us.jpg" alt="La copertina originale di Perdido Street Station" width="200" height="295" /></a>Ormai <em>Perdido Street Station</em>, primo volume della trilogia del Bas Lag ideata dallo scrittore inglese China Mieville, è noto a buona parte di coloro che s&#8217;interessano di narrativa fantastica. O meglio, più che il libro è noto il titolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Già, perché <em>Perdido Street Station</em> fa parte di quella categoria di volumi di cui tutti parlano, ma che ben pochi hanno effettivamente  letto; e non perché sia un testo tanto fondamentale quanto noioso – beh, in alcuni punti un po&#8217; noiosetto lo è – che nessuno ammetterebbe di non averlo gustato (un po&#8217; come succede con <em>Il signore degli anelli</em>; dai che lo so che molti lo comprano ma non vanno oltre al terzo capitolo ^_^). Semplicemente, <em>Perdido Street Station</em> è pressoché introvabile in Italia, al pari dei due volumi successivi. Persino io, che l&#8217;ho &#8220;scoperto&#8221; ben prima che il nome di China Mieville cominciasse a girare sui vari forum di letteratura italiani, sono in possesso solo de <em>La città delle navi</em> (sì, lo so che su aNobii li ho segnati tutti, ma solo perché si tratta di volumi letti grazie a un&#8217;amica e che acquisterò&#8230; appena li trovo) (EDIT: Sempre grazie all&#8217;amica di cui sopra, sono entrato in possesso dei volumi fisici dell&#8217;intera trilogia). Ecco il problema sta tutto qua: come dicevo <em>Perdido Street Station</em> è quasi irreperibile, e tutto per merito della furbizia del reparto vendite della Fanucci, i cui responsabili hanno pensato bene di distribuirlo in pochissime copie per poi non ristamparlo più non appena il romanzo ha cominciato a guadagnare fama sempre maggiore. Geniale, non trovate? Ma dopotutto Fanucci in questi anni ci ha abituato a questo e altro, quindi non mi stupisco più di nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Fortuna vuole che all&#8217;estero siano un po&#8217; più &#8220;sgamati&#8221; (dio come sono gggiovane ^_^), tanto da aver cominciato a distribuire <em>Perdido Street Station</em> via internet come e-book in maniera totalmente gratuita e &#8211; udite udite &#8211; legale. Eh già, perché è notizia di questi giorni che il romanzo di Mieville può essere finalmente scaricato in versione integrale da <a href="http://www.suvudu.com/" target="_blank">Suvudu</a>. Purtroppo, come è facile intuire, il testo è disponibile solo in lingua originale, il che, considerando che lo stile di Mieville non è proprio dei più semplici e scorrevoli, potrebbe mettere in difficoltà coloro che l&#8217;inglese non lo masticano proprio benissimo.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/09/china1.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-744" title="China Mieville" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/09/china1.jpg" alt="China Mieville" width="200" height="235" /></a><em>China Mieville, non proprio il classico ragazzo che le mamme vorrebbero presentare alle proprie bambine</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per quei pochi che non lo sapessero, <em>Perdido Street Station</em> appartiene al cosiddetto New Weird, genere che fa della descrizione del bizzarro il suo punto di forza, abbandonando tutti o quasi i vecchi cliché e razze del Fantasy classico. Quindi niente fatine con la bacchetta, niente unicorni rosa, niente gnometti da giardino e soprattutto niente elfi dai denti bianchi e perfetti! Riguardo l&#8217;ambientazione, ci troviamo nella città di New Crobuzon, megalopoli a metà tra il periodo vittoriano e un futuro dai toni cupi e marci.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco la quarta di copertina:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p><em><span>La metropoli di New Crobuzon si estende al centro di un mondo sbalorditivo. Umani, mutanti e razze arcane si accalcano nell&#8217;oscurità fra le ciminiere, lungo fiumi indolenti alimentati da rivoli innaturali, tra fabbriche e fonderie che pulsano nella notte. Per più di mille anni il Parlamento e la sua brutale milizia hanno governato su una moltitudine di operai e artisti, spie e maghi, ubriachi e prostitute. Ma uno straniero è giunto con le tasche piene d&#8217;oro e ha imposto una richiesta inverosimile, scatenando l&#8217;incredibile. </span></em></p></blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Perdido Street Station</em>, va detto, non è un romanzo esente da difetti. Mieville tende infatti in alcune occasioni a gigioneggiare un po&#8217; troppo con le parole. Fortuna vuole che il più delle volte se lo possa permettere grazie a un&#8217;inventiva non comune. A titolo di esempio, vi lascio con uno dei passaggi che preferisco: la descrizione di Mr. Motley (per la cronaca, la Lin a cui si accenna è una donna insetto, quindi non stupitevi troppo della seconda frase).</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Mr. Motley stood and pushed the screen to the floor.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lin got half to her feet, her headlegs bristling with astonishment and terror. She gazed at him.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Scraps of skin and fur and feathers swung as he moved; tiny limbs clutched; eyes rolled from obscure niches; antlers and protrusions of bone jutted precariously; feelers twitched and mouths glistened. Many-coloured skeins of skin collided. A cloven hoof thumped gently against the wood floor. Tides of flesh washed against each other in violent currents. Muscles tethered by alien tendons to alien bones worked together in uneasy truce, in slow, tense motion. Scales gleamed. Fins quivered. Wings fluttered brokenly. Insect claws folded and unfolded.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lin backed away, stumbling, feeling her terrified way away from his slow advance. Her chitinous headbody was twitching neurotically. She shook.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mr. Motley paced towards her like a hunter.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“So,” he said, from one of the grinning human mouths. “Which do you think is my best side?”</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span>Bene, qualora la vostra curiosità fosse stata solleticata a dovere, potete scaricare il libro cliccando <a href="http://a1018.g.akamai.net/f/1018/19025/1d/randomhouse1.download.akamai.com/19025/freelibrary/perdidosuvudu.pdf" target="_blank">QUI</a>. Buona lettura.<br />
</span></p>


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		<title>L&#8217;impero dei corvi: premesse</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 09:27:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Opere personali]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Canella]]></category>
		<category><![CDATA[L'impero dei corvi]]></category>
		<category><![CDATA[New Weird]]></category>

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		<description><![CDATA[Nelle ultime settimane ho lavorato all’elaborazione della scaletta dell’ormai ex Il Guanto d’Argento, trasformatosi, si può dire in maniera definitiva, in L’impero dei corvi. Poiché del vecchio romanzo sopravvivrà davvero poco (per non dire quasi nulla), credo sia giusto fare una panoramica su tale progetto. Prima però una premessa alla premessa. Questo articolo, così come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nelle ultime settimane ho lavorato all’elaborazione della scaletta dell’ormai ex <em>Il Guanto d’Argento</em>, trasformatosi, si può dire in maniera definitiva, in <em>L’impero dei corvi</em>. Poiché del vecchio romanzo sopravvivrà davvero poco (per non dire quasi nulla), credo sia giusto fare una panoramica su tale progetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima però una premessa alla premessa. Questo articolo, così come quelli successivi, i quali tratteranno i singoli capitoli, ha principalmente lo scopo di fungere da diario di bordo personale. Posso quindi capire che alla stragrande maggioranza delle persone tale topic possa fregare quanto un dibattito sull’evoluzione linguistica del sanscrito. Tuttavia, può sempre tornare utile per chiunque volesse concedere il suo apporto a tale avventura.<br />
E ora possiamo partire con le premesse vere e proprie.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Cosa essere tu?</h3>
<p style="text-align: justify;">Un po’ di tempo fa parlai di una svolta in chiave Steam Punk per il romanzo (per la felicità del buon Duca). In verità, tale denominazione è riduttiva. Infatti <em>L’impero dei corvi</em> è (sarà) più vicino al New Weird, soprattutto perché al suo interno coesisteranno più componenti, tra cui un po’ di Diesel Punk e di Clock Punk. Il problema, in questi casi, è far coesistere il tutto mantenendo in equilibrio la struttura. Ciò che vorrei evitare è infatti di creare una grande macedonia in cui i singoli elementi risultino alla fine in contrasto l’uno con l’altro.<br />
Sorge però anche una domanda: perché creare delle fondamenta così diversificate? La ragione principale risiede nell’ambientazione stessa e in alcune scelte di trama.</p>
<p style="text-align: justify;">Parto dalla prima. Quando mi sono messo al lavoro su “Darsian 2.0”, volevo creare qualcosa di non convenzionale, ma che potesse comunque risultare verosimile. La parte non convenzionale risiede in alcune sue caratteristiche, a partire dal clima: nella nuova versione di Darsian il cielo è perennemente coperto dalle nuvole; sole e stelle sono del tutto sconosciuti agli abitanti del mio mondo. Ciò ha portato alcune conseguenze. La prima riguarda sempre il clima: su Darsian fa freddo, terribilmente freddo, tanto che la stragrande maggioranza del pianeta è coperta dalla neve. Perché non la totalità? Semplice: perché esistono alcune aree, chiamate per il momento bolle climatiche, dove vige un clima temperato. Tali aree non sono casuali, ma si trovano entro un raggio di alcuni chilometri dalle Colonne, costruzioni che reggono letteralmente il cielo e attorno alle quali sono sorti i principali insediamenti urbani di Darsian (chi a questo punto obiettasse che simili costruzioni necessiterebbero di un livello tecnologico più che fantascientifico, rispondo di stare tranquilli: ci ho già pensato, il tutto senza introdurre complotti alieni di alcuna sorta ^_^). Questa scelta non è casuale. Essa comporta infatti a sua volta delle conseguenze: la prima è di mero “arredamento”, ovvero non creare un mondo tutto uguale; la seconda è che in questo modo avrei dato ai miei cari popolani una ragione di conflitto: il controllo territoriale delle bolle climatiche, appunto (e qua si vede come ambiente e trama siano fra loro collegati).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma attenzione, perché non finisce qua. Il fatto che il cielo sia perennemente coperto da uno strato nuvoloso comporta anche l’impossibilità alle normali piante di crescere. Come fare? In teoria basta immaginare un tipo di vegetazione diversa dalla nostra e capace di svilupparsi anche in condizioni così particolari. Già, ma con i nomi come la mettiamo? Dando un nome nuovo a ogni singolo fiore, albero o frutto, non si rischia di confondere inutilmente il lettore? Ecco quindi la soluzione da me scelta: i nomi rimarranno per la maggiore gli stessi della nostra realtà, ma farò subito intuire che quanto associato ad essi non coincide perfettamente con la sua controparte “terrestre”. Per fare un esempio, nel primo capitolo descriverò uno stormo di corvi (gli stessi che compaiono nel vecchio primo capitolo del Guanto d’Argento; uno dei pochi dettagli rimasti pressoché uguali); tuttavia, non si tratterà degli stessi animali che siamo abituati a conoscere. Questa scelta, almeno nelle intenzioni, vuole da una parte alleggerire il carico di lavoro al lettore, e dall’altra incrementare ancor di più la soglia di “alienità” di Darsian.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sarebbero molti altri aspetti di cui parlare, come ad esempio l’assenza di un campo magnetico unitario, il che porta all’inutilità delle bussole tradizionali a vantaggio degli uomini-bussola o la questione della nebbia di confine, ma si tratta di aspetti che verranno esposti abbastanza in là nel libro e sui cui mi soffermerò a tempo debito.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/08/fetishDuckie1.jpg" rel="lightbox"><img class="aligncenter size-full wp-image-614" title="fetishDuckie1" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/08/fetishDuckie1.jpg" alt="" width="202" height="200" /></a></p>
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<dl id="attachment_614" class="aligncenter">
<dt></dt>
</dl>
</div>
<p style="text-align: center;"><em>Anche una comune paperetta può trasformarsi in qualcosa d&#8217;insolito con un poco di fantasia ^_^<br />
</em></p>
<h3 style="text-align: justify;">Uno steam Martini con una scorza di diesel e qualche cubetto di clock, agitato, non mescolato</h3>
<p style="text-align: justify;">Ho sopra accennato alle diverse componenti weird di Darsian. Il problema è però come farle coesistere evitando che si prendano a mozzicate sulle orecchie ogni due pagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo dall’anno di riferimento. Sotto l’aspetto puramente “visivo”, Darsian è un misto tra le architetture di fine Ottocento e il design degli anni ‘30, per quanto siano presenti alcune tecnologie futuribili, quali automi meccanizzati (ma privi di chip; e qui siamo nel lato Clock Punk, anche se un po’ particolare), aeoronavi e quant’altro. Ciononostante, a seconda che un popolo abiti nelle bolle climatiche o nelle proibitive lande ghiacciate, questi disporrà di un livello tecnologico diverso. Senza contare un particolare che potremmo definire quasi storico: l’avvento delle tecnologie a combustione diesel non hanno portato a un’immediata scomparsa delle tecnologie a vapore sulla Terra, quindi non vedo perché ciò dovrebbe accadere in un mondo di fantasia ^_^</p>
<p style="text-align: justify;">Buona parte delle tecnologie fantastiche che descriverò si baseranno su quelli che per il momento ho chiamato “liquidi sonori”, i cui principi di funzionamento saranno introdotti nel capitolo terzo o quinto al massimo. L’obiettivo rimane quello di non trasformare tali tecnologie in elementi in grado di tirar fuori dagli impicci i personaggi a ogni occasione. La loro presenza dovrà apparire funzionale, ma non preponderante, soprattutto per non creare una disequilibrio con gli elementi più sovrannaturali (ah, a tal proposito, ho pressoché eliminato l’elemento magico, ora ridotto a ben più blande capacità insite in alcuni individui).</p>
<p style="text-align: center;">[See post to watch Flash video]<br />
<em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Se vi state chiedendo se è possibile far coesistere nazisti, navicelle spaziali e commedia, la risposta è sì</em></p>
<h3 style="text-align: justify;">Sul sense of wonder</h3>
<p style="text-align: justify;">Come spero si sia intuito, Darsian non vuole essere il classico mondo fantasy n°238754/B. Ora, il problema è come presentare tutte queste trovate al lettore (a cui se ne aggiungono molte altre, come le città-insetto, i Mangiafango ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Tale problema mi è passato per la testa dopo la lettura di <a href="http://www.steamfantasy.it/blog/2009/08/07/leviathan-di-scott-westerfeld-primo-capitolo/" target="_blank">QUESTO TOPIC</a> di Carraronan in merito al romanzo <em>Leviathan</em> di Scott Westerfeld. È infatti innegabile che chi legge letteratura “weird” lo fa non soltanto per trovare trame solide e personaggi credibili (che rimangono fondamentali per qualsiasi tipologia di romanzo), ma anche per soddisfare la propria fame di bizzarro, di insolito, di weird, appunto. L’importante è mantenere l’equilibrio citato a inizio articolo; fare in modo, cioè, che “l’effetto speciale” non finisca per sovrastare il messaggio. Non è compito facile, ma non è forse questo uno dei lati più divertenti dello scrivere?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo a quanto scritto da Carraronan nel suo articolo. Il nostro buon duca scrive infatti in merito alle prime pagine dell’opera di Westerfeld:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p><em>Dal punto di vista dello Steampunk è un “boh“, nel senso che l’ambientazione storica va anche bene, i riferimenti alla meccanica vanno bene (Otto Klopp, his master of mechaniks), i riferimenti allo zeppelin e alle walking machines vanno bene anche se sono “soltanto dei Diesel”, ma come livello di reale dettaglio è troppo scarso per attrarre un fanatico della divergenza tecnologica. Non è ottimizzato per gli amanti dello Steampunk. Non si vedono in azione le puttanate steam.<br />
Troppo poco esplosivo e coinvolgente per un’opera che faceva della stramberia steampunk militare il suo cavallo di battaglia.</em></p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">E poi ancora:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p><em>E nell’incipit non c’è nemmeno un accenno a macchinari da guerra con efficienti motori a vapore (col condensatore e che brucino kerosene, per favore&#8230;). Scott poteva sforzarsi a mettere un Mech a Vapore invece dei cosi Diesel e basta. O magari avrebbe potuto fingere una vera e propria scena di battaglia, giusto una paginetta di stramberie rocambolesche con il Mech gigante che avanza distruggendo coi lanciafiamme la ridotta dell’artiglieria Darwinista e mentre assapora la vittoria tra i cadaveri fumanti un mostro zannuto di venti tonnellate gli si scaglia contro una gamba e lo butta a terra&#8230; per poi farci scoprire che era solo una fantasia di Alek che giocava coi soldatini. Invece niente: non si è nemmeno sforzato di titillare le fantasie steam-strambe del pubblico. Che peccato.</em></p></blockquote>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-615" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/08/westerfeld.jpg" alt="" width="289" height="253" /><em>Scott Westerfeld dopo aver letto l&#8217;articolo di Carraronan</em></p>
<p style="text-align: justify;">La lettura di queste righe mi ha portato a chiedermi: e nell’incipit da me progettato quali possono essere le “fantasie steam-strambe” in grado di catturare il pubblico?<br />
Ora, per pararmi un po’ il culo potrei dire che nel mio libro, essendo due i protagonisti principali, si dovrebbero considerare i primi due capitoli, ma preferisco giocare pulito. Ecco dunque un breve elenco di ciò che promettono le prime pagine de <em>L’impero dei corvi</em>:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Un’introduzione alle bolle climatiche e, più in generale, al particolare clima di Darsian.</li>
<li>La descrizione di una città-colonna.</li>
<li>Un accenno alla divergenza tra i termini della nostra realtà e i corrispettivi di Darsian (mi riferisco alla descrizione dei corvi sopra menzionata).</li>
<li>Mangiafango che si arrampicano sui muri delle case, sino a penetrarvi passando dalle finestre, solo per ripulire la città dai “prodotti di scarto” (anche se sono ancora un po’ incerto se introdurli sin da subito o meno).</li>
<li>Aeronavi intente a rilasciare sulla città strane sostanze chimiche.</li>
<li>La presentazione degli Hilsyt (ovvero i “cattivi” del libro, anche se si tratta di una banalizzazione), i quali però non verranno mostrati: il lettore potrà vedere attraverso gli occhi di uno dei personaggi gli effetti del loro passaggio.</li>
<li>E ovviamente ci saranno un po’ di tecnologie miste (treni, automobili, armi&#8230;), giusto per rendere l’idea del livello di sviluppo su Darsian, oltre ai consueti “vari ed eventuali”.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Potrà bastare? Boh&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto sorgono però altri due pensieri: da una parte mi preoccupa il fatto che le prime stramberie (le bolle climatiche, la città-colonna e le aeronavi) arrivino solo intorno alla quinta/sesta pagina (ovvero fuori dal range tipico di chi sfoglia un romanzo in libreria); dall’altra però penso anche che moltissimi romanzi di qualità e colmi di stramberie varie non partono in quarta spiattellando in faccia al lettore chissà quali trovate. Un esempio, giusto per citare un romanzo a me caro, è <em>Perdido Street Station</em> di China Mieville, opera non certa perfetta, ma comunque degna di nota. L’inizio, per chi non l’avesse letto, è quanto mai lento e, per certi versi convenzionale (un personaggio entra in città passando per il fiume; segue descrizione, soprattutto basata sugli odori, del posto), tanto che il primo dettaglio Weird compare al capitolo successivo (Lin, ovvero la donna insetto fidanzata con il protagonista del libro, Isaac, uno scienziato umano e panzone).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma soprattutto, ha davvero senso preoccuparmi di tutto ciò quando il capitolo non è stato ancora completato?</p>
<h3 style="text-align: justify;">Sui salti temporali</h3>
<p style="text-align: justify;">Una delle caratteristiche principali del vecchio romanzo erano i continui salti temporali all’interno della narrazione (questo prima che <em>Lost</em> rendesse la tecnica del flashback e del flashforward tanto di moda). Questi avevano lo scopo principale di spiegare al lettore alcuni retroscena dei personaggi, senza costringerli a parlare continuamente tra loro del proprio passato; inoltre ciò permetteva anche una certa varietà nell’azione e nelle ambientazioni, nonostante la trama fosse abbastanza lineare nella sua evoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora la situazione è leggermente cambiata. Ne <em>L’impero dei corvi</em> saranno infatti presenti due piani temporali che evolveranno di pari passi (ergo, i flashback, sostituiti in verità da dei flashforward, non saranno più subordinati alla linea temporale principale). Nel dettaglio, la storia si svilupperà nel seguente mondo: nella linea temporale “presente” un personaggio si occuperà di alcune indagini in merito a un non meglio specificato attentato; i vari personaggi che incontrerà (ma non solo) daranno poi il LA alle vicende ambientate nel passato. Questa struttura, che sarà evidenziata da una diversa impostazione grafica, avrà come scopo (almeno nelle intenzioni) quello di mostrare il futuro di alcuni dei personaggi principali, portando il lettore a chiedersi “Ma perché il personaggio X ha fatto questa fine?”. Insomma, delle anticipazioni (mai troppo esplicite) volte a spingere il lettore a continuare la lettura.<br />
Lo ammetto senza problemi: sono dubbioso su questa scelta e sto ancora pensando di abbandonare la linea temporale presente a vantaggio di quella passata, che è poi quella principale. Tuttavia, in questo caso, gli effetti – positivi o deleteri che siano – si potranno vedere soltanto dopo alcuni capitoli. Almeno all’inizio, quindi, lasciatemi giocare con le sperimentazioni <img src='http://infinitisentieri.com/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';)' class='wp-smiley' /> </p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-616" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/08/LOST-telefilm-intestazione.jpg" alt="" width="400" height="187" /><em>Cari sceneggiatori di Lost, se entro l&#8217;ultima puntata non mi spiegate tutto, ma proprio tutto, giuro che vengo a prendervi e vi lascio dal mio amico Peppino u&#8217; Shcannapolli!</em></p>
<h3>Piccoli dettagli finali</h3>
<p style="text-align: justify;">Ed eccoci in fondo a questa prima puntata. Di carne al fuoco, penso si sia capito, ce n’è davvero tanta, e cucinarla a puntino non sarà facile. Almeno per il momento, sono comunque soddisfatto dell’operato preliminare, soprattutto a fronte del lavoro di sfoltimento dell’opera, la quale è passati dai 33 capitoli originari + prologo, agli attuali 23, il tutto a vantaggio del ritmo. In questo senso, ha giovato molto l’eliminazione di un sacco di trame e personaggi secondari. Questo, spero, dovrebbe portare anche a un rafforzamento del messaggio finale, teso più che mai sulle vicende “umane” dei due protagonisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo l’uscita del primo capitolo, ora che l’organizzazione del lavoro, almeno nelle sue linee principali, è fatta, si dovrebbe aggirare intorno alla prima metà di Settembre.</p>
<p style="text-align: justify;">Ah, un’ultima cosa prima che mi scordi: la quarta del romanzo verrà resa nota nei suoi dettagli il più presto possibile. Tutto dipende da una e-mail&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>


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		<title>Il ritorno dell&#8217;acchiapparatti di Tilos</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Aug 2009 12:31:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Barbi]]></category>

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		<description><![CDATA[Almeno per questa volta lasciatemi gongolare. Lasciatemi gongolare perché la notizia che vengo a presentarvi compare (molto probabilmente) per la prima volta proprio qua su Infiniti Sentieri, ma anche perché è una di quelle notizie che mi rendono particolarmente felice, cosa alquanto rara in questo periodo nero. Se leggendo il titolo del topic avete pensato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-145" title="francesco-barbi" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/francesco-barbi.jpg" alt="francesco-barbi" width="200" height="266" />Almeno per questa volta lasciatemi gongolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciatemi gongolare perché la notizia che vengo a presentarvi compare (molto probabilmente) per la prima volta proprio qua su Infiniti Sentieri, ma anche perché è una di quelle notizie che mi rendono particolarmente felice, cosa alquanto rara in questo periodo nero.</p>
<p style="text-align: justify;">Se leggendo il titolo del topic avete pensato all’annuncio del seguito del romanzo d’esordio di Francesco Barbi, siete sulla strada sbagliata. La notizia è un’altra. La Baldini Castoldi Dalai ha infatti firmato un contratto con lo scrittore toscano per la pubblicazione de <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> sotto il suo marchio. Non si tratterà tuttavia di una semplice ristampa, bensì di una vera e propria nuova edizione (avete studiato la lezioncina a casa, vero? ^_^), un po’ come successo con Riccardo Coltri e la sua <em>Zeferina</em>. Barbi è infatti al lavoro per limare i difetti della prima versione, tra cui la correzione dei due piccoli blooper riscontrati a suo tempo dal sottoscritto. Nel mio piccolo, dietro richiesta dell’autore, vedrò di dare il mio contributo per il miglioramento di un paio di questioni. È tuttavia molto probabile che entro breve lo stesso Barbi apra una discussione apposita all’interno di <a href="www.anobii.com/" target="_blank">aNobii</a>. Vi terrò aggiornati al riguardo. (EDIT: potete raggiungere la discussione cliccando <a href="http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=56416#new_thread" target="_blank">QUI</a>)</p>
<p style="text-align: justify;">È giusto ricordare che <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> ha ricevuto consensi pressoché unanimi da parte di coloro che hanno avuto il piacere di recensirlo, tanto che persino Gamberetta ne ha parlato positivamente, e questo nonostante il romanzo appartenga a un genere a lei poco congeniale, quello del Fantasy Classico, anche se forse sarebbe più corretto definirlo Low Fantasy, visto l’approccio votato più al realismo dell’ambientazione che alla presenza di elementi sovrannaturali (che comunque non mancano).</p>
<p style="text-align: justify;">Dicevo all’inizio che questa è buona notizia, e lo è per vari motivi. Non solo per gli auspicati miglioramenti a livello stilistico, quanto anche perché è la dimostrazione che la buona letteratura in Italia può ancora far sentire la sua voce e che il Fantasy nostrano non è composto solo da romanzetti fondati su stereotipi e turbe adolescenziali come quelli di Troisi, Strazzulla, Ghirardi e compagnia bella, ma anche da opere decisamente più mature come quelle di Dimitri, Altieri, Evangelisti e, appunto, Barbi. Senza contare che il canale distributivo della BCD permetterà all’acchiapparatti di raggiungere una fetta di pubblico decisamente più ampia rispetto a quanto era nelle possibilità della piccola Campanila, la quale comunque, a livello di produzione materiale del libro, aveva compiuto un lavoro encomiabile (a tal proposito, spero vivamente che l’impostazione grafica originale rimanga inalterata, visto che era pressoché perfetta).</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di poter mettere le mani sopra la nuova versione de <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> occorrerà però aspettare qualche mese. La data d’uscita non è stata infatti ancora fissata, anche se si dovrebbe aggirare intorno ai primi mesi del 2010. Nel frattempo, chi volesse farsi un’idea del romanzo di Barbi, può leggersi la mia recensione qui su Infiniti Sentieri, tenendo però presente quanto detto in questo articolo in merito ai futuri accorgimenti. La trovate <a href="http://infinitisentieri.com/2009/03/11/recensione-lacchiapparatti-di-tilos/" target="_self">QUI</a>.</p>


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		<pubDate>Mon, 10 Aug 2009 22:50:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Fanta-Classifica d&#8217;Infiniti Sentieri altro non è che la trascrizione della classifica settimanale di IBS riferita alla sezione &#8220;Fantascienza e Fantasy&#8221;, la quale a sua volta si basa sui dati distribuiti da Ibuk. Ibuk raccoglie i suoi dati a partire dagli 800 editori facenti parte del circuito Arianna (sulle circa 2.000 librerie italiane). Si tratta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La Fanta-Classifica d&#8217;Infiniti Sentieri altro non è che la trascrizione della classifica settimanale di <a href="http://www.ibs.it/" target="_blank">IBS</a> riferita alla sezione &#8220;Fantascienza e Fantasy&#8221;, la quale a sua volta si basa sui dati distribuiti da <a href="http://www.ibuk.it/irj/portal/anonymous" target="_blank">Ibuk</a>. Ibuk raccoglie i suoi dati a partire dagli 800 editori facenti parte del circuito Arianna (sulle circa 2.000 librerie italiane). Si tratta quindi di dati parziali, per quanto tra i più affidabili in circolazione. Le rilevazioni vengono effettuate dal lunedì alla domenica (inclusa) e la classifica viene pubblicata il secondo lunedì successivo all’ultimo giorno di rilevazione. Piccola differenza rispetto alla classifica di IBS è che su Infiniti Sentieri viene anche indicato il mutamento di posizione rispetto alla settimana procedente. Inoltre, ogni volta che viene indicato il nome di un ciclo, anziché di un romanzo specifico, significa che ci si trova di fronte a un volume antologico. L&#8217;assenza di una classifica dedicata alla narrativa Horror e Terror dipende dal fatto che su IBS tali libri vengono affiancati ad altri non di ambito fantastico e come tali non attinenti con Infiniti Sentieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Approfitto di tale sede per ricordare che non è consigliabile basarsi sulle dichiarazioni degli editori quando si parla di dati di vendita, non perché si tratti di farabutti, quanto perché spesso e volentieri stabilire il numero di copie vendute è impresa ardua proprio per loro, per quanto ciò possa sembrare strano.<span> Infatti l&#8217;editore, all&#8217;inizio, può solo sapere quante copie ha stampato e quante ne ha spedite alla diverse librerie, ma nulla impedisce di pensare che nessuna di quelle copie sia stata venduta. Ne consegue che solo se di un libro viene effettuato un nuovo ordine esso è andato effettivamente venduto. I primi dati precisi arrivano infatti dopo circa un anno o più, durante la resa degli invenduti. Tutto quello che precede quel momento è solo un&#8217;ipotesi o una proiezione di mercato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Bisogna anche diffidare dalle riedizioni, quantomeno nel senso ambiguo con cui viene investito tale termine da molte case editrici. Riprendo un esempio fatto anche da Martina di Fantasy Magazine:</span><span> se l&#8217;editore X ha venduto 10.000 copie con il primo volume della saga Y, allora è prevedibile che il romanzo successivo venda</span><span> di meno</span><span> (almeno all&#8217;inizio), in quanto difficilmente un lettore deluso continuerà a farsi del male (anche se moltissimi lettori, me compreso a volte, preferiscono o dare almeno una seconda possibilità o continuare fino alla fine solo per sapere come vanno a finire le vicende dei protagonisti). Diciamo comunque che se il libro Y1 ha venduto 10.000 copie, allora Y2 potrebbe aggirarsi intorno alle 7.000, di cui, in media, i due terzi vengono venduti nei primissimi mesi. Ecco allora che l&#8217;editore farà uscire il libro a piccole tirature, così da garantirsi (o almeno si spera) un continuo rifornimento da parte delle librerie e poter anche scrivere seconda, terza, quarta ristampa, augurandosi che ciò possa fare da ulteriore traino per il libro. Ma, come è facile intuire, tali ristampe non nascono da un effettivo successo del libro, quanto da un&#8217;attenta distribuzione delle copie stampate.</span></p>
<p><span> </span></p>


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		<title>Repubblica colpisce ancora</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 19:49:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Horror]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Strazzulla]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[Ricordate il video-delirio passato da Repubblica TV nel mese di Marzo? Ma sì, dai, quello in cui venivano sbandierati dati sulla vendita della narrativa fantastica in Italia falsi come Berl&#8230; ehm, come un mafioso a un processo ^_^ Ne avevo parlato in QUESTO articolo. Bene, a distanza di 3 mesi circa, il canale telematico del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://www.corriere.it/Media/Foto/2008/06/06/CHIA--140x180.JPG" alt="" width="140" height="180" />Ricordate il video-delirio passato da Repubblica TV nel mese di Marzo? Ma sì, dai, quello in cui venivano sbandierati dati sulla vendita della narrativa fantastica in Italia falsi come Berl&#8230; ehm, come un mafioso a un processo ^_^ Ne avevo parlato in <a href="http://infinitisentieri.com/2009/03/23/quale-critica-atto-secondo/" target="_blank">QUESTO</a> articolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, a distanza di 3 mesi circa, il canale telematico del famoso quotidiano italiano ha deciso di lasciare spazio alla legittima erede di Licia Troisi: Chiara Strazzulla. E lo ha fatto addirittura in due forme: prima un articolo dedicato tutto a lei (<a href="http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/spettacoli_e_cultura/strazzulla-intervista/strazzulla-intervista/strazzulla-intervista.html?ref=hpspr1" target="_blank">QUESTO</a>) e poi addirittura con un video dove &#8220;Chia<em>v</em>a p<em>v</em>opone un <em>v</em>omanzo da legge<em>v</em>e sotto l&#8217;omb<em>v</em>ellone&#8221; (<a href="http://tv.repubblica.it/copertina/un-libro-per-l-estate/34638?video">QUESTO</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Che dire dell&#8217;articolo? Oh, beh, ci sarebbe tanto da dire, ma preferisco partire dal dato più eclatante: le presunte 40000 (quarantamila!) copie vendute de <em>Gli eroi del crepuscolo</em>. Non so voi, ma questo dato mi puzza tremendamente di marchetta in vista dell&#8217;uscita del nuovo romanzo della Strazzulla. Non fosse che Repubblica si è già dimostrata avvezza a gonfiare i numeri (vedi quanto detto sopra) potrei anche credere nella loro buona fede, ma l&#8217;esperienza mi ha insegnato a dubitare di simili dati. E poi non scordiamoci alcuni particolari:</p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><em>Gli eroi del crepuscolo</em> è quel famoso libro venduto in versione incelofanata e di cui in molte librerie era impedita la lettura dei capitoli (alla Feltrinelli di Milano mi fu esplicitamente detto che il rivestimento non poteva essere scartato).</li>
<li>Alcune persone di mia conoscenza che lavorano in librerie dell&#8217;area milanese (librerie anche belle grosse, non parlo di locali a gestione familiare) mi hanno detto che il libro della Strazzulla si è rivelato un flop (le copie rimaste nei magazzini superavano di gran lunga quelle vendute). Non che i pochi librai che conosco possano ergersi a rappresentanti dell&#8217;intero suolo italiano, ma è comunque un dato indicativo.</li>
<li>In un anno di vendite su Internet, a differenza di altri romanzi come quello di Ghirardi (15ooo copie vendute a detta dell&#8217;autore), de <em>Gli eroi del crepuscolo</em> se ne è sentito parlare veramente poco, e quel poco era per la maggior parte dai toni negativi.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Fatte queste premesse, quanto possono corrispondere al vero le parole di quell&#8217;articolo? A mio avviso veramente poco.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma passiamo avanti. Altro momento esilarante è quello sul poco amore della scrittrice siciliana verso il romanticismo. &#8220;Temo di essere poco romantica&#8221;, ha scritto. Allora perché cazzo hai incentrato il tuo romanzo d&#8217;esordio su una pseudo storia d&#8217;amore, dico io?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il passaggio più delirante è a mio avviso quello che riporta le parole di Severino Cesari, responsabile assieme a Paolo Repetti della collana Einaudi Stile Libero:</p>
<blockquote style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Chiara è arrivata da noi al momento giusto. Volevamo aprirci ai fantasy per young adults e lo vogliamo ancora: l&#8217;anno prossimo cominceremo a pubblicare la trilogia Leviathan dell&#8217;americano Scott Westerfeld. Ci interessa seguire questo genere in continua evoluzione, che suscita dibattiti in rete e crea tendenze. Optammo subito per la Strazzulla riconoscendo un vero talento narrativo e anche per la sua cifra originale nel delineare le categorie di Bene e Male: negli Eroi del crepuscolo i vincenti erano una &#8220;sporca dozzina&#8221;. Non gli Eterni, immortali e prediletti dagli dei, ma gli ibridi e i mezzosangue. Non la stirpe degli alti e biondi, ma i neri.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La prima frase è la conferma che all&#8217;Einaudi, così come in molte case editrici, della qualità se ne fregano. L&#8217;importante per loro era trovare qualcuno da sbattere nel mercato il più in fretta possibile. Il resto lo avrebbero fatto i beoti, pardon, i lettori. Torna poi &#8216;sta storia della compagnia formata da mentecatti. Signor Cesari, ma l&#8217;ha letto il libro o apre la bocca solo per passatempo? Tranne Lyannen (che poi ha solo i capelli scuri, mica è nero), tutti gli altri sono di nobili origini, e tutti, e sottolineo TUTTI (Lyannen compreso), sono immortali. Senza contare che Lyannen se la fa con la figlia del re ed è il figlio del più grande condottiero del popolo degli Eterni. E questa sarebbe la sua concezione di &#8220;sporca dozzina&#8221;? Ma mi faccia il piacere e prenda per il culo qualcun altro. Oppure legga il libro, cosa che temo non abbia fatto. Se invece l&#8217;ha fatto, significa che non ha capito una sega di quelle pagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul video non mi dilungherò (anche se per tutta la durata mi sono chiesto: ma cosa sta guardando, Chiara?). Dico solo che lo rivedrei all&#8217;infinito. Non so voi, ma a me la R moscia fa letteralmente impazzire. Sarà che mi ricorda gli eterni Monty Python?</p>
<p style="text-align: center;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/dse_gIPAq2Q&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube-nocookie.com/v/dse_gIPAq2Q&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>


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		<title>Death and Rebirth</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 21:54:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Opere personali]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Canella]]></category>
		<category><![CDATA[Il Guanto]]></category>
		<category><![CDATA[L'impero dei corvi]]></category>
		<category><![CDATA[Steam Fantasy]]></category>

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		<description><![CDATA[No, non sto per parlare di quel capolavoro dell’animazione giapponese che risponde al nome di Neon Genesis Evangelion. Mi limito a sfruttare il titolo di uno dei lungometraggi della serie per aggiornare brevemente la situazione sul mio romanzo. Come alcuni hanno notato (almeno a giudicare da un paio di e-mail ricevute) in questi giorni ho [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter" src="http://img158.imageshack.us/img158/3340/corvo81cy.jpg" alt="" width="400" height="266" />No, non sto per parlare di quel capolavoro dell’animazione giapponese che risponde al nome di Neon Genesis Evangelion. Mi limito a sfruttare il titolo di uno dei lungometraggi della serie per aggiornare brevemente la situazione sul mio romanzo. Come alcuni hanno notato (almeno a giudicare da un paio di e-mail ricevute) in questi giorni ho tolto il riassunto de <em>Il Guanto d’Argento</em> dalla sezione “Romanzi”. Il motivo è presto detto: il progetto Guanto d’Argento è morto.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo (si fa per dire) negli ultimi mesi i miei gusti in fatto di lettura e scrittura hanno subito una forte virata verso ambiti più weird e steam, tanto da rendere stretta l’ambientazione originale del mio libro. Ne è conseguita una decisione drastica: abbandonare definitivamente il vecchio progetto (molto, troppo vecchio stile), al quale ormai non credevo più nemmeno io, per dare vita dalle sue ceneri a qualcosa di nuovo. Ecco quindi <em>Il Guanto d’Argento</em> trasformarsi in <em>L’impero dei corvi</em> (titolo provvisorio), romanzo Steam Fantasy di cui comincerò la scrittura a partire da Luglio.</p>
<p style="text-align: justify;">In queste settimane mi sono quindi impegnato a rivedere da zero la trama originale facendo i conti con la nuova versione di Darsian (il mondo da me inventato). Le difficoltà non sono state poche, soprattutto perché il diverso livello tecnologico di “Darsian 2.0” ha causato pesanti modifiche all’impianto originale. Le modifiche alla trama alla fine non si contano, finale compreso. Ciò che però mi ha sorpreso è vedere come, nonostante la creazione di più protagonisti rispetto al modello originale, il numero dei capitoli sia nettamente diminuito (attualmente sono 27; in origine erano 33 più un prologo). Troppe erbacce da estirpare, insomma. Nelle prossime settimane vedrò di aggiornare ulteriormente la situzione, cominciando con l&#8217;inserire la nuova trama nella sezione &#8220;Romanzi&#8221;, magari affiancata dal primo capitolo.</p>
<p style="text-align: justify;">La strada è lunga e di sicuro il cambio di direzione mi farà sbagliare strada più volte, eppure non ero così eccitato da parecchi mesi a questa parte. Ora mi mancano da risolvere solo un paio d’incongruenze nella parte centrale e potrò finalmente rimettermi a scrivere nel vero senso della parola. E non vedo l’ora.</p>


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		<title>Wunderkind: la presentazione del libro alla fiera del libro di Torino</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 20:28:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[d'Andrea G.L.]]></category>

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		<description><![CDATA[Come al solito sono in ritardo. Questo articolo sarebbe dovuto essere pronto per almeno una settimana fa, ma impegni vari e imprevisti tecnologici mi hanno impedito di caricarlo sul sito prima di oggi. Ma andiamo con ordine. Il 17 Maggio sono stato alla Fiera del Libro di Torino, dove, armato di telecamera, ho filmato la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Come al solito sono in ritardo. Questo articolo sarebbe dovuto essere pronto per almeno una settimana fa, ma impegni vari e imprevisti tecnologici mi hanno impedito di caricarlo sul sito prima di oggi. Ma andiamo con ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 17 Maggio sono stato alla Fiera del Libro di Torino, dove, armato di telecamera, ho filmato la presentazione del romanzo d’esordio di d’Andrea G.L., Wunderkind, presentato da Licia Troisi. In realtà le riprese riguardavano anche gli stand e altre chicche, ma una delle cassette ha deciso di suicidarsi. In seguito ho pure scoperto che l’audio della cassetta sopravvissuta faceva alquanto pena (colpa del fatto che la presentazione era in un’area aperta, il che significa rumore di fondo a non finire), ragion per cui sono stato costretto a inserire dei sottotitoli, e che al momento del “trasloco” videocamera-computer le immagini avevano una frequenza diversa rispetto all’audio. Ce l’ho messa davvero tutta per risolvere tutte queste magagne (soprattutto per pulire l’audio), ma alla fine mi sono arreso, e così ho optato per una soluzione drastica: montare il video-articolo con delle foto anziché delle immagini in movimento. Alla fine il risultato è meno malvagio del previsto, ma lascio a voi giudicare.</p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo le mie impressioni sulle parole di d’Andrea e Troisi, rimando all’ultima parte dell’articolo. Per ora mi limito a dire che il video che segue riporta la quasi totalità della presentazione (durata una mezz’oretta buona). Le uniche parti che ho tagliato riguardano passaggi dove l’audio risultava incomprensibile (o dove d’Andrea sussurrava davanti al microfono), la digressione sulla musica Metal e alcuni passaggi dove i due scrittori ripetevano concetti già espressi, oltre ad alcuni momenti di silenzio. Per il resto, chi si trovava alla presentazione (tra cui il buon duca Carraronan che ho avuto il piacere di conoscere di persona) potrà confermare l’assenza di tagli significativi che possano portare a un ribaltamento delle parole dei padroni di casa. Tra l’altro, visto che mi piace essere una persona corretta, all’interno dei sottotitoli ho indicato esplicitamente quando ho effettuato un taglio, anche se minimo.</p>
<p style="text-align: justify;">E ora, buona visione.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>PRIMA PARTE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/GgSGnx5kzDM&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube-nocookie.com/v/GgSGnx5kzDM&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p style="text-align: center;"><strong>SECONDA PARTE</strong></p>
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<p style="text-align: center;"><strong>TERZA PARTE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/ROpDRbmz_hg&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube-nocookie.com/v/ROpDRbmz_hg&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x3a3a3a&#038;color2=0x999999" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;">Bene, e ora possiamo passare alle considerazioni del caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Parto da una premessa: il qui presente non ha letto il romanzo di d’Andrea nella sua interezza. Mi sono bastati i primi due capitoli in libreria per capire che non è fatto per me, e sottolineo <em>per me</em>. Non posso quindi dire se tale opera, presa nella sua interezza, sia un capolavoro oppure un’emerita cagata. Anche per tale ragione avevo deciso di assistere alla presentazione presso la Fiera del Libro. Purtroppo, sarò sincero, tale presentazione non mi ha per nulla convinto, tutt’altro. Certo, d’Andrea è spigliato e sa come tenere il “palco”, ma ciò non toglie che buona parte delle sue riflessioni (così come quelle della Troisi) fossero delle emerite idiozie. E qui non parlo a titolo personale: si tratta di idiozie a livello oggettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Parto da quella più vistosa: quella sul realismo. Riprendo le parole del diretto interessato:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se avete tre ore potrei spiegarvi perché secondo me, in realtà, io e Licia, su due paralleli completamente diversi, in realtà siamo due scrittori realisti. […] Io sono convinto che la scrittura veramente realista è quella che distorce, che deforma completamente la realtà. Allora, tu (Licia, ndr) puoi farlo con i draghi, io posso farlo con&#8230; posso farlo con la violenza, tu puoi farlo con un tipo di violenza. Perché da sempre io sono convinto che l’arte in generale sia un’operazione violenta che tu fai nei confronti della realtà, assolutamente. Tu prendi dalla tua delle cose e dei luoghi e li violenti per cercare di capirne l’essenza. Poi, se ci riesci bravo, però ci provi. Questo è secondo me il motivo per cui in realtà noi siamo molto più realisti.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dove sta l’errore? È molto semplice: d’Andrea confonde due concetti tanto semplici quanto distanti, ovvero quello di realismo con quello di attualità. Con “realismo” s’intende infatti un «senso concreto della realtà di chi si basa sull’esperienza pratica e non cede a idealismi, fantasie, illusioni». Se si volesse poi allargare tale discorso al campo artistico, scopriremmo che, nelle arti figurative e nella letteratura, è una «corrente che si prefigge una rappresentazione obiettiva della realtà» (fonte: dizionario Zingarelli). Come si può facilmente vedere, nessun romanzo Fantasy potrà mai soddisfare simili requisiti, e questo perché si tratta di un suo limite naturale. Sarebbe come scrivere un romanzo storico su Napoleone dove compaiono gli alieni. È semplicemente impossibile.</p>
<p style="text-align: justify;">È tuttavia vero che più volte si è tentato di fondere reale e fantastico, allo scopo d’interpretare (e non semplicemente mostrare) il primo attraverso l’uso del secondo. Basti pensare alla corrente del Realismo Magico, diffusasi intorno agli anni Venti del secolo scorso e che «propugnava un’arte che conciliasse le opposte esigenze del realismo e della trasfigurazione» (fonte: dizionario De Mauro). Tuttavia tale corrente, in particolare per quanto riguarda la narrativa, prevedeva la presenza di elementi magici all’interno di un contesto realistico. Domanda: il Mondo Emerso della Troisi risponde a tutto ciò? Certo che no, anche un bambino se ne renderebbe conto. Qualcuno potrebbe però obiettare dicendo che ambientazioni come quelle della Ragazza Drago o del Wunderkind, proprio per la loro posizione “mediana” sarebbero combacianti. E invece no, in quanto il Fantasy (ma il discorso si può allargare anche alla Fantascienza), inteso in senso lato, ovvero comprendendo tutti i diversi sottogeneri, descrive una realtà o pienamente indipendente e alternativa alla nostra (è il caso del Mondo Emerso) oppure tratta dell’influenza di un elemento esterno, generalmente magico, sul nostro mondo (ne avevo parlato in un mio vecchio articolo, <a href="http://infinitisentieri.com/2009/02/08/e-tu-di-che-genere-sei/">QUESTO</a>). Al contrario il Realismo Magico descrive una realtà in cui i personaggi, pur venendo a contatto con uno degli elementi esterni di cui sopra, non lo mettono in discussione (un ottimo esempio, in questo senso, è La scacchiera davanti allo specchio di Massimo Bontempelli). Tra l’altro nel Realismo Magico la realtà non viene assolutamente distorta o deformata, per usare le parole di d’Andrea.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse che allora d’Andrea pensava a qualcosa più vicino al Surrealismo? Peccato che pure qua insorgano dei problemi, a partire dal fatto che i surrealisti avevano come obiettivo la descrizione di ciò che è superiore al reale (e pure qua ci troviamo in un campo lontanissimo da quello descritto da d’Andrea). Tra l’altro sia i surrealisti che i realisti magici erano perfettamente coscienti che le loro opere non potevano in alcun modo essere comparate con le correnti Realiste propriamente dette. Tale lontananza tra fantastico e realistico pare però sfuggire a d’Andrea.</p>
<p style="text-align: center;">(PICCOLA NOTA D’APPENDICE: IL DISCORSO SUL LEGAME TRA REALE E FANTASTICO È OVVIAMENTE MOLTO PIÙ AMPIO DELLA BOZZA DA ME PRESENTATA, VISTO CHE OCCORREREBBE PARLARE ANCHE DI SCAPIGLIATURA, NATURALISMO ECC.)</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non finisce qua. Poco più tardi d’Andrea si lascia andare a un’altra affermazione a dir poco ridicola:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">La letteratura fantastica cerca delle domande che abbiano&#8230; cerca le risposte che siano maiuscole. Cos’è la violenza? Cos’è la memoria? Che cos’è questo o quello che mi pare? La letteratura realista cerca in questo momento, a Roma, lì, chi c’è? Bello, bellissimo, ma non è la risposta.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Non sentivo una vaccata di simili proporzioni da quando Bush ha detto che Saddam Hussein possedeva l’atomica ^_^</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-395" title="Atomica" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/06/Atomica.jpg" alt="Atomica" width="400" height="400" /><em>La famosa bomba atomica di Saddan Hussein</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ora, questa affermazione è un’idiozia per due ragioni. La prima nasce sempre da una confusione di d’Andrea, ovvero il mettere a confronto una corrente letteraria (il Realismo) con un genere letterario (il Fantasy). Non bisogna essere dei geni per capire che è un’operazione errata già in partenza. Ma non solo: d’Andrea dimostra di non sapere una beneamata mazza di Realismo, altrimenti saprebbe che se il Realismo ha uno scopo, quello è proprio l’indagine del reale. Pensare che il Realismo equivalga a mera descrizione di un luogo o di un evento è quanto di più ingenuo e sbagliato possa esserci. Ma queste, caro signor d’Andrea, sono le basi della storia letteraria! E lo stesso discorso lo rivolgo alla signora Troisi, alla quale non è nemmeno passato per l’anticamera del cervello di obiettare a simili scemate, confermandole anzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma dicevo prima che d’Andrea confonde il realismo con l’attualità. Sul fatto che i suoi romanzi, così come quelli della Troisi, non siano per nulla realistici è stato appena detto. Ora voglio soffermarmi sul perché invece le loro opere possano comunque essere considerate come volte a discutere d’attualità (pur limitatamente a certi argomenti).</p>
<p style="text-align: justify;">In più di un’occasione Licia Troisi ha ricordato come le vicende di Nihal si sarebbero potute ambientare nel nostro mondo, fatti i doverosi mutamenti alla trama; il che è vero. Nihal, così come anche Sennar, Dubhe e compagnia bella, non agisce o pensa come l’abitante di un ipotetico mondo medievale, bensì come una ragazza del nostro di mondo. A mio avviso già questo è un difetto, in quanto l’ambientazione dovrebbe sempre avere una forte influenza sulle azioni e i pensieri dei personaggi, altrimenti non ha senso descriverla, ma sorvoliamo su tale opinione. Quello che m’interessa sottolineare è il legame tra la realtà fantastica ideata dalla Troisi e il nostro mondo. Tale legame esiste? Certo. Fa riferimenti alla nostra realtà contemporanea, ovvero è attuale, almeno in riferimento alle psicologie dei personaggi? Di nuovo sì, anche se il discorso non vale per tutti i personaggi. Ma è anche realistico? Giammai. Per comprendere meglio questo passaggio prendo un altro romanzo, questa volta non Fantasy: <em>Ho voglia di te</em> (e relativi seguiti) di Federico Moccia. È un romanzo che tratta di attualità (o almeno si sforza di farlo)? Certo. Ma i suoi personaggi sono realistici? Beh, direi proprio di no, e sfido chiunque ad affermare il contrario. Hanno una parvenza di realismo, ma non per questo sono davvero realistici. Al contrario, si limitano a essere della macchiette, stereotipi privi di spessore. I personaggi della Troisi sono uguali: la loro evoluzione psicologica è ridotta ai minimi termini e, anzi, spesso e volentieri agiscono in maniera illogica se non addirittura incoerente con loro azioni precedenti (preciso: parlo della Troisi perché, come ho già detto, non ho letto il Wunderkind; e comunque è stato d’Andrea ad affiancare il suo libro a quello della scrittrice romana, quindi non prendetevela con me ^_^).</p>
<p style="text-align: justify;">A fronte di tale discorso, come si può affermare che scrittori come la Troisi o d’Andrea sono realisti se i loro personaggi, o quantomeno quelli della scrittrice romana, non sono per nulla realistici né all’interno dell’ambito in cui si muovono né in riferimento alla nostra realtà? Certo, durante una presentazione, soprattutto se ci si trova davanti a un pubblico inesperto, simili frasi fanno di sicuro effetto. Ma come ho già detto in più di un’occasione, qui e su altri lidi, gli scrittori, così come gli editori, hanno una grandissima responsabilità, in particolare quando si rivolgono a un pubblico giovane; ragion per cui, piuttosto che lasciarsi andare a discorsi per i quali non si dispone della necessaria conoscenza di base, è meglio stare zitti. Si fa più bella figura.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciamo da parte l’ignoranza (nel senso etimologico del termine) di d’Andrea e passiamo a quanto detto invece dalla nostra Licia nazionale. È difficile scegliere un passaggio specifico tra le tante idiozie affermate, anche se forse il discorso più “importante” è quello inerente la fiaba.</p>
<p style="text-align: justify;">Al pari del suo collega, anche la Troisi dimostra di avere una cultura letteraria alquanto limitata. L’errore di partenza nasce da un tipico fraintendimento: il pensare che le fiabe siano da associarsi direttamente a un pubblico giovane, anzi giovanissimo. Nulla di più sbagliato. Buona parte delle fiabe giunte a noi oggi, infatti, erano in origine rivolte agli adulti, i quali se le raccontavano durante l’orario di lavoro per combattere la noia e la ripetitività delle azioni. È il caso soprattutto di quei mestieri dove un gran numero di lavoratori convivevano in spazi ridotti, come i filatoi. Infatti la fiaba nasce dalla tradizione orale, caratteristica che la distingue dalla favola, la cui tradizione è stata scritta sin dagli inizi (non mi stancherò mai di ripetere che fiaba e favola NON sono sinonimi). Tra l’altro, è proprio la favola, e non la fiaba, a rivolgersi maggiormente all’educazione dei più piccoli. A ulteriore dimostrazione di quanto ho appena scritto, basti pensare ai fratelli Grimm, i quali, è noto (o almeno si spera), non inventarono nessuna delle fiabe che portano il loro nome, limitandosi invece a riportare su carta quella che invece era una tradizione orale.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-396" title="libri-bambini" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/06/libri-bambini.jpg" alt="libri-bambini" width="354" height="300" /><em>Bambine intente a leggersi l&#8217;autobiografia di Rocco Siffredi (sempre meglio di una fiaba brutta e violenta, non trovate? ^_^)</em></p>
<p style="text-align: justify;">A dire il vero ci sarebbe tanto, troppo di cui parlare. Si potrebbero riempire pagine a pagine su ognuna delle idiozie dette durante la presentazione, sia da parte della Troisi (l&#8217;inesistente polemica inerente la divisione tra letteratura per l’infanzia e letteratura per adulti a seconda del grado di violenza è a dir poco ridicola) che di d’Andrea (chi mi segue da un po’ sa bene come il sottoscritto sia un grandissimo fautore della teoria dei generi). Ma forse è meglio chiudere qui. Non ho voglia di sprecare altro tempo per correggere ogni idiozia del magico duo. Concludo dicendo che d’Andrea mi ha dato l’impressione di una persona di media cultura che si fa forte di frasi a effetto e della sua spigliatezza, ma che – ahimè – dimostra anche una profonda ignoranza in campo letterario. E visto che è buona regola scrivere di ciò che si conosce, non oso immaginare quali scempiaggini possano essere contenute nel suo romanzo.</p>


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		<title>Romanzo: Le nozze d&#8217;Inverno</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2009 09:29:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Opere personali]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Canella]]></category>
		<category><![CDATA[Bizarro Fiction]]></category>
		<category><![CDATA[E-Book]]></category>
		<category><![CDATA[Le nozze d'Inverno]]></category>

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		<description><![CDATA[Che dite? Sono in ritardo? D’accordo, d’accordo, il romanzo doveva essere già pronto due settimane fa, ma credetemi se vi dico che ho fatto del mio meglio, così come tutti gli autori di quest’opera, per rispettare i tempi previsti. E poi cosa sono due settimane rispetto agli eoni di attesa per i nuovi capitoli di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-332 alignleft" title="Microsoft Word - Le nozze d'Inverno" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/02/le-nozze-dinverno-cp-211x300.jpg" alt="Microsoft Word - Le nozze d'Inverno" width="211" height="300" />Che dite? Sono in ritardo?</p>
<p style="text-align: justify;">D’accordo, d’accordo, il romanzo doveva essere già pronto due settimane fa, ma credetemi se vi dico che ho fatto del mio meglio, così come tutti gli autori di quest’opera, per rispettare i tempi previsti. E poi cosa sono due settimane rispetto agli eoni di attesa per i nuovi capitoli di cicli quali quello de <em>La Ruota del Tempo</em> o delle <em>Cronache del Ghiaccio e del Fuoco</em>?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma che cosa si nasconde esattamente dietro al progetto Nozze d’Inverno? Per chi si fosse perso le puntate precedenti, basti sapere che si tratta di un romanzo a più mani (venti per la precisione) nato come gioco letterario tra alcuni utenti di Fantasy Magazine. Per un mese circa, abbiamo scritto a turno un capitolo al giorno, imponendoci di non superare mai durante la prima stesura le cinque pagine per capitolo. Questo per due ragioni: la prima, prettamente materiale, era che scrivere capitoli più lunghi sarebbe stato alquanto arduo in appena 24 ore; la seconda era che non si voleva che un utente piuttosto che un altro imponesse troppi particolari al prosieguo della trama (eh già, la storia, fatta eccezione per alcuni punti fissi preliminari, è nata strada facendo). Insomma, se volessimo fare un paragone “profano”, si potrebbe dire che abbiamo operato come in un qualsiasi gioco di ruolo, con il numero di pagine al posto dei punti movimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio la natura giocosa del progetto ci ha permesso anche di mantenere per buona parte del libro un tono decisamente sopra le righe rispetto alla narrativa fantastica comune. Non a caso, per definire <em>Le nozze d’Inverno</em> ci siamo creati un genere ad hoc dal nome volutamente ironico: Féerie Dark Fantasy. Volessimo fare un paragone con generi realmente esistenti, si potrebbe dire che <em>Le nozze d’Inverno</em> tende per circa ¾ del suo sviluppo alla Bizarro Fiction.<br />
Dico &#8220;tende&#8221; e &#8220;¾&#8221; perché soprattutto nella parte finale forse ci siamo presi un po’ troppo sul serio. Per certi versi – sono il primo a dirlo – avrei preferito che proprio l’aspetto “weird” dell’opera risultasse ancora più marcato, ma questa è una considerazione che posso fare solo a posteriori. Infatti, a inizio lavoro nessuno di noi aveva idea di come si sarebbe sviluppato il romanzo, se più verso il genere avventuroso o quello comico. Un errore di valutazione? No, semplicemente una decisione che ha comportato delle conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, la crescita di questo romanzo non è stata indolore o priva d&#8217;inciampi, ma dopotutto è lo scotto da pagare quando si decide di sperimentare. Errori, quelli veri, sono stati ad esempio la mancata creazione di una mappa del tempio dove si svolge la seconda parte della narrazione, il che ha comportato una serie di incongruenze logistiche poi corrette solo in fase di revisione. Ma a parte alcuni difetti, l’opera può dirsi riuscita per un buon 90%, e non dico questo perché rientro tra gli autori (anche perché altrimenti non avrei minimamente accennato a simili difficoltà), ma perché gli obbiettivi prefissi a inizio lavoro sono stati raggiunti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo aveva ben poco di artistico: divertirsi, giocare con le parole e i topoi della narrativa fantastica (e i riferimenti, spesso davvero poco politicamente corretti, a opere realmente esistenti si sprecano). È vero: ogni scrittore dovrebbe sempre provare piacere da quello che crea; ma è cosa ben diversa partire a lavorare su un’opera non con l’obiettivo di dar vita a un prodotto degno di valore, ma di divertirsi e basta. Che dite? In questo modo si ribalta il concetto stesso di creazione artistica mandandolo a puttane? E chi se ne fotte, rispondo io! Almeno per questa volta, lasciateci scrivere con un sorriso ebete stampato in volto, ridendo di ogni assurda trovata riportata sugli schermi dei nostri computer.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda ragione è che, quando ci siamo messi attorno a un tavolo virtuale per discutere sui punti fermi che il romanzo avrebbe dovuto rispettare, abbiamo deciso sin da subito di stravolgere quanti più topoi possibile. Ecco allora tutti (o quasi) i personaggi standard di un romanzo “fentesi” (sacerdotesse pazze, sciamani vaneggiatori, demoni sanguinari&#8230; elfi) muoversi in un realtà nata dal gusto di mischiare senza ritegno H.P. Lovercraft e J.K. Rowling, Leiji Matsumoto e Arturo Pérez-Reverte. E non sorprendetevi troppo se in questo libro gli dei si mettono a cantare una versione tutta loro del jingle dei Loacker o se nel retrobottega di una pasticceria il proprietario vi offrirà carne umana come snack.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’ultima nota prima di concludere: come specificato anche nell’avviso contenuto nella pagina dei romanzi, <em>Le nozze d’Inverno</em> contiene parecchie scene comunemente definite come &#8220;forti&#8221;: stupri, sacrifici umani e altre &#8220;chicche&#8221;. Se appartenete alla schiera dei cosiddetti benpensanti o siete tra coloro che vorrebbero vedere gente come Philip Pullman e Dan Brown arsa su un rogo, allora non sprecate nemmeno tempo a scaricare questo romanzo. Vi avviso: non ho intenzione di leggere messaggi deliranti sul senso etico della letteratura. Come direbbe Paolo Bitta: uomo avvisato&#8230; uomo avvisato.</p>
<p style="text-align: justify;">E ora, buona lettura.</p>
<p style="text-align: justify;">PS: Negli ultimi giorni abbiamo fatto del nostro meglio per limitare il più possibile gli errori di battitura. Purtroppo non esiste peggior lettore dell&#8217;autore stesso, quindi se doveste trovare alcune sviste sopravvissute alla &#8220;caccia&#8221; non fatevi problemi a segnalarle. Grazie.</p>


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		<title>Guida all&#8217;uniformazione grafica di romanzi e racconti: seconda edizione</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 09:38:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[A scuola di narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Opere personali]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Canella]]></category>
		<category><![CDATA[Guida]]></category>
		<category><![CDATA[Uniformazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Un mese davvero colmo d’impegni, quest’ultimo. Entro settimana prossima sarà infatti disponibile la versione liberamente scaricabile de Le nozze d’Inverno, il romanzo a più mani di Bizarro Fiction al quale sto lavorando da ormai quasi sei mesi (e da cui è dipeso principalmente lo stop del Il Guanto d’Argento, al quale comunque dedicherò un articolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://i583.photobucket.com/albums/ss271/Okamis/CopertinaGuidaalluniformazionegrafi.jpg?t=1239701262" alt="" width="200" height="283" />Un mese davvero colmo d’impegni, quest’ultimo. Entro settimana prossima sarà infatti disponibile la versione liberamente scaricabile de <em>Le nozze d’Inverno</em>, il romanzo a più mani di Bizarro Fiction al quale sto lavorando da ormai quasi sei mesi (e da cui è dipeso principalmente lo stop del <em>Il Guanto d’Argento</em>, al quale comunque dedicherò un articolo d’aggiornamento entro breve). Tra poche settimane pubblicherò invece due articoloni davvero succosi: uno sull’universo di <em>Starship Troopers</em> e l’altro invece sullo sviluppo del cinema indipendente italiano a matrice fantastica.</p>
<p style="text-align: justify;">E oggi? Oggi propongo invece la seconda edizione della mia guida all’uniformazione grafica di romanzi e racconti (il link lo trovate nella sezione &#8220;Guide alla scrittura&#8221;). Chi mi segue da tempo sa infatti che sul vecchio sito era disponibile un breve prontuario liberamente scaricabile su tale argomento. Se il testo, fino a oggi, non era più disponibile, non è stato per dimenticanza mia, bensì per il fatto che in queste settimane mi sono messo al lavoro per rivedere da zero l’intera guida, con l’obiettivo di migliorarla e renderla ancora più esaustiva. Non mi sono quindi limitato a correggere gli errori di battitura, ma anche e soprattutto ad aggiungere nuovi particolari e capitoli e a semplificare talune spiegazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Come molti di voi sanno, il campo dell’uniformazione grafica dei testi mi sta molto a cuore. Mi auguro quindi che questa guida possa esservi d’aiuto nel vostro cammino. Buona lettura.</p>


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		<title>Recensione: l&#8217;acchiapparatti di Tilos</title>
		<link>http://infinitisentieri.com/2009/03/11/recensione-lacchiapparatti-di-tilos/</link>
		<comments>http://infinitisentieri.com/2009/03/11/recensione-lacchiapparatti-di-tilos/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 08:20:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Barbi]]></category>

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		<description><![CDATA[ATTENZIONE!!! QUESTA RECENSIONE FA RIFERIMENTO ALL&#8217;EDIZIONE ORIGINALE DEL LIBRO. DA MARZO 2010 ESISTE UNA NUOVA EDIZIONE PUBBLICATA DA BALDINI CASTOLDI DALAI. PER CONOSCERE LE DIFFERENZE TRA LE DUE EDIZIONI, E&#8217; POSSIBILE CONSULTARE QUESTO ARTICOLO. TITOLO: L’acchiapparatti di Tilos AUTORE: Francesco Barbi GENERE: Fantasy ANNO: 2007 EDITORE: Campanila PREZZO: 18,90€ PAGINE: 424 ETA’ CONSIGLIATA: 16+ Esistono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: center;">ATTENZIONE!!!</h4>
<h6 style="text-align: center;">QUESTA RECENSIONE FA RIFERIMENTO ALL&#8217;EDIZIONE ORIGINALE DEL LIBRO. DA MARZO 2010 ESISTE UNA NUOVA EDIZIONE PUBBLICATA DA BALDINI CASTOLDI DALAI. PER CONOSCERE LE DIFFERENZE TRA LE DUE EDIZIONI, E&#8217; POSSIBILE CONSULTARE <a href="http://infinitisentieri.com/2010/03/10/recensione-lacchiapparatti/" target="_blank">QUESTO ARTICOLO</a>.</h6>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-142" title="copertina-romanzo" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/copertina-romanzo.jpg" alt="copertina-romanzo" width="200" height="283" />TITOLO: L’acchiapparatti di Tilos</p>
<p>AUTORE: Francesco Barbi</p>
<p>GENERE: Fantasy</p>
<p>ANNO: 2007</p>
<p>EDITORE: Campanila</p>
<p>PREZZO: 18,90€</p>
<p>PAGINE: 424</p>
<p>ETA’ CONSIGLIATA: 16+</p>
<p style="text-align: justify;">Esistono libri che cominciano a far notare la loro presenza con effetto ritardato; libri che passano inosservati, in silenzio, nonostante spesso celino al loro interno delle piccole perle. <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è uno di questi. Sebbene infatti la sua pubblicazione risalga a più di un anno fa, il romanzo d’esordio di Francesco Barbi rappresenta una delle più belle e inaspettate sorprese nel panorama del Fantasy italiano; un’opera capace di proporre la giusta miscela di umorismo e azione, di avventura e personaggi fuori da ogni schema, e che, per una volta tanto, non è il primo capitolo di una saga di ventotto volumi. Ma quali sono gli ingredienti di questo cocktail così ben riuscito?</p>
<h3>C’era una volta, tanto tempo fa&#8230;</h3>
<p style="text-align: justify;"><em>…un becchino gobbo di nome Ghescik che coltivava la passione per tutto quanto fosse in qualche modo legato all’occulto. Un bel giorno, però, al buon Ghescik si presentò l’occasione per trucc&#8230; ehm, vincere in un’“onesta” scommessa il diario di un antico negromante. Peccato solo che tale azione porterà con sé una serie d’imprevisti, tra cui la liberazione del boia di Giloc, un essere mostruoso e dall’animo decisamente poco incline all’amore fraterno. Così, accompagnato dal suo unico amico (?), lo scemo del villaggio Zaccaria, da una prostituta, un cacciatore di taglie sfigurato e un gigante incapace di comunicare se non attraverso proverbi, il nostro “prode” Ghescik tenterà di rimettere a nanna il demone, sfuggendo al tempo stesso dai tanti, troppi nemici che ha saputo crearsi a causa del suo modo di agire decisamente poco incline al rispetto delle leggi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Quella appena presentata è, a grandi linee, la trama de <em>L’acchiapparatti di Tilos</em>. La prima cosa che si nota è il deciso cambio di rotta rispetto a pressoché tutti gli altri scrittori italiani di Fantasy classico, non necessariamente esordienti. Infatti:</p>
<p style="text-align: justify;">A) Non ci sono ragazzini dotati di superpoteri.</p>
<p style="text-align: justify;">B) Non ci sono stregoni o demoni pazzi che “folere konqviztare monto” (le stesse ragioni che portano il boia di Giloc a seminare “Morte &amp; Distruzione S.P.A.” si riveleranno essere meno banali di quanto appaia all’inizio).</p>
<p style="text-align: justify;">C) Non ci sono elfi, folletti, fatine, vampiri, mylittlepony™ o creaturine sbarluccicose e patatose che tanto sembrano andare di moda negli ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Già per tali “illustri” assenze il romanzo di Barbi meriterebbe l’acquisto, ma si sa: una trama quantomeno interessante non è necessariamente sinonimo di “buon romanzo”. Occorre quindi vedere come l’autore ha deciso (saputo?) far muovere i fili della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Storia che, va detto, scorre via liscia come l’olio soprattutto per merito della perfetta alchimia tra i protagonisti. Va infatti reso merito a Barbi di sapere caratterizzare ottimamente, soprattutto grazie al brio dei dialoghi, buona parte dei personaggi da lui inventati. Tale discorso vale soprattutto per i due protagonisti principali, Ghescik e Zaccaria, anche se, in generale, sono i “diversi” a rappresentare il cuore pulsante del romanzo. Ciò che colpisce maggiormente dei personaggi di Barbi è il modo in cui l’autore è in grado di tratteggiarne i caratteri con non comune sensibilità, senza però risultare mai affettato o, peggio ancora, a cadere in toni forzatamente tragici.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio tale capacità rappresenta però anche uno dei suoi difetti. Infatti, quando si parla di comparse capita di trovare alcune frasi abbastanza inusuali (verrebbe da dire tipiche del linguaggio proprio di ogni singolo individuo) dette da personaggi diversi in maniera identica. A titolo d’esempio, cito i personaggi di Ulvo e Benjam, i quali in più occasioni si trovano a usare le medesime espressioni (come “e di questi tempi poi” o “miseriaccia ladra”). L’impressione è che tali formule appartengano più all’autore che ai personaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">In generale, comunque, i personaggi di Barbi colpiscono per la loro profonda umanità, oltre che singolarità, lontanissima dal concetto classico di eroe tutto muscoli e azione (unica piccola eccezione è il personaggio di Gamara, il quale però non viene presentato come un vendicatore invincibile, bensì come un cacciatore di taglie perfettamente addestrato). È inoltre difficile, per non dire impossibile, trovare ne <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> un personaggio privo di una certa dose di ambiguità. Tutti, dal primo all’ultimo, agiscono per i propri fini, oltretutto senza alcun buonismo risolutore nel finale, il quale, anzi, nella sua malinconia di fondo è stato capace di emozionarmi come non mi capitava da tempo.</p>
<p class="wp-caption-dt" style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="chuck-norris" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/chuck-norris.jpg" alt="chuck-norris" width="250" height="356" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>No, i personaggi di Barbi non assomigliano </em><em>decisamente al buon vecchio Chuck.</em></p>
<h3>Infodump? No, grazie</h3>
<p style="text-align: justify;">Tanti sono i nemici dello scrittore, ancor più se esordiente: il riciclo delle idee, le citazioni troppo “marcate” <em>(ciao Christopher, da quanto tempo! </em>^_^<em>)</em>, il fulmine che ti manda in pappa la tua saga da un gigalione di pagine nel giro di un nanosecondo&#8230; Esistono poi anche nemici nascosti tra le pagine della propria creatura e che rispondono al nome di deus ex machina, stereotipizzazione dei personaggi, ripetizioni&#8230; infodump!</p>
<p style="text-align: justify;">Per “infodump” s’intende qualsiasi descrizione o spiegazione superflua ai fini soprattutto della storia (e specifico della <em>storia</em>, non solo della trama). Il problema è che il genere Fantasy, anche se in verità ci si potrebbe allargare alla narrativa fantastica tout court, è quello più incline a tale tipo di passaggi. Come si può infatti rendere vivo un mondo, se non ci si lascia andare a qualche bella pagina di “fantastoria”?</p>
<p style="text-align: justify;">La questione verte tutta sull’equilibrio che l’autore è in grado di dare alla sua opera. Suo compito è saper fondere a dovere descrizione con narrazione, spiegazione con azione. Non è compito facile (alla faccia di chi pensa che per scrivere Fantasy basti lasciar correre la fantasia), e questo Barbi sembra saperlo molto bene, visto che per gran parte del romanzo adotta, a mio avviso abilmente, uno stratagemma allo stesso tradizionale e funzionale. In pratica la prima pagina o al massimo le prime due di alcuni capitoli sono dedicate alla descrizione di un particolare aspetto delle Terre di Confine. Alcuni esempi: il primo capitolo comincia con la sepoltura di un cadavere presso il cimitero della cittadina di Tilos, ed ecco che Barbi da il LA alla narrazione facendola precedere da un breve commento sulla cultura religiosa del luogo; oppure, il quarto capitolo vede l’introduzione del personaggio di Zaccaria, che di mestiere fa l’acchiapparatti (da lui stesso orgogliosamente inventato), ed ecco allora il narratore parlarci, senza però perdersi in inutili dettagli, di quella che è la struttura sociale delle Terre di Confine; e così via. Una struttura semplice, dicevamo, per non dire quasi scolastica, ma che Barbi sa sfruttare con la giusta abilità; tanto che al sottoscritto spesso capitava di non vedere l’ora di arrivare alla fine di un capitolo, soltanto per leggere l’introduzione di quello successivo, segno che a volte i vecchi metodi possono ancora funzionare; basta sapere come usarli a dovere.</p>
<p style="text-align: justify;">Soltanto in un capitolo Barbi si lascia andare a una ventina abbondante di pagine di infodump, ma lo fa in maniera ironica. A parlare è infatti un bibliotecario particolarmente incline a perdersi in lunghi discorsi inutili, tanto da venire spesso interrotto dagli altri personaggi, sempre più spazientiti di fronte a un simile atteggiamento e desiderosi di giungere al succo della questione. Insomma, anche in questa occasione Barbi dimostra di sapere bene quali sono i rischi del mestiere, tanto da permettersi addirittura di scherzarci sopra, rendendo di fatto un capitolo potenzialmente noioso in un divertente scambio di battute.</p>
<p style="text-align: justify;">La maestria con cui Barbi dimostra di saper aggirare gli infodump (sebbene sia da rilevare come talvolta gli scambi verbali tra Ghescik e Zaccaria, per quanto divertenti, appaiano un po’ troppo diluiti), mi da l’occasione per focalizzarmi un attimo su uno dei pochi possibili difetti de <em>L’acchiapparatti di Tilos</em>, ovvero l’ambientazione. È indubbio che lo scrittore toscano, nel momento in cui si è messo a portare su carta le Terre di Confine, avesse ben in mente la struttura da dare al mondo da lui ideato. Tuttavia proprio tale mondo appare forse un po’ troppo simile a quello che è stato il reale Alto Medioevo europeo. Certo, sono da lodare il realismo e la coerenza delle Terre di Confine, di certo frutto di un buona documentazione di base, ma forse proprio tale impostazione rischia di lasciare l’amaro in bocca a chi, leggendo un romanzo Fantasy, cerca anche (e talvolta soprattutto) ambientazioni più esotiche.</p>
<p class="wp-caption-dt" style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="torre-di-ar-gular" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/torre-di-ar-gular.jpg" alt="La torre del Negromante Ar-Gular. A partire da qui cominceranno le sventure del povero Ghescik." width="250" height="235" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>La torre del Negromante Ar-Gular. </em><em>A partire da qui cominceranno le sventure del povero Ghescik.</em></p>
<h3>Stile e ritmo</h3>
<p style="text-align: justify;">Per come sono solito leggere un libro, a prescindere dal genere, due sono i punti su cui presto la mia attenzione primaria, ovvero trama e stile, a cui seguono poi aspetti altrettanto importanti quali la coerenza interna, la costruzione dei personaggi e così via. Credo che ciò dipenda dal semplice fatto che quando ci si trova in una libreria a dover scegliere su quale romanzo investire i propri soldi (e il proprio tempo), trama e stile sono i soli aspetti su cui si può avere una prima reale impressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlando di stile, parto da una considerazione molto semplice: Francesco Barbi sa scrivere e pure molto bene. Tale affermazione può sembrare quasi superflua (dopotutto viene naturale supporre che chiunque venga pubblicato da una casa editrice, ovviamente di quelle non a pagamento, sappia quantomeno tenere in mano una penna), eppure non lo è. L’esperienza mi ha insegnato che spesso, con lo scopo di sfruttare soltanto la moda del momento, a venire pubblicati sono anche autori privi di qualsiasi estro artistico. E purtroppo tale discorso vale anche, e forse soprattutto, per la narrativa Fantasy degli ultimi anni, la quale ha visto sfornare a ripetizione una serie di “giovani talenti” talvolta afflitti da gravi lacune in materia grammaticale o sintattica (dopotutto, perché affiancare a costoro editor seri, quando per vendere basta basare tutta la campagna pubblicitaria sulla giovane età dell’autore?).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma perché lo stile di Barbi sarebbe degno di nota? Innanzitutto perché scorrevole. Su oltre quattrocento pagine di romanzo, non c’è stato un solo punto in cui mi sia perso senza riuscire a capire cosa intendesse dire l’autore. La scrittura di Barbi è limpida, semplice, ma non per questo banale. Anzi, lo scrittore toscano dimostra non solo di saper sempre infondere alle sue pagine il giusto ritmo (i punti morti si contano sulle dita di una mano), ma soprattutto di possedere un’ottima proprietà di linguaggio, soprattutto quando è costretto a cadere nel tecnicismo. Volendo parafrasare proprio un passaggio del libro, si potrebbe dire che ne <em>L’achiapparatti di Tilos</em> «tutto è finalizzato all’efficacia».</p>
<p style="text-align: justify;">Paradossalmente, proprio al ritmo è legato uno dei pochi aspetti stilistici che meno mi hanno convinto. Per infondere maggiore dinamicità alle scene d’azione, Barbi usa infatti in queste occasioni il presente al posto del passato remoto. Il problema, a mio modo di vedere, è che comunque <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è un romanzo che non fa tanto leva sull’azione, quanto più sui personaggi, tanto che questi cambi temporali, proprio per via dello spazio ridotto ad essi dedicato, stonano parecchio con lo stile generale. Senza contare che non tutte le scene d’azione prevedono al loro interno il presente al posto del passato remoto, così da far sospettare che tale stratagemma sia stato introdotto in corso d’opera, piuttosto che elaborato a inizio lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro piccolo difetto stilistico di Barbi, anche se qua ci troviamo più nel campo del gusto soggettivo, è l’uso a volte troppo invasivo degli avverbi anche laddove sarebbero facilmente sostituibili da un più comune aggettivo, a cui si aggiunge il passaggio in alcuni capitoli dal “tu” al “voi” (e viceversa) nel modo di rivolgersi l’un l’altro di alcuni personaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Discorso a parte lo merita il tipo di narratore adottato da Barbi, il quale si presenta come espressione del mondo da lui stesso descritto: tra narratore e mondo narrato si percepisce una profonda affinità sociale e culturale (ovviamente impossibile da attuarsi con l’autore), sino a inglobare nella sua voce, ottica e linguaggio quelli che sono i pensieri dei singoli personaggi. Allo stesso tempo, però, il narratore è conscio che il suo destinatario non fa parte della realtà descritta, tanto da rendere necessarie alcune spiegazioni esterne alla narrazione vera e propria, sebbene in nessuna occasione egli si metta a dialogare apertamente con il lettore. Ci troviamo quindi di fronte a un narratore sì onnisciente, ma che talvolta oscilla tra impersonalità ed eccessiva vicinanza con la realtà descritta.</p>
<h3>Alla ricerca dell’errore perduto</h3>
<p style="text-align: justify;">Questo capitoletto sarà quanto più breve possibile, e non perché lo ritenga poco importante (tutt’altro!), quanto perché <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è un romanzo che dà veramente poco spazio a quelli che, nel linguaggio cinematografico, sono noti come “bloopers”, ovvero gli errori che, volenti o nolenti, affliggono qualsiasi opera.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, quando leggo un libro o guardo un film non è che mi metto lì con penna e taccuino a caccia di errori. Però, capita talvolta che tali magagne siano così pacchiane da non poter passare inosservate. Due sono le categorie di bloopers: da una parte abbiamo quelli innocui, ovvero che non intaccano, se non in maniera minima, la coerenza dell’opera (oggetti che svaniscono e ricompaiono all’improvviso, automobili che cambiano di modello da una scena all’altra ecc.); dall’altra abbiamo le vere e proprie incongruenze, errori così marcati da far crollare improvvisamente qualsiasi sospensione d’incredulità (il mostro immune al fuoco ma che muore a causa di un incendio, il protagonista a cui hanno sparato a una gamba ma che continua a saltare a destra e a manca neache fosse un circense ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna, <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> presenta soltanto due veri e propri bloopers (o almeno questi sono quelli che ho riscontrato io).</p>
<p style="text-align: justify;">Parto da quello meno grave. A pagina 302 Ghescik si lamenta dell’assenza di un coltello durante un frugale pasto. Peccato solo che a pagina 310, dove la presenza di una lama diventa fondamentale alla riuscita del piano del protagonista, ecco il narratore scrivere, sempre riferendosi a Ghescik:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">[...]Poi, in punta di piedi, scavalcò il capoccione di Nardo, prese il coltello che era appartenuto all’orbo e si allontanò tra i cespugli.[...]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ma allora questo coltello c’é o non c’é? Troppo comodo farlo spuntare fuori solo quando serve.</p>
<p style="text-align: justify;">Decisamente più grave l’ingenuità (perché così la reputo, più che un errore vero e proprio) commessa nel capitolo in cui boia di Giloc si libera dalla sua prigionia. Senza svelare troppo della trama, basti sapere che una delle guardie della prigione, pur di salvarsi dalla furia del mostro, decide di aprire una delle celle in cui sono rinchiusi i prigionieri umani e di barricarsi all’interno. Peccato per un particolare: le porte in acciaio delle prigioni non hanno la serratura nel lato interno, proprio al fine d’impedire ai carcerati di scassinarle. E questo non lo dice soltanto la realtà storiografica, ma lo fa intuire lo stesso Barbi a pag. 135, quando il criminale che era rinchiuso nella cella sopra citata racconta ai compagni quanto accaduto quella notte.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">[...]«ho udito come dei rumori di lotta. Sono scattato in piedi e sono andato alla porta. Ho appoggiato l&#8217;orecchio e mi sono messo a origliare.»[...]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se ci fosse stata una serratura anche sul lato interno della porta, perché appoggiare l&#8217;orecchio alla superficie metallica, quando sarebbe stato più semplice guardare attraverso la toppa? Questo secondo errore è decisamente più grave del primo, in quanto da tale (impossibile) azione dipende una serie di eventi che segneranno in maniera marcata il procedere della trama. Va comunque detto che questo è l’unico vero blooper di ambito tecnico che mi sia capitato di trovare in tutto il romanzo di Barbi e, per quanto grave, inficia solo in piccola parte il piacere generale provato nel leggere l’opera.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-146  aligncenter" title="talismano" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/talismano.jpg" alt="talismano" width="200" height="108" /></p>
<h3>Piccole case editrici crescono</h3>
<p style="text-align: justify;">Dedico queste ultime righe al “vestito” con cui il romanzo di Barbi si presenta ai suoi lettori.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima però una doverosa premessa. È opinione di molti che solo le grandi case editrici siano in grado di garantire un’ottima qualità dal punto di vista estetico e dei materiali nella realizzazione di un libro. Nulla di più falso. Fanucci, ad esempio, è un grande editore, che però se ne frega della qualità dell’oggetto-libro. Al contrario la Gargoyle, piccola casa editrice specializzata nel campo dell’Horror, offre sempre ai suoi lettori libri curatissimi in ogni particolare (escludendo solo le immagini di copertina, decisamente povere), con carta di primissima qualità e accompagnando le storie proposte con brevi saggi introduttivi, il tutto mantenendo dei prezzi davvero competitivi. Quindi l’equazione “grande editore = libro molto curato” è falsa, o quantomeno non applicabile a tutti i casi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, come già accennato a inizio recensione, <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è il primo romanzo edito da Campanila che il qui presente abbia mai letto. Mi è quindi impossibile fare un paragone tra questo libro e il resto della produzione della suddetta casa editrice. Posso solo giudicare il romanzo che ho tra le mani, e tale giudizio è ottimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Com’è giusto che sia, parto dalla copertina. Dico subito che Internet non rende grazie alla sua reale qualità artistica (ammetto che quando la vidi sullo schermo la considerai un fotomontaggio fatto male; nulla di più sbagliato). Oltretutto la custodia esterna è davvero solida. Il libro me lo sono fatto arrivare via corriere e nonostante fosse stato inserito in una scatolina di cartone pressoché priva d’imballaggio, la sovracopertina non ne ha minimamente risentito. Ottima anche la solidità della copertina rigida in cartone, anche se sul bordo mancano il titolo e il nome dell’autore (grave mancanza, visto che, qualora la sovra copertina si dovesse malauguratamente strappare, si è costretti a tenersi un libro privo di titolo esterno). Menzione speciale la merita invece la mappa stampata sui fogli di guardia, realizzata a mano da un’amica dell’autore. Ciò che rende davvero pregevole tale disegno, e per certi aspetti quasi inusuale, è la totale assenza di ritocchi al computer, caratteristica, questa, che rende la mappa ancora più realistica e concreta. Altro pregio è infine la presenza, una volta tanto, di un indice.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma a convincermi maggiormente riguardo la realizzazione tecnica di questo romanzo è stata la cura riposta nell’uniformazione grafica dei singoli capitoli. Infatti, quando vengono riportate le parole di un epitaffio, piuttosto che di un cartello o altro, il carattere tipografico cambia forma, adattandosi alla situazione. Un piccolo particolare, è vero, ma che denota il grande impegno riversato su tale libro da parte di Campanila, e questo è un dettaglio da non sottovalutare, soprattutto tenendo a mente che Barbi è un esordiente. Aggiungiamo il fatto che di errori di battitura ce ne sono davvero pochissimi (ho trovato meno di una decina di sviste) e il quadro è completo.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, non fosse per l’assenza del titolo e del nome dell’autore sul bordo esterno della copertina rigida, ci troveremmo di fronte al perfetto modello di come andrebbe realizzato un romanzo cartaceo. E brava Campanila!</p>
<h3>ConclusionI</h3>
<p style="text-align: justify;"><em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è un buon libro. Non un capolavoro, ma comunque uno dei migliori esordi nella narrativa fantastica italiana degli ultimi anni (soltanto <em>Pan</em> di Francesco Dimitri era stato capace di convincermi con altrettanta forza). Pregi principali di quest’opera sono l’ottima caratterizzazione dei personaggi e una trama solida, pur nella sua semplicità, il tutto condito da uno stile scorrevole, ma per nulla banale, per quanto il sottoscritto non abbia particolarmente amato alcune scelte come l’uso del presente nelle scene d’azione. Difetti veri e propri il libro non ne ha (fatta eccezione per l’ingenuità inerente la fuga del Mietitore); semmai delle debolezze, le quali dipendono almeno in parte dai gusti del lettore, come l’ambientazione, non molto originale, ma molto ben costruita nel suo realismo. Insomma, un libro che mi sento di consigliare caldamente, e non soltanto agli amanti del Fantasy. <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> è la dimostrazione (e se ne sentiva davvero il bisogno) di come si possa scrivere anche in Italia un romanzo Fantasy esplicitamente rivolto a un pubblico adulto, privo di buonismi d’alcun tipo e soprattutto che non ponga l’accento sugli “effetti speciali” a scapito della trama.</p>
<h4 style="text-align: center;">INTERVISTA<br />
A FRANCESCO BARBI</h4>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-145 alignleft" title="francesco-barbi" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/03/francesco-barbi.jpg" alt="francesco-barbi" width="200" height="266" /><strong>Alessandro Canella: Cominciamo dalla più ovvia, ma anche doverosa delle domande: chi è Francesco Barbi?</strong><br />
Francesco Barbi: Per dare una qualche risposta, potrei fare un tentativo all’insegna della sintesi: Francesco Barbi è nato nel 1975 a Pisa, si è laureato in Scienze Fisiche, e insegna matematica e fisica nelle scuole superiori. Ha una figlia di un anno e mezzo che adora e il sogno, divenuto quasi un’esigenza, di riuscire a scrivere. Tanto. Per tutta la vita.<br />
Oppure potrei rispondere con un estratto (lievemente modificato) da un racconto a cui sto lavorando proprio in questo momento e che, sebbene contenga una descrizione fisica, forse la dice più lunga riguardo al sottoscritto:<br />
«Ho un volto “patibolare”. Almeno così lo descriveva mia madre, nella mia tarda adolescenza. Nonostante l’apparente accezione negativa che questo termine sembrava evocare, a me piaceva. Forse perché pensavo che nell’espressione patibolare fosse insita una certa peculiarità, un certo mistero. Sarà stato per la bocca, labbra carnose e denti grandi. O forse per il naso, che già all’epoca aveva cambiato le sue fattezze. Un’appendice di carne disossata che schiaccia il mio profilo. Gli occhi, piuttosto piccoli, marroni. Contornati dalle sopracciglia, e con quel loro taglio, riescono ad avere un’espressione profonda e penetrante, a quanto mi si dice.»</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: Le Terre di Confine da te immaginate sono un’ambientazione che definirei quasi storica, per via della loro verosimiglianza e vicinanza con quello che è stato l’Alto Medioevo europeo. Da dove è nata la decisione di non abbandonarsi a un’ambientazione troppo fantastica e quale ruolo ha per te la precisione storiografica?</strong><br />
FB: Sono sempre stato affascinato dalla storia Alto Medioevale, soprattutto dagli aspetti più cupi e grotteschi di quell’epoca. Mi considero piuttosto pignolo e attento ad aspetti quali coerenza e plausibilità, e dunque volevo una base solida per la costruzione delle Terre di Confine. Spinto dal bisogno di verosimiglianza, ricordo di aver letto o riletto numerosi saggi sul periodo medioevale. Agli inizi della stesura, ho addirittura pensato alla possibilità di cimentarmi in un romanzo storico.<br />
Ho poi deciso di scrivere un romanzo fantasy non solo per la personale predilezione per il genere, ma anche perché questa scelta mi garantiva più libertà: credo che al tempo il bisogno di coerenza, realismo e credibilità sarebbe potuto rivelarsi una difficoltà insormontabile nell’affrontare un romanzo propriamente storico.<br />
E in effetti, per non venir meno a certe mie esigenze, tendo spesso a cercare espedienti che mi facciano sentire più libero, meno vincolato. Anche la scelta di ambientare le vicende dell’acchiapparatti in terre di confine è stata probabilmente dettata da questo mio bisogno. Pur ricordando vividamente atmosfere medioevali, quei territori, coacervo di razze e culture diverse, mi hanno garantito quella libertà creativa di cui avevo bisogno nella scelta dei nomi, delle credenze e dei tessuti economici e sociali.<br />
L’acchiapparatti rimane comunque un libro low-fantasy, in cui compare fondamentalmente un unico elemento magico-fantastico, incarnato nella creatura ancestrale rinchiusa nelle prigioni di Giloc. Anche la stregoneria nelle Terre di Confine è ormai ridotta ad un eco dei tempi andati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: <em>L’acchiapparatti di Tilos</em>, caso quasi più unico che raro per quanto riguarda la narrativa fantastica, è un romanzo autoconclusivo. Sebbene infatti l’epilogo faccia immaginare un futuro per alcuni dei personaggi, la storia ha un inizio e un finale ben marcati, tanto che giunto all’ultima pagina non ho provato alcuna sensazione di vuoto. Quanto di questo finale così equilibrato si trovava già nel progetto iniziale e quanto invece è giunto solo in corso d’opera?</strong><br />
FB: Ho sofferto come un cane per “vedere” un finale soddisfacente. E assolutamente non ho saputo dove sarei andato a parare fino ai tre quarti della prima stesura. D’altra parte sono convinto che un libro dovrebbe sempre essere in qualche modo autoconclusivo e quindi sentivo il forte bisogno di un finale che fosse un finale.<br />
Ho scritto l’acchiapparatti “per situazioni”, almeno per ciò che riguarda le prime due parti, ovvero inventando e immaginando strada facendo ciò che sarebbe accaduto in seguito sulla base di quanto già narrato. Non avrei saputo fare altrimenti: l’essere vincolato ad una trama già delineata con precisione avrebbe messo a repentaglio l’intero progetto. Dunque avevo molte idee, note e appunti, ma soltanto una pittura molto vaga della struttura globale.<br />
Quando sono arrivato a metà del libro e sentivo di dover iniziare a tirare le fila per convergere verso il finale, ho rallentato il ritmo di scrittura, impaurito dal fatto che scegliere una strada a quel punto avrebbe implicato l’impossibilità di sceglierne altre. Ho iniziato a passeggiare e a ragionare. Ho dovuto superare varie crisi, tagliare alcuni capitoli, riscriverne altri, e rinunciare a numerose idee. Pensavo molto e scrivevo ben poco. Mi sono poi bloccato per diversi mesi, prima di riuscire a stendere l’ultima parte. Quando finalmente ho intravisto il finale, ho scritto la quarta parte spedito, con facilità e godimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: Leggendo <em>L’acchiapparatti di Tilos</em> ho avuto la sensazione che Campanila credesse davvero nel tuo libro. Tutto, dal bassissimo numero di errori di battitura all’attenzione verso i più piccoli dettagli grafico-tipografici, dà l’idea di un progetto gestito con grandissima passione, cosa che spesso non si trova nei volumi di case editrici ben più blasonate. Magari tutto ciò è solo frutto della mia immaginazione, ma mi chiedevo come è stato il tuo rapporto con Campanila.</strong><br />
FB: Il mio rapporto con Campanila è stato molto “facile”. Senza dubbio la casa editrice ha creduto in me e nell’acchiapparatti. Mi hanno dato fiducia, hanno lasciato che decidessi pressoché tutto in merito al libro: dalla scelta dell’artista che avrebbe illustrato la copertina, alla duplice mappa delle “Terre di Confine”, dall’impaginazione alla grammatura delle pagine, superiore a quella preventivata. Anche l’editor, sebbene mi abbia affiancato nell’opera di revisione nel corso di molteplici riletture, non ha mai imposto il suo punto di vista e ha mostrato grande rispetto per le mie scelte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: Spesso si sente dire, in riferimento a ogni nuovo romanzo (non necessariamente Fantasy), che “l’importante è leggere”, come a voler dire che un brutto libro è meno nocivo di un libro non letto. Qual è il tuo pensiero al riguardo e come credi che possa (o debba) evolvere il Fantasy in Italia?</strong><br />
FB: Sì, leggere è senz’altro molto importante. Un brutto libro è meno nocivo di un libro non letto? Non saprei. Ad ogni modo leggere un brutto libro potrebbe implicare il non leggerne uno bello. E ci sono moltissimi bei libri al mondo: perché allora leggerne di brutti?<br />
A dir la verità, capita anche a me alle volte di leggere un brutto libro. Devo però dire che quando mi rendo conto di avere tra le mani un bel libro, la mia lettura si fa automaticamente più concentrata, attenta ai dettagli. Voglio pensare che i bei libri ti lascino sempre qualcosa in più rispetto agli altri e quindi abbiano un maggior peso. Forse, e lo spero ardentemente, ciò accade anche quando il lettore non ha una solida capacità critica.<br />
Per quanto concerne la seconda parte della domanda, non me la sento di affrontare un discorso così ampio. Mi limito a dire che, nel mio piccolo, ce la metto e ce la metterò tutta per dare un qualche contributo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: Credi che le scelte fatte negli ultimi anni si muovano nella direzione corretta per la crescita della narrativa fantastica italiana oltre che verso la domanda di tutte le fasce di lettori?</strong><br />
FB: Non credo di avere le competenze e le informazioni per rispondere alla domanda con cognizione di causa. Ad ogni modo non mi porrei il problema delle fasce di lettori: un libro può e dovrebbe essere un libro di qualità, qualsiasi sia il target. In tal senso, mi sembra di poter dire che le scelte nell’editoria del fantasy in Italia non siano unicamente dettate dalla volontà di una reale crescita, di un incremento nella qualità delle pubblicazioni&#8230; Operazioni commerciali ed economia la fanno da padrone&#8230; Un po’ come nella politica mondiale, o nella vita di molti di noi. Si tende a pensare al proprio orticello, all’immediato futuro, e non si riflette sulle questioni nel più largo respiro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: Francesco, tu hai 34 anni e, considerando che buona parte degli esordienti degli ultimi anni nel campo del Fantasy in Italia sono minorenni e comunque giovanissimi, si potrebbe scherzare dicendo che sei quasi un rudere. Ma, fuor di battuta, come interpreti il fenomeno del cosiddetto “Fantasy Baby Boom”?</strong><br />
FB: Sulla questione il mio punto di vista è chiaro. Posso comprendere le motivazioni economiche che spingono qualche casa editrice ad investire sui giovanissimi, ma una tale operazione mi intristisce. Sono convinto che un adolescente non possa scrivere, salvo rarissime eccezioni, un bel libro. Di nessun genere. Anzi, a maggior ragione nella narrativa per ragazzi, che spesso si rivolge a lettori alle prime armi e dunque maggiormente vulnerabili e soggetti all’influenza di un cattivo romanzo. Un adolescente è una persona non ancora matura e non nel pieno delle potenzialità, che ha vissuto, letto ed è “cresciuta”, nel senso più ampio del termine, poco: ritengo improbabile che possa scrivere un buon libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AC: E concludiamo con un’altra domanda tipica: quali sono i tuoi futuri progetti?</strong><br />
FB: Al momento sono appena riuscito a riprendere a scrivere. Sono nell’ennesima, e spero stavolta ultima, fase di revisione di un libro di racconti di fantascienza distopica dal titolo Marchi indelebili. Si tratta di una serie di storie che si intrecciano quasi impercettibilmente, ambientate in un futuro tetro e apocalittico, dominato dal totalitarismo e dall’alienazione. La società, protagonista di questa raccolta, che viene rappresentata ricorda alcune opere di Orwell, Huxley, Bradbury, ma naturalmente essa è immaginata da un individuo immerso nelle problematiche del ventunesimo secolo.<br />
Una volta completato il libro di racconti, penso che mi dedicherò anima e corpo alla stesura del seguito dell’acchiapparatti. Ho un gran desiderio e molte idee, note e spunti che mi attendono su una mezza dozzina di quadernetti.</p>


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		<title>Recensione: Arthur e lo stregone nero</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jan 2009 20:40:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Tassitano]]></category>
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		<description><![CDATA[TITOLO: Arthur e lo stregone nero AUTORE: Claudio Tassitano GENERE: Fantasy ANNO: 2008 CASA EDITRICE: Fanucci PREZZO: 15€ PAGINE: 374 ETA’ CONSIGLIATA: 10-14 anni Alcuni mesi fa promisi a Claudio di dare un mio parere sul suo romanzo d’esordio. Seppur con largo ritardo sui tempi previsti, eccomi qua. Come sempre, vale la regola secondo cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/CopArthur_small.jpg" rel="lightbox"><img class="alignleft size-medium wp-image-1320" title="CopArthur_small" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/CopArthur_small-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>TITOLO: Arthur e lo stregone nero</p>
<p>AUTORE: Claudio Tassitano</p>
<p>GENERE: Fantasy</p>
<p>ANNO: 2008</p>
<p>CASA EDITRICE: Fanucci</p>
<p>PREZZO: 15€</p>
<p>PAGINE: 374</p>
<p>ETA’ CONSIGLIATA: 10-14 anni</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni mesi fa promisi a Claudio di dare un mio parere sul suo romanzo d’esordio. Seppur con largo ritardo sui tempi previsti, eccomi qua. Come sempre, vale la regola secondo cui su questo sito romanzi, fumetti, anime e film recensiti non ricevono alcuna votazione numerica o simbolica, poiché le considero fuorvianti. Detto questo, partiamo.</p>
<h3>Prime Considerazioni</h3>
<p style="text-align: justify;">Subito una precisazione d’obbligo: <em>Arthur e lo stregone nero</em> è un romanzo per bambini; e non si commetta l’errore di vedere in questa mia prima affermazione un giudizio di qualità. Nel leggerlo ho quindi cercato di rievocare il ragazzino di dieci/dodici anni lasciato alle spalle da parecchio tempo. Infatti, quando ci si trova di fronte a un’opera non rivolta alla categoria di cui si fa parte, sarebbe un errore, a mio avviso, giudicare quel lavoro esclusivamente con i propri criteri. Bisogna invece riuscire a comprendere qual è il lettore ideale che l’autore aveva in mente durante l’atto creativo e ad esso immedesimarsi, altrimenti s’incorrerebbe nello stesso sbaglio di chi, da appassionato di thriller, si legge un romanzo rosa e lo critica per l’assenza di un serial killer nella trama.</p>
<p style="text-align: center;">(per dovere di cronaca, Tassitano, in varie interviste rintracciabili senza troppa difficoltà sulla rete sostiene che il suo romanzo possa presentare chiavi di lettura rivolte anche a lettori adulti, ma reputo tale frase dettata soprattutto dalle ormai note regole di mercato più che da una reale convinzione&#8230; e se così non fosse, ci sarebbe da preoccuparsi)</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, quando circa tre mesi fa acquistai <em>Arthur e lo stregone nero</em> e cominciai a leggerlo, lasciai in disparte tutto il mio attuale amore per i mondi assurdi alla Mieville o la complessità delle trame alla Jordan. E la prima impressione fu moderatamente positiva. In una discussione su Fantasy Magazine (<a href="http://www.fantasymagazine.it/notizie/9419/il-fantasy-secondo-claudio-tassitano/" target="_blank">QUESTA</a>) definii il romanzo di Tassitano “umile” (riferendomi alle iniziali cinquanta pagine circa lette sino a quel momento). Nonostante infatti alcuni difetti che già allora segnalai e sui quali ritornerò, <em>Arthur e lo stregone nero</em> era ed è un romanzo che non finge di essere qualcosa di diverso da quello che è. Già dalla copertina s’intuisce il tipo di destinatario del libro, concetto ribadito dalla scritta “romanzo per ragazzi” sul retro, per quanto “ragazzi” sia un termine usato spesso in maniera troppo generica (sono lontani i tempi in cui sui libri veniva indicata l’età di riferimento). Nulla di male, quindi, se la trama non brilla per complessità. In fondo libri di questo tipo hanno (avrebbero?) lo scopo d’introdurre il giovane lettore nel mondo della narrativa fantastica, di fare da primo gradino per invogliarlo a continuare con questo genere, augurandosi sempre che ad ogni passo coincida un maturamento nei temi e nello stile (detto sinceramente, i quarantenni che giudicano i romanzi di Troisi &amp; Company delle perle di letteratura mi fanno dubitare alquanto del loro giudizio critico, ma tant’è). (ATTENZIONE: PER EVITARE STUPIDE POLEMICHE, SOTTOLINEO CHE CON L’ULTIMA FRASE NON MI RIFERISCO A QUELLI A CUI SEMPLICEMENTE NIHAL, LIANNEN E COMPAGNIA BELLA PIACCIONO, MA SOLO A CHI CONSIDERA TALI LIBRI DEI CAPOLAVORI)</p>
<p style="text-align: justify;">Ma attenzione a non confondere “semplicità” con “banalità”. I romanzi per bambini di Roald Dahl sono dei veri e propri omaggi alla semplicità, opere le cui basi sono riassumibili in due o tre righe al massimo, eppure buona parte di essi non sono per nulla banali. La domanda da porsi è quindi questa: sarà riuscito Tassitano a tessere una trama semplice, così da rapire il suo potenziale pubblico senza spaventarlo, e di rifuggire dai tanti, troppi luoghi comuni che purtroppo attanagliano la narrativa fantastica (italiana e non) degli ultimi anni?</p>
<h3>Citazionismo e stereotipi</h3>
<p style="text-align: justify;">La trama di <em>Arthur e lo stregone nero</em> racconta di quattro ragazzini desiderosi di entrare nella prestigiosa Accademia della città di La Cienega, così da poter diventare soldati dell’Armata Repubblicana <em>(no, Christopher, nessuno sta cercando di scopiazzare da Guerre Stellari; quello è ancora affar tuo; torna pure a dormire)</em>. I nomi di costoro sono Arthur (non l’avreste mai detto, eh?), Hugo (gemello del primo), Roddy e Sarah. Tuttavia, durante un pomeriggio di giochi i quattro s’imbattono in uno stregone oscuro, tale Suleymane (che nella mia testa ha le fattezze di un disk jockey brianzolo che mentre mixa i dischi urla “Su lei man! Su lei man!”), il quale riesce a soggiogare la mente di Hugo. Perse le tracce del fratello, Arthur parte per La Cienega con i suoi amici, ma proprio all’Accademia rincontrerà Hugo e Suleymane. Seguono peripezie volte a svelare il solito piano per “konqvizta di monto” o quasi, grazie anche all’aiuto del mago buono Wendell.</p>
<p style="text-align: justify;">D’accordo, non sono proprio tre frasi, ma di certo non siamo di fronte a chissà quale complessità di trama. E poi, ripeto, tale semplicità non è necessariamente un problema. Quelli (purtroppo) sono altrove.</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo dalla questione “citazioni”. Quando si scrive un romanzo, soprattutto se si è un esordiente, è naturale voler rendere noti ai propri lettori quali sono stati gli scrittori dalla maggiore influenza. È però questo un territorio pericoloso. Se la citazione è infatti troppo marcata rischia di tramutarsi in plagio <em>(Christopher, smettila di disturbare il signor Lucas!)</em>. Tuttavia, per parlare di plagio occorre che la citazione sia pressoché univoca e soprattutto che sia di ampie dimensioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è questo il caso di <em>Arthur e lo stregone nero</em>, anche se le citazioni non mancano, a partire dal primo capitolo che, in maniera analoga al romanzo d’esordio di Chiara Strazzulla, <em>Gli eroi del crepuscolo</em>, è pressoché interamente dedicato a Tolkien. Tolto il fatto che questo dover a tutti i costi manifestare il proprio amore verso uno dei fondatori del Fantasy moderno comincia a diventare così scontato da apparire inutile, il problema qui è come la citazione viene gestita. Sul forum di FM, all’interno della discussione sopra indicata, la definii una citazione a prova d’idiota, e continuo a pensarlo. È infatti così palese e marcata da apparire anche un po’ irritante. È un po’ come quando si va a vedere un film giallo con gli amici e capisci l’identità dell’assassino dopo i primi cinque minuti. Tu vorresti alzarti ed uscire dalla sala, ma la compagnia degli altri te lo impedisce e rimani seduto a sorbirti la trama.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, un passaggio tanto marcato, visto il pubblico di riferimento, potrebbe anche starci, sebbene io la reputi sin troppo esplicita persino per un dodicenne. Altre citazioni vengono poi da ambiti più ludici, come la moneta di Empyrea, il Gil, ben nota ai giocatori di Final Fantasy. Ma cosa succede quando le citazioni si fanno più ardue nella loro lettura? Eh, già, perché alcune citazioni di Tassitano sono così sottili da passare quasi inosservate. L’apice l’ho trovato a pagina 296, nel seguente passaggio:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il posto d’onore era riservato a un bassorilievo dall’aria molto antica. Raffigurava una ragazza con indosso una tunica, che nell’atto di camminare poggiava le dita del piede in un modo particolare.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Sfido qualsiasi ragazzino a capire da quale opera è stata tratta tale descrizione. Ma non solo: sfido anche un adulto di media cultura a capirlo! Per la cronaca questo passaggio trae ispirazione dalla novella di Wilhelm Jensen <em>Gradiva</em> (o eventualmente da Freud, il quale tratta di tale opera in più di un suo lavoro, tra cui <em>Il delirio e i sogni nella Gradiva di Wilhelm Jensen</em>, <em>L’interpretazione dei sogni</em> e anche <em>Il motto di spirito</em>, se la memoria non m’inganna).<br />
A questo punto mi sovviene una domanda: qual è il senso d’introdurre all’interno di un romanzo rivolto a un pubblico di giovanissimi citazioni che passeranno del tutto inosservate? Due le opzioni:</p>
<p style="text-align: justify;">OPZIONE CATTIVA: Tassitano sperava di far passare per farina del suo sacco idee in verità non sue. Personalmente ritengo questa opzione a dir poco assurda. Sebbene non conosca personalmente Claudio, dalle e-mail scambiate e da quanto letto sul suo blog o in giro per FM mi è parso una persona abbastanza intelligente da evitare simili cadute. Senza contare due particolari non indifferenti: alla Fanucci non sono dei cretini (anche se alle volte sembrerebbe, vedasi il capitoletto “Ucci ucci sento odor di Fanucci”) e non lascerebbero nel romanzo di un loro esordiente dei passaggi plagiati, a meno di considerarli delle citazioni; e soprattutto lo stesso Tassitano cita Jensen e Freud nella discussione su FM di cui sopra.</p>
<p style="text-align: justify;">OPZIONE BUONA: Tassitano ha semplicemente voluto inserire sotto forma di citazione tutte o quasi le opere che maggiormente lo hanno influenzato, sia a livello letterario che culturale, senza però tenere a mente il fatto che tali passaggi sarebbero stati colti soltanto da lui medesimo (fatta eccezione per i lettori più navigati, i quali però non rientrano nel campo di riferimento del volume e come tali non valgono). Insomma, avrebbe creato un romanzo per bambini, senza però pensare ai bambini (almeno in riferimento a questo aspetto dell’opera).</p>
<p style="text-align: justify;">A prescindere dalla risposta, resta il fatto che tali citazioni, per via della loro abbondanza e dal loro scarso legame con la trama (è l’esempio fatto sopra è lampante da questo punto di vista, visto che si tratta di tre righe che potevano benissimo essere omesse), rallentano e non di poco il ritmo. Per essere schietto: a me delle letture di un autore qualsiasi interessa relativamente poco; a me interessa leggere la storia. Quindi, o si creano citazione sapientemente fuse con la trama (vedi quella inerente i Gil) oppure è meglio lasciarle perdere, in quanto i loro effetti sarebbero più deleteri che altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Fortuna vuole che un romanzo non può basarsi interamente sulle citazioni, a meno di voler essere un plagio <em>(Christopher, abbassa il volume dello stereo oppure vengo lì e ti do quattro manrovesci!)</em>. Ma un altro pericolo è sempre in agguato: lo stereotipo. Non c’è nulla di peggio per un lettore che leggere qualcosa che sa di già sentito. Non mi riferisco solo alla trama, quanto alla struttura in generale, a partire dai personaggi.<br />
Nel riassunto di cui sopra sono stati introdotti quelli che sono i personaggi principali. Vediamoli brevemente.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>ARTHUR</strong></span><br />
Si tratta del protagonista assoluto, il classico ragazzo di bell’aspetto un po’ sciocco (specialmente con le ragazze), ma che fa da traino all’intero gruppo. Come da tradizione le sue origini sono solo all’apparenza umili. Altro? Purtroppo no. La caratterizzazione del personaggio si limita a queste poche righe, anche perché di crescita psicologica o ambiguità non se ne parla proprio. Arthur agisce nel segno del bene perché sì.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>SARAH</strong></span><br />
Avete in mente la Hermione della Rowling? Ecco, toglietele solo l’aria da spocchiosa prima della classe e avrete Sarah. Anche qui, come da tradizione, la bella ragazzina è cotta dell’altrettanto bel protagonista, cosa che anche il lettore più cerebroleso è in grado di capire dopo le prime venti righe, ma non aspettatevi limonate prima delle ultime venti pagine. Perché? Perché sì!</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>RODDY</strong></span><br />
A Roddy ho deciso di dedicare un capitolo a parte. Per il momento vi basti sapere che è il classico ragazzo obeso, tonto e fifone. Crescita psicologica del personaggio? Naaaaa&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">HUGO</span></strong><br />
Prendete Arthur e invertitene i valori (bellezza a parte, ma dopotutto sono gemelli). Se il primo è buono perché sì, il secondo è (diventa?) cattivo perché sì (in verità nelle ultime pagine viene dato un minimo di spiegazione al riguardo, ma è talmente ingenua di risultare ridicola, una sorta di equivalente di “se da piccolo hai rubato un Euro al papà, da grande sei destinato a diventare un terrorista”).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">SULEYMANE</span></strong><br />
Mago cattivo perché sì.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>WENDELL</strong></span><br />
Mago buono perché sì.</p>
<p style="text-align: justify;">E i personaggi di contorno? Almeno quelli saranno un briciolo originali, vero? Dunque, durante le loro peregrinazioni i nostri baldi eroi incontreranno: una vecchietta sorda che capisce sempre Roma per toma, un sindaco a cui piace parlare in maniera a dir poco sgrammaticata e la cui unica preoccupazione è non far innervosire le alte sfere, generali dell’esercito il cui unico obbiettivo è il potere, un padrone di locanda dai modi burberi ma gentili, un professore dall’aria impacciata, ma che nasconde un oscuro passato&#8230; Insomma, nulla di nuovo. A peggiorare la situazione c’è il fatto che nessuno di questi personaggi mostra un minimo di spessore. Volendo usare un’espressione non mia: sono profondi come una pozzanghera.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/toniwa0.jpg" rel="lightbox"><img class="size-medium wp-image-1321  aligncenter" title="toniwa0" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/toniwa0-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" /></a></p>
<div class="mceTemp mceIEcenter">
<dt class="wp-caption-dt" style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/toniwa0.jpg"></a></dt>
</div>
<p style="text-align: center;"><em>Ormai ho capito: se vuoi essere pubblicato in Italia NON devi essere originale. Ecco quindi una foto del protagonista del mio prossimo romanzo.</em></p>
<h3>Deus ex roddy</h3>
<p style="text-align: justify;">Dunque, facciamo il punto della situazione&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo detto che uno scrittore (esordiente o meno) dovrebbe evitare citazioni troppo esplicite, sia per il rischio plagio (qui scongiurato) sia per il rischio di rallentare la narrazione (non scongiurato), così come abbiamo detto che sarebbero da evitare pure gli stereotipi, specialmente a livello di personaggi, essendo loro il motore della storia (e pure qua il suddetto libro casca e si fa male). Ma esiste una terza bestia nera che ogni scrittore dovrebbe evitare, forse la peggiore: il deus ex machina.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, leggendo <em>Arthur e lo stregone nero</em> mi è capitato qualcosa che, lo ammetto, non mi era mai capitato prima. Per la prima volta nella mia vita mi sono trovato a sfogliare un romanzo dove a dettare i deus ex machina non è il narratore (non in maniera diretta, almeno), bensì un personaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Diciamoci la verità: quante volte ci siamo incazzati per le botte di culo risolutrici dei romanzi? Quante volte abbiamo letto di compagnie di avventurieri circondate da mille miliardi di nemici e che vengono aiutate dal provvidenziale arrivo dei rinforzi al momento più opportuno (arrivo, ovviamente, privo di spiegazione)? Bene, Tassitano ha trovato la soluzione!</p>
<p style="text-align: center;"><em>(Okamis lancia i dadi e aumenta il suo livello di sarcasmo di +4)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Invece di creare botte di culo per così dire “divine” (nel senso di dettate in maniera spudorata dal narratore) ha creato un personaggio che è un deus ex machina vivente: Roddy! Il nostro bel barilotto infatti a un certo punto della trama cadrà (così come i suoi amici) in una misteriosa sostanza, ottenendo il potere “Bottadiculo”. Roddy si trova su di un tetto e le tegole cedono facendolo cadere? Nessun problema, perché tanto subito sotto c’è una trave delle sue esatte dimensioni! Roddy non sa le risposte al test di ammissione all’Accademia? Nessun problema, basta che le tiri a caso e le azzecca tutte! I nostri eroi perdono tutti i soldi al casinò? Nessun problema, tanto Roddy sbanca la cassa in una versione fantasy del black jack. I nostri eroi si trovano in un vicolo cieco con i nemici alle calcagna? Nessun problema, perché grazie alla presenza di Roddy dietro a dei cespugli (da lui tolti) spunta fuori un cunicolo!</p>
<p style="text-align: justify;">Ma tutto ciò è geniale! È la soluzione alla mancanza d’ingegno di qualsiasi scrittore! È il Valalla delle vie di fuga! È&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Ok, torniamo seri e diciamo le cose come stanno: Roddy è il personaggio più irritante che mi sia mai capitato di trovare in un libro! Che senso ha creare un personaggio che vince sempre? È come giocare a un videogame con attivato il God Mode, è come vincere un appalto grazie alle proprie “amicizie”, è come diventare dirigente di Mondadori solo perché di cognome si fa Berlusconi, è&#8230; CAZZO, È IMBROGLIARE!</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema qua non è tanto l’aver creato un personaggio vincente “sempre e comunque”, quanto l’assenza di una vera spiegazione. Compito di uno scrittore, in questi casi, è infatti quello di motivare il perché di tali eventi. Invece Tassitano non motiva nulla, ma si limita a giustificare le capacità acquisite dai suoi personaggi. Perché infatti Roddy acquisisce il potere Bottadiculo e non quello di diventare invisibile? Perché se tutti e tre i protagonisti cadono nella stessa sostanza, ognuno sviluppa un potere diverso? Per una questione di genetica? Potrebbe, ma tale supposizione la faccio io lettore, mentre il narratore fa lo gnorri e non mi dice nulla al riguardo. La scena della “sostanza misteriosa” rientra quindi nel campo delle giustificazione e non delle motivazioni. Ergo, ci troviamo di fronte ad una sorta di gigantesco deus ex machina che detta le azioni dell’intero romanzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, leggendo i passaggi in cui compariva Roddy mi sono sentito profondamente preso per il culo dall’autore. Non che gli altri due protagonisti non riescano ad utilizzare i loro poteri sempre nei momenti più opportuni (solo Sarah sembrerebbe essere in grado di dominare le sue nuove capacità), ma nel caso di Roddy la questione si fa decisamente più marcata, tanto che si ha l’impressione che tale personaggio sia stato creato soltanto per togliere sempre d’impiccio Arthur e Sarah dalle situazioni più difficili. E qualcosa mi dice che di tale “problemuccio” se ne sia reso conto pure l’autore, visto che nel finale di romanzo Roddy non è in scena.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/deusexmachina.jpg" rel="lightbox"><img class="size-medium wp-image-1322  aligncenter" title="deusexmachina" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/deusexmachina-297x300.jpg" alt="" width="297" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em> Il deus ex machina ai tempi del teatro antico</em></p>
<h3>Pancia mia fatti capanna</h3>
<p style="text-align: justify;">Come soleva ripetere un mio professore di Letteratura Italiana Contemporanea, i personaggi dei romanzi sono gente strana: non vanno quasi mai in bagno, mangiano pochissimo, non sanno praticamente cosa voglia dire dormire, ma soprattutto nascono in pochi e muoiono in tanti. Tutto ciò ha una ragione logica: leggere un libro dove ogni dieci pagine i personaggi “danno sfogo ai propri bisogni corporali”, si fanno uno spuntino o una pennichella pomeridiana sarebbe quanto di più noioso la razza umana potrebbe concepire. Tuttavia è anche vero che scrivere un libro dove i personaggi non mangiano e non bevono mai farebbe cadere la sospensione d’incredulità. Come ovviare a tale problema? Semplice: con dei semplici passaggi di scena. Per fare un esempio, se in un romanzo è descritta una serie di azioni avvenute al mattino e la scena successiva è ambientata nel pomeriggio, viene logico supporre che in quel lasso di tempo il personaggio si sia ristorato e sia andato al bagno. Ciò, ovviamente, non significa che siano da evitare scene di pranzi e cene; solo che è bene sfruttarle con la dovuta perizia e a patto che abbiano uno scopo non solo decorativo, ma anche narrativo (un ottimo esempio è la scena dell’arrivo dei nani all’inizio de <em>Lo hobbit</em> di J. R. R. Tolkien).</p>
<p style="text-align: justify;">Peccato solo che questo stratagemma non venga quasi mai adottato nel romanzo di Tassitano. Non solo sappiamo sempre quando i personaggi vanno a letto, ma soprattutto quasi ogni volta che devono mangiare parte un lungo elenco delle prelibatezze servite. Infatti, nonostante i protagonisti siano di umili origini, ogni volta che si siedono a tavola divorano quantità (e qualità) di cibo da far invidia a un principe. Per colazione si rimpinzano di «schiacciatine, una delizia a base di sfoglia, burro fresco e miele di Melantha», strudel, biscotti, torte al limone, cioccolate calde e latte; per pranzo o cena si passa poi a pollo arrosto, patate fritte al rosmarino, panini imbottiti, ravanelli, acciughe, gelatina di fave, idromele&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa assurda è che per tutto il romanzo non viene spiegato come sia possibile una tale ricchezza di cibarie. Prendiamo la famiglia di Arthur: la madre non si sa che faccia in casa durante il giorno tranne cucinare e fare le pulizie, il padre sarebbe in effetti un agricoltore (o almeno così fa credere), ma per tutto il romanzo non è mai una volta nei campi, impegnato invece a difendere di nascosto la quiete del villaggio, e lo stesso Arthur o va a scuola (l’analfabetismo non esiste a Empyrea) o a giocare con gli amici. Arrivati a questo punto ci si chiede: ma come diamine fanno a permettersi tutto sto bendiddio? Forse che a Empyrea il cibo piove dal cielo? Come sempre in questi casi, la risposta latita.</p>
<h3>Stile e ritmo</h3>
<p style="text-align: justify;">Sebbene <em>Arthur e lo stregone nero</em> sia un romanzo di semplice lettura e leggero nei contenuti, mi viene difficile definire lo stile di Tassitano come buono. Alcuni problemi sono già stati evidenziati, a partire dalle continue interruzioni alla trama causate da descrizioni culinarie o citazioni troppo invasive. In verità, però, è l’intero ritmo dato al volume a risultare disomogeneo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nello specifico, dopo una prima parte di circa un centinaio di pagine caratterizzata dalla pressoché totale assenza di punti morti (abbuffate e prologo a parte), seguono infatti la bellezza di quasi duecento pagine di quasi assoluto nulla. Fatta infatti eccezione per le scene dell’incontro con Cicada (personaggio che comunque, all’interno della trama, ha l’utilità di un peperoncino nel deserto), dell’ammissione all’accademia e del viaggio a Yedet, durante tutte queste pagine il romanzo non fa altro che girare attorno a se stesso, continuando a ripetere i soliti concetti (riassumibili in “quanta paura fa Suleymane” e “quanto stronzo è diventato Hugo”). Numerosi sono infatti i capitoli privi di qualsiasi utilità (primo fra tutti quello ambientato nella casa stregata, il quale, tra l’altro, si risolve con il più becero dei deus ex machina) o dalle descrizioni sempre uguali a se stesse.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, a cinquanta pagine dalla fine, l’autore sembra essersi ricordato di avere una storia da portare avanti ed ecco che succede di tutto di più: fughe “rocambolesche” (dove grazie alla presenza di Roddy il livello di tensione è sotto zero), rivelazioni alla “Luke, sono tuo padre” oltre a uno dei finali più stiracchiati che mi sia mai capitato di leggere (una sorta di riassunto del riassunto del riassunto di un riassunto).</p>
<p style="text-align: justify;">Viene da chiedersi di fronte a una simile struttura narrativa se l’autore si sia mai creato una scaletta degli eventi vista la totale disarmonia tra le sezioni. Abbiamo infatti un’introduzione decisamente ispirata (almeno nel ritmo), una parte centrale dalla lentezza snervante e un finale raffazzonato, quasi che sia stato scritto in fretta e furia.</p>
<p style="text-align: justify;">A conferma di questo dubbio ci sono alcune incongruenze nella trama. Ad esempio, a pagina 75 Dorothea, madre di Arthur e Hugo, accenna a un sogno fatto dal primo dei due figli. Peccato che proprio Arthur non ne abbia mai parlato alla madre! Per non parlare del fatto che l’Accademia sembra essere priva di militari adulti al suo interno, tanto che i protagonisti si aggirano di giorno e notte tra le sue mura senza che nessuno li becchi mai (solo in paio di occasioni sono costretti a nascondersi, e ovviamente in entrambi i casi le guardie si mettono a parlare a voce alta rivelando ai protagonisti tutte le informazioni di cui questi hanno bisogno).<br />
E potevamo forse farci mancare qualche bella incoerenza dal punto di vista delle relazioni fra personaggi? Certo che no. Ecco allora a pagina 267 un luogotenente porre una domanda ai tre protagonisti:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Bella, vero?» sentirono Zebulon chiedere alle loro spalle, con voce ironica.<br />
Arthur fissò il volto marmoreo di Navarro e vide che anche questa volta lo scultore aveva catturato perfettamente l’essenza della persona: lo sguardo magnetico e il sorriso inquietante del generale erano lì, impressi nella pietra. Gli operai si avvicinarono e cominciarono a imbracare la statua con delle spesse funi, per trascinarla nella sua nuova sede. Arthur fece un cenno a Roddy e Sarah; senza rispondere alla domanda del luogotenente, si voltarono e ripresero il loro cammino.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Cosa? Si voltano e se ne vanno come se nulla fosse? Diamine, ma se davvero ci trovassimo in una società militarizzata come quella descritta da Tassitano, di fronte a un simile comportamento i tre sarebbero stati presi a frustate, come minimo. Invece qua non succede nulla! Cazzo, datemi un biglietto per Empyrea che ci vado subito!</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche giorno fa, giusto per vedere se le mie impressioni su Arthur e lo stregone nero fossero frutto o meno di allucinazioni del qui presente, ho fatto un giro su internet alla ricerca di altrui recensioni. Su di un blog ho letto una lode alla “coerenza” del romanzo di Tassitano. Coerenza? Ma dove sta la coerenza in simili passaggi “troisiani”? Io sinceramente non la trovo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">A peggiorare il tutto ci sono anche alcune scelte lessicali a dir poco infelici (tra cui espressioni gergali del tipo “come butta?”). Tra queste, le peggiori però risiedono nell’uso degli avverbi. Stephen King in <em>On writing</em> ripete più e più volte quanto sia pericoloso l’uso degli avverbi (riferendosi, nello specifico, a quelli terminanti per “–ly”, equivalenti ai nostri avverbi in “–mente”), in quanto la loro presenza rallenta il ritmo di lettura, oltre ad avere una musicalità non proprio eccelsa (il che è vero anche per l’italiano). Ovvio, con ciò lo scrittore americano non intende affermare che gli avverbi siano da bandire, ma solo di limitarne l’uso ai casi strettamente necessari.</p>
<p style="text-align: justify;">Così non accade in <em>Arthur e lo stregone nero</em>. Non solo gli avverbi in “–mente” sono numerosissimi, ma spesso e volentieri usati anche al posto degli aggettivi. Un paio di esempi:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">[…] rispose lei, enigmaticamente. […] (pag. 85)<br />
[…] concluse Tyllander, sibillinamente. […] (pag. 134)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Esiste poi anche un altro grave errore dal punto di vista lessicale, ma su questo ci tornerò nel prossimo capitolo.</p>
<h3 style="text-align: left;">Una nota che poteva essere positiva: l&#8217;ambientazione</h3>
<p style="text-align: justify;">Per una volta tanto un romanzo Fantasy non è ambientato nel classico mondo alieno popolato però dalle solite razze (elfi, nani, folletti ecc.). Infatti, dopo pochi capitoli, il lettore scoprirà che il mondo di Empyrea altri non è che la Terra di un lontano futuro, tornata a uno stato medievale in seguito a una non meglio precisata catastrofe. L’idea, intendiamoci, non è certo rivoluzionaria (ci aveva già pensato Terry Brooks, il quale è tutto tranne che uno scrittore dalla grande originalità), ma fa comunque piacere vedere uno scrittore italiano scostarsi un po’ dai suoi colleghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovvio che una simile ambientazione necessita di parecchie cure da parte dell’autore al fine di renderla quanto più viva possibile. Purtroppo anche in questo caso i risultati non sono proprio esaltanti. Tassitano, quando si tratta di creare un legame tra la nostra Terra e quella del suo futuro, si limita al classico giochetto del personaggio che vede un oggetto per noi comune (un automobile, un megafono ecc.) e ne rimane meravigliato. Peccato che a non rimanerne meravigliato è proprio il lettore. Certo, all’inizio questa idea può risultare divertente, ma già alla terza occasione in cui all’oggetto (per noi) più comune del mondo vengono dedicate dieci righe di descrizione la noia comincia a prendere il sopravvento.</p>
<p style="text-align: justify;">E le descrizioni culturali, sociali, storiche, politiche? Ovvio: del tutto assenti. Non avrei mai creduto di poterlo dire, ma ho trovato una “fantastoria” più complessa nei romanzi della Troisi, il che è dire tutto.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/TN-The_Great_Tree_at_Caras_Galadhon.jpg" rel="lightbox"><img class="size-medium wp-image-1323  aligncenter" title="TN-The_Great_Tree_at_Caras_Galadhon" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/TN-The_Great_Tree_at_Caras_Galadhon-256x300.jpg" alt="" width="256" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em> Ecco invece l&#8217;ambientazione del mio prossimo romanzo. Non la trovate così elficamente elfica? ^_^</em></p>
<p style="text-align: justify;">Oltre all’aspetto tecnologico, ce n’è però un altro che merita attenzione, ed è quello linguistico. Sempre nel mondo immaginato da Tassitano, le attuali lingue sembrano essere scomparse, sostituite da un nuovo idioma. Nello specifico, l’Inglese non esiste più (sorvoliamo pure sul fatto che la lingua più parlata e conosciuta al mondo abbia fatto la fine dei dinosauri), tanto da venire indicato come “Lingua Antica”. A far intuire ciò, ci sono alcune scene, come quella in cui i protagonisti si trovano di fronte a un’automobile (una Hummer) e non sono in grado (tranne Sarah) di leggerne il nome. Peccato che alcuni capitoli più avanti i termini di matrice inglese fiocchino come funghi in Autunno nella lingua parlata su Empyrea. Ecco allora un’azienda chiamarsi “Tyllander Inc.” e un casinò “Azureland”, popolato da procaci “hostess” e dove gli imbonitori parlano francese (che il francese, parlato da meno di un decimo di persone rispetto l’inglese, sia sopravvissuto?).</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno, di fronte a simili errori, magari chiuderà un occhio, indicandole come semplici sviste. A mio avviso, invece, tali magagne (a cui se ne sommano altre, oltre a quelle da me indicate) sono così vistose da annullare di fatto qualsiasi sospensione d’incredulità. E come sempre, la domanda è: ma gli editor esistono oppure sono ormai assimilabili a figure mitiche come centauri e gnomi?</p>
<h3>Ucci ucci, sento odor di Fanucci</h3>
<p style="text-align: justify;">Dedico quest’ultimo capitolo all’editore del romanzo qui trattato.</p>
<p style="text-align: justify;">Fanucci è senz’altro, assieme a Nord, il più importante editore italiano nel campo della narrativa fantastica e fantasy in particolare. All’interno del suo catalogo sono presenti nomi di primissimo livello del panorama internazionale come China Mieville, Robert Jordan, Philip K. Dick, Michael Moorckock, Richard Matheson, Marion Zimmer Bradley, Harry Turtledove, David Gemmel, Terry Goodkind, Neil Gaiman, Steve Erickson e moltissimi altri. Molti direttori editoriali si farebbero stuprare le figlie per avere anche solo un paio di questi autori tra le proprie fila.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se il nome “Fanucci” è noto tra i lettori italiani, ciò non è dovuto esclusivamente al suo catalogo, quanto anche per una questione decisamente meno nobile: la scarsa cura riposta nell’oggetto-libro. Partiamo dalla considerazione che spesso e volentieri i volumi editi da Fanucci sono assemblati con materiali di scarsa qualità. L’esempio più recente e assurdo è senz’altro <em>Il cuore dell’Inverno</em>, ultimo romanzo di Robert Jordan tra quelli tradotti in Italia. Il libro in questione (venduto per la modica cifra di 25 – dico 25! – Euro) non solo è una versione priva di copertina rigida, ma soprattutto le pagine paiono essere state tagliate con una motosega e incollate fra loro con la Coccoina.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/2848075706_e29fb1237c.jpg" rel="lightbox"><img class="size-medium wp-image-1324  aligncenter" title="2848075706_e29fb1237c" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/2848075706_e29fb1237c-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em> Uno degli addetti alla rilegatura dei libri di Fanucci.</em></p>
<p style="text-align: justify;">E magari fossero solo questi i problemi! Se ciò non bastasse, le pagine dei romanzi “made in Fanucci” presentano il più alto tasso di errori di battitura presente sul mercato: parole mancanti, lettere invertite, punteggiatura assente e chi più ne ha più ne metta. Aggiungiamo, come ciliegina sulla torta, che quando si parla di autori stranieri il più delle volte i traduttori cambiano tra un volume e l’altro, con tutte le annesse difficoltà per il lettore, e il gioco è fatto (e chi ha letto la trilogia del Bas Lag di China Mieville sa bene a cosa mi riferisco, e lo stesso vale anche per il già citato Jordan).</p>
<p style="text-align: justify;">E con <em>Arthur e lo stregone nero</em> com’è andata? Ad essere sincero, almeno sotto questo punto di vista, la situazione è meno tragica del previsto, sebbene i problemi non manchino, anzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo dal “guscio esterno”. Il romanzo di Tassitano è protetto da una copertina rigida di buona qualità, rivestita a sua volta da una sovra-copertina plastificata decisamente resistente (certo, rimane sempre carta, mica acciaio). Unico difetto della copertina in cartone è l’assenza sul bordo del nome dell’autore e del titolo del romanzo. Quindi, qualora la sovra-copertina dovesse danneggiarsi, preparatevi a tenervi un libro senza titolo esterno. A questo piccolo difetto fa da contraltare la bellissima mappa presente sui fogli di guardia e disegnata dallo stesso autore, a cui non possono che andare i miei migliori complimenti (perché anche l’occhio vuole la sua parte), soprattutto considerando il costo del libro. Peccato solo per l’assenza di un indice (così come praticamente su tutti i libri di Fanucci). Ma dico io: ci vuole tanto a realizzare un indice? Forse che il costo di un foglio di carta in più farebbe fallire la casa editrice? Forse che per realizzarne uno serve un master in “indiciologia”? Mah&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Capitolo decisamente più doloroso quello dedicato agli errori di battitura. Se ancora ce ne fosse stato bisogno, <em>Arthur e lo stregone nero</em> è la dimostrazione che alla Fanucci come correttore di bozze hanno una scimmia urlatrice. Ecco allora formule come «alto quando dieci uomini» (pag. 27) o «ehm, io avrei di fame» (pag. 77), frasi che finiscono senza il punto alla fine (pag. 102, riga 20) e improvvisi usi del corsivo (con conseguente abbandono poche righe dopo) privi di logica (pag. 110), parole che vanno a capo senza rispettare le più basilari regole di sillabazione («scorda-rmelo», pag. 121) o senza il trattino (pag. 259), parole mancanti («se andò» al posto di “se ne andò”, pag. 133), punteggiatura sbarazzina e così via. Intendiamoci, non è certo colpa dell’autore se il volume dato alla stampa è infarcito di errori di battitura, ma ciò non toglie che la cosa dia parecchio fastidio. È poi altrettanto vero che errori simili li si può riscontrare in ogni libro, ma ciò che colpisce di Fanucci è la quantità spropositata di disattenzioni. In fondo non mi pare di chiedere chissà cosa: pago 15 Euro perché mi sia fornito un servizio e pretendo che tale servizio, almeno dal punto di vista formale, sia ineccepibile. È come quando si va al ristorante e si nota che il proprio bicchiere è scheggiato. Forse non è lecito far notare la cosa al cameriere e chiedere che ci venga portato un altro bicchiere? Peccato che tal tipo di richiesta non sia possibile anche con i libri.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/scimmia.gif" rel="lightbox"><img class="size-full wp-image-1325  aligncenter" title="scimmia" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2009/01/scimmia.gif" alt="" width="275" height="274" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em> Uno dei correttori di bozze di Fanucci.</em></p>
<h3>Conclusioni</h3>
<p style="text-align: justify;">Mi spiace dirlo, ma <em>Arthur e lo stregone nero</em> è una profonda delusione. Già dal punto di vista stilistico le pecche sono palesi, soprattutto quando l’autore vorrebbe contraddistinguere dal punto di vista verbale i suoi personaggi (in alcune scene sembrano più falsi di un mafioso a un processo). I contenuti, poi, sono un mezzo disastro: situazioni prevedibili, soggetti stereotipati oltre che creati ad hoc per muovere i fili della trama (leggasi “Roddy”), sovrabbondanza di scene inutili (e considerando che gli infodump non sono poi così numerosi, almeno rispetto a certa concorrenza, la cosa diventa ancora più tragica), finale inconcludente&#8230; Pur considerando il pubblico a cui è rivolto questo romanzo, anzi <em>proprio</em> considerando il pubblico a cui è rivolto questo romanzo, il mio giudizio non può che essere negativo. Il problema maggiore di questo libro è che, una volta concluso, non lascia nulla. Anche i romanzi della Troisi sono degli orrori (anche peggiori di quello di Tassitano secondo me), ma quanto meno la scrittrice romana ha il pregio di saper infondere alle sue opere il giusto ritmo. Ancora oggi, a distanza di tre anni dalla lettura della sua prima orribile trilogia, se mi metto a pensare alle minchiate di Nihal mi ribolle il sangue nelle vene, segno che comunque qualcosa quel romanzo ha lasciato. Già il giorno dopo che avevo letto <em>Arthur e lo stregone nero</em>&#8230; il nulla. E questo credo che sia il peggior difetto per un romanzo.</p>


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		<title>Recensione multipla: Io sono leggenda</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Aug 2008 08:31:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Okamis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Horror]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Terrore]]></category>
		<category><![CDATA[Richard Matheson]]></category>

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		<description><![CDATA[Parte oggi una serie di recensioni per così dire un po’ particolari. Invece di soffermarmi soltanto su opere singole e ultime uscite, ho infatti deciso di trattare di alcuni classici della letteratura fantastica confrontandoli con le rispettive trasposizioni cinematografiche. Va subito detto che una trasposizione non è tanto migliore quanto maggiore è la sua vicinanza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Parte oggi una serie di recensioni per così dire un po’ particolari. Invece di soffermarmi soltanto su opere singole e ultime uscite, ho infatti deciso di trattare di alcuni classici della letteratura fantastica confrontandoli con le rispettive trasposizioni cinematografiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Va subito detto che una trasposizione non è tanto migliore quanto maggiore è la sua vicinanza con gli eventi descritti nell’archetipo. Letteratura e cinema sono strumenti narrativi completamente diversi e come tali vanno sempre considerati. Anzi, spesso tanto più un film è vicino al libro da cui nasce, tanto minore è la sua qualità, anche se questa non è una regola ferrea, come vedremo. È però certo che tali due mezzi di comunicazione sfruttano meccaniche e stratagemmi diversissimi e difficilmente omologabili. Ragion per cui critiche del tipo “questo film non mi è piaciuto perché troppo diverso dall’originale” sono da considerarsi prive di alcun valore. Una trasposizione non ha, infatti, il compito di riproporre in maniera pedissequa la trama di un libro (altrimenti non ci sarebbe ragione per andare a vedere il film), bensì di riproporne lo spirito, anche attraverso una diversa chiave di lettura. Ma di questo se ne parlerà più approfonditamente in sede di recensione vera e propria.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima vittima sacrificale che ho deciso d’immolare sull’altare del grande dio della narrativa fantastica è <em>Io sono leggenda</em>, romanzo scritto da Richard Matheson nel 1954 e di cui sono state realizzate ben tre trasposizioni cinematografiche (a conferma del grandissimo interesse che ha suscitato e che ancora suscita questo libro). La ragione per cui ho scelto di cominciare da questa opera dipende esclusivamente dal mio affetto verso di essa (non lo nascondo: è il più bel libro che abbia mai letto), tanto da aver deciso di basarci la mia tesi di laurea.<br />
Faccio presente che in questa, così  come nelle future recensioni (anche se in verità si tratta più di analisi testuali che di recensioni vere e proprie), è presente un gran numero di particolari sulle trame delle opere trattate, tra cui anche l’enunciazione dei finali, il tutto senza che la cosa debba essere sempre anticipata dal sottoscritto</p>
<h3 style="text-align: justify;">Io sono leggenda</h3>
<h4 style="text-align: justify;">DI RICHARD MATHESON</h4>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://static.blogo.it/cineblog/iosonoleggendarichardmatheson.jpg" alt="" width="200" height="312" />TITOLO ORIGINALE: I Am Legend</p>
<p style="text-align: justify;">AUTORE: Richard Matheson</p>
<p style="text-align: justify;">PAGINE: 184</p>
<p style="text-align: justify;">ANNO: 1954</p>
<p style="text-align: justify;">GENERE: romanzo del Terrore</p>
<p style="text-align: justify;">EDITORE: Fanucci</p>
<p style="text-align: justify;">Probabilmente il nome di Richard Matheson non dirà granché a molte persone. In effetti non si tratta di uno degli scrittori più famosi di sempre (quanto meno a livello popolare). Se si pensa alla fantascienza i primi nomi che vengono in mente sono Philip K. Dick o Frank Herbert, di certo non Richard Matheson. Eppure egli rappresenta una delle figure più geniali della narrativa fantastica del Novecento. La sua straordinarietà risiede nel grandissimo valore e dei suoi romanzi (ricordo titoli come <em>Io sono Helen Driscoll</em> e <em>Tre millimetri al giorno</em>) e dei suoi racconti brevi (primi fra tutti, gli straordinari <em>Nato di uomo e di donna</em> e <em>Duel</em>). Soltanto scrittori come Dick o Jean Ray possono vantare un’altrettanta alta qualità sia nella prosa breve che in quella lunga.</p>
<p style="text-align: justify;">Capolavoro indiscusso di Matheson è appunto il romanzo <em>Io sono leggenda</em>. In esso si narra della strenua lotta per la sopravvivenza di Robert Neville, ultimo uomo sulla Terra sopravvissuto a un virus capace di trasformare le persone in vampiri (scordatevi però i vampiri raziocinanti dei romanzi di Bram Stoker o Anne Rice; i vampiri di Matheson, tranne per il fatto di nutrirsi di sangue e per il loro scarso amore per la luce del sole, sono più simili a degli zombie). Una trama semplice e – verrebbe da pensare, vista la presenza di un solo personaggio – incapace di qualsiasi mordente o colpo di scena. Ma se c’è una qualità che distingue Matheson dalla stragrande maggioranza degli scrittori di Fantascienza e del Terrore è proprio la sua capacità di saper creare tensione proprio all’interno della quotidianità. Per usare le parole di Morando Morandini, Matheson è un «maestro dell’horror ordinario».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma allora in che modo, con quali stratagemmi Matheson è in grado di tenere il lettore incollato alla pagina? La prima qualità risiede senz’altro nella ritmica che l’autore è in grado d’infondere alla sua opera. Invece di procedere in ordine cronologico, Matheson compie continui balzi temporali, ognuno avente lo scopo di spiegare un aspetto diverso del protagonista. Ecco allora scoprire che quello che sembra essere il leader dei vampiri era in origine il migliore amico di Neville, o che la moglie, una volta ammalatasi, è stata uccisa dallo stesso marito (anche se questo particolare viene solo fatto intuire). I salti tra presente e passato, va detto, non sono certo un’invenzione di Matheson. Tuttavia in <em>Io sono leggenda</em> il loro equilibro è pressoché perfetto, tanto da farci dimenticare che per quasi 200 pagine ci troveremo a che fare con (quasi) un solo personaggio. Si tratta, inoltre, di una tecnica che Matheson propone anche in altri suoi romanzi, come i già citati <em>Tre millimetri al giorno</em> e <em>Io sono Helen Driscoll</em> (anche se qui i balzi temporali vengono proposti per lo più come visioni).  La seconda caratteristica che salta subito all’occhio del lettore è lo stile adottato dall’autore: secco, essenziale, privo di qualsiasi guizzo descrittivo che non sia fondamentale per la trama; eppure mai banale. Matheson sa bene che se vuole davvero creare un “horror ordinario” dovrà allora adottare anche uno stile ordinario. Scrive di lui Valerio Evangelisti:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>«Gli strumenti di cui Matheson si serve per perturbarci sono in apparenza tra i più semplici. Non si cerchi in lui lo stilista: ha un fraseggio secco e addirittura scarno, riduce tutto all’osso, non si perde mai in divagazioni. Suona paradossale chiamare ciò maestria, però è così.»</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Siamo quindi lontani dallo stile barocco di maestri quali Edgar Allan Poe o H.P. Lovercraft; anzi, siamo all’esatto opposto. Descrivo una scena per rendere ancor meglio l’idea. A un certo punto della storia Robert Neville incrocia un cane miracolosamente scampato all’epidemia, sebbene gravemente ferito (anche gli animali, infatti, non sono immuni al virus). Ovviamente all’inizio il cane non si fida di Robert e per un intero capitolo ci vengono descritti i tentativi del protagonista di conquistare la fiducia del randagio. E alla fine ci riesce. Ora immaginate un romanzo dove il protagonista vive senza alcun contatto umano da anni, dopo che egli è stato pure costretto a uccidere la moglie per sopravvivere e a veder morire la figlioletta. E finalmente arriva il primo barlume di luce. La tensione, anche nel lettore, finalmente si smorza per un attimo. Ma ecco come si conclude il capitolo:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>«Il cane sollevò su di lui il suo sguardo spento e malato e poi sporse la lingua ruvida e umida per leccargli il palmo. Qualcosa nella gola di Neville si spezzò. Sedette in silenzio mentre le lacrime gli scorrevano lente sulle guance.<br />
Una settimana dopo il cane morì.»</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Sei parole, trentadue caratteri. Tanto basta a Matheson per far ripiombare il lettore nell’angoscia più cupa. Se non è puro genio questo?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma al di là dei discorsi tecnici, in cosa <em>Io sono leggenda</em> si distingue dalle altre centinaia di romanzi di Terrore? Ho poco fa usato il termine “angoscia” per descrivere le sensazioni che scaturiscono dalla lettura di questo romanzo. E in effetti è proprio l’angoscia la sensazione che traspare maggiormente dalle pagine di questo libro. È questa sostanzialmente la ragione per cui <em>Io sono leggenda</em> è un romanzo del Terrore e non un Horror. Matheson non fa mai leva su descrizioni o scene truculente. È invece la tensione a muovere le fila della storia. Spesso si confonde Horror e Terror, pensando si tratti di sinonimi. Nulla di più sbagliato. Se l’Horror fa leva soprattutto sul senso della vista, sino ad arrivare all’estremo dello Splatter, il Terror invece si fonda maggiormente sul senso dell’udito. Non è quindi un caso che nel primo capitolo i vampiri vengano presentati solo attraverso le loro voci e il baccano da loro fatto attorno alla casa del protagonista. Matheson dimostra anche qui di essere un ottimo conoscitore delle tecniche narrative, capace come pochi altri di saperle sfruttare al meglio  a seconda della situazione che egli vuole creare.</p>
<h3 style="text-align: justify;">L&#8217;ultimo uomo della Terra</h3>
<h4 style="text-align: justify;">DI UBALDO RAGONA</h4>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://giotto.ibs.it/cop/copdjc.asp?e=8032134032475" alt="" width="200" height="279" />TITOLO ALTERNATIVO: Vento di montagna</p>
<p style="text-align: justify;">REGIA: Ubaldo Ragona</p>
<p style="text-align: justify;">CAST: Vincent Price, Franca Bettoja, Giacomo Rossi Stuart, Umberto Raho, Emma Danieli</p>
<p style="text-align: justify;">DURATA: 88’</p>
<p style="text-align: justify;">ANNO: 1954</p>
<p style="text-align: justify;">GENERE: film del Terrore</p>
<p style="text-align: justify;">La prima delle tre trasposizioni realizzate sulla base del capolavoro di Matheson è <em>L&#8221;ultimo uomo della terra</em>, film italiano diretto da Ubaldo Ragona ma con un cast internazionale, primo fra tutti il bravissimo Vincent Price, la cui notevole interpretazione è ancora oggi capace di rivaleggiare ad armi pari con quella di Will Smith in <em>Io sono leggenda</em>.  Il film, diretto nel quartiere romano dell’EUR (spettrale nella sua desolazione), è senz’altro il più fedele alla trama originale, anzi, per certi aspetti lo è sin troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come il libro, anche qui troviamo continui balzi temporali, tutti gestiti con ottima tempistica, merito di una sceneggiatura quasi priva di sbavature (almeno nella prima metà). Unici netti cambiamenti rispetto al romanzo è la già citata scena del cane (qui ucciso sempre dal protagonista perché infetto) e il finale, sul quale però tornerò più avanti. A parte questi dettagli la trama ricalca in maniera precisa quella ideata da Matheson. Ma dicevo prima che lo fan sin troppo. Uno dei difetti di questo film è infatti il voler trasportare per immagini quelle che sono le meccaniche del romanzo. Non a caso, per riuscire  a descrivere al meglio le sensazioni del protagonista viene sfruttata la tecnica della voce fuoricampo (artificio che, personalmente, non ho mai particolarmente apprezzato, e che qui risulta in alcuni punti sin troppo invadente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma l’errore peggiore (che sarà poi quello in cui ricadranno anche le due trasposizioni successive) risiede nell’ambientazione. Nel romanzo di Matheson non viene mai citato il nome della piccola città in cui si svolgono le vicende del protagonista (anche se, secondo alcuni, si tratterebbe dell’area periferica di Los Angeles). Può sembrare un dettaglio da poco, ma trasferire il luogo dell’azione in una metropoli fa sì che la tragedia della collettività finisca per prevaricare su quella del singolo, andando così a rompere il senso di terrore quotidiano che invece è il punto focale del romanzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo cambio di prospettiva lo si ritrova anche nel finale del film. In esso, a differenza del libro, il protagonista riesce a trovare una cura per la malattia che porta alla vampirizzazione. Egli però non viene ascoltato, tanto da essere ucciso dagli stessi vampiri. Viene quindi descritto il dramma di una società incapace di cogliere la verità nel momento in cui le si para di fronte. Il capovolgimento finale non è più quello ideato da Matheson. Si tratta, invece, di un capovolgimento di punto di vista. Più che la fine di Robert Neville, lo spettatore assiste alla fine di un mondo, fine causata dalla cecità dell’uomo inteso come razza e non come singolo. Per essere più chiari, alla fine del romanzo il protagonista viene catturato da un gruppo di vampiri “evoluti” (ovvero capaci di resistere al lato animalesco del virus), con l’intento di giustiziarlo (Neville infatti rappresenta il passato, un’umanità ormai in via d’estinzione e che come tale va annientata). Ma poco prima dell’esecuzione è lo stesso Neville a suicidarsi, accettando la sua condizione di ultimo vero uomo sulla Terra. Quindi, anche nel finale, Matheson pone l’accento sul protagonista, sul singolo, e non, come invece fa Ragona, sulla massa. Alla fine come si può facilmente notare i due errori commessi dal regista italiano sono sostanzialmente lo stesso, ovvero l’aver voluto dare un senso globale a quello che invece è il dramma di un solo uomo (per quanto all’interno del singolo risieda proprio una visione globale).</p>
<h3 style="text-align: justify;">1975: Occhia bianchi sul pianeta Terra</h3>
<h4 style="text-align: justify;">DI BORIS SAGAL</h4>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://www.wingsofmagic.it/public/home/wp-content/uploads/2007/08/locandina.jpg" alt="" width="200" height="364" />TITOLO ORIGINALE: The Omega Man</p>
<p style="text-align: justify;">REGIA: Boris Sagal</p>
<p style="text-align: justify;">CAST: Charlton Heston, Rosalind Cash, Anthony Zerbe, Paul Koslo</p>
<p style="text-align: justify;">DURATA: 98’</p>
<p style="text-align: justify;">ANNO: 1971</p>
<p style="text-align: justify;">GENERE: film Horror</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi diciassette anni dopo il buon film di Ubaldo Ragona, Boris Sagal, regista statunitense di origini sovietiche, ci riprova con risultati non proprio esaltanti. Va subito detto che, almeno dal punto di vista della trama, <em>The Omega Man</em> (scusate, ma il titolo italiano è veramente orribile) è il più distante dall’opera di Matheson. Allo stesso tempo, però, il film di Sagal è quello più ambizioso nelle tematiche tra le tre trasposizioni</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo dalla trama. In <em>The Omega Man</em> Robert Neville, interpretato da un Charlton Heston un po’ giù di corda, è un medico che vive in un mondo devastato dalle conseguenze di una guerra batteriologica tra U.S.A. e U.R.R.S. (idea oggi banale, ma ai tempi non ancora inflazionata); guerra che ha portato alla quasi totale estinzione del genere umano, a vantaggio degli infettati, mutanti albini (anche negli occhi, da cui il pessimo titolo italiano) che si riuniscono sotto il nome di “Famiglia”. Questo gruppo, raziocinante e molto distante dai goffi vampiri descritti da Matheson, si fa portatore di una dottrina che vede la tecnologia come causa del male sulla Terra. Il Robert Neville di Sagal, quindi, rappresenta proprio l’immagine di un mondo capace soltanto di portare dolore. Lo spettatore non si trova ad assistere, come nel romanzo di Matheson, allo strenuo tentativo di un uomo di riportare ordine in una realtà incapace di essere spiegata e compresa, bensì alla lotta tra due diversi pensieri: da una parte Neville, (quasi) ultimo rappresentante del vecchio mondo, tecnologico e progressista, dall’altra la Famiglia, austera e fautrice di un nuovo ordine più vicino all’antico stato di natura.<br />
Come idea di base, seppur lontana dall’originale, non è malvagia, anzi. Purtroppo, a causa di una sceneggiatura non proprio eccelsa, la storia procede in maniera poco sicura, con tanto di alcune incongruenze davvero pacchiane. Ad esempio, se i vampiri di Sagal odiano tanto il progresso, perché indossano tutti occhiali da sole di marca?Inoltre, e questo è il difetto maggiore del film, il sostrato per così dire i ntellettuale lascia presto lo spazio ad una serie continua di scene d’azione ricche di dettagli macabri (ma questo è un difetto di buona parte del cinema popolare, non necessariamente statunitense). Ciononostante proprio le scene d’azione risultano efficaci (almeno considerando il target a cui il film si rivolge), aiutate da una fotografia innovativa per i tempi (con macchina da presa in movimento sulla spalla e inquadrature lunghissime capaci di riprendere New York in un’irreale desolazione).</p>
<p style="text-align: justify;">Altro pregio di questo film è l’essere stato tra i primi a proporre figure di colore presentate più come vittime della società che come carnefici (ricordo che il film è del 1971, e a tempi simili discorsi erano tutto fuorché scontati). Nello specifico, mi riferisco al personaggio di Lisa, ben caratterizzato, tanto che il suo dramma personale risulta alla fine più efficace persino di quello di Neville. Che tale sostrato sociale non sia casuale lo si evince anche nella citazione del film <em>Woodstock &#8211; Tre giorni di pace, amore e musica</em> (1970) di Michael Wadleigh, film che il protagonista vede al cinema e che rappresenta l’anelito verso un modello sociale ormai impossibile da raggiungere.</p>
<p style="text-align: justify;">Per concludere, <em>The Omega Man</em> è un film che promette tanto, ma mantiene poco, il che è un vero peccato, viste le ottime idee di partenza (seppur lontanissime dal romanzo di Matheson). Forse, se affidata a un regista più capace, ne sarebbe potuta uscire una pellicola più matura, capace soprattutto di dare il giusto spessore ai suoi tratti più sociali, anziché alle sole scene d’azione.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Io sono leggenda</h3>
<h4 style="text-align: justify;">DI FRANCIS LAWRENCE</h4>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-371" title="6943_big" src="http://infinitisentieri.com/wp-content/uploads/2008/08/6943_big.jpg" alt="6943_big" width="200" height="286" />TITOLO ORIGINALE: I am legend</p>
<p style="text-align: justify;">REGIA: Francis Lawrence</p>
<p style="text-align: justify;">CAST: Will Smith, Alice Braga, Dash Mihok, Charlie Tahan, Salli Richardson, Willow Smith, Tea Leoni</p>
<p style="text-align: justify;">DURATA: 111’</p>
<p style="text-align: justify;">ANNO: 2007</p>
<p style="text-align: justify;">GENERE: film d’Azione</p>
<p style="text-align: justify;">Ultima delle trasposizioni cinematografiche del capolavoro di Richard Matheson è <em>Io sono leggenda</em>, diretto da Francis Lawrence. La scelta di questa regia ha sin da subito fatto storcere il naso a molti estimatori del romanzo originale, tra cui il sottoscritto. La paura (poi, purtroppo, rivelatasi in buona parte fondata) era che, visti i precedenti di Lawrence (ovvero il discutibile <em>Costantine</em> del 2004), potesse uscirne fuori nulla più che un film tutto effetti speciali e sceneggiatura zero. E in effetti in buona parte la “creatura” di Lawrence è proprio questo. Sarò sincero: se non fosse per la magistrale interpretazione di Will Smith e alcune buone trovate nella sceneggiatura, questo film sarebbe una schifezza senza paragoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Già, Will Smith. Chi ha letto il romanzo di Matheson molto difficilmente avrebbe visto l’attore afroamericano come il candidato ideale per interpretare il ruolo di Robert Neville. Non nascondo che dopo aver letto praticamente tutti i testi di Matheson, ho cominciato a nutrire il sospetto che lo scrittore statunitense nutrisse una discreta simpatia per un certo dittatore con i baffetti, o quanto meno con alcuni dei “principi” da lui predicati. Non è un mistero, in fondo, che i protagonisti dei suoi libri siano quasi sempre descritti con le fattezze tipiche del Superuomo nazista (biondi, alti e prestanti). Per non parlare delle battute a sfondo misogino. Le donne di Matheson (e in particolare le mogli dei suoi personaggi) sono spesso e volentieri un po’ stupide, incapaci di cogliere la realtà delle cose e abituate a vivere soltanto all’ombra dei mariti (addirittura, nel racconto <em>Sogni a occhi aperti</em> Matheson fa ragionare uno dei suoi personaggi sulla possibilità di “far sua” una ragazzina di appena sedici anni, e una scena analoga è presente persino in <em>Tre millimetri al giorno</em>). Ovviamente le eccezioni esistono, e sorprende vedere come il personaggio femminile forse più affascinante e maturo dell’universo mathesoniano sia una nana costretta a lavorare in un circo (personaggio presente sempre in <em>Tre millimetri al giorno</em>). Più che l’esaltazione del Superuomo, Matheson sembra voler rappresentare il fallimento della società umana attraverso il punto di vista del singolo. I suoi protagonisti sono degli sconfitti, uomini che, pur nella loro grandezza (lo stesso Neville, nella sua immunità al virus, rappresenta un essere umano superiore), risultano incapaci di porre ordine in un mondo ormai sull’orlo dello sfacelo. Da questo punto di vista <em>Io sono leggenda</em> è l’opera di Matheson che meglio rappresenta tale sentimento, ma analoghe sensazioni vengono suscitate in <em>Tre millimetri al giorno</em>, dove il protagonista, in seguito all’esposizione ad una misteriosa sostanza, comincia a rimpicciolire, diventando vittima di un mondo incapace di accoglierlo e che, anzi, lo sovrasta e si fa sempre più minaccioso. Ma è questo un discorso molto ampio e che esula in parte con l’opera di Lawrence.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando sul film, è indubbio che Smith, almeno dal punto di vista fisico, non assomigli per niente al Neville del romanzo. Eppure, quello che sarebbe potuto sembrare uno dei tanti difetti di questo film si rivela essere invece il suo punto di forza. Che fosse un attore capace, Smith lo aveva già dimostrato in pellicole quali <em>Alì</em>, <em>Alla ricerca della felicità</em> o <em>La leggenda di Bagger Vance</em>. Ma è con <em>Io sono leggenda</em> che egli dimostra davvero la sua malleabilità. È raro vedere film in cui un attore è capace con altrettanta potenza interpretativa di cambiare stile recitativo a seconda dell’evoluzione del suo personaggio. Smith però ci riesce, e pure con ottimi risultati. In ciò è aiutato anche da alcune pregevoli trovate da parte degli sceneggiatori. Penso ad esempio alla scena in cui recita a memoria un passaggio di Shrek (a sottolineare la ripetitività della sua vita “post epidemia”), o quando si mette a parlare con i manichini che lui stesso ha sparso per la città per ricreare uno sfondo di normalità là dove non c’è nulla di normale (tanto che proprio a causa di questo folle tentativo egli perderà il suo cane).</p>
<p style="text-align: justify;">Peccato che, attenzione verso il protagonista a parte, il film proponga una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti. Partiamo dalla “giustificazione” di partenza. Nel libro, così come nel film di Ragona, l’origine del morbo non viene spiegata in alcun modo, così da aumentare ancor di più il senso di angoscia e d’impotenza di fronte agli eventi che si susseguono. Con grande originalità gli sceneggiatori del film hanno invece deciso che a provocare l’epidemia è stato un esperimento volto a trovare una nuova cura contro il cancro e non andato a buon fine (e quando mai gli esperimenti nei film vanno a buon fine?). Chissà quante notti insonni avranno passato per immaginare una tale genialata!</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class="  aligncenter" src="http://www.fantafilm.net/Attori/Klein.jpg" alt="Uno scienziato pazzo. Se non esistessero gli sceneggiatori non saprebbero più come giustificare qualsiasi boiate nelle loro trame." width="300" height="300" /><em>Uno scienziato pazzo. Se non esistessero gli sceneggiatori non  saprebbero più come giustificare qualsiasi boiate nelle loro trame.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, a differenza del libro e del film di Ragona, non viene data pressoché alcuna spiegazione su come Neville sia in grado di dare energia alla sua casa o come sia possibile che non ci sia un filo di polvere nella videoteca o negli appartamenti da lui visitati alla ricerca di cibo (che il virus sia in grado di uccidere pure gli acari?). Ma l’errore (perché qui di errore si tratta) più grave si trova nella parte conclusiva dell’opera.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, nel film il morbo sembrerebbe avere origine dall’isola di Manhattan, isola che però è stata messa in quarantena facendo crollare tutti i ponti (azione che comunque non sortisce gli effetti sperati). Insomma, il nostro Neville è letteralmente isolato dal mondo. Peccato che ad un certo punto il nostro baldo eroe, dopo aver perso il suo amato cane (scena su cui tornerò), decide di farla finita facendosi ammazzare da un’orda di zombie (eh sì, qua di vampiresco i mostri non hanno proprio nulla), quando, sfruttando il più becero dei deus ex machina, in suo soccorso arrivano una donna e un ragazzino a bordo di un’automobile. Sì sì, avete capito bene: a bordo di un’automobile! A questo punto sorge spontanea la domanda: ma come cazzo ci sono arrivati questi due a Manhattan se tutti i ponti sono crollati? Ovviamente non aspettatevi una risposta, perché tanto il film non la dà.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><img class=" aligncenter" src="http://files.splinder.com/aae16fe175a8b6a8d9d9350ef4edc7ab.jpeg" alt="Il centro di Manhattan. Lultima volta che ho controllato era ancora unisola." width="300" height="224" /><em>Il centro di Manhattan. L&#8217;ultima volta che ho controllato era ancora  un&#8217;isola.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Visto che però voglio essere buono, alterno in quest’ultima parte di recensione un aspetto negativo del film con uno positivo. Ho poco prima citato la scena della morte del cane di Neville. A differenza del libro, l’animale è presente sin dalle prime battute (era il cucciolo della figlia). Va così a farsi benedire tutta la parte inerente i tentativi di Neville di conquistare la fiducia del quadrupede. La ragione di questa scelta è semplice e in parte condivisibile. Smith in più scene dialoga con il cane, così da evitare due ore di film quasi muto (flashback e finale a parte), ma soprattutto per evitare lo stratagemma della voce fuoricampo adottato invece da Ragona. Al pari dei precedenti lavori, pure in questa versione di <em>Io sono leggenda</em> il cane è destinato a lasciarci le cuoia. Ad ucciderlo è però lo stesso Neville, dopo che il suo adorato animale domestico è stato infettato. Seppur completamente differente da quanto scritto nel romanzo, tale scena è efficace, oltre che ben interpretata. Ma soprattutto essa può essere intesa come il punto focale dell’intero film, oltre il quale esso precipita verso una banalità imbarazzante.</p>
<p style="text-align: justify;">Come già detto prima, nell’opera originale non è presente la benché minima spiegazione sull’origine dell’epidemia (si accenna soltanto al fatto che viene trasportata dal vento). Nessun esperimento fallito, nessuna punizione divina, invasione aliena o che altro. Insomma, Matheson dalla prima all’ultima pagina parla del dramma di un uomo, di un singolo, senza sovraccaricarlo di significati simbolici. Al contrario Lawrence ficca nel suo film un sostrato filosofico-maccheronico alla New Age, il cui fondo viene toccato nella scena in cui la donna spiega a Neville il perché lei sapesse dove trovarlo pochi attimi prima del suo tentativo di suicidio. Semplice: glielo aveva detto dio. Quando al cinema sentii tale giustificazione mi venne voglia di uscire dalla sala, prendere un aereo per gli U.S.A., andare a casa di Lawrence e prenderlo a schiaffi, in perfetto stile Stewie Griffin.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale buonismo da New Age dei poveri lo si ritrova anche nel completo ribaltamento del senso finale dell&#8217;opera di Matheson. Se nel libro Neville diventava leggenda in quanto ultimo rappresentante di un&#8217;umanità ormai estinta, nel film di Lawrence egli lo diventa in quanto scopritore del vaccino contro il morbo. Bravissimo Francis: tu si che sai come mandare a puttane il senso di qualsiasi opera che tocchi!</p>
<p style="text-align: justify;">A completare il desolante quadro c’è l’ambientazione. Ormai non se ne può più di New York. Quanti altri film catastrofici dovranno essere ambientati nella Grande Mela? Ormai ho perso il conto: <em>Godzilla</em>, <em>L’alba del giorno dopo</em>, <em>Cloverfield</em>, i vari <em>Die Hard</em>, per non parlare di alcune delle scene più famose <em>Indipendence Day</em>, <em>Armageddon</em> e <em>Deep Impact</em>. Se fossi un newyorkese all’uscita di ogni nuovo film catastrofico mi toccherei le palle. In questo caso la scelta di New York ha due significati: il primo è la vicinanza del film di Lawrence all’opera di Sagal (non a caso l’auto utilizzata da Smith nella prima scena è analoga, anche per colore, a quella che compare in <em>The Omega Man</em>); il secondo è il rimando all’America post 11 Settembre 2001 (un po’ come aveva fatto a suo tempo <em>Cloverfield</em>, anche se in maniera molto più intelligente).</p>
<p style="text-align: justify;">Riassumendo, titolo e nome del protagonista a parte, da cosa film e libro sono accomunati? Assolutamente nulla, nada, zero. Ciò che innervosisce maggiormente è il titolo di questo film. Scegliendo di adottare il titolo originale, Lawrence è come se si fosse voluto affibbiare il privilegio (inesistente) di aver rappresentato l’unica e vera trasposizione del romanzo di Matheson (anche se, molto più probabilmente, nelle intenzioni sue e dei produttori c’era la volontà di sfruttare il titolo del libro come mero specchietto per le allodole). Tale bieca operazione commerciale è a mio avviso da condannare con tutte le forze, in quanto non solo irrispettosa dell’opera originale e del suo autore, ma anche di coloro che avevano letto il libro e che sono andati al cinema con la speranza di poter rivivere le stesse angoscianti emozioni del romanzo. È vero: anche <em>L’ultimo uomo della Terra</em> e <em>The Omega Man</em> si allontanavano, chi più chi meno, dal romanzo di Matheson, ma almeno Ragona e Sagal hanno avuto l’umiltà di adottare titoli alternativi, a voler rimarcare la <em>loro</em> interpretazione delle pagine dello scrittore statunitense. Lawrence, ancora una volta, non ha dimostrato altrettanta intelligenza, dimostrandosi un regista interessato soltanto a sfruttare licenze di sicuro impatto come meglio gli aggrada.</p>


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