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Dove sta scritto? (alcune mie considerazioni al riguardo)
La base di questo articolo risale a circa un mese fa. In un primo momento il pezzo si sarebbe dovuto intitolare Ma tanto è Fantasy. Le recenti letture di alcuni messaggi di Carraronan, Angra e Uriele (che ringrazio per gli involontari spunti) mi hanno tuttavia portato ad ampliarne l’ottica, sino a giungere a questa sorta di breve F.A.Q. del luogo comune.
1. Dove sta scritto che l’importante è che i giovani leggano, anche se si tratta di brutti libri?
Questo assunto presenta un errore interno.
Dire che non importa il livello qualitativo di un’opera (sottintendendo che tanto, con il tempo, le capacità critiche del lettore non potranno che migliorare) equivale a pensare che non esistono opere di qualità rivolte ai lettori alle prime armi; il che, è inutile ricordarlo, è una grandissima stupidata. Se si vuole forgiare un lettore consapevole di ciò che davvero è la buona narrativa, allora si deve partire proprio dalla buona narrativa. Immaginate di voler imparare a parlare l’inglese in maniera sciolta. A chi vi rivolgerete? Alla CEPU o a un professore madrelingua? E se volete imparare la matematica? Meglio gli appunti del vicino di banco – da tutti soprannominato “O’ Capadura” – o l’aiuto dell’insegnante? O ancora: volete imparare a giocare a calcio? Come vi allenate? Giocando a FIFA sulla Playstation (con la speranza che l’uso dei pollici vi faccia sciogliere anche quei bei novanta chili di lardo di primissima qualità) o iscrivendovi in una squadra? Vabbé, mi fermo qua; penso che il concetto sia chiaro.
Ora, passando al mondo dei libri, se io fossi un libraio a cui si rivolge un genitore alla ricerca di un libro per il proprio pargolo, cosa consiglierei? Il bambino è in fascia elementare? Bene, c’è Roald Dahl che lo aspetta. Ha qualche anno in più? Nessun problema: ci sono qui dei bellissimi volumi di Lyman Frank Baum freschi di stampa. E poi abbiamo Il signore delle mosche, La fattoria degli animali, La storia infinita, Dalla terra alla luna, Alice nel paese delle meraviglie… così sta a vedere che oltre a leggere libri stilisticamente mille volte migliori di una Troisi o Strazzulla qualsiasi il giovanotto non impari pure qualcosa, che non fa mai male. Insomma, è solo approcciandosi al bello sin da subito che si può coltivare un genuino senso estetico, e non partendo da opere mediocri.
A questo punto solitamente segue l’obiezione (prevedibile) secondo cui, ogni tanto, è anche bene abbandonarsi a opere più leggere e che non c’è niente di male in tutto ciò. A parte il fatto che tale obiezione non c’entra nulla con il punto di partenza (eppure, non si sa perché, compare quasi sempre), pure qua troviamo un errore interno, ovvero l’accostare le opere di qualità con la pesantezza della prosa. Primo: un’opera per essere buona non deve essere necessariamente capolavoro. Il mondo è pieno di libri incapaci di stravolgere la storia della letteratura, eppure di buona qualità è dotati di un’invidiabile leggerezza. Secondo: un buon libro (o film) non è necessariamente un mattone. Opere come quelle di David Ambrose, Nick Hornby o Douglas Adams, leggerissimi alla lettura, ma densi nei contenuti, sono esempi lampanti di come si possano accostare le considerazioni sin qui esposte.
Matilda, ovvero il primo libro che abbia mai letto da solo. Grazie, Roald, per averlo scritto.
2. Dove sta scritto che chi critica un libro, magari anche aspramente, è per forza invidiosa dell’oggetto dei propri attacchi?
INVIDIA: Sentimento di rancore e di astio per la fortuna, la felicità o le qualità altrui, spesso unito al desiderio che tutto si trasformi in male.
Dizionario Zanichelli
Ormai la storia dell’invidia è diventata tanto di moda da assurgere al ruolo di vero e proprio luogo comune. La domanda che deve porsi chi riceve tale obiezione è: invidioso di cosa? Della “fortuna” dello scrittorucolo di turno di essere stato pubblicato, bruciandosi così qualsiasi futura credibilità a livello di vera narrativa? Del “talento” che non esiste e che si riduce al solo fatto di aver messo in ordine delle parole prima dei trent’anni (superata questa soglia – ma anche prima – sei considerato un rudere “ke nn può komunikare kon il linguaggio dei gggiovani”)? Talento, tra l’altro, che nella stragrande maggioranza dei casi* non è stato coltivato a dovere, visto che i seguiti si sono dimostrati di qualità addirittura inferiore alle già pessime opere prime (dopotutto, chi te lo fa fare di migliorare, se già scrivendo da cani vendi migliaia e migliaia di copie?). Davvero, invidia di cosa? Se io sono invidioso di qualcosa, sono invidioso dello stile asciutto e privo di inutili virtuosismi di Richard Matheson, sono invidioso delle invenzioni fantastiche di China Mieville o Michael Swanwick, sono invidioso delle trame perfettamente orchestrate di Steven Erikson… Come si può, invece, essere invidiosi di un poveretto che nemmeno si accorge di essere solo una pedina nelle mani del suo editore?
* Ho scritto “nella stragrande maggioranza dei casi” solo perché, per ovvie ragioni, non ho letto (integralmente o parzialmente) i seguiti di tutti i giovani “talenti” italiani, ma se dovessi basarmi sua mia personale esperienza potrei benissimo mutare quell’espressione con un categorico “in tutti i casi”.

Mmh, non so se essere più invidioso delle assurde invenzioni di Mieville o del suo look.
3. Dove sta scritto che chi viene pubblicato ne sa, a prescindere, di più di uno che ancora non è stato pubblicato (magari anche per volontà sua)?
Su questo punto non ho intenzione di perdere troppo tempo, e la ragione è semplice: un autore pubblicato rimane pur sempre un essere umano e come tale può dire sia cose giuste, quanto emerite cretinate. Purtroppo il mondo è pieno di gente piena di sé che ritiene la pubblicazione il traguardo della propria vita artistica, quando invece è solo un passaggio. Questi soggetti, dispensatori di affermazioni altisonanti alla «perché io so’ io e voi nun siete un cazzo», il più delle volte sono anche quelli che sparano le peggio boiate; non solo cattivi consigli tecnici (i manuali di scrittura? ma vaaa, i gegni come loro non ne hanno bisogno), ma anche semplici nozioni culturali completamente errate. Statene alla larga e ricordatevi che non sono le medaglie sul petto a mostrare l’esperienza di una persona, ma le conoscenze conservate nella testa e poi riversate sul campo.
Agiungo però una breve considerazione. Spesso quando un comune mortale osa esprimere un’opinione su come si potrebbe migliorare un’opera, subito gli si rinfaccia il classico: “Ma se tu sei così bravo, perché non realizzi un prodotto migliore invece di startene lì a criticare?”.
Ora, questa obiezione, così come molte altre segnalate in questo articolo, presenta un paradosso. Poniamo il caso che davvero chi non è ingrado di produrre libri qualitativamente superiori non possa al contempo dispensare consigli su come migliorare i passaggi incriminati delle opere altrui. Ma, a questo punto, il medesimo discorso dovrebbe valere anche in caso di giudizio positivo. Dopotutto, se non sono in grado di riconoscere gli errori, non dovrei nemmeno riuscire a riconoscere i passaggi corretti, o sbaglio? Ma qui ci colleghiamo alla quinta domanda…
Non so perchè, ma l’autore di questo libro mi da l’impressione di sapere il fatto suo…
4. Quattro.
Ahimè, almeno qui non ho risposte. La comprensione del Quattro va oltre le mie possibilità. Che dico! Va oltre le possibilità di qualunque uomo! C’è solo una cosa da fare di fronte alla magnificenza del Quattro: inchinarsi e mostrare eterna devozione.
Ammirate la perfezione del Quattro e provate vergogna per non essere come lui!
5. Dove sta scritto che se ci si trova di fronte a un libro non brutto, ma che ispira proprio ribrezzo, non si possa dire “questo libro fa schifo”?
Dire che un’opera d’arte fa schifo non solo è legittimo, ma pure liberatorio. E poi fa bene all’umore, all’equilibrio interiore e pure alla flora batterica (altro che Actimel ^_^).
Non ci credete? Facciamo allora questo giochino, tanto per cominciare: entrate sul sito personale di un autore a caso; ora inserite un commento positivo, anche breve (anzi, più breve è, meglio è) su una sua opera. FFFatto? Ok, aspettate qualche giorno. Successo qualcosa? Che dite? L’autore o non vi ha detto nulla oppure si è dimostrato addirittura felice nel leggere quanto da voi scritto? Ottimo! Seconda fase: sempre sullo stesso sito inserite un altro commento lapidario, ma questa volta in senso opposto, insomma una stroncatura. Che succede stavolta? Cooosa? L’autore vi chiede le motivazioni di quanto scritto? Ma scusate, perché se il giudizio lapidario è positivo allora va tutto bene, mentre se è negativo no? Non è un po’ ipocrita come atteggiamento? Più logico sarebbe un ragionamento di questo tipo: o si spiega il perché di ogni affermazione, positiva o negativa, oppure si è liberi di non farlo. Troppo comoda la mezza misura, e oltretutto solo quando fa comodo…
Tuttavia, il nocciolo della questione non sta tanto nel giudizio lapidario o meno, quanto nel tono. Chi usa espressioni cosidette “forti” all’interno delle proprie argomentazioni viene sempre additato come maleducato, e come tale non meritevole di attenzione. Ecco, questo è il punto su cui focalizzarsi. Personalmente, che uno si esprima mostrandosi carino e coccoloso o come il fratello cattivo di Charles Manson non fa differenza. Quello che m’interessa è il contenuto! Espressioni come “questo libro mi fa schifo” e “questo libro non mi piace” esprimono lo stesso identico contenuto, solo in maniera diversa. La critica che si può e si deve fare a simili affermazioni (oltre ai corrispettivi positivi) è di non essere motivate. Un giudizio non è buono o cattivo da come si presenta, ma da quello che presenta!
Questo libro fa schifo!
(e poi non dite che me la prendo sempre con i soliti nomi)
6. Dove sta scritto che un libro non si possa giudicare dalla prima pagina?
Onde pieno di mal talento contro quel Galateo lo apersi, ed alla vista di quel primo, Conciosiacosachè, a cui poi si accorda quel lungo periodo cotanto pomposo e sì poco sugoso, mi prese un tal impeto di collera, che scagliato per la finestra il libro gridai: «Ella è pur dura e stucchevole necessità, che per iscrivere tragedie all’età di venzett’anni, mi convenga ingoiare di nuovo queste baie fanciullesche, e prosciugarmi il cervello con sì fatte pendanterie».
Vittorio Alfieri, “Vita di Vittorio Alfieri“
C’è bisogno di aggiungere altro? Sì, forse una cosa sì: se la prima pagina, quella che più di ogni altra dovrebbe invogliare il lettore all’acquisto, mostra sciatteria se non peggio, perché mai dovrei aspettarmi che la situazione migliori nei capitoli successivi?
Per maggiori delucidazioni rimando a QUESTO ARTICOLO di Angra, già esauriente di suo.
Vittorio Alfieri. Uno che aveva capito tutto e che non si faceva problemi a dirlo. Peccato solo che quel “tutto” cambiasse una settimana sì e l’altra pure ^_^
7. Dove sta scritto che per scrivere Fantasy servano per contratto maghi, draghi ed elfi, il tutto condito da un’ambientazione medievale?
Mi è capitato in più di un’occasione di descrivere le ambientazioni di alcune mie opere e di ricevere in cambio sguardi perplessi e obiezioni secondo cui quello non sarebbe Fantasy. Le ragioni? Una su tutte: non vi sono elementi medievaleggianti. E perché mai dovrebbero esserci? Se il genere Fantasy si chiama così, non è forse perché tra i suoi elementi fondanti vi è l’amore per l’invenzione fantastica, per il bizzarro, per l’insolito? Invece no. Siamo giunti al paradosso secondo cui il genere che più di tutti (dovrebbe) lascia(re) carta bianca all’autore su quanto raccontare, si è ridotto a un mero gioco di rimandi, citazioni e scopiazzature. E oggi mi trovo a dire che con Tolkien il Fantasy non ha vissuto una seconda giovinezza, ma ha cominciato il suo lento declino, tramutandosi in puro manierismo. Non è però, questo, un problema con cui solo il Fantasy deve fare i conti. Anche nell’Horror si assiste da anni alla medesima degenerazione, e solo gente come Matheson, King, Barker e pochi altri se n’è accorta.
Ma qui lo dico e qui lo sottolineo: se il genere Fantasy vuole liberarsi dall’aura fiabesca che da anni ne tarpa le ali, occorre che i suoi autori si rendano conto che esistono miliardi di soluzioni non ancora esplorate. Se invece continueremo a parlare sempre dei soliti eroi che fanno le solite cose nei soliti mondi non faremo altro che uccidere questo genere (già sulla strada del decesso) prima ancora che abbia mostrato al mondo tutte le sue potenzialità.

Ormai al solo intravedere un’ambientazione simil medievale vengo colto da istinti suicidi
8. Dove sta scritto che in un romanzo di ambito fantastico non sia necessario documentarsi?
Molti – troppi – pensano che scrivere narrativa fantastica (e Fantasy in particolare) significhi poter scrivere qualsiasi boiata passi per la testa. Pura follia. Scrivere Fantasy significa parlare di realtà dove sia presente un elemento sovrannaturale, non importa in quale quantità e di quale tipo. L’errore che però i dilettanti di questo genere fanno è porre l’accento sul termine “sovrannaturale”. Invece, è bene ficcarselo nella zucca, il termine su cui occorre concentrarsi è “realtà”. Scrivere narrativa fantastica significa creare realtà alternative alla nostra, ma che siano perfettamente coerenti con se stesse, e non piene d’incongruenze e che crollino al primo alito di vento come un castello di carte. Poi quest’ambientazione potrà farsi portatrice di un messaggio sociale, filosofico o fare da semplice sfondo per le avventure dei personaggi; non importa. L’importante è che il tutto sia perfettamente coerente e verosimile (altra parola magica)! Ma per farlo occorre essere coscienti di quanto si sta descrivendo. Se descrivo un castello, non posso limitarmi alle mura e alle torri; al contrario, dovrò anche sapere cosa sia una bertesca o il maschio o la postierla o il barbacane o… Invece le ambientazioni moderne si limitano ai pochi elementi conosciuti da tutti. Ma a questo punto mi domando: se il Fantasy è solo evocazioni di nozioni conosciute a tutti, dove sta il suo fascino?
Uno degli elementi che più mi affascinano di questo genere è il poter anche apprendere nozioni tecniche mimetizzate all’interno della narrazione. Robert Jordan ne è un esempio lampante (ma non certo l’unico, né tanto meno il migliore in questo campo). Nei suoi romanzi è presente una costruzione minuziosa (in alcuni passaggi forse persino troppo) degli ambienti descritti, tanto che grazie a lui molti possono dire – o almeno si spera – di aver imparato cos’è l’agone, il basto, la pastoia, il sartiame… Anche questo è Fantasy. E lo stesso discorso vale non solo per gli oggetti materiali, ma anche per le relazioni sociali. Sempre per fare un esempio, se nella società da me descritta l’istruzione quasi non esiste, non potrò far filosofeggiare anche i pecorari!
A questo punto segue di solito l’obiezione secondo cui, trattandosi di narrativa fantastica, tutti questi legami con la nostra realtà non sono necessari. Errore. Prima ho evidenziato un concetto, quello di verosimiglianza. Ecco, se si vuole creare un mondo verosimile, e come tale credibile (e non si commetta l’errore di confondere versomiglianza con realismo), allora tutti gli elementi descritti dovranno essere perfettamente incastrati gli uni con gli altri. Le condizioni atmosferiche e geografiche del mio mondo ne influenzeranno l’economia; l’economia ne influenzerà la politica interna ed estera; la politica ne influenzerà la componente psicologica e culturale; la componente psicologica e culturale ne influenzerà la morale; la morale BLA BLA BLA… Chiaro il concetto? Questo è l’unico modo per creare libri degni di questo mondo, non vomitando effetti speciali a ogni pagina.

Questa è una biblioteca. È un posto maaagico pieno di libri grandi grandi con tante informazioni utili con cui documentarsi. Forza, ripetiamo insieme: DO-CU-MEN-TAR-SI
9. Dove sta scritto che anche in caso d’incongruenze nell’ambientazione, si può soprassedere con un’alzata di spalle al motto di «Ma tanto è fantasy»?
Fino a non troppo tempo fa esisteva l’espressione scherzosa, ma neanche troppo, «Perché sì! Perché è Fantasy!», volta a giustificare qualsiasi boiata contenuta in un libro appartenente a tale genere. Oggi, in maniera subdola e strisciante, si è passati al «Ma tanto è Fantasy». La differenza può sembrare minima, ma non lo è. La prima formula indica una certezza. Una certezza erronea, su questo non ci piove, ma sulla quale si può pur sempre lavorare al fine di mutare l’ottica di chi se ne fa portatore. Con il «Ma tanto è Fantasy» la storia si fa più complicata. Questa frase, infatti, indica scarsa fiducia verso il genere, come a ritenerlo incapace di elevarsi al rango di Letteratura con la L maiuscola (scarsa fiducia che, paradossalmente, viene mostrata da coloro che più di tutti difendono il Fantasy a spada tratta, soprattutto nella sua italica versione). L’ho definita “subdola e strisciante” in quanto rischia (e con molti giovani “talenti” l’ha già fatto) di entrare nelle teste di questa nuova generazione di scrittori, presentando loro il Fantasy come un genere semplice, alla portata di tutti, e dove non importa quanto ampia sia la propria cultura o quanto impegno ci si metta per realizzare la propria opera, perché tanto, anche se colto in fallo da chi ne sa di più, potrai sempre pararti il culo alzando le spalle e dicendo «Ma tanto è fantasy». Ma tanto è Fantasy un corno! Invece di trovare giustificazioni per ogni errore, sarebbe il caso di mettersi a capo chino sui libri e cominciare a studiare, perché gli errori oggettivi (e le incongruenze lo sono!) esistono. Punto.
Anche a Chernobyl dicevano che si trattava solo di una piccola incongruenza, e guardate il risultato!
10. Dove sta scritto che la narrativa fantastica italiana gode di ottima salute?
Se davvero fosse così, perché i nostri romanzi sono così poco esportati? Perché siamo perennemente costretti a inseguire le mode lanciate all’estero? Perché da anni non abbiamo un solo autore non dico che abbia vinto premi come il Bram Stoker, il Nebula o l’Hugo, ma che vi sia stato almeno nominato?
Stabilire la salute di un genere in un determinato paese basandosi sul numero di autori pubblicati equivale a determinare il successo di uno scrittore basandosi sulle copie vendute. Io non dico che in Italia non esistano autori capaci. Dico solo che si tratta di una minoranza infinitesimale. A livello generale, all’estero contiamo ancora come il due di picche… in una partita di scopone scientifico. Grazie al cielo, ciò non significa che la situazione non possa migliorare (anche perché precipitare più in basso di dove ci troviamo ora la vedo dura), ma la strada da fare è ancora lunga, terribilmente lunga.

Che si parli di politica, sport o arte, il risultato non cambia: questa è e rimane la nostra immagine all’estero (oh, le rare eccezioni esistono, sia chiaro, ma si tratta di eccezioni, appunto)
CONCLUSIONI
Di argomenti su cui discutere ce ne sarebbero a iosa. Le stesse risposte da me date ai quesiti elencati una settimana e mezzo fa risultano alla fin fine più che altro delle linee generali. Se dovessi entrare nel dettaglio, dovrei scrivere un articolo su ognuno dei 10 punti qui esposti (fatta eccezione per la questione del Quattro: lì non basterebbe nemmeno un’enciclopedia). Ma non è questo l’obiettivo del suddetto articolo. Mi premeva, piuttosto, sottolineare le principali ipocrisie e incongruenze interne (sì, sempre loro) che avvelenano qualsiasi seria discussione sulla narrativa fantastica. Per farla breve, quanto avete letto è il mio pensiero al riguardo. Che siate o meno d’accordo non è affare che mi riguarda ^_^
The Evil Overlord list: la traduzione in italiano

Nel lontano 1997 Peter Anspach realizzò una guida simil demenziale su tutte le cose che un Signore del Male DOC dovrebbe, ma soprattutto NON dovrebbe mai fare. La lista ha cominciato a circolare attraverso la rete acquisendo fama sempre maggiore, tanto che un po’ in tutto il mondo hanno cominciato a circolare guide alternative e corollari vari. Il documento originale di Anspach rimane tuttavia quello migliore a mio avviso (la stragrande maggioranza delle regole aggiunte dai suoi molti fan sono infatti delle semplici “versioni alternative” all’originale). A dispetto dell’aspetto goliardico, la Evil Overlord list rappresenta un documento fondamentale per chiunque voglia cimentarsi nella creazione di un vero “kattivo”, così da evitare errori grossolani e creare dei signori del male idioti come quelli di Troisi, Strazzulla & Company.
Bene, grazie al prode Antonino “Yenvel” Monti, con il quale avevo già avuto il piacere di lavorare insieme per Le nozze d’Inverno, da oggi anche Infiniti Sentieri dispone di una sua traduzione in lingua Italiana, disponibile in un comodo file PDF, così da potervi portare questa stupenda lista sempre con voi (in verità, ho scoperto oggi, esistavano già traduzioni simili, ma non mi era mai passato per la testa di cercarle; e comunque questa è in PDF, quindi è più bella ^_^). Come per qualsiasi altra guida presente su Infiniti Sentieri, la potete trovare nella sezione “Guide alla scrittura”. E tra pochi giorni vi annuncerò anche un nuovo e interessante servizio offerto da Infiniti Sentieri
Segnalazione: Font River
Chi bazzica su Infiniti Sentieri già da un po’ di tempo o ha avuto modo di “conoscermi” anche su altri lidi sa bene come il sottoscritto dia grandissima importanza a quel campo noto come “uniformazione grafica dei testi”. Sono infatti dell’idea che chiunque voglia avvicinarsi al mondo delle Belle Lettere debba necessariamente conoscere le basi dell’uniformazione. Tuttavia, c’è chi, come il qui presente, è talmente appassionato di tale argomento da sforzarsi il più possibile di raggiungere risultati professionali con le proprie forze. Ecco, per tutte queste persone, a partire da oggi, inserirò su Infiniti Sentieri alcune segnalazioni su libri o siti davvero succosi, inerenti ovviamente questo campo.
Comincio quest’oggi da un sito scoperto alcuni mesi fa e diventato subito la mia miniera d’oro quando si parla di “font”. Chi usa i vari Word e affini sa bene, infatti, come i caratteri standard caricati siano relativamente pochi, oltre che tutti molto (troppo) simili gli uni agli altri. Ecco allora giungere in nostro soccorso questo straordinario portale: Font River.
Il sito, tradotto in ben sette lingue tra cui l’italiano, permette con pochi click di trovare il font che fa per noi. Le varie tipologie di caratteri (tutti visionabili attraverso delle comodissime anteprime) sono infatti suddivise in sette categorie (Base, Simboli, Fantasia, Stranieri, Feste, Scritto e Techno) a loro volta suddivise in micro gruppi. Ad esempio, se clicchiamo su “Base” i vari caratteri saranno suddivisi a seconda che siano Serif o Sans Serif o che abbiano una larghezza fissa (oltre a un quarto gruppetto definito “Varie”). Ma è in tutte le altre categorie che Font River dà il meglio di sè, arrivando persino a distinguere i caratteri a seconda del genere letterario o musicale. Se poi foste già a conoscenza del nome del carattere che state cercando, potrete allora inserirlo all’interno della funzione di ricerca e il gioco è fatto. E la cosa straordinaria è che la stragrande maggioranza di questi font (diciamo un buon 95%?) sono completamente gratuiti; a voi scegliere se eventualmente effettuare una donazione all’autore.
Insomma, detto in poche parole, Font River è semplicemente il sito perfetto quando si parla di personalizzazione dei font, sia per completezza del servizio che per semplicità d’utilizzo. Un sito da centodieci con lode.
Guida all’uniformazione grafica di romanzi e racconti: seconda edizione
Un mese davvero colmo d’impegni, quest’ultimo. Entro settimana prossima sarà infatti disponibile la versione liberamente scaricabile de Le nozze d’Inverno, il romanzo a più mani di Bizarro Fiction al quale sto lavorando da ormai quasi sei mesi (e da cui è dipeso principalmente lo stop del Il Guanto d’Argento, al quale comunque dedicherò un articolo d’aggiornamento entro breve). Tra poche settimane pubblicherò invece due articoloni davvero succosi: uno sull’universo di Starship Troopers e l’altro invece sullo sviluppo del cinema indipendente italiano a matrice fantastica.
E oggi? Oggi propongo invece la seconda edizione della mia guida all’uniformazione grafica di romanzi e racconti (il link lo trovate nella sezione “Guide alla scrittura”). Chi mi segue da tempo sa infatti che sul vecchio sito era disponibile un breve prontuario liberamente scaricabile su tale argomento. Se il testo, fino a oggi, non era più disponibile, non è stato per dimenticanza mia, bensì per il fatto che in queste settimane mi sono messo al lavoro per rivedere da zero l’intera guida, con l’obiettivo di migliorarla e renderla ancora più esaustiva. Non mi sono quindi limitato a correggere gli errori di battitura, ma anche e soprattutto ad aggiungere nuovi particolari e capitoli e a semplificare talune spiegazioni.
Come molti di voi sanno, il campo dell’uniformazione grafica dei testi mi sta molto a cuore. Mi auguro quindi che questa guida possa esservi d’aiuto nel vostro cammino. Buona lettura.
E tu di che genere sei?
Approfitto della rinascita di Infiniti Sentieri per riproporre, in versione “riveduta e corretta”, come si suol dire in questi casi, un mio vecchio discorso sui generi della narrativa fantastica. Le ragioni per cui ho deciso di cominciare da questo argomento, di certo complesso, rispetto ad altri più leggeri, sono varie. La principale è probabilmente che, per quello che è il mio metodo di scrittura, la conoscenza e lo sfruttamento del concetto di genere letterario risulta quanto mai fondamentale.
Si tenga presente che questo mio intervento è tutto fuorchè esaustivo. La teoria dei generi è infatti argomento alquanto ampio e complesso, dibattuto in decine di volumi d’illustri critici e teorici della letteratura ben più esperti del sottoscritto. Ad esempio, per quanto mi dispiaccia, sarò costretto a sorvolare sul metodo ideato da Vittorio Spinazzola, docente presso la facoltà di Lettere Moderne dell’Università Statale di Milano di cui ho avuto la fortuna di seguire alcune lezioni, il quale suddivide la letteratura contemporanea non a seconda del tema o dello stile, bensì dell’intenzione dell’autore, giungendo così alla suddivisione in letteratura avanguardistico-sperimentale, istituzionale, d’intrattenimento e marginale.
Per le ragioni sin qui indicate, gran parte di quanto affermerò in queste mie righe non sarà frutto di congetture personali, bensì degli anni di studio presso la facoltà di Lettere Moderne di Milano. Non che il fatto che io frequenti tale facoltà sia sinonimo di “verità assoluta”, ma mi permetterà quanto meno di fornirvi le fonti da cui ho ricavato tutte le mie informazioni. Ogni qual volta vorrò invece esprimere una mia opinione, lo specificherò.
Aggiungo infine che tale trattazione farà riferimento soprattutto (ma non esclusivamente) al periodo moderno e all’area europea e americana, così da evitare discorsi di ambito diacronico e diatopico.
E ora cominciamo.
Una prima definizione di genere
La definizione “generale” di genere (scusate il gioco di parole) è: “Ciascuna delle forme di espressione, o categorie di opere, definite da un insieme determinato di caratteri di forma o di contenuto.” (fonte: dizionario Zanichelli). La parte che più m’interessa è la seconda, dove si parla sia di forma che di contenuto.
La suddivisione per forma (oggi si direbbe “per stile”) è stato con il tempo abbandonata, almeno nella sua forma originaria. Essa suddivideva le opere a seconda dell’elevatezza dello stile adottato dall’autore, distinguendo in stile basso, mediano e alto (seppur con lievi divergenze terminologiche a seconda del periodo), ognuno dedicato a un genere preciso (rispettivamente: commedia, dramma pastorale e tragedia, suddivisione, anche questa, che ha subito numerosi mutamenti con lo scorrere dei secoli). Tale distinzione oggi non sarebbe più applicabile, in quanto ai giorni nostri la ricerca da parte degli autori di uno stile proprio capace di distinguersi in maniera più o meno netta da quello altrui, a prescindere dal tema trattato, comporterebbe un’ardua catalogazione. Per fare un esempio molto banale, potremmo dire che Perdido Street Station di China Mieville e I dannati di Malva di Licia Troisi appartengono a generi diversi solo per via dello stile adottato? Io non credo.
Oggi tuttavia si tende, a mio avviso giustamente, a distinguere le opere a seconda del modo in cui un determinato argomento viene proposto al lettore, il che è molto utile quando occorre distinguere tra loro i vari sottogeneri. Ma di questo parlerò più approfonditamente nella seconda parte.
Molto più interessante è invece per ora la suddivione per contenuto. Essa prevede la catalogazione delle opere a seconda dell’argomento trattato. Penso sia superfluo e incontrovertibile dire che due libri che trattano l’uno della battaglia di Waterloo e l’altro delle avventure erotiche di un folletto non potranno mai appartenere al medesimo genere. A differenza della suddivisione per forma, quella per contenuto è particolarmente utile quando si parla di macrogeneri letterari.
Ma che cosa sono i macrogeneri e i microgeneri? Lo vediamo subito.
Macrogeneri e microgeneri
Spesso chi difende la suddivisione per generi viene accusato di eccessiva pedanteria, quasi che egli non voglia far altro che cercare differenze sempre più sottili fra le opere, andando così a creare sottogeneri sempre più particolari sino al paradosso di creare un nuovo genere per ogni romanzo. Nulla di più falso. Una suddivisione troppo particolareggiata, infatti, risulterebbe inutile non solo al lettore, il quale in questo modo si ritroverebbe spiazzato di fronte al dover scegliere tra un Dark Fantasy e un Gothic Fantasy, ma anche allo scrittore, il cui compito principale non è tanto scegliere il genere entro cui inquadrare le sue opere, quanto decidere le regole a cui farle sottostare pima dell’inizio della fase di creazione artistica (e non durante!).
E’ quindi necessario stabilire la differenza tra macrogeneri e microgeneri (questi ultimi detti anche, più comunemente, “sottogeneri”, termine, è bene sottolinearlo, privo di qualunque valenza dispregiativa).
Per macrogeneri s’intendono quei gruppi di opere accomunate dal medesimo tema di fondo (la ricostruzione di un fatto storico, il raccontare una storia d’amore, il trattare di realtà alternative alla nostra ecc.), ovvero quello che abbiamo prima chiamato “contenuto”.
Per microgeneri s’intendono, invece, le sottoclassi in cui è possibile suddividere un macrogenere a seconda di come un’opera viene presentata al lettore, ovvero la “forma” di cui sopra (nel Fantasy, ad esempio, avremo: Epic Fantasy, Dark Fantasy, Gothic Fantasy, Fantasy Comico, Romanzo ad Ambientazione Fantasy, Steam Punk ecc., anche se di quest’ultimo occorre specificare che si tratta soprattutto di un genere nato in parte dalla fusione di Fantasy e Fantascienza).
I cinque macrogeneri della narrativa fantastica
- Fantasy: In esso vengono descritti eventi che hanno luogo in una realtà mediamente più arretrata della nostra da un punto di vista tecnologico (non necessariamente in tutti i suoi aspetti), priva di alcun legame con la nostra e con una presenza, più o meno massiccia, di elementi sovrannaturali o comunque fantastici (Es.: Il signore degli Anelli, di J.R.R. Tolkien).
- Fantastico: In questo genere s’ipotizza l’influenza sulla nostra società da parte una realtà parallela con caratteristiche analoghe a quelle descritte nel Fantasy (Es.: Le cronache di Narnia, di C.S. Lewis).
- Fantascienza: E’ la descrizione di eventi ambientati in un nostro ipotetico futuro o comunque in una realtà tecnologicamente più avanzata della nostra (Es.: Io, robot, di Isaac Asimov) (NB: in verità è possibile sfruttare le regole della Fantascienza ambientandole nel passato, ma in questo caso ci si addentrerà in particolari sottogeneri quali la Distopia o l’Ucronia).
- Horror: Qui si descrivono fatti di sangue in maniera per così dire raccappricciante, facendo leva soprattutto sul senso della vista (Es.: Saw, di James Wan).
- Terror: A differenza dell’Horror, il Terror basa tutta la sua forza sulla paura del “non visto”, tanto che qui il senso più sfruttato è quello dell’udito. In questo genere, quindi, il fattore psicologico è decisamente più marcato (Es.: Io sono leggenda, di Richard Matheson).
Riguardo gli ultimi due generi proposti, è bene sottolineare come essi possano anche non presentare al loro interno alcun dettaglio sovrannaturale, prediligendo, invece, una struttura per così dire più realistica. In riferimento particolare al genere Horror, specialmente se d’impianto fantastico, va poi aggiunto che esso può essere considerato come un’evoluzione (nel senso di mutamento, e non necessariamente di miglioramento) del romanzo Gotico Sette/Ottocentesco.
Scrivere un libro significa darsi delle regole
Come accennavo nella prima parte di questo discorso, spesso i sostenitori dell’importanza della conoscenza dei diversi generi letterari vengono (ingiustamente) accusati di voler soltanto trovare differenze tra i testi, anche quando non ci sono. Tale discorso sembrerebbe venire in difesa dell’utenza finale, la quale di fronte a un numero eccessivo di tipologie letterarie si troverebbe spersa. In verità, la conoscenza dei generi (e in particolare dei sottogeneri), nonché eventualmente della loro evoluzione durante la storia, sono utili più all’autore che al lettore.
Quando si comincia a scrivere un’opera letteraria di ambito narrativo, la prima cosa che l’autore si deve domandare è a quali regole dovrà, anzi vorrà sottostare durante la creazione artistica. Invece spesso (troppo spesso) l’autore non si pone minimamente tale questione, ritenendo più importanti ambiti quali la caratterizzazione dei personaggi, l’ambientazione e la trama. Non che non siano importanti tali elementi – anzi! -, ma occorre tenere a mente che essi dipendono in maniera stretta con le regole sopracitate. Faccio un esempio per chiarire meglio tale concetto. In tempi relativamente recenti ho letto il libro di Chiara Strazzulla Gli eroi del crepuscolo. Esso rappresenta la chiara dimostrazione di un’opera dove l’autore non si è posto alcun problema preliminare riguardo la struttura da dare al proprio scritto. In una scena i protagonisti vengono assaliti da un gruppo di centauri ben più numeroso di loro. In questa occasione l’autrice si è trovata di fronte a un elemento da lei stessa introdotto (i centauri) che rischia di mandare in fumo tutta la storia (ovvero uccidendo i protagonisti). Come fare, quindi, per uscire da un simile empasse? Semplice! Con il peggiore degli stratagemmi letterari: il deus ex machina.
Il deus ex machina
Deus ex machina è una frase latina inerente il teatro greco (e in seguito anche quello latino, di forte derivazione ellenica) e che significa “dio che viene dalla macchina”. Con essa s’indicava l’intervento all’interno dell’opera teatrale di una divinità (interpretata da un attore che veniva calato dall’alto con un sistema di carrucole, la machina appunto), il cui scopo era quello di togliere d’impiccio i personaggi da una situazione apparentemente senza via d’uscita. Oggi con questa espressione si suole indicare, più generalmente, qualsiasi intervento all’interno di una storia privo di logica interna con la storia stessa, la quale assume così un’impronta improbabile, adottata esclusivamente dall’autore per permettergli concludere la trama secondo il progetto originario.
Tornado all’esempio di prima, la Strazzulla, nel momento esatto in cui i protagonisti erano prossimi a perire, descrive il suono di un corno, il quale, come per magia, fa ritirare i centauri. E la motivazione dietro questo evento? Pressoché nessuna. I personaggi si limitano ad ipotizzare che sia successo qualcosa d’importante e che richiede la presenza di tutti i centauri (un attacco del nemico forse). Quando si dice il tempismo…
Ecco, il deus ex machina rappresenta l’ultima spiaggia di qualsiasi scrittore che non si sia posto alcuna regola a inizio libro, e la sua presenza in un libro è sempre sintomo di scarsa attenzione ai dettagli.
Ora vi chiederete: ma cosa c’entra tutto ciò con la teoria dei generi letterari? Ci arriviamo subito.
Le regole sono contenute nei microgeneri
Quando uno scrittore, non importa se esperto o alle prime armi, comincia la progettazione della sua opera, questi dovrebbe sempre porsi il problema di quali regole adottare durante la stesura e quali invece rifiutare (potrò permettermi degli interventi divini? la magia esiste nel mio mondo? il mio protagonista è in grado d’imparare a memoria un gran numero d’informazioni in breve tempo? ecc.). Nella scelta e lo sfruttamento di tali regole proprio la suddivisione in macrogeneri e microgeneri viene in aiuto dello scrittore, il quale potrà così disporre delle regole fondamentali, le quali dovranno poi essere supportate da altre specifiche del libro in questione (inerenti non tanto la struttura generale dell’opera, quanti particolari quali la caratterizzazione dei personaggi o lo stile da adottare). Non è quindi un caso che gran parte di coloro che non adottano le conoscenze di fondo della teoria dei generi poi vanno a realizzare opere colme di contraddizioni interne e improbabili colpi di scena (i deus ex machina di cui sopra).
L’esistenza e l’importanza dei generi (macro e micro), non preclude comunque la possibilità all’autore di creare nuove regole, le quali, ovviamente porteranno alla nascita di un nuovo micorgenere o addirittura di un nuovo genere.
E’ invece da sfatare il mito secondo cui l’atto creativo di una storia sia tutto frutto dell’ispirazione. Credete davvero che Dante Alighieri abbia scritto La divina commedia soltanto per merito dell’ispirazione? L’ispirazione è l’input iniziale, il LA che fa partire il progetto. Ma l’opera, nella sua interezza, non si nutre di sola ispirazione, ma di tecnica, serietà e costanza. E la conoscenza della teoria di certo aiuta.
Ultime considerazioni
E siamo infine giunti in fondo a questa bozza sulla teoria dei generi. Alcuni argomenti, presi singolarmente, li riprenderò in futuro, così da poterli trattare in maniera più approfondita. Concludo dicendo che tale argomento riveste per me un’importanza fondamentale, in quanto su di esso mi baso ogni qual volta comincio un nuovo scritto, breve o lungo non importa. Se spesso (come accaduto in un topic da me aperto tempo fa su Fantasy Magazine) mi arrabbio quando leggo o sento opere venire etichettate come appartenenti a un genere, quando invece appartengono a un altro, la ragione è proprio questa. Basti pensare a testi come il ciclo di Narnia o La storia infinita, tutti indicati genericamente come Fantasy pur appartenendo a un altro macrogenere (il Fantastico, in questo caso). Segno, questo, che la teoria dei generi non solo è sconosciuta a moltissimi “scrittori”, ma anche a buona parte della critica moderna (contro la quale, guarda caso, si è scagliato a più riprese il sopra citato Spinazzola). Ecco, ho già trovato uno dei miei prossimi argomenti di discussione…






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